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lunedì 19 novembre 2018

"OVERLORD" (2018) DI JULIUS AVERY

Quanto ci piace vedere i nazisti, brutti e cattivi, seviziati e trucidati nei modi più disparati? 
Siamo nel 2018 ed a stento si diffonde una visione alternativa della WWII che possa fare eco ad opere come "Europa" di Lars Von Trier. Sicuramente l'origine dei piani alti delle case produttive hollywoodiane tende ad assecondare una certa ottica ancora oggi. E sicuramente diamo volentieri completa licenza a un B-movie come questo di intrattenerci con scienziati pazzi, nazisti immortali (e infinitamente sadici) e ubermensch da laboratorio. 
Trama: alla vigilia dello sbarco in Normandia, un gruppo di paracadutisti statunitensi finisce in uno sperduto villaggio dove i nazisti stanno conducendo esperimenti su esseri umani, trasformandoli in creature feroci e soprannaturali.
Se B-movie deve essere, che sia fottutamente gioioso. E questo è "Overlord": prodotto stiloso di grande manifattura, scritto da fior fior di mestieranti, con enorme e fruttuosa esperienza alle spalle (Billy Ray e Mark L. Smith), incalzante più di quanto ci si possa desiderare.
Partiamo da un prologo stile "Private Ryan" che subito immerge, in modo adrenalinico, lo spettatore nel concitato e drammatico scenario di guerra. Sorprendentemente "Overlord" si rivela essere un credibile film di guerra; per i primi due atti viviamo tutto il pathos di un incursione militare, della paura e dell'inesperienza di semplici ragazzi mandati al macello, dell'esasperazione continua per la perdita di vite umane. Insomma ci sono tutti gli elementi di un ottimo war-movie. Scordatevi perciò i supernazisti, almeno per ora.
Piano piano viene sapientemente introdotto l'elemento fantascientifico e orripilante. Si fa davvero fatica a individuare il numero di commistioni di generi di questa opera così bizzarra, ma perfettamente centrata.
La costante del film è sicuramente l'abbondanza di violenza spinta e una certa drammaticità che poco si sposa con la tipicità del prodotto B-movie. Ed ovviamente, arrivati all'ultimo atto, risulta difficile rimanere troppo seri di fronte al profluvio di gore e scazzottate di ultrauomini chimicamente modificati.
"Overlord" è un'americanata di quelle che ci piacciono, da rivedere e rivedere: gli yankee sono buoni e ganzi, i nazisti sono degli assassini seviziatori e lascivi, fine. Prendere o lasciare. E quando ad una certo punto del film vedi un personaggio picchiato a morte, accoltellato e sparato in faccia correre, picchiare e sparare all'impazzata poco dopo, ti rendi conto che è il momento di spegnere il cervello e godersi lo spettacolo a mente sgombra.
Inevitabile, poi, lo scontro finale tra supereroe e supercattivo.
"Overlord" è in parte dramma bellico e in parte fantatamarrata, diverte parecchio, incalza e si bella di una certa grossolanità e spensieratezza. A questo B-movie 3.0 di qualità, che ha anche l'ambizione della verosimiglianza, perdoniamo volentieri la pretesa solennità e drammaticità di alcuni passaggi e lo collochiamo tra quei prodotti di entertainment ad uso e (ri)consumo che mai dovrebbe mancare nella videoteca di un appassionato.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 12 novembre 2018

MADE IN NETFLIX #3: "APOSTLE" DI GARETH EVANS

Netflix fa temere.
Fa temere l'eventualità che dia il via a una lunga serie di prodotti non scadenti, peggio: prodotti di qualità sì, ma tanto anonimi da essere di trascurabile e dimenticabile mediocrità. 
A dire il vero, che siano trascurabili, beh, pare proprio di no, dal momento in cui il colosso californiano è riuscito nel suo intento di conquistare le menti torpide del volgo cinetelevisivo casalingo, tanto da imboccare i fedeli abbonati a sciropparsi tutta una serie di produzioni poste in rilievo dalla piattaforma: due grafiche, un font accattivante e via con il binge watching (di sto cazzo).
Questo "Apostle" sembra avere tutte le caratteristiche del classico prodotto della piattaforma ammazza cinema: accattivante, dal cast interessante, poco pubblicizzato (se non su Netflix) e vuoto dentro. Ma vediamo.
Trama: un tizio, Thomas, si imbarca su un'isola abitata da una setta di invasatiofcourse (capitanata da Micheal Shannon) per salvare la sorella Jennifer, rapita dalla setta medesima allo scopo di estorcere soldi al ricco padre dei due. Poi sull'isola ci sono sermoni, omicidi brutali, passioni represse, misteri poco stimolanti e tanta voglia di menare le mani, mal celata.
Il regista Gareth Evans si è fatto conoscere per dei film d'azione indonesiani che hanno rivoluzionato il genere, per via della ventata innovativa nella costruzione delle scene action (si vedano "Merantau" ed i due "Raid"). Questo film, però, sembra mettere da parte le scazzottate a favore di una trama horror/thriller paranormale. 
Ho detto horror
Ma dove e quando? 
Non si costruisce la benché minima atmosfera horror e non è solo una questione di jump scares. Tutto il film sembra un accozzaglia di generi fusi tra loro in singole sequenze: si va dall'horror di poche poche scene verso 3/4 del film al thriller, passando per il dramma puro e l'action
Ebbene si, Gareth non si è dimenticato il piacere di far scazzottare allegramente i personaggi, perciò il terzo atto del film è un bel continuo di spintoni, coltelli, prese stile judo e tanto, tanto sangue. Il lato gore non difetta e più di una volta ci si troverà di fronte ad insistite e morbose inquadrature che appagano tale gusto. 
Per quanto riguarda il dramma non si va oltre il tema del sacrificio, e, seppur reso in modo formalmente impeccabile, lascia abbastanza indifferenti. Il punto è che la costruzione dei personaggi è assente: assente un qualsivoglia approfondimento psicologico (non basteranno mica due pillole da un lato o due bacetti dall'altro?), assente ancora di più un'interazione convincente tra i main charachters. 
Pare funzioni solo il personaggio di Malcolm, interpretato da Shannon: a lui si che è concessa qualche sfumatura psicologica degna di nota e, d'altro canto, il purissimo talento britannico riempie già di per sé la scena. 
Dicevamo dell'horror. 
Se questo voleva essere un film di mistero o di ambientazione orrorifica, non vi riesce minimamente: non c'è costruzione della tensione, non viene intessuto alcun mistero, tutto viene banalmente preannunciato o mostrato (quando non appare scontato di per sé); i due o tre momenti horror, invece, per quanto convincenti, sono alquanto estemporanei, questo perché il film apre troppi filoni per poi non riuscire a mantenerne saldo uno che sia uno in modo coerente dall'inizio alla fine. 
"Apostle" è un'accozzaglia di generi che sfocia in un epilogo in stile Gareth Evans. Ebbene sì è proprio quel tipo di prodotto insipido targato Netflix che frulla diversi ingredienti di qualità, per creare un piatto che può sembrare gustoso al primo assaggio, ma che non ha un sapore suo che lo distingua in modo particolare e risulta davvero poco incisivo in quanto esperienza visiva. Invochiamo il fuoco purificatore anche noi.

P.s.: Ma cazzo nel trailer si capisce già tutto!

Habemus Judicium:
Bob Harris

giovedì 25 ottobre 2018

SPECIALE R&R (PARTE IV): "L'ULTIMA CASA A SINISTRA" (1972) di WES CRAVEN

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«Dovrete continuare a ripetervi: è solo un film... è solo un film» 
-Tagline del Film-

Troppo duro e crudo per resistere alla censura.
Nel Regno Unito la British Board Of Film Classification si rifiutò di riconoscere il certificato necessario per la proiezione nelle sale. Ed anche altrove non andò meglio. I censori si ritrovarono dinnanzi ad un un put pourri di violenza e scene sadiche sulle quali la macchina indugiava in modo inaccettabile. Da allora, nelle leggende popolari, aleggia l'idea che esista una versione integrale di questo film, sopravvissuta ai tagli artistici e fisici. Intendiamoci cari lettori, "L'ultima casa a sinistra" non è niente che nel 2018 non possa essere assorbito e digerito; perciò amanti del torture porn potrete rimanere un tantino delusi.
Ma facciamo un piccolo passo indietro.
Wes Craven è un giovane insegnante di filosofia alla John Hopkins University, un fortunello che fa ciò per cui ha studiato all'università. Ma quello accademico non è il suo mondo, il suo sogno è lavorare nel cinema. Lo possiamo immaginare, pieno di dubbi ed eccitato allo stesso tempo, lasciare il posto fisso per fare il più classico dei salti nel buio.
Il primo lavoro?
Il tuttofare per una casa produttrice di cinema erotico/porno, un lavoro di bassa manovalanza che gli permette però di apprendere i primi rudimenti di regia e montaggio. Giungono così i primi lavori dietro la camera da presa: pubblicità e naturalmente i filmetti pruriginosi.
Poi l'Epifania. Craven va in una piccola sala cinematografica a vedere un mediometraggio sulla guerra del Vietnam. E' un susseguirsi di immagini raccapriccianti che costringono a distogliere lo sguardo. Esce da quel cinema sconvolto, poi, una volta raccolte le sue emozioni, decide di incanalare quegli orrori in un film: nasce così "L'ultima casa a sinistra", tetra allegoria della fine dei movimenti pacifisti nonché atto di accusa/provocazione verso tutto quel pubblico cinematografico assetato di violenza.
Il modello è il Bergman de "La Fontana della Vergine"[LINK]: prende la sua trama, la proietta nella società contemporanea e lo libera di tutto ciò che di aulico c'è al suo interno. Ne "L'ultima casa a sinistra" non c'è alcuna redenzione, non c'è nessun Dio a cui affidarsi, rimane solamente un lerciume che contamina tutto e tutti, lasciando lo spettatore alla mercé di una sadica violenza. Agli inizi degli anni '70 ciò significa uno shock, tanto visivo quanto concettuale, anche per gli stomaci più forti e le menti più aperte.
Ma di cosa parla questa Ultima casa?
Mary, fresca 17enne, lascia i genitori, intenti nei preparativi per la sua festa di compleanno, e si reca in città assieme ad una sua amica, Phyllis, per assistere ad uno spettacolo. Le due giovani sono in cerca di un pizzico di divertimento in più e, nel tentativo di rimediare della marijuana, conoscono Junior, un giovane eroinomane che le porta nella sua casa; il ragazzo le promette che lì ha della roba buona da darle, un'erba appena giunta dalla Colombia. Quella di Junior è però una trappola ed ad attenderle nella casa c'è Krug, un criminale da poco evaso di prigione, che si nasconde lì con tutta la sua banda.  Il destino delle due è oramai segnato: vengono imprigionate, violentate ed uccise. Prima di fuggire, Krug e gli altri decidono di chiedere ospitalità per la notte, ma la porta a cui bussano è quella della casa di Mary.
Ancora oggi "L'ultima casa a sinistra" viene considerato uno dei film più controversi di sempre, ciò nonostante sia stato seguito da film più impattanti visivamente, pensiamo al "Cannibal Holocaust" di Deodato, o concettualmente come il "Non Violentate Jennifer" di Zarchi". 
Rivedendola oggi, l'opera di Craven ci appare datata, buffa (più o meno volutamente) in alcuni passaggi, piena di stereotipi ed espressione di una regia ancora grezza.
Ingenuo, pieno di errori e pretestuoso, eppure pioneristico, è "L'ultima casa a sinistra" che inaugurerà il filone Rape and Revenge, declinando una violenza che sfugge da possibili ricostruzioni psicologiche, un sadismo che è rappresentazione di quella totale e disumana forza primordiale di sopraffazione insita nell'uomo. C'è di più, Craven smonta e ricompone il genere ed attualizza la violenza, non più una forza estranea che colpisce ma espressione diretta della società contemporanea; neanche l'istituzione base della borghesia americana, la famiglia, si salva: è così morigerata, così ipocrita, così grottescamente assetata di sangue.
Craven pagò a caro prezzo il suo esordio e, come accaduto a Peckinpah, sarebbe divenuto un indesiderabile, uno a cui non dare manco uno spiccio per comprarsi un caffè. Con lo pseudonimo di Abe Snake si prodigherà nuovamente nel mondo del cinema erotico, girando nel 1975 "La cugina del prete", poi, solamente nel 1977, si troverà dietro la macchina da presa per "Le colline hanno gli occhi"; questa però è tutta un'altra storia.
***
Il Remake: "L'ultima Casa a Sinistra" (2009) di Dennis Iliadis
"L'ultima casa a sinistra" apre ufficialmente il ciclo dei remake legati alla tematica del rape and revenge. Uscito nel 2009 e diretto da tale Dennis Iliadis il film ha il coraggio, da riconoscergli, di confrontarsi con il cult di Wes Craven. Dal confronto questo remake ne esce chiaramente con le ossa rotte e, se rapportato all'originale, risulta essere un film a dir poco vomitevole. Ovviamente scherzavo sulla faccenda del coraggio, fu semplice brama di pecunia.
10 anni or sono era scoppiata già da un po' la mania di rifare film famosi anche a distanza di pochi anni dalla loro uscita; il tutto era dovuto a una mancanza palese di idee e di intraprendenza nell'ambiente hollywoodiano, cosa che spinse a cimentarsi in operazioni sicure, tra le quali appunto il vernissage di classiconi. Curiosamente, gran parte di questi rifacimenti, a scopo meramente commerciale, prendeva di mira opere frutto della corrente della Nuova Hollywood: come dire, un po' come il Che che lottò contro il capitalismo americano per poi finire stampato su milioni di t-shirt.
L'analisi sarà divisa in due parti: la prima sarà un confronto tra originale e remake, la seconda valuterà il film in sé.
***
Parte 1: Nella sua pretestuosità, "L'ultima casa a sinistra" di Craven era sporco, brutto e cattivo, un coacervo di cattivi ma cattivi per davvero, dei sadici nichilisti di gran compagnia. Ed, invece, il rifacimento firmato da Iliadis è bello bigotto.
In primis, il personaggio di Phyllis  (che nel remake prende il nome di Paige) è reso volutamente più trasgressivo: come dire, in fondo se lo meritava quel trattamento... Aveva solo da non pensare al pene di Justin e agli spinelli!
Mary è pura e casta anche qui, ma la novità è che nuota da dio (anche da morta).
I cattivoni...beh, non sono così cattivoni.
Junior (qui trasformatosi in Justin) è un bonaccione emo, non più tossico, ma semplice fattone (ammesso che in America sia percepita la differenza). Il personaggio di Sadie è semplicemente inutile e fastidioso, il Faina (qui Francis) sadicheggia in modo piuttosto commuovente, ma, alla fine, per due moine e una puncicata sulla schiena di Paige, paga con una fine truculenta.
Ma il meglio dello script è riservato a Krug: ebbene sì, da perverso leader, maniaco e burlone, in questo remake diventa il buon padre di famiglia. Talmente hanno voluto fare un film perbenista che pure i cattivoni sono equipaggiati di buone ragioni: le due ragazze vengono rapite e sono destinate alla morte, MA solo perché erano nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Prima differenza: ragazze non adescate nel motel da Justin, ma semplicemente sfigate perché mamma, papà e lo zio sono tornati prima. Paige viene uccisa a coltellate, niente stupro (differenza non da poco), ma solo per necessità di evitare la sua fuga e per punizione. Mari viene stuprata e sparata (mentre fugge nuotando in un lago), ma la scena dello stupro ha nulla dell'effetto disturbante dell'originale: Krug sfoga su di lei la frustrazione di essere stato sminuito nella sua virilità da Paige e la tensione per i molteplici atti di ribellione violenta degli ostaggi.
Tutto, per quanto orribile, sembra, in qualche modo, psicologicamente ricostruibile. Perciò, se i cattivi non sono rappresentati come dei sadici e se la violenza non è figlia dell'istinto di sopraffazione e dominazione insito nell'uomo, cosa differenzia questo film da un qualsiasi thriller? Tutto ciò su cui si basano i R&R viene qui completamente svuotato di significato.
E la scena della famigerata casa a sinistra?
Dura un fottio.
Dura quanto il film di Craven praticamente! 
I manigoldi arrivano, sono educati e manco vogliono trattenersi perché Krug non vuole disturbare (diligenza del buon padre di famiglia). Poi delle sorti della figlia i genitori capiscono dalla collana...Ok.. E...E... Dalla figlia!!
Già, perché Mari non è morta pistolettata in acqua.
Sembrava eh! Invece no, in realtà si è fatta una bella nuotata fino a casa ed è ancora viva. Pensa che brava che è stata la sua emorragia. Fanculo all'originale, non può essere così turpe questo remake, sia fatta vivere Mari.
La scena tra la madre di Mari e Francis a questo punto mi ha creato un po' di pensieri: sarà o no messa in scena come nell'originale? Con l'aria puritana che tirava ho subito pensato che, no, l'avrebbero stuccata. E difatti si assiste a minuti interminabili di dialogo trash in cui Aaron Paul si atteggia a seduttore psyco e la botulata di Monica Potter tergiversa alla ricerca del vino. Niente blowjob a denti stretti ed epifania sanguinolenta, ma, siccome in America il sesso vade retro ma la violenza yes we can, il povero Francis viene accoltellato, tritato, affogato e picconato (in quest'ordine).
Poi Sadie e Krug muoiono male, la figlia e Justin si salvano e tutti e 4 adesso potranno vivere come una famiglia felice. Ah, e il signor Collinwood, da bravo chirurgo, si avventura non in uno, ma in ben due interventi chirurgici domestici.
Fiuuuuu.
***
Parte 2: "The last house on the left" è girato da un buon mestierante dal momento in cui le scene action non sfigurano affatto nella loro realizzazione. La parte tecnica è qualitativamente sufficiente (montaggio, fotografia, sonoro e prove attoriali) e forse anche qualcosa in più. Un film che ha diversi momenti di buona suspense che, specie nella concitazione finale, tengono col fiato sospeso; per quanto riguarda la scena controversa, quella dello stupro, essa è girata davvero in modo sapiente: lungi dal mostrare, la sequenza risulta comunque ad effetto ed è gestita con grande raffinatezza registica.
Un film anonimamente inserito nella rete dei thriller televisivi si direbbe, SE NON FOSSE CHE trasmette un messaggio a dir poco inquietante. Ho accennato al punto sopra il fatto che, per come rappresentati, i cattivi sono razionalmente giustificabili per il loro agire e che, quindi, non siamo di fronte ad una violenza compiaciuta e fine a sé stessa; a ciò si aggiunge che, per scelte di copione, la vendetta dei Collinwood si esplicita in maniera feroce ed efferata, in pratica in maniera SADICA. Perciò, questo insignificante rifacimento giunge al paradosso di invertire i ruoli: i cattivi non sono sadici, i buoni si.
Quando Francis e Krug vengono praticamente torturati lo spettatore non prova vero appagamento, ma, anzi, ha l'impressione che sia un qualcosa di assolutamente sproporzionato: questo perché la violenza che ha subito anch'egli, immedesimandosi nelle due ragazze, non è accompagnata da quella gratuità che accresce un senso di ingiustizia e disorientamento totale, cancellabili solo con una pena riparatrice.
Oltretutto, è bene ricordarlo, la vendetta omicida mira a riparare il torto non di un omicidio, ma di uno stupro e di un TENTATO omicidio. Ma, siccome i buoni sono i buoni, ciò è ampiamente giustificato. Si rammenti che Craven, di proposito, volle creare un contrasto netto tra l'iniziale, tranquilla e morigerata, quotidianità della famiglia media americana e la brutalità della sua conversione finale, il tutto alternato ad un clima scanzonato e dissacrante. Da autore vero che approfitta del genere, stava prendendo per i fondelli l'istituzione borghese per eccellenza.
Mi ci potrei scommettere gli zebedei, invece, che la produzione di questo riadattamento, non si è minimamente posta il problema (se non proprio resa conto) che lo spettatore parteggerà per dei sadici giustizieri. Perciò questo è il messaggio che, sopratutto, lo spettatore medio americano recepisce dal film? Che la giustizia privata non solo è giustificata, ma può anche essere sproporzionata e compiaciuta? Stando così le cose diventa ancora più difficile stupirsi degli episodi di cronaca nera d'oltreoceano. Questo remake farà rivoltare Craven nella tomba per un bel po' di decenni [Continua...]

Bob Ft. Ismail

lunedì 15 ottobre 2018

"THE NUN-LA VOCAZIONE DEL MALE" (2018) DI CORIN HARDY

«Quando ero piccola avevo delle visioni e ogni volta che finivano qualcosa mi rimaneva impressa nella mente»
-Suor Irene-

"The Nun" (sottotilo ideale: Anatomia di una suora) è il nuovo spin-off/prequel della saga di "Conjuring", dopo i due "Annabelle". Diretto da Corin Hardy, ma prodotto dall'onnipresente James Wan, si è subito piazzato  nell'olimpo degli incassi.
Trama: siamo nel 1952, in Romania, due suore cattoliche che vivono nel monastero di Cârţa, vengono attaccate da una forza invisibile. La suora sopravvissuta, Suor Victoria, fugge dall'oscura presenza, un demone che appare come una monaca, e si impicca lanciandosi da una finestra. Il suo corpo viene scoperto giorni dopo da un giovane del villaggio detto il Francese.
Il Vaticano viene a sapere dell'incidente e convoca a Roma Padre Burke, al quale si chiede di recarsi con Suor Irene, una postulante nel periodo del noviziato, in Romania per indagare sulla situazione.
La suora cattiva era già apparsa in quel manifesto mod di "The Conjuring- il caso Enfield" (...we'll never walk aloneee... Ah no scusate) e, stringi stringi, si scopriva essere nientemeno che un demone: Valak. Memori di questa scoperta, gli spettatori si accingono alla visione curiosi di sapere come tutto cominciò. Per chi ha masticato i film di James Wan prodotti da Jason Blum, non dovrebbe essere difficile immaginare questo COME: tra serpenti in scarsa CGI fuoriuscenti da orbite, vetri che esplodono e jump scares vari, è tutto abbastanza telefonato. 
Ma allora mettiamoci d'accordo: bocciamo tutti i film successivi ad "Insidious"[LINK] o accettiamo il fatto che, sorretta da un crescendo sonoro, tra una finta e una controfinta, apparirà sempre, seguita immediatamente da un esplosione uditiva, la presenza malvagia pronta a spaventare più che ad uccidere il malcapitato; con tutto l'arsenale di una sala cinematografica il salto sulla sedia sarà inevitabile anche per i più scafati. 
Quella contro il jump scare fine a sé stesso è una polemica di lungo corso: è noto che film del genere sfruttino la potenza della sala cinematografica per tenere lo spettatore sulla corda e fargli prendere un coccolone al momento giusto; la controprova è data dal fatto che una visione casalinga toglie già la metà del gusto (e per capire quanto si possano rendere fini a sé stessi i jump scares è consigliata la visione di quel piccolo capolavoro di "Drag me to hell" di Raimi, dove il buon Sam gioca in continuazione con la paura dello spavento improvviso). 
Tolti i jump scares e il mistero sulla presenza oscura, cosa rimane? 
Potremmo dire i colpi di scena, ma ne abbiamo solo uno e, per di più, farlocco. Fino a metà film siamo convinti che il convento sia ormai abitato soltanto da Valak, invece si è, a un certo punto, forzati dalla trama a credere che ci sia la presenza di altre suore, per poi scoprire che, toh, in effetti era abbandonato fin dall'ingresso dei tre protagonisti. Perciò ben poca trama, che si concentra sul consueto schema apparizione demoniaca, protagonisti che la fronteggiano e contenimento finale della stessa (più twist obviously). 
Rimane un'atmosfera e un'ambientazione che ha gioco facile tanto si presenta suggestiva tra cimiteri campestri, vecchi caseggiati, montagne lugubri e un gigantesco convento spettrale. 
Lo stesso villain, interpretato dall'inquietante e anch'essa onnipresente Bonnie Aarons (parlavamo di Drag me to hell...), è un'azzeccatissima maschera del terrore, esaltata nella sua presenza scenica (la meravigliosa sequenza della prima apparizione nella cappella) ed è un peccato che non rimanga alcun mistero su di esso, essendo già stato rivelato il grosso in "The Conjuring". 
Osservando la regia è chiaro che Hardy è praticamente una bambola (californiana) manovrata dall'immancabile Wan, il cui tocco si percepisce chiaramente: jump scares, messa in scena, ironia stempera-tensione, flashbacks, timing perfetto dello spavento e movimenti di macchina (specie nell'uso della soggettiva) sono farina del suo sacco. Per non parlare del montaggio: il riuscitissimo prologo in carrellata all'indietro con le candele che progressivamente si spengono all'avanzare di Valak nel buio, mentre una croce in primo piano lentamente si rigira al contrario. Beh la mano è palese.
Sentimenti contrastati accompagnano le scene d'azione: si va dall'imbarazzante sequenza della colluttazione con il bambino posseduto, scontata e di fattura CGI pessima, passando per le incursioni di Valak, rese ottimamente per gran parte del film; infine, ahinoi, tocca mandare giù la risoluzione finale in perfetto stile "Underworld", che pare proprio essere inevitabile per il tipo di prodotto.
Nota davvero stonata è il personaggio di Padre Burke: posto innanzitutto che Demián Bichir ha più il phisique du role per apparire in "Expendables" che per interpretare il ruolo di un prete, il suo personaggio è totalmente inutile. Oltre a non conferire il minino apporto alla trama, assistiamo a un epilogo in cui viene completamente messo da parte e ridotto a spettatore; si poteva optare sicuramente per qualcosa di diverso che, comunque, facesse risaltare Taissa Farmiga, la vera protagonista del film nei panni di Suor Irene, (personaggio lei si ben delineato). D'altro canto funziona il personaggio del "Francese", elemento di comicità e alleggerimento (saggiamente dosato) e inaspettata chiave di volta per ricollegare questo prequel ai successivi capitoli.
In definitiva parliamo di un film ben diretto ed ambientato, poco pretenzioso nei contenuti e nell'originalità, ma dotato della giusta dose di tensione da un lato e ironia dall'altro. 
Quindi?! 
Si va a colpo sicuro, che domande.

Habemus Judicium:
Bob Harris

giovedì 27 settembre 2018

"SLENDER MAN" (2018) di SYLVAIN WHITE

«Lui ti entra nella testa... come un virus! Alcuni li prende, altri li fa impazzire»
-Wren-

Alla quarta volta che le sventurate evocatrici dell'entità conosciuta come "Slender Man" vengono cinte da esso from behind ho iniziato a provare una forte angoscia. L'angoscia di un horror che piano piano costruisce, tramite sapienti tocchi di tensione orrorifica, un clima opprimente di disperazione e inquietudine. O forse un'inquietudine diversa, più profonda, legata a qualcosa che richiama un atavico terrore, da sempre insito nell'uomo: trovarsi di fronte all'ennesimo film idiota che pretende di fare impressione buttando lì, ad minchiam, un cliché dopo l'altro.
Ripeto, cliché ad minchiam!
E, quando sei lì a chiederti perché, ancora una volta, lo spavento colpisce dal lato B, e, ancora una volta, le vittime non se lo aspettano -maguardaunpó- si inerpica dentro di te la sensazione che si andrà avanti così, stancamente, fino alla fine del film.
Trama: 4 girl power annoiate una sera invocano Slender su YouTube; dopo un tot lui le inizia a steccare una ad una, fine.
Nato dal copia e incolla di matrice internettiana, la leggenda di Slender Man si va a iscrivere in quel genere di racconti fatti, appunto, per essere condivisi da una serie indefinita di internauti: le Creepypasta.
Come sapientemente ci spiegano durante la pellicola le protagoniste e i titoli di coda del film, la leggenda (reale) è stata arricchita negli anni da (falsi) found footage, veri e propri collage, e da una discreta vena artistica di alcuni utenti del web, che hanno realizzato nel tempo chilate di illustrazioni.
Il problema è che, tendenzialmente, un manichino in smoking, corredato da tentacoli optional, serve più ad attirare clientela in un negozio durante i saldi che ad ingenerare paura. Ma tant'è. In effetti era necessario lasciare il beneficio del dubbio a Sylvain White, regista del film, che la cosa, sapientemente rappresentata, potesse funzionare. 
Ma no, non funziona.
L'idea che le quattro amiche evochino lo spirito malvagio tramite una riproduzione di un video su YouTube non solo non convince, ma rafforza l'idea che, ad oggi, l'uso dei social nei film horror non è ancora un'opzione vincente ("Unfriended"). Fino a quando non si troverà la chiave di volta meglio ripiegare sul fascino retró del male, come d'altronde stanno facendo tutti da un bel pezzo, Jason Blum in primis (da "Insidious"[LINK] a "The Nun"). Tanto più se l'entità di turno si avvale comunque degli stilemi classici per terrorizzare: boschi, vecchie biblioteche, case buie e manicomi sono ben al centro del film.
Perciò risulta buffo assistere ad un paio di sequenze in cui Slender Man videochiama (con numero sconosciuto) la malcapitata di turno. Per non parlare poi della presenza di un personaggio che non appare mai durante il film se non per scambiarsi qualche messaggino in chat con la protagonista; funzionale a creare suspense e mistero, viene buttato in mezzo al film e, dopo aver monopolizzato l'atto centrale, viene liquidato in due parole senza che la sua presenza serva ad alcunché, se non confermare, dopo aver allungato il brodo, che Slenderman effettivamente vuole fare la pellaccia alle 4 sventurate, senza se e senza ma (per fortuna esistono ancora entità coerenti ed incorruttibili). 
Per il resto, beh, peccato, perché la trama qualche cosa di interessante lo proponeva e, tutto sommato, accogliamo a braccia aperte parte del finale. 
Ma come è diretto questo film? Già perché un horror anche solo godibile passa principalmente dalla sapiente mano del suo direttore. Tra buchi di sceneggiatura, dialoghi senza senso, contraddizioni e incoerenze varie, il film ha già un piede nella fossa. A ciò aggiungiamo una regia schizofrenica che provoca soltanto fastidio nell'alternare sequenze fotoniche e surrealiste (infarcite di frame subliminali) a rallenty dalla durata interminabile (Slender Man prendi me piuttosto!). Ci rimane qualche sequenza discreta qua e là (l'ombra di Slender Man, la presenza dell'entità solo percepita nel vento che passa attraverso gli alberi). 
Ce la faremo mica bastare? 
A proposito...qualcuno sa a che cosa cazzo serve il cancello in mezzo al bosco?


Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 24 settembre 2018

SPECIALE R&R (PARTE II): DAI RUGGENTI ANNI '20 A INGMAR BERGMAN

⟸Parte I                         Parte III⇒

Siamo partiti dalla fine, dal "Revenge" [LINK] di Coralie Fargeat che attualmente imperversa nelle nostre sale; ora però bisogna fare un balzo all'indietro, muoverci tra le pieghe della storia ed immergersi in una Hollywood in bianco e nero che soccombe agli scandali ed alle bollette. Sembra strano ma è solo volgendo lo sguardo così lontano che si può capire la nascita e l'evoluzione del filone cinematografico più ambiguo e discusso di sempre.
***
Siamo nei 60s, anni difficili per Hollywood. 
Il peplum "Cleopatra" sta mandando con il culo per terra un gigante come la Fox: scenografie colossali e costumi sfarzosi che aumentano di giorno in giorno. La Taylor che fa le bizze. 44 milioni di dollari spesi contro i 2 inizialmente previsti. 6 ore di film, ridotte a 4 contro il volere del regista Joseph Leo Mankiewicz. Ci vogliono un paio d'anni per rientrare della spesa ed iniziare a guadagnarci qualcosa, e ciò nonostante che il film sia un successo planetario clamoroso. E se alla Fox va di schifo non è che agli altri stiano meglio.
Oltre l'aspetto economico c'è una questione squisitamente cinematografica che trae origine da una tediosa storia, risalente ai ruggenti anni del proibizionismo, fatta di giudici, codici e morti.
Per prima arriva la Corte Suprema federale che nel 1915 esclude il cinema dalle tutele del I Emendamento. Ah gli States, la culla della libertà. Poi, a complicar le cose, giungono omicidi e scandali.
Il 5 settembre del 1921, durante una festicciola messa su dalla star delle comicità americana, il pingue Roscoe Arbuckle, muore la giovane attrice Virginia Rappe. Forse la causa è un mix letale di alcolici e stupefacenti. Forse la ragazza ha subito una violenza carnale. E' certo, se si considerano valide le parole del vice-medico legale di San Francisco, Micheal Brown, che ci sia stata un'attività di copertura con tanto di distruzione di prove. 
L'indiziato principale è Roscoe, monta lo scandalo e gli Yankee reagiscono a modo loro: alcuni inneggiano alla tanto cara pena di morte, i più estrosi decidono di impallinare tutti gli schermi su cui si osa proiettare le comiche di Roscoe.
I legali dell'attore in un primo momento si battono affinché l'accusa di omicidio volontario venga declassato a preterintenzionale. Poi, con l'inizio del processo, cambiano versione: Arbuckle non ha fatto nulla, anzi se guardate bene la storia è quella Virginia ad essere stata una poco di buono, una che andava con tutti. Se un omicidio non bastava, è il contorno a rendere ancor più disgustosi gli eventi.
La giustizia condanna in un primo momento Roscoe per omicidio e violenza carnale, poi si rimangia tutto e lo assolve. Seppure tornato ad essere un uomo libero, per Roscoe è finita: le folle lo odiano, la Paramount ha mandato al macero tutti i suoi film non ancora distribuiti e nessuna casa produttrice lo vuole. Arbuckle cade nell'alcolismo e, pochi anni, dopo muore d'infarto.
Poco dopo Virginia, è il febbraio del 1922, la morte bussa alla schiena dell'attore/regista William Desmond Taylor sotto forma di una pallottola. Seguono sospetti e chiacchiericci su numerose star dell'epoca. Anche qui nessun colpevole accertato. Ancora qualche mese e muore un'altra stella di Hollywood: Wallace Reid; la causa un amore troppo stretto con la morfina. 
Droga, morti sospette ed omicidi. 
Gli scandali si sa, richiedono delle risposte, ed i principali studi cinematografici decidono di ripulirsi la coscienza stilando dei regolamenti interni a cui attenersi; poi fanno di più, aderiscono volontariamente al Codice Haysinnovativo strumento che indica la strada da seguire per girare un film: niente sesso, nessun accenno a malattie veneree o devianze sessuali, niente omosessualità, niente alcol, droghe e violenza. Via dai cinema a stelle e strisce tutto ciò che è considerato immorale. 
I registi avrebbero dovuto ingegnarsi per non essere puniti dalla becera mentalità puritana.
Ecco cari lettori, vi chiederete il perché di questo salto indietro nel tempo. 
La risposta è semplice e per capirla bisogna fare nuovamente un passo avanti e ritornare ai tempi di "Cleopatra". Si lo sappiamo, la nostra è una narrazione fatta di semplificazioni e salti temporali che faranno storcere il naso a chi ne sa più di noi; ma non possiamo tediare ulteriormente quei quattro lettori che ci leggono.
Se il cinema americano, nel secondo dopoguerra, si ritrova imbrigliato nei legacci dell'autocensura e cade in un vortice di schemi ripetuti, quello europeo si rinnova profondamente. La Francia esporta quella meravigliosa creatura che è la Nouvelle Vague. L'Italia propone la sua commedia ed il neorealismo. Poi gente come Leone, Damiani, e Corbucci, liberano il western dalla retorica americana: al posto di eroi senza macchia trovavano spazio reietti che fanno della vendetta e della rivoluzione un ideale irriducibile. La corsa verso il west diventa una fotografia lurida, cadenzata da inimmaginabili esplosioni di violenza.
Il cinema del vecchio continente pulsa di vitalità e fa una concorrenza spietata. Poi ci si mette di mezzo anche la televisione che entra prepotentemente nelle case degli americani e sta per divenire la prima forma di entertainment.
Bisogna fare qualcosa per salvare Hollywood. 
Bisogna rinnovarsi.  
Arrivano opere che segnano il cambio di passo. 
"Il Laureato" che porta alla fama un Dustin Hoffmann che rappresenta un'intera generazione. "Gangster Story", firmato da quella vecchia volpe di Arthur Penn, che propone la violenza della società americana. E poi lui, "Easy Rider" [LINK], così carico della controcultura della contestazione, che ci lascia con un grido di rabbia bloccato nella gola e segna l'epilogo del sogno americano.
Poi, per mezzo di una noiosissima questione legale di cui non c'importa na sega, i produttori mandano a fanculo Hayes ed il suo codice. 
Hollywood finalmente osa: dà fiducia ad un'allegra combriccola di giovani registi/attori che sono cresciuti con il cinema europeo; tirano su, con pochi spicci, opere che fanno irrompere sulla scena la violenza, il sesso, la guerra e la demistificazione del mito americano. Nasce così il cinema d'autore americano, un' un'atmosfera creativa che sarà sintentizzata nel nome di Nuova Hollywood. Roba perfetta per il politicizzato pubblico giovanile americano. 
E' in questo clima che inizierà a muoversi il Rape and Revenge, sguazzando tra rednecks e tabù da sfondare, un percorso che asseta i palati più truculenti e, sopratutto, vuole mostrare il volto più disturbante della società occidentale. 
E' Curioso poi che il canovaccio dello stupro/vendetta provenga da un film del 1960 firmato da quel genio di Ingmar Bergman...
***
"La fontana della vergine-Jungfrukällan"(1960) di Ingmar Bergman:
«Ma tu vedi, Dio! Tu vedi, vedi la morte di un innocente, vedi la mia vendetta e non l'hai impedito. Io non ti capisco! Eppure adesso chiedo il tuo perdono».
-Töre-

Siamo nel 1960 ed il medioevo torna a splendere sulla pellicola in B/N.
Bergman per questi lidi ci era già passato tre anni prima con "Il Settimo Sigillo", film geniale che è molto di più di un uomo che si gioca le sue ultime chances di vita in una partita a scacchi con la morte. 
Ma torniamo a noi. E' il 1960 ed è il turno de "La fontana della vergine", la riproposizione di una leggenda del XIV secolo che ci conduce in una Svezia ancora in bilico tra paganesimo e cristianesimo.
Töre (Max Von Sydow), un ricco proprietario terriero, insiste affinché la figlia Karin porti dei ceri alla Madonna, come da tradizione. La giovane, accompagnata dalla Ingeri, serva pagana e disonorata, si mette in viaggio con il suo cavallo, per attraversare la foresta e giungere alla chiesa. Qui Karin incontra dei pastori che la irretiscono, violentano ed infine uccidono. Ingeri non ha potuto né voluto far nulla, bloccata dalla paura e dall'invidia che prova verso la giovane ragazza. Gli assassini, la sera, giungono nella casa del padre che scoprirà l'accaduto e mediterà vendetta.
Il dado era tratto. O meglio lo sarebbe stato nei primi anni '70. Wes Craven prenderà Karin, Töre e tutti gli altri, li porterà nella società dei giovani contestatori e dell'emancipazione femminile, e darà alla luce "L'ultima casa a sinistra": sarà il primo dei tanti figli, più o meno legittimi, dell'opera di Bergman.
Nella "Fontana della Vergine" c'è il plot del R&R. Non solo, anche la scelta stilistica fatta dal regista svedese è fondamentale: le violenze avvengono con un realismo impensabile per l'epoca, una potenza espressionista che ci piazza davanti un urlo di dolore disumano davanti agli occhi.
"La fontana della vergine", così come i futuri figliocci, è basico, lineare e brutale.
Poi però, la Vergine, vive anche di una profondità tipicamente bergmaniana, un susseguirsi di simboli scuri ed angoscianti in cui riecheggiano alcuni temi della sua narrazione:il rapporto tra l'Uomo ed un Dio lontano ed imperscrutabile, colpevolmente silenzioso dinnanzi al mistero del male; il solenne Töre che si purifica con un rito pagano, si trasforma in un giudice supremo ed aggiunge al finale quella crudeltà che non ti aspetti. Nel proseguo della sua filmografia, il male diverrà un mistero insondabile e si trasformerà in un ponte che condurrà Bergman verso l'assenza/abbandono di Dio. Ma questa è tutta un'altra storia [Continua...].

Bob Ft. Ismail

venerdì 7 settembre 2018

SPECIALE R&R (PARTE I): IL"REVENGE" 3.0

Dove è il bene?
Chi è il cattivo?
Negli anni '70 nasceva il rape and revenge, (forse) il sottogenere più ambiguo e discusso di sempre, che portò nelle sale americane quei bassifondi fatti di banditi e rednecks pronti a violare proprietà private, corpi e tabù.
Le sue trame semplici, quasi ridotte all'osso, hanno uno schema fisso: a) il rapimento di una ragazza da parte di un branco che la violenta; b) vendetta (della ragazza o di qualche suo caro nel caso in cui sia morta) contro gli stupratori. 
Roba da cinema d'exploitation, buona giusta per sollazzare i palati degli spettatori più truculenti. Forse, non solo.
Il R&R, in parte fuori fuoco ed esagerato, mostrava una nuova libertà espressiva nel cinema americano capace di osare e mostrare volti della società disturbanti come non mai; recepiva le esplosioni di violenza, i volti luridi e le fotografie sporche che avevano squarciato il cinema europeo.
Con questo post inauguriamo una rassegna sul genere partendo dalla fine, dal "Revenge" (2017) di Coralie Fargeat arrivato da poche ore nelle sale italiane.
***
TramaJen è la giovane amante di Richard, un uomo di successo che la porta con sé per un weekend in villa in mezzo al deserto. Le cose prendono una piega inattesa quando due amici di Richard, Stan e Dimitri, si presentano con un paio di giorni d'anticipo per la battuta di caccia che avevano organizzato. Il gruppo trascorre la sera insieme e Stan è profondamente eccitato dalla ragazza che lo provoca apertamente. Il giorno dopo, in assenza di Richard, Stan violenta Jen mentre Dimitri non fa niente per impedirlo. Al ritorno di Richard lei vuole giustizia ma lui le offre solo un risarcimento e quando la ragazza minaccia di raccontare della loro tresca alla moglie, lui non ci vede più e la getta giù da un canyon.

1) Quando il R&R è stiloso e vacuo:
Uscito a febbraio in Francia e a maggio in USA (diventando subito campione di incassi), con colpevole ritardo arriva questa versione 3.0 del R&R.
L'uscita del film è stata accompagnato dall'ormai consueta e roboante reclamizzazione sui social; per l'occasione si è scelto di far parlare i commenti, in aperta contrapposizione al film, di alcuni utenti (veri, fittizi o prezzolati che siano), sparati a tutto schermo. 
Andando a memoria fotografica, roba del tipo: «non potranno mai fare un film in cui una tipa è cool quanto un uomo» , oppure: «quando succedono questi episodi è perché la ragazza in questione se l'è cercata». Il tutto inframezzato in un trailer testosteronico, con la classica schitarrata ganza in sottofondo e titolo in ultramega neon.
È difficile stabilire quanto un'operazione di marketing di tale portata possa gonfiare l'hype generale, essendo ormai abituati ad ogni tipo di campagna promozionale più o meno aggressiva, ma tant'è.
Considerando che l'ultimo prodotto del genere R&R risale al 2012, ed è, esattamente, il remake di "Cane di paglia", c'era grande curiosità di capire in che modo potesse venire rappresentata una tematica del genere nell'epoca dei social. Difatti il remake sopracitato, così come quelli di "The last house on the left" e di "I spit on your grave" non si possono considerare una ventata di aria fresca e rinnovamento nel genere, essendo vincolati ad un soggetto non originale, ricalcato sia nel mood che nello stile. Tutto questo per dire che "Revenge" era, sulla carta, praticamente libero di fare il cazzo che voleva.
E lo ha fatto.
A visione ultimata si può dire che il film crea una netta cesura nel filone cinematografico in questione, adottando uno stile e un tono tutto suo, che ha ben altre connessioni e referenze rispetto ai predecessori.
Questo film è profondamente tarantiniano: non per la scorpacciata di violenza, anzi, ma per una questione di delirio egotico registico. 
Spieghiamo meglio. Se questo prodotto rientra nella categoria dei R&R, bisogna però dire che adotta uno stile assai pulp nella caratterizzazione dei personaggi: Jan (l'italianissima Matilda Lutz) è il prototipo della cheerleader in trasferta, sexy e stupida; Richard è il riccone maschilista, bullo e macho, convinto che il denaro possa comprare tutto e incapace di accettare qualsiasi intoppo; Stan e Dimitri gli altri due personaggi maschi? 
Stan ha uno sguardo da maniaco e lo sarà effettivamente nella prima mezz'ora, stante il ruolo di coniglio bagnato della seconda (forse una prova del fatto che il regista sia donna? Cioè una rappresentazione del porco stupratore come di un vile codardo capace solo di prendersela con una preda indifesa), Dimitri è semplicemente un ciccione rincoglionito.
E la violenza è Tarantiniana? Non proprio. 
Il film di Coralie Fargeat tipizza i personaggi, abbonda con il sangue ed esaspera le esplosioni di brutalità, ma lo fa con uno stile iperrealista, più vicino al Cronenberg di "A history of violence". Niente è trascurato, tutto è sotto la lente di ingrandimento della macchina da presa: che sia una goccia di sangue o di sudore, il torsolo bacato di una mela o il movimento di un insetto minuscolo.
Allora perché definire questa pellicola Tarantiniana? 
Semplicemente perché la violenza è strumentalizzata e piegata a un totale esercizio di stile registico. Diciamo che il film, non tanto materialmente, quanto CONCETTUALMENTE è Tarantiniano.  Dal punto di vista tecnico, nel lungo piano sequenza finale girato in steady cam, in cui la protagonista è a caccia di Richard, non si può non scorgere un parallelismo con alcune sequenze di "Pulp Fiction"; è evidente l'abuso di stile nella gran parte delle inquadrature, che appaiono molto ricercate, esasperate e, a tratti, sovrabbondanti (il primo piano insistito di Richard in moto nel deserto di notte; gli accennati dettagli iperrealisti su oggetti e animali; la doppia ripresa a 360 sulla protagonista). Lezione di regia che, peraltro, toppa in modo clamoroso nel raccordare alcune scene e nel gestire le ellissi temporali. Difficile poi non storcere il naso di fronte ad alcune soluzioni narrative poco realistiche e incongrue. La voglia di impressionare lo spettatore è tanta, ma gli scivoloni sono continui.
Tornando al discorso di prima, allo stesso modo si deve considerare Tarantiniana la presa di coscienza e la rinnovata risolutezza di Jen, che avviene attraverso un battesimo "fisico" all'interno di una grotta: siamo lontani dal realismo dei classici R&R, Jen non è soltanto un'eroina metaforica, si erge esplicitamente a icona pop (Mexican beer), una Lady kick-ass cazzuta e (inverosimilmente) armata fino ai denti. 
A tal proposito appare chiaro che qualsiasi rimando sociale/sociologico tipico dei R&R qui viene completamente sputtanato: Jen è presentata come la tipica ragazza vuota e frivola che usa e abusa del suo corpo per fare impazzire gli uomini, senza preoccuparsi delle eventuali conseguenze; un personaggio senza il minimo spessore psicologico (se non lo sguardo ingenuo e puro della Lutz) e spinto a forza, nella prima parte del film, verso lo stereotipo più becero
Jen istiga sessualmente e consapevolmente un multimilionario fedifrago, ma, non paga, fa lo stesso con i suoi due amici, ai suoi occhi perfettamente sconosciuti; come può, perciò, un film sensibilizzare alla violenza sulle donne quando si addobba di ogni luogo comune che, agendo in direzione contraria, sminuisca la causa?
"Revenge" è un film di evidente serie B che gode di un'ambientazione desertica suggestiva, più che azzeccata e inusuale nella tradizione dei Rape and revenge, e di una certosina realizzazione delle scene più gore. Per il resto c'è un po' di stile a buon mercato che, se ricondotto (appunto) ad una produzione di seconda categoria, dà un qualcosa in più all'intrattenimento, ma se portato in pompa magna, con tanto di fanfare e trombe, risulta essere pretenziosità non giustificata.
Insomma non siamo di fronte a un'opera autoriale o a un film tematico, ma semplicemente a un'ora e 50 di intrattenimento action con qualche asso nella manica, ma tutto è già troppo troppo visto. 
E per inciso: quando la smetteranno di fare trailer in grado di spoilerare tutto il film? 
Aridatece i trailer ingannevoli.

Habemus Judicium:
Bob Harris





2) "Revenge": ossia come una ragazza pon-pon può trasformarsi in Tomb Raider
Prima il successo in Francia, poi i botteghini sbancati negli States, finalmente "Revenge" arriva, seppur con un annetto di ritardo, nelle sale italiane; e diciamolo, nell'epoca dello streaming in cui tutto è così facilmente reperibile, è quasi paradossale parlare di questo film come di una vera e propria novità. Detto dei ritardi di una distribuzione non così attenta e della martellante campagna pubblicitaria, andiamo a vedere cosa è (e non è) questo R&R 3.0.
Riprendere un filone cinematografico che tanto ha fatto discutere negli anni '70 e che è stato oggetto negli ultimi anni di poche opere di rinnovamento (penso a quel frullato di generi che è il "Kill Bill" di Tarantino) e tante ciofeche (i remake dei classici), è un'operazione che non può che destare interesse.
Film come "L'ultima casa a sinistra" o "Non violentate Jennifer" hanno avuto il coraggio di disturbare il pubblico con uno smaccato realismo che ha comportato una presa di coscienza, tanto involontaria quanto dolorosa, allo spettatore. In quei film a disturbare non è tanto la violenza, che aveva sì una carica inimmaginabile per l'epoca, quanto la portata sociale che la messa in scena racchiudeva. La voglia di paragonarsi con questi offre spunti interessanti quindi, ma anche molti pericoli.
Mettiamo subito le cose in chiaro: "Revenge" ricalca il solito canovaccio stupro/vendetta, lo infarcisce di un'estetica nuova (che molto deve al cinema pulp) ed assurge allo stato di B-Movie. Niente di più, niente di meno.
I personaggi sono tutti stereotipati; lo è Jen, perfetta ragazza pon-pon da college americano, un corpo sexy come non mai ed una innata propensione all'apparire. Lo stesso dicasi per il compagno Richard, bello e ricco da far schifo, che crede di poter comprare tutto e tutti con i soldi. O per lo stupratore Stan, viscido e forte solo con i deboli. I loro caratteri sono bidimensionali e tagliati con l'accetta.
Nonostante ciò questo "Revenge" ha una sua anima: va dato atto alla Fargeat di seguire con forza e dedizione la propria strada.
C'è innanzitutto la ferma volontà di riappropriarsi del R&R e mettere al centro una supereroina in grado di prendersi tutta la scena e stupire. La vediamo fuggire dai suoi aguzzini, essere spinta in un canyon e ritrovarsi con un buco in pancia più grosso di quello che mise alle corde il Mr. Orange delle Iene. Ma lei resuscita cazzutamente, si trasforma in una novella Tomb Raider, meno prorompente, dai lineamenti dolci e certamente più interessante, che ha un solo obiettivo: impallinare quelle merde di uomini che le hanno fatto tutto ciò. E lo ammetto, la rabbia furente di Jen esercita un certo fascino.
"Revenge" è un film di contrasti. Lo è nei personaggi come si è detto, ma lo è anche nelle scelte tecniche: la fotografia è sempre alla ricerca di colori sparati; la colonna sonora, vero valore aggiunto del film, accompagna ottimamente Jen verso la fuga dalla casa con netti cambi di toni; la regia così iperrealista, indugia sul particolare putrido, si perde nei simboli e si movimenta sempre di più. E va detto, la Fargeat esagera: ci sono passaggi sovrabbondanti, ridondanti ed ai limiti del kitsch (si veda l'accoppiata uomo-animale in cui la regista si fa novella Eisenstein); si è evidentemente dimenticata l'antico adagio Less is more.
Mostra il fianco ma riparte e recupera nell'ambientazione, così inusuale nel genere: una maxi villa da esibizionista, immersa nel deserto; davvero suggestiva la scelta di questo spazio sconfinato fatto di una natura arcigna pronta a collassare sull'innocente che fugge.
E poi ovviamente c'è il contenuto, il messaggio che ci vuole mandare, funzione cardine dei nobili predecessori. Coralie Fargeat prova lo stesso percorso, questo è innegabile.
Nella prima parte del film ci dà in pasto il corpo femminile di Jen, metafora di come questo sia visto all'interno della nostra società (e nell'ambiente cinematografico). Poi mette in bocca a Richard frasi in cui riecheggiano quelle di "Non Violentate Jennifer"; lo stupro, nella sua mente distorta, diviene una semplice cazzata, risarcibile con il denaro e giustificabile: sei così dannatamente bellaè difficile resisterti.
Ecco qui sta l'essenza del film, peccato però che il messaggio appaia in parte annacquato.
Certo paga lo scotto di un percorso tracciato già 40 anni fa; su questo però non ci si può far niente. Ma non è il solo problema. "Revenge" paga la propensione violenta e gore, che se da un lato appare davvero ben eseguita, dall'altro sembra essere troppo fine a sé stessa: si è lontani anni luce dal finale grottesco e femminista di "Non Violentate Jennifer", pietra angolare del genere.
"Revenge" (forse) crede di essere un film rivoluzionario ma non lo è.
E' intrattenimento portato avanti degnamente, funziona e dà nuova veste ad un sottogenere che, negli ultimi anni, ha dovuto sopportare una lunga sequela di remake che si sono limitati a copiare (e male) lo stile degli anni '70.
Non è molto, ma neanche così poco [Continua...].

Habemus Judicium:
Ismail