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lunedì 21 maggio 2018

"A SERBIAN FILM" (2010) DI SRDAN SPASOJEVIC

Doveva rimanere un piccolo prodotto indipendente per il solo mercato interno.
Poi però giunse un festival di cinema e musica degli States, il South by Southwest, e successivamente la ben più prestigiosa proiezione al Festival di Cannes. E le eccessività di scene e narrazione non potevano che far divenire "A Serbian Film" un caso mediatico. L'impressione fu di trovarsi dinnanzi ad una di quelle pellicole che ambiscono a spostare in avanti il confine tra ciò che è eticamente accettabile e ciò che non lo è.
Il risultato? Il film è stato bandito, censurato e tagliuzzato in molto paesi, ed in patria ha portato all'apertura di un'inchiesta ufficiale per valutare la presenza di reati contro la morale pubblica.
Ma cos'è questo "A Serbian film"? Una macelleria eccessiva, furba ed eticamente inaccettabile? Oppure, come ha tenuto a dire il regista Spasojevic, una riflessione allegorica sulle angherie che la politica serba ha perpetrato sul suo popolo prima e dopo la disgregazione jugoslava?
Il protagonista, Milos, è un ex divo del cinema porno; ha lasciato il set per garantire una vita serena e normale alla moglie ed al figlioletto. Giunge però una proposta che non si può rifiutare. Vukmir, un bizzarro regista hard, gli propone un ultimo ritorno alle scene, promettendo una quantità di denaro inimmaginabile, una di quelle cifre che può far vivere il resto dell'esistenza tranquillamente. C'è solo un particolare, il pornostar non può sapere nulla della sceneggiatura; in scena deve essere sé stesso, il film mira alla realtà. Ben presto Milos si renderà conto di trovarsi dinnanzi ad un'organizzazione spietata ed assetata di violenza, e lui si vedrà costretto a prendere parte ad uno snuff-movie.
Poco più di un'ora e mezza di film che ti stendono. Spasojevic ci martella la testa sfondando i tabù sessuali della nostra società. In ogni scena si crede di aver raggiunto l'apice, poi però giunge una nuova inquadratura che fa crollare ogni speranza. Si è assaliti da un profondo disagio, datoci da immagini che più crude non si può, e dal piano psicologico della narrazione che ci propone una sete di un potere della quale si rimane inesorabilmente vittime. E' l'esercizio dell'anarchia del potere, un dominio che prende pieno possesso dei corpi e fa di essi ciò che vuole; ed in questa anarchia la sessualità maschile deflagra in una furia sui corpi dei più deboli, un patriarcato/maschilismo portato alle estreme conseguenze e massificato nella pornografia.
Il film funziona per alcuni tratti. La regia pulita dalla veste glam, i buoni effetti speciali, la fotografia mutevole e la colonna sonora minimale, incorniciano degnamente gli squilibri narrativi e contribuiscono alla resa dell'inquietudine. Così come azzeccato il gioco sui piani temporali.
Che poi "A Serbian Film" sia realmente un film con cui mostrare l'introiezione della violenza della guerra civile e di un esercizio del potere abominevole sulle parti deboli della società, viene più di qualche dubbio; a parte qualche pseudo divisa attorno al set o un discorso programmatico di Vukmir, non ci sono altri riferimenti. E questa sensazione sembra essere suffragata dall'inserimento di trovate narrative decisamente sopra le righe, che spezzano il necessario minimalismo e danno la sensazione di star lì più per destare scandalo e clamore.  E se questo risultato sia figlio di ciò o dei demeriti di un regista non in grado di maneggiare cosi tanta carne sul fuoco, non lo sapremo mai.
"A Serbian Film" è un'opera sconcertante, istintivamente repulsiva e schifosa. Può aprire a valutazioni più meditate grazie ad alcuni spunti intelligenti (chissà poi quanto realmente voluti) in buona parte annacquati, imbrigliati ed indeboliti da una eccessiva voglia di mostrare tanto per; non sono pochi i passaggi che si potevano tranquillamente evitare.
Un consiglio per i ragazzuoli/e che abbiano voglia di avventurarsi in questa visione: presentatevi davanti allo schermo a stomaco vuoto, perché questa visione può risultare indigesta.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 11 dicembre 2017

L'ANGOLO DEL CULT #3: "EASY RIDER" (1969) DI DENNIS HOPPER

« Una volta questo era proprio un gran bel paese, e non riesco a capire quello che gli è successo »
-George Hanson-

E via con un trip da acido in un cimitero. 
La macchina da presa si fa occhio soggettivo e, sostenuta da un montaggio psichedelico in cui si alternano brevi fotogrammi, travalica i normali canoni portandoci dinnanzi ad una scena allucinata e sacrilega.
C'è poco da fare, "Easy Rider" (1969) di Dennis Hopper, vincitore nel tripudio generale della Palma d'Oro al Festival di Cannes, fu il film giusto al momento giusto: pur imperfetto, si impose come vero e proprio spartiacque nella cinematografia made in USA, spalancando definitivamente le porte alla Nuova Hollywood. Per capire il ruolo di questa pellicola e del perché sia divenuto un mito intergenerazionale, si deve però fare un piccolo passo indietro e vedere il contesto in cui si mosse il buon Hopper. 
Hollywood era in crisi nera. Le produzioni cinematografiche avevano raggiunto costi insostenibili ed anche un gigante come la Fox rischiò di chiudere bottega a causa del colossale peplum "Cleopatra". 
A complicare le cose ci avevano pensato i registi europei. La nouvelle vague francese ed il cinema italiano con il neorealismo e la commedia, avevano rinnovato profondamente il linguaggio cinematografico dando vita ad una concorrenza spietata. 
Si aggiungeva a ciò il codice Hays, un regolamento interno alle case di produzione che imponeva una sorta di censura preventiva. Niente violenza, niente sesso, niente droga, il cinema doveva rassicurare il suo pubblico e farlo arrivare al più rincuorante happy ending
E proprio quando tutto sembrava essere finito e la televisione stava diventando la prima forma di entertainment delle famiglie americane, arrivò la svolta: una gragnuola di giovani attori e registi irruppero sulla scena e le case produttrici, come ultimo colpo di coda, gli diedero fiducia, concedendo loro qualche spiccio e spazi di manovra più ampi rispetto ai colleghi più anziani. 
Il simbolo di questo strappo, avvenuto in modo più graduale di quanto si possa immaginare, è "Easy Rider", vero e proprio catalizzatore di quella nuova corrente cinematografica che aveva visto i suoi prodromi ne "Il Laureato"(1967) ed in "Gangster Story"(1967). 
La trama è delle più semplici. 
Due ragazzi, Wyatt (interpretato da Peter Fonda) e Billy (Dennis Hopper) trasportano un carico di cocaina dal Messico agli USA e con i ricavi acquistano due moto chopper. Il loro obiettivo è attraversare il paese, un viaggio dalla California a New Orleans dove andare a festeggiare il carnevale. 
"Easy Rider" è il film on the road per eccellenza, dove il classico tema del viaggio viene mescolato con la controcultura esplosa con la contestazione giovanile del '68. 
Quella di Wyatt e Billy è una fuga dal sapore di libertà, il ripudio di quella società borghese, votata anima e corpo al profitto, pronta a calare in ogni momento la maschera del perbenismo per scatenare la propria violenza verso il diverso (i protagonisti del film sono invisi all'uomo comune, modi di vivere, comportarsi e vestirsi non inquadrabili negli schemi comuni e perciò considerati deprecabili). E' l'epilogo del sogno americano, suggellato da un un finale che lasciò, e lo fa tutt'ora, gli spettatori ammutoliti con un grido di rabbia bloccato nella gola. Una cavalcata epica accompagnata dalla bellezza dei paesaggi naturali, fotografati da Laszlo Kovacs, e dall'esplosiva colonna sonora che va dai Byrds ad Hendrix fino alla grinta blues degli Steppenwolf.
"Easy Rider" mostrò un modo nuovo di fare cinema.
Un film indipendente, con un budget ridotto all'osso, girato fuori studio, che si avvaleva di giovani attori (tra cui un Jack Nicholson ancora semisconosciuto) e distribuito nei circuiti alternativi. Una storia originale in grado di dialogare con il politicizzato pubblico giovanile e che mostrava con forza una realtà socio-politica percorsa da droghe, violenza e sesso. Il nuovo cinema d'autore americano si faceva largo, niente (o quasi) sarebbe stato più come prima.

Habemus Judicium:
Ismail

giovedì 16 novembre 2017

"MORITURIS" (2011): IL NON CINEMA DI RAFFAELE PICCHIO (PARTE II)

Papparappappapà! 
Si apre la seconda parte dello speciale sul cinema di Raffaele Picchio e abbiamo deciso di farlo con un bello squillo di trombe, proprio come si aprono i titoli di testa del suo lungometraggio di esordio: "Morituris". 
Davvero particolari come titoli di apertura, un misto tra musiche da sceneggiato peplum anni 70' della Rai e illustrazioni cruente di scenette con protagonisti i gladiatori; crea un effetto bizzarro, ma forse riuscito. Ma prima ancora dei titoli si assiste all'incipit in cui vediamo, tramite una ripresa in soggettiva con effetto sgranato da super 8 (perché poi? Non si tratta di un found footage), una famiglia che viene brutalmente sterminata da alcune presenze oscure. Il pallone, con il quale giocava il pargolo neo-trapassato, finisce davanti a un epigrafe, recante la scritta Hic Sunt Leones
E qui cominciamo già con le puttanate dal momento che, pare storicamente accertato, che tale espressione sia un falso storico attribuito alle cartografie romane e, tantomeno, venisse scolpita su pietra. Ma vabbe', una qualche licenza artistica la si deve riconoscere al cinema, specie quello di genere, che non ha, di norma, pretese di filologia storica. 
La trama del film vede tre ragazzi romani in macchina con due ragazze russe in viaggio verso un rave party, che si dovrebbe svolgere in una zona nei pressi di Roma. 
La prima, interminabile, fase del film si svolge dentro questa macchina. È un continuo profluvio di dialoghi plastificati e battute penose, recitate malamente dai tre allegri ragazzotti: c'è il coatto sottotono, poi c'è il logorroico brillante/pedante e un terzo qualsiasi. Poi ci sono le due ragazze russe, ovvero due ragazze italiane che recitano la parte di due russe trasgressive, o almeno così sembra. 
A un certo punto la trama viene incontro allo spettatore e lo solleva dalla straziante tortura: finalmente il gruppo arriva nella zona del rave. Un'altra secchiata di battute micidiali e, intanto, si è fatta notte. I tre italici, con una scusa, prendono i cellulari delle due ragazze russe. Poi il tipo anonimo si apparta con una delle due, mentre il coatto e il logorroico continuano a ridere e scherzare con l'altra. I due piccioncini appartati si abbracciano, frasi sussurrate e concupiscenti riempiono l'aria, sale la tensione sessuale, l'atmosfera si addensa di eros e...e...all'improvviso il maschio italico la chiama "puttana", la percuote e la costringe a un lavoretto di bocca. 
Cambio scena: il coatto e il brillante percepiscono il segnale e cominciano a picchiare e violentare l'altra povera sventurata. La scena di per sé è abbastanza esplicita (difatti sottoposta a pesante censura in alcune versioni del film) potrebbe essere disturbante, MA non lo è.
O meglio, non è così disturbante. 
Questo perché nel presentare allo spettatore i personaggi e portarli fino al momento X, Picchio non ha sparso alcun elemento che potesse accrescere un senso di inquietudine durante la visione, per poi esplodere nella violenza efferata: se non si costruisce un clima di sottile e impercettibile pericolo, il cambiamento folle e improvviso dei tre protagonisti maschi risulta, non solo privo di shock, ma anche abbastanza buffo. 
Vediamo tre ragazzotti, all'apparenza innocui e sfigatini, trasformarsi, in uno schiocco di dita, in spietati e risoluti sadici. Questa discrasia tra il prima e il dopo crea un contrasto totalmente innaturale. Poniamo che al posto dei tre ci fossero stati Topolino, Pippo e Paperino, cioè tre macchiette buffe e scanzonate. Il regista li riprende mentre danno vita alle loro classiche scenette comiche e, nel giro di un attimo, li vediamo esplodere nella violenza più cieca e brutale. 
Non sono credibili! 
Ma, se una regia attenta si fosse premurata di spargere, quà e là, piccoli indizi della loro follia, chessó un primo piano di Topolino con uno sguardo inquietante, allora quell'inconscio senso di disagio si sarebbe insinuato nello spettatore fino al climax esplosivo dell'aggressione.
Senza scomodare Hitchcock, un esempio calzante di abile costruzione della tensione, è il film "Invitation"[LINK]. Si prenda appunti.
Ma il film si chiama "Morituris" ed infatti, dopo tutta questa violenza appena descritta, arrivano i gladiatori. E questa si rivela essere un'idea interessante: tra i soliti mostri triti e ritriti, di cui abusa il genere horror (prassi sapientemente perculata in quella perla di "Quella Casa nel Bosco"), introdurre la violenza primordiale e senza volto di un manipolo di gladiatori morti è un esperimento apprezzabile.
Anche qui, però, siamo di fronte a un peccato che.
I gladiatori arrivano nel bel mezzo dell'esplosione di violenza di cui sopra; sono anche loro dei cattivoni che non provano pietà per nessuno dei protagonisti, tanto quanto i tre folli maschi italici. Perciò quale sarebbe di preciso la loro funzione? Aggiungere violenza alla violenza?
Lo spettatore in questo momento si sta, più o meno, identificando nelle due ragazze russe e perciò ha già identificato nei tre ragazzi la minaccia.
Che scossone emotivo provoca l'aggiungere un ulteriore minaccia? Nel raddoppiarla?
Nessuno, semplice!
Perciò c'è una svolta narrativa, ma la trama prosegue su una linea enfatica piatta e costante, nonostante l'introduzione dell'elemento paranormale.
Sarebbe stata cosa diversa se, ad esempio, uno degli stupratori fosse stato tratteggiato come personaggio complesso, umano, in cui lo spettatore si possa identificare e per il quale possa anche fare il tifo nel momento in cui si debba salvare la pellaccia dai gladiatori.
A fine film giunge una scena epocale: il brillantone sta scappando dai gladiatori, nel clima convulso successivo al loro ingresso, e legge l'epigrafe con la dicitura "Hic Sunt Leones". Questo particolare non è da poco, perché capisce che il gruppo di gladiatori assassini che lo insegue è in realtà... Un gruppo di gladiatori assassini (dell'antica Roma).
E questo lo capisce perché ha fatto il LICEO CLASSICO.
Ottima preparazione e 10 lode!
Purtroppo non potrà godere del meritato voto perché i gladiatore steccano tutti e li crocifiggono sulla statale. Arriva in soccorso degli stupratori Francesco Malcom e vede la scena.
Si Francesco Malcolm, il porno attore che qui ha la parte di un sadico erotomane che gioca a fare gerbilling con le donne solo per il gusto di.
Ovviamente recita da cani (nelle scene al telefono sta chiaramente leggendo il copione o almeno recita come se lo leggesse) roba che in confronto il suo monologo alla Lucarelli nel video "Blu Porno", dedicato a Forza Chiara da Perugia, merita un Oscar.
Picchio ci regala un omaggio al massacro del Circeo con un po' di fetish qua e là e riferimenti a pop a Britney Spears (sigh), che ha qualche potenzialità espressa ma molte ingenuità e voragini da prima opera.
Siamo sicuri che avrà modo di mostrare il suo talento con il prossimo film.
Ovviamente non è vero un cazzo, perché veniamo dal futuro e abbiamo già visto e recensito "Blind Kind" [LINK] (2016) eheheh.
Diciamo... Beh...Meglio "Morituris".

Habemus Judicium:
Bob Harris

giovedì 27 aprile 2017

"SALO' O LE 120 GIORNATE DI SODOMA": L'ANARCHIA DEL POTERE

 «Non c'è niente di più contagioso del male»
-L' Eccellenza- 
    
"Salò o le 120 giornate di Sodoma" è l'ultima opera girata da Pier Paolo Pasolini prima di essere trucidato sul litorale romano, il film che avrebbe dovuto aprire la trilogia della morte.
Proiettato in anteprima al Festival di Parigi il 22 novembre del 1975, tre settimane dopo la sua morte, giunge in Italia solamente nel gennaio dell'anno successivo rimanendo in sala solo per pochi giorni. Il motivo? Si aprono 31 contenziosi giudiziari a carico della produzione che dovrà rispondere di numerose ipotesi di reato, tra le quali quelle di oscenitàcorruzione di minori. Come inevitabile corollario giunge il sequestro della pellicola che sarebbe tornata nei cinema solamente il 10 marzo del '77.
Le vicissitudini non finiscono qui.
L'11 marzo un gruppo di neofascisti romani, tra i quali il NAR Giusva Fioravanti, fanno irruzione e devastano il Rouge et Noir, cinema romano che ha in programmazione il film.
Segue un nuovo intoppo processuale. Il 6 giugno, un pretore di Grottaglie, con un provvedimento d'urgenza, pone sotto sequestro "Salò" che allontanerà il film dalle sale sino al 1985.
"Salò" ha ottenuto una lentissima riabilitazione e solo nel 2000, in ricordo del 25° anniversario della scomparsa di Pier Paolo Pasolini, viene trasmesso per la prima volta in Tv su un canale a pagamento di "Stream". Ad oggi resta ancora inedito sulla TV italiana in chiaro.
L'ultimo capolavoro di Pasolini fu una sfida lanciata alla censura ed alla morale italiana.

La discesa nell'inferno del Marchese de Sade
«Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno. Siete fuori dai confini della legalità. Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui. Per tutto quanto riguarda il mondo, voi siete già morti» 
-Il Duca-

"Salò" è la trasposizione cinematografica de "Le 120 giornate di Sodoma", un romanzo libertino di fine '700 del Marchese de Sade, opera imperniata sulla descrizione delle perversioni sessuali, dell' empio e dell'assurdo, della prevaricazione di un uomo su un altro.
L'ambizioso e complicato progetto viene partorito dalla mente del regista romano Sergio Citti, il quale decide di avvalersi della collaborazione di Pasolini e Pupi Avati (quest'ultimo non inserito nei crediti del film per controversie con la produzione) per la stesura della sceneggiatura. I lavori preparatori sono lunghissimi, interi pomeriggi trascorsi attorno ad un tavolo in un appartamento in via dell' Eufrate a Roma, a rileggere i passi dell'opera ed a stendere le bozze per la sceneggiatura.
Il progetto, in questa primissima fase, sembra però naufragare; Citti perde le sue convinzioni iniziali, non crede di potercela fare. E' un progetto troppo complesso e controverso.
Trascorre un po' di tempo e Pasolini ci pensa su. E' una storia troppo potente, sia nelle immagini che nel significato, per essere abbandonata: "Le 120 Giornate" diventano cosa sua.
Nella sceneggiatura definitiva l'intellettuale bolognese apporta due importantissime modifiche al testo originale. Attualizza l'ambientazione ponendo la storia in un momento non precisato del 1944 nei territori della Repubblica di Salò. Prendendo ispirazione dall'impianto dantesco della "Divina Commedia", struttura la narrazione in percorso verticale attraverso cui mostrare la discesa nella perversione; divide così "Salò" in 4 gironi: l'Antiferno, il Girone delle manie, il Girone della merda e quello del sangue.
La storia è semplice e geometrica.
I protagonisti sono quattro uomini di potere: il Duca, il Vescovo, il Presidente della Corte d'Appello ed il Presidente della Banca Centrale; questi vogliono costruire piccola comunità in una villa di campagna lontana dagli occhi indiscreti, dove poter liberare le pulsioni sessuali più infime ed atroci.
Incaricano così alcuni soldati, appartenenti alle SS ed all'esercito della Repubblica Sociale, di stanare e rapire ragazzi/e di famiglie antifasciste residenti nella zona di Marzabotto(1). Tutti i giovani catturati devono essere portati dinnanzi alle quattro autorità per essere selezionate accuratamente.
Il Duca, il Vescovo, il Giudice ed il Presidente chiamano quattro megere, quattro anziane prostitute, che con i loro racconti nella sala delle orge devono guidare i signori ed i ragazzi catturati verso l'eccitazione sessuale. Ogni girone diventa un saggio sulla perversione, un nuovo insegnamento da apprendere e mettere in pratica.
La costruzione della nuova società è scientifica, niente è lasciato al caso.
I ripensamenti non sono più ammessi ed i signori si legano per sempre tra di loro: si scambiano le rispettive figlie e le prendono in moglie, trasformando le giovani in schiave.
Ideano un codice giuridico: i signori, per tutto il soggiorno, potranno disporre liberamente della vita e del corpo dei giovani catturati. Per i ragazzi non resta che dar loro la piena obbedienza. Non è permessa a loro alcuna implorazione di perdono, nessuna preghiera disperata da fare ad un qualche dio. La pena è un'atroce morte.
Pasolini ci porta in un inferno fatto di abusi sessuali, sesso e coprofagia, in cui il mondo libero non è più possibile.
***
Giunti a questo punto, cari lettori, vi proponiamo due nostri commenti al film, due visioni che avranno probabilmente dei punti in comune (e di questo ciascuno di noi se ne rammarica visto che ci stiamo abbastanza sulle palle a vicenda).

L'anarchia al potere (1°commento):
Un affresco dell' anarchia del potere. Questo è "Salò o le 120 Giornate di Sodoma".
Un pezzo di storia di Italia, la più buia ovviamente, anche se dipende sempre da che punto la si guardi, la faccenda. Ma coloro che gradiscono mirare la storia da una certa ottica, diciamo, nostalgica, coloro che invocano un passato glorioso e prosperoso, ed iconificano taluni personaggi, forse dovrebbero dare un occhiata a questo film. La mia frase è pleonastica, non mi aspetto certo che un idiota siffatto possa capire alcunché.
Ad ogni modo la parentesi oscura della Nostra Storia è dietro l'angolo e la forza nichilista del film di Pasolini non perde vigore neanche a distanza di decenni.
Possiamo cercare qualsiasi sottotesto, rimando, allegoria, citazione ecc., ne avremmo da sbizzarrirci; già solo un confronto filologico con De Sade è di primaria importanza.
Il film è strutturato in modo speculare al libro e le tematiche sessuali/estetiche/edonostiche riflettono chiaramente la visione del sommo marchese. Motivo per cui non manca una parte di puro divertissement (vi confesso che, rivendendolo a spezzoni a distanza di anni per stendere queste quattro righe, mi è balzato all'occhio proprio questo aspetto).
Che poi non è cosa così accessoria. Epurando per un momento il film dalla sua sacralità, lo si apprezza per la sua genuina ed entusiasta esposizione del campionario di perversioni tanto care a De Sade, da sempre e per sempre suo marchio di fabbrica.
Gli intermezzi coloriti di una navigata baldracca scandiscono i tempi del film: i suoi racconti incuriosiscono lo spettatore non meno di quanto incuriosiscano i quattro poteri.
Dicevamo delle tante chiavi di lettura a cui si presta l'opera. Fondamentalmente però ciò che, secondo me, si pone al centro dell'analisi è la potenza delle immagini.
Personaggi grotteschi (resi ancora più tali da attori non professionisti e poco espressivi) inseriti in una cornice formalmente maestosa: la messa in scena è totale eleganza e simmetria.
La nudità e la sessualità, ancora più che in un'opera, per citarne una, come "Non Violentate Jennifer (I Spit On Your Grave)" viene ridotta ad atto meccanico e inanimato, privato di qualsivoglia componente erotica, ridotto al banale e inespressivo.
Ciò che appare sullo schermo crea una discrasia tra l'immaginario sessuale comune e il rigoroso e freddo formalismo della sua rappresentazione: in una parola, straniante. Corpi mercificati e mandati al macello: allo spettatore non viene risparmiato alcuno scempio, sevizia, umiliazione.
Che il potere sia rappresentato da un governo fascista o una società di massa che impone uniformazione e annichilimento del pensiero e spersonalizzazione nei rapporti umani, non fa differenza. Siamo indifesi e in balia del più forte. Il potere è anarchico.

Habemus Judicium:


Bob Harris
                                                                                                                                 

L'allegoria di Pasolini (2° commento):
Un film violento, terrificante, spaventoso e rivoltante.
Prepararsi alla visione del film, sapere quello che ti attenderà non serve a nulla.
Una sequela di immagini che mai penseresti di trovare impressa su pellicola.
10 minuti finali, l'apice del "Girone del sangue", sono al limite del sopportabile.
Ma si rimane lì, a sbirciare da una finestra torture e soprusi, complici del loro voyeurismo.
"Salò" è tremendo e magnifico al contempo, un impatto visivo da cui non ci si può distaccare, calpesta la lucidità e conduce ad una presa di coscienza indesiderata.
Il film è una discesa nella malattia, un percorso rigoroso, formalistico e (quasi) del tutto privo di un'analisi psicologica dei personaggi.
"Salò" è ambientato nel 1944 nella RSI, ma come lo stesso Pasolini ci tenne a precisare poco prima della sua morte, lo si sarebbe potuto collocare in un qualsiasi momento della storia.
Il fascismo è solamente una tetra allegoria, un espediente narrativo con mostrare le devianze di ogni potere; quella di Pasolini è una lucida e drammatica analisi delle oscenità e dell'anarchia del potere (2), una furia che colpisce corpi inermi, imprime la sua forza sull'individuo, lo appiattisce (si veda della scena dei ragazzi/e al guinzaglio) e gli impone nuove necessità.
Ed il Pasolini di "Salò" è quello di "Petrolio" e del siamo tutti in pericolo. Non c'è speranza, il sesso (ed il corpo), espressione di una forza eversiva/vitale irriducibile dal potere, diviene oggetto di dominio e prevaricazione.
Quella di "Salò" fu un'accusa precisa e circostanziata. Pasolini era prima di tutto uno scrittore, le cose le intuiva, le osservava, le comprendeva. Sapeva ed era pronto ad accusare ancora.
Ma è stato abbandonato dalla società italiana su quella lurida spiaggia.
Il mondo "uccide imparzialmente i molto buoni e i molto gentili e i molto coraggiosi" e sarà sempre pronto a farlo.

Habemus Judicium:

Ismail
                                                                           
                                                                                                             



Note:
(1) La scelta di Marzabotto ha un valore altamente simbolico. Il paese fu uno dei più colpiti dall'eccidio di Monte Sole (conosciuto impropriamente come eccidio di Marzabotto), dove tra il 29 settembre ed il 5 ottobre del '44 vennero rastrellate ed uccise 770 persone dalle forze nazifasciste.
(2) Cfr. "La dialettica dell'illuminismo" di Adorno e Horkheimer, dove in uno dei saggi, dal titolo "Juliette, o illuminismo e morale", i due filosofi affrontano anche la figura del marchese de Sade. 
In quest' opera l'illuminismo, ossia il pensiero razionale moderno, viene descritto come l'imposizione di una forza (la volontà di potenza) manifestata ed esercitata da un elitè di potere. Il marchese de Sade rappresenterebbe secondo Adorno ed Holkheimer l'altra faccia dell'illuminismo (contrapposta a quella garantista e liberale di Kant) che avrebbe comportato la supremazia assoluta dell'individuo e del suo potere al punto da emanciparlo da obblighi morali e normativi; in altre parole l'esercizio del potere si delineerebbe come manifestazione di una quasi anarchia.

venerdì 14 aprile 2017

L'ANGOLO DEL CULT #1: "CANNIBAL HOLOCAUST" (1980) DI RUGGERO DEODATO


In uno speciale sul cinema splatter scritto tempo fa, Saw e i suoi fratelli: che la mattanza abbia inizio (link), citammo un po' di film, tra i quali l'italiano "Cannibal Holocaust", opera del 1980 del regista lucano Ruggero Deodato
"Cannibal holocaust" rientra nel filone del cannibal-movie, un sottogenere dello splatter legato alle tematiche del cinema di avventura e talvolta portato, in curiosi ed originali progetti, nell'alveo dell' erotico/porno (un esempio su tutti "Emanuelle e gli ultimi cannibali" di Joe D'amato).
Questo sotto-genere nasce e si sviluppa in Italia a partire dagli anni '70 ed a fare da apripista è "Il paese del sesso selvaggio" (1972) di Lenzi (il quale tornerà sul genere nel 1980 con "Mangiati vivi") dove si vede la prima scena di cannibalismo.
Il cannibal-movie, a prescindere dai gusti personali, è un'innovazione importante per il genere horror, lo allontana dalle tipiche ambientazioni notturne, portando la violenza e l'orrido ad una piena esposizione visiva.
Il film di Deodato è, a torto o ragione, il più celebre del lotto, una pellicola da alcuni considerata un vero e proprio cult, da altri un'esposizione gratuita di violenza infarcito di razzismo e imperialismo, reso oggetto di culto più dalle censure che subì (tagliato pesantemente in oltre 50 paesi, bandito in Sud Africa, Regno Unito, Filippine ed Islanda) che da pregi cinematografici.
Fatta questa doverosa premessa passiamo al film.


Il viaggio nel "Cannibal Holocaust":
Iniziamo dalla storia.
Quattro giovani reporter si recano in Amazzonia per girare un documentario per la TV sulle tribù che praticano il cannibalismo. Trascorrono 6 mesi dall'inizio della spedizione e di loro non si ha più alcuna notizia.
Un antropologo newyorkese, Harold Monroe viene messo a capo di una spedizione, ed assieme a due guide locali, si addentra nella foresta per far luce sulla misteriosa scomparsa.
Monroe incontra belve feroci, tribù cannibali e tracce inquietanti che lasciano presagire qualcosa di tremendo. Attraverso un impervio percorso si giunge al ritrovamento dei giovani, delle loro attrezzature e di tutto il materiale girato.
Si apre una la discesa verso un'eccitazione malata mostrata nei più minimi particolari: villaggi incendiati, animali squartati, torture, abusi, stupri ed omicidi a danni degli indios. Si apre il "Green Inferno"di Deodato.
Il tessuto narrativo di tutta la seconda parte del film si basa sulla visione del materiale girato recuperato; siamo dinnanzi ad un mockumentary, espediente narrativo che anticipa di quasi 30 anni l'idea del celebre "The Blair Whitch Project" (1999). 
La metodologia seguita da Deodato è ingegnosa.
Per rendere il falso documentario più reale possibile, gira tutte le scene con la telecamera a mano, e, al posto della pellicola a 35 mm usata per il resto del film, opta per una meno cinematografica da 16 mm (1). Non ancora del contento del risultato prende le pellicole le butta a terra, le calpesta e le graffia.
L'obiettivo di Deodato è uno solo: trasformare la finzione cinematografica in una storia vera.
C'è di più, gli attori che muoiono nel film, per contratto, devono stare per un po' di tempo lontane dai riflettori: tutto deve essere il più credibile possibile.
A tutto ciò si aggiunge un'intensa campagna pubblicitaria con slogan promozionali ad effetto: «Avvertimento, gli uomini che vedrete mangiati vivi sono gli stessi che hanno filmato queste incredibili sequenze»; «Cruel * Barbaric * Authentic»; ed ancora, «in 1979 four documentary filmmakers disappeared in the jungles of South America while shooting a film about cannibalism... Six months later, their footage was found».
Il gioco del regista funziona. Pure troppo.
Ad alcuni sorge il dubbio che il film possa essere uno snuff movie ed in men che non si dica dai giudizi sul valore estetico della pellicola si passa ad una discussione dai toni sempre più surreali.
Nel Regno Unito il film viene inserito in una black list che ne impedirà la distribuzione per molti anni.
A Bogotà Deodato rischia il linciaggio. Il fonico del film, forse per farsi pubblicità, forse per scherzo, afferma che "Cannibal Holocaust" è una pellicola girata per denigrare la cultura degli Indios. Non contento rincara la dose descrivendo il regista lucano come un pazzo sanguinario che ha fatto realmente uccidere dei nativi sul set per rendere le riprese più veritiere.
Risultato: durante una festa Deodato è costretto a fuggire, rincorso da alcuni colombiani presenti. Si ripara in una fattoria per una settimana e scortato da un boss locale, prima con un'auto corazzata, poi con un elicottero, giunge all'aeroporto più vicino dove prende il primo aereo per Miami.
In Italia si apre un processo a carico del regista e dei produttori, i quali si vedono costretti a portare in tribunale gli attori assassinati per dimostrare la finzione cinematografica.
Deodato e soci si devono poi difendere dall'accusa di torture e sevizie su animali.
Tra questi una tartaruga gigante protagonista di una delle sequenze più brutali della cinematografia: la testuggine viene trascinata fuori dal fiume dai documentaristi che, in stato di eccitazione, la sventrano. Immagini reali queste.
La giustificazione? Sono riprese di valore documentaristico. Si rappresenta, spiega Deodato al giudice, niente di più di quello che le tribù locali fanno quotidianamente. A suffragare questa posizione il fatto che sia gli indigeni presenti sul set, nonché alcuni dei componenti della troupe, abbiano mangiato tutti gli animali uccisi.
Fatto sta che si devono attendere quattro lunghi anni prima che la Cassazione ponga fine alla storia assolvendo gli imputati, riabilitando la pellicola e facendola finalmente giungere nelle sale cinematografiche. Il lungo lasso di tempo trascorso ed il nugolo di proteste avevano però fatto perdere interesse alla pellicola ed allontanato il pubblico dalle sale. In Italia "Cannibal Holocaust" fu un mezzo flop. All'estero un successo clamoroso.
Un carnaio di polemiche, un processo e tante censure.
Ma cos'è in realtà "Cannibal holocaust"?
E' davvero, usando le parole di dizionari e della critica, una violenza fine a se stessa composta da scene di bassa macelleria volto a raggiungere un inutile e cinico sensazionalismo?
Per chi scrive la risposta è no, o almeno non è del tutto così.
E' un film crudele, con scene orribili, non si può negare. Deodato indugia tanto sulla violenza, facendolo sembrare quasi un esercizio sadico fine a sé stesso.
Ma "Cannibal Holocaust" è molto altro.
Gli aspetti tecnici, sottolineati in precedenza, lo fanno essere un laboratorio cinematografico di grande interesse. E' un film curato in ogni suo dettaglio, basti pensare all'intensa colonna sonora di Riz Ortolani che accompagna perfettamente l'incalzare delle immagini.
Poi c'è il contenuto narrativo. La brutalità non è gratuita, ma viene piegata e diviene strumento critico. "Cannibal Holocaust" non è altro che una cruda e lucida critica ai mass media, sempre pronti a strumentalizzare la violenza ed a distorcere la realtà ai fini di audience; un percorso contenutistico che sarebbe stato seguito un decennio dopo da Oliver Stone con "Assassini nati", anche'esso caratterizzato dall'utilizzo di più formati di pellicola (35 mm, 16mm e 8mm).
"Cannibal Holocaust" dietro il suo impatto visivo orripilante e destabilizzante, è un'opera di demistificazione, rovescia il punto di osservazione e mostra una visione pessimistica della società occidentale, così sicura della propria superiorità rispetto ai selvaggi eppure ancora governata da leggi primitive e sanguinarie.
Cari lettori, prendetevi un gastroprotettore e guardatevi "Cannibal Holocaust", scoprirete un cinema italiano coraggioso e sperimentatore, un vortice di pregi e difetti assenti nel piattume odierno. Ne vale la pena.

Habemus Judicium:
Ismail