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martedì 17 luglio 2018

L'ANGOLO DEL CULT #11: "ROCKY" (1976), LA QUINTESSENZA DEL SOGNO AMERICANO

«In fondo chi se ne frega se perdo questo incontro, non mi frega niente neanche se mi spacca la testa, perché l'unica cosa che voglio è resistere»
-Rocky-

Che poi prima di "Rocky" c'è un incontro vero.
Muhammad "The Greatest" Ali viene sfidato dal bianco Chuck "il Sanguinante di Bayonne" Wepner, uno di quelli che nella vita ha sempre incassato e tanto, conquistandosi il truculento soprannome per via di due arcate sopraccigliari quanto mai fragili.
E' la notte del 24 marzo del 1975 ed Ali è già Leggenda. Pochi mesi prima, a Kinshasa, nell'incontro del secolo, ha sfinito con i suoi veloci colpi "Big" George Foreman laureandosi campione del mondo dei pesi massimi. 
Ma Chuck Sanguinante Wepner non ha paura. Cinque anni prima il suo volto si era trasformato in una maschera di sangue dove solo il bianco degli occhi era riconoscibile. Era passato sotto le mani di Sonny Liston, il Minaccioso Orso Nero. Un combattimento furioso, il più cruento della storia della nobile arte. Wepner veniva sconfitto per KO tecnico, nulla aveva potuto contro il più rabbioso dei pugili. 
Il Sanguinante è sempre stato così, ogni volta che è salito sul ring ci ha messo il cuore.
Incassa, barcolla, sanguina, rincula, resiste, non molla mai e riparte all'assalto. 
Ma torniamo a quell'incontro con Alì.
Wepner mostra il meglio di sé, incassa e colpisce.
Al 9° round è ad un passo dalla storia. Sfodera un gancio sinistro formidabile che butta a terra Il Più Grande. Alì rischia di divenire semplicemente uno dei.
L'arbitro inizia a contare.
1, 2, 3...
Davanti agli occhi del Sanguinante di Bayonne passa tutta la sua vita.
Il quadrato, gli allenamenti, le troppe botte prese e l'assenza di un padre con cui condividere tutta questa avventura. Alì è a terra ed il titolo mondiale si avvicina. Potrebbe divenire qualcosa di più di un buon incassatore buono giusto per fare lo sparring partner.
4, 5, 6 ed Alì si rialza.
Non ha più pietà del suo avversario, i suoi colpi diventano macigni.
Wepner deve sfoggiare specialità di casa: resistere, non cadere a terra e tentare una reazione. E ci riesce fino al 15° ed ultimo round. Oramai è imbambolato, è un bersaglio fin troppo facile per Il Più Grande. Wepner non molla fino a 19" dalla fine. L'ultima gragnola di colpi tingono il suo volto di rosso. Cade a terra, è knockout.
Alì mantiene intatto il suo buon nome.
Ecco cari lettori la vita a volte disegna traiettorie strane.
Tra il pubblico televisivo c'è un semisconosciuto, un trentenne affamato e con una leggera paresi al lato sinistro del volto; il tipo è un mezzo fallito che, con ostinazione, mira a divenire un grande attore nonostante sia circondato da gente ben più talentuosa.
Wepner lo ha ispirato. Si chiude in casa per tre giorni e butta giù 90 pagine di sceneggiatura, l'embrione di "Rocky".
Va detto che la prima stesura redatta da Stallone è assai diversa da quella che di lì a poco avrebbe sbancato i botteghini di mezzo mondo. Inizialmente l' Italian Stallion è un antieroe cupo e violento circondato da pezzi di merda; primo fra tutti il vecchio allenatore Mickey che veste i panni del razzista più che del vecchio saggio quasi adorabile. C'è di più, Rocky non fa neanche il suo combattimento, decide di abbandonare l'incontro ed uscire definitivamente da quel mondo.
E si, se ben costruito, la mancanza di riscatto avrebbe dato al film un tono che faceva tanta Nuova Hollywood; "Rocky" sarebbe potuto essere un'opera autoriale, (forse) degna di molti grandi lavori dell'epoca. Poi però la moglie convince Stallone a cambiare le carte in tavola, ed il risultato lo conosciamo tutti.
Gonfio di entusiasmo Sylvester fa il giro dei produttori. Ad Hollywood sono anni intensi quelli. Si sperimenta e si investe in tanti nomi nuovi, ed il nostro Silvestrone riesce a strappare un bel milioncino per mettere in piedi il suo film. Poco, ma tanto basta.
"Rocky" è un miracolo, in soli 28 giorni viene portato a compimento.
Nel mezzo tante scene improvvisate. Lo sono quelle in cui Stallone/Rocky si allena correndo; oppure la scena della locandina con i colori sbagliati, un errore della produzione che per una cassa oramai quasi vuota non permette correzioni di altro tipo.
La storia del film?
Beh quella la conoscono anche i muri. 
Siamo a Filadelfia nel 1975. Qui vive Rocky Balboa, un pugile fallito che non è riuscito a sfondare. L'ultimo a voltargli le spalle è il suo allenatore Mickey che lo umilia sequestrandogli l'armadietto. Il motivo? Balboa non sarà mai un campione e non merita nulla. La sua vita è squallida, vive in un monolocale fatiscente e fa l'esattore per un gangster italo-americano di Filadelfia.
Non ha alcuna prospettiva, Rocky è un perdente circondato da perdenti. 
Il suo miglior amico? E' un certo Paulie, un mezzo alcolizzato e depresso che lavora in un mattatoio, un personaggio in cui, lo Stallone scrittore, riversa gran parte dei toni cupi del film. Il grande pregio dell'amico? La sorella Adriana, una ragazza troppo timida, per la quale il pugile/esattore brocco perderà la testa.
Nel frattempo, il campione del mondo dei pesi massimi, Apollo Creed, decide di sfidare un pugile a caso a Filadelfia, e tra tutti quelli presenti la scelta cade su Balboa.
Il vecchio allenatore, Michey, dopo aver umiliato Rocky, si trasforma in suo adulatore e si reca dal suo pugile. E quest'ultimo, che alla fine è un simpatico e bonaccione incapace, si rimette sotto la sua ala protettrice perché solo con lui ce la può fare.
La pellicola, con la conciliazione tra l'allenatore e Balboa, esce definitivamente dal solco più cupo ed autoriale. Da dietro l'angolo fa capoccella il riscatto.
"Rocky" puzza di sogno a stelle a strisce, quell'odiosa visione che fa della terra della libertà il luogo perfetto per chiunque abbia coraggio e forza di volontà; qui il successo è sempre a portata di mano.
Ed il grande sogno americano lo si respira anche fuori dal plot.
Per Stallone la pellicola sul pugile sbruffone rappresenta la tanto sperata svolta.
La sua vita sino ad allora era stata tutt'altro che agevole. Un'infanzia con una madre alcolizzata ed un padre troppo severo. Quella paresi al volto ed un fisico emaciato che lo hanno fatto soffrire da giovane. Gli studi di Arte Drammatica all'università pagati con mille lavori. La carriera d'attore che non decolla. I soldi che non bastano mai, l'indigenza e la parentesi da clochard.
Il nostro Stallone nel 1970, per tirar su qualche dollaro, si ritrova costretto a girare una terribile pellicola soft-porn: "Porno proibito". Di quell'esperienza avrebbe detto anni dopo: «O facevo quel film o derubavo qualcuno, perché ero alla fine - veramente alla fine - della mia capacità di resistenza. Invece di fare qualcosa di disperato, lavorai due giorni per 200 dollari, levandomi dalle stazioni degli autobus».
Ecco Stallone deve essere un tipo cocciuto, ostinato ed incosciente.
Basti pensare che quando presenta ai produttori il suo "Rocky", questi gli propongono il solo acquisto dello script; per il ruolo di Balboa vogliono un'altro attore, uno più capace. Ma Stallone non accetta, o tutto o niente. Con il conto in rosso ed una moglie incinta, molti avrebbero mollato da tempo.
"Rocky" deve essere la svolta.
"Rocky" è la svolta, un milioncino di budget ed un incasso da capogiro: 225 milioni di dollari.
Va bene okkay, il sogno si compie; e questo, come per la trama, è cosa nota a tutt*.
A questo punto la domanda da porci è solo una: ma cos'è questo film?
E' essenzialmente un'opera retorica.
Lo è nel suo messaggio, nelle corse sulle scale, nella tromba della colonna sonora, nella redenzione collettiva degli emarginati che giunge grazie ad un pugile campione del mondo in vena di scherzi.
"Rocky" è retorico eppure memorabile.
Lo è nella capacità di dialogare con il suo pubblico: lo prende per le viscere, lo emoziona e lo cala direttamente sul ring, facendogli vivere le sofferenze e la speranza di una vittoria impossibile. E' un film onesto e limpido, una storia che gode della dolcezza e di quel magnifico stupido entusiasmo che ha mosso Stallone nelle ore immediatamente successive all'incontro tra Ali e Wepner.
Durante la visione si è irrimediabilmente dalla parte di un incapace che ce la fa.
Tifiamo per Balboa; per la timida Adriana che alla fine si dimostra più forte e capace di quanto si potesse anche solo immaginare; per il vecchio allenatore che, con uno schiocco di dita, da stronzo opportunista si trasforma in un datato e saggio maestro da seguire. Non si può che essere dalla parte dei falliti di Filadelfia, che poi, alla fine, tutto 'sto destino segnato non ce l'hanno. E questa irrefrenabile onestà evita odiose virate (troppo) reazionarie e dona alla pellicola un eccezionale pathos.
"Rocky", a più di quarant'anni dalla sua uscita, mantiene intatta la sua carica, una favoletta irresistibile che conduce lo spettatore al successo. Mai e poi mai i sempre più furbi seguiti potranno scalfire la sua bellezza, "Rocky" è e rimarrà  Leggenda.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 26 febbraio 2018

"I CANCELLI DEL CIELO" (1981) DI MICHEAL CIMINO

E perché vi ha fatto schifo amici americani del 1980? 
E perché quella nomination ai Razzie Awards? 
La lavorazione di "Heaven's Gate" è la la leggenda per eccellenza di Hollywood. Ancora oggi se ne parla come di uno spauracchio ed è divenuta espressione comune per definire una catastrofe produttiva. Ma quali furono le cause che portarono a tale nefasta considerazione?
Tutto, a quanto pare, ruota attorno alla personalità maniacale e ossessiva di Michael Cimino. Pare che il regista impose ciak infiniti per ogni scena, ritmi e condizioni quasi disumani, la macchinosa costruzione di scenografie e la demolizione delle stesse nel giro di una storta di naso, e un set la cui conformazione cambiava continuamente anche solo in base ad invisibili minuzie su cui si era fissato Cimino. 
Ma, se si parla di leggendaria gestazione, non basta quanto accennato. Partiamo dal fatto che Cimino era all'apice della popolarità, dopo aver sbancato, giusto pochi giorni prima, gli Oscar (5 su 8) con "Il Cacciatore". Siamo nell'epoca di quell'allineamento storico che fu la New Hollywood: produttori avidi si, ma che danno carta bianca agli  emergenti registi più talentuosi nel gestire le riprese dei film. Il ragionamento è: il film costerà tanto perché sarà girato con cura e maestria, secondo la visione di un grande autore. Ma non importa, perché il pubblico, proprio per questo, apprezzerà e accorrerà in massa al cinema.
Perciò, anche nel caso de "I Cancelli del Cielo", viene data piena libertà al regista. Solo che bisogna fare i conti con Cimino l'irriducibile. Le prime frizioni con la produzione si creano per la scelta di Isabelle Huppert: Cimino la impone a qualsiasi costo, nonostante non abbia convinto il suo provino, in cui l'attrice ha mostrato poca personalità e una conoscenza dell'inglese livello Magic English.
Il budget stabilito è inizialmente sui 4 milioni di dollari, ma per i motivi di cui sopra, lievita rapidamente a 8, poi a 20, poi a 40... In breve tocca i 44 milioni di dollari, cifra mai spesa nella produzione di un film, fino ad allora.
Il fatto è che la produzione si trova ad avere scashato già bei milioni e non può a quel punto fermare tutto, il film deve essere finito. È in ostaggio del regista. D'altro canto Cimino, tutt'altro che ammorbidito dalle pressioni esterne, ad un certo punto, anzi, chiude addirittura il set a produttori e giornalisti.
Quando le riprese terminano comincia l'incubo del montaggio: il film ha una durata di 5 ore e mezza. La produzione inizia a imporsi seriamente e Cimino, finalmente, si piega al volere dei superiori e passa mesi in sala di montaggio, fino a ridurlo a 3 ore e mezza. Bene, si arriva ad un'anteprima a New York. Il film annoia il pubblico e diviene facile bersaglio della critica statunitense. Viene sospesa la distribuzione.
Cimino va di nuovo in sala di montaggio e il risultato sono 145 minuti di pellicola.
Ridistribuito, il film diventa un flop clamoroso, stroncato da pubblico (3 milioni e mezzo di incassi) e critica americana. Bisogna dire che, invece, nel vecchio continente, si grida al capolavoro, ma, ormai, la macchina del fango ha portato a 40 milioni di perdite per la United Artists e al suo (quasi) fallimento.
Come se non bastasse, la New Hollywood termina il suo cammino esattamente qui: memori di questo disastro, d'ora in avanti i produttori metteranno un freno alle libertà creative dei registi, aumentando pressioni e ingerenze durante le riprese. Addio grandi budget al servizio dell'arte.
Infine, lo stesso Cimino rimase talmente deluso dagli eventi, che per 30 anni si addosserà le colpe del fallimento ed eviterà anche solo di pensare al suo bambino. Solo nel 2012 rivaluterà la sua opera e, finalmente, la presenterà al Festival Lumière a Lione con un montaggio effettuato secondo quella che era la sua idea originale.
Ora... Si è speculato tanto sul perché tutto sia andato così storto e alla deriva. Ma non vogliamo qui approfondire queste tesi, anche fantasiose, ma concentrarci sul film. Di sicuro due domande, dopo averlo visto, bisognerebbe farsele: come ci si può accanire contro una meraviglia del genere?
L'ambizione dell'opera risulta già dall'Incipit del film ad Harvard: ci sono campi lunghi riempiti da centinaia di comparse, scenografie certosine e maestose, e la messa in scena di un ballo, coordinata alla perfezione. Un'ellissi temporale di 20 anni sposta il film nel Wyoming.
Il protagonista è Averill (interpretato da Kris Kristofferson) maresciallo della contea di Johnson. Qui i poveri immigrati europei appena arrivati nella regione sono in conflitto con i ricchi baroni del bestiame organizzati nella Wyoming Stock Growers Association; i nuovi arrivati a volte rubano il bestiame per necessità. Nathan Champion (interpretato da Christopher Walken) è amico di Averill ed è assoldato dai baroni per vigilare sul bestiame ed uccidere i ladri. Nel corso di una riunione del consiglio, il capo dell'associazione, Frank Canton, informa i membri, tra cui Irvine (interpretato da John Hurt), dei piani di uccidere 125 coloni come ladri e anarchici.
Altro personaggio chiave è la tenutaria di un bordello, Ella (interpretata da Isabelle Huppert), oggetto dell' amore sia di Averill che di Champion. Anche lei è nella death list. Lo scontro è inesorabile.
Oltre ai nomi citati fanno parte del cast future stelle e volti noti come Jeff Bridges, Mickey Rourke, Willem Defoe (non accreditato comunque), Brad Dourif, Geoffrey Lewis e Anna Levine.
Presa di per sé la trama è racchiusa in uno scontro sanguinario e nelle sue premesse, il tutto inframezzato da un classico triangolo amoroso.
Non ci sono sussulti né colpi di scena: è un lento ed inesorabile avvicinarsi al bagno di sangue.
Isabelle Huppert si esprime in un inglese stentato e poco convinto, pur nella rigidità delle sue battute prefissate, ma la sua bellezza naturalmente esposta e il suo sguardo conturbante riescono comunque a suscitare potenti vibrazioni.
Tecnicamente parlando cosa aggiungere? 
Ogni sequenza è un pullulare di comparse, oggetti e abiti d'epoca, scenografie imponenti e paesaggi incantevoli.
Cimino a volte indugia un po' troppo su alcune sequenze (e sicuramente le parti che vedono protagonista Ella sono un po' più deboli); poi come al suo solito dà  grande spazio alle scene di ballo, qui numerose.
Ma la forza visiva di alcune sequenze colpisce ancora a distanza di 38 anni: Cimino alterna, nel riprendere, la caratteristica crudezza e minimalismo nel rappresentare la violenza, alla solennità dei campi lunghi dei paesaggi di frontiera.
In ciò è coadiuvato da una fotografia patinata, che sottolinea i cromatismi della natura negli ambienti esterni, gioca con gli effetti di luce in quelli interni, e verso la fine immerge lo spettatore in una coltre di fumo e polvere; l'immagine assurge ad una sorta di inferno in terra, coprendo e fagocitando una moltitudine di personaggi confusi nella mischia e resi indistinguibili.
"I cancelli del cielo" è un'epopea sommessa e fatalmente tragica.
Un film che, nonostante la brutalità e la primitività di alcune scene, riesce a trasmettere una grande nostalgia nello spettatore, per un'epoca che non ha mai vissuto e che si presenta così attraente.
La verità è che siamo di fronte a un'eredità di rara preziosità, una produzione mastodontica e sopraffina che, nonostante i tagli e lo stupro reiterato dei montaggi, racchiude un periodo storico in tutta la sua consistenza, grazie alla millimetrica accuratezza della sua ricostruzione: la storia non è un film in costume, non è un'opera manieristica; la storia, specie quella dell'America del melting pot, della mescolanza di etnie, di cui tanto ne vanno fieri i sostenitori dello stile di vita americano, è fatta di sangue, merda e sperma. È mossa dalla cupidigia di un uomo, dall'ambizione di un altro e dall'avidità di un altro ancora. Alla fine, a rimetterci tutto sono sempre i più deboli.
"Maledizione! Diventa pericoloso essere poveri, in questo Paese. Non ti pare?
Lo è sempre stato".
E i geni restano incompresi? 
No, non più.
So long, Michael.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 24 luglio 2017

IPERIONE IN ORIENTE #2: "TOKYO LOVE HOTEL" (2014) DI HIROKI RYUICHI

«Chi finisce in posti come questo lo fa perché ha i propri motivi»

24 ore dentro ed intorno all'Atlas Hotel, albergo ad ore situato a Kabukichō, il quartiere a luci rosse di Tokyo dove uomini e donne si recano alla ricerca di emozioni forti. Una telecamera a mano, quasi tremolante, ci conduce all'interno della vita di alcune coppie costruendo storie che si sfiorano tra di loro.
Toru e Saya, lui receptionist dell'Atlas in bilico tra il sogno di lavorare in un albergo di lusso ed una realtà squallida, lei cantautrice in erba concentrata in toto nel suo lavoro ed alla ricerca di un contratto discografico.
Satomi, donna delle pulizie dell'hotel, che vive in clandestinità con Yasuo, entrambi in attesa che trascorrano le successive 48 ore affinché possa cadere in prescrizione un reato da lui commesso anni prima.
Heya e Cheng-Su, una coppia di immigrati coreani, lei prostituta all'ultimo giorno di lavoro, il permesso di soggiorno in scadenza e la voglia di ritornare a casa. Lui giovane cuoco, all'oscuro dell'attività della compagna e con la voglia di rimanere in Giappone. Due sconosciuti ormai, incapaci di comunicare tra di loro.
A questi si aggiungono una lunga serie di personaggi.
"Tokyo Love Hotel" (in Giappone distribuito con il titolo di "Sayonara Kabukichō"), è un film corale sull'amore, sulla crisi di nervi delle coppie, dei loro sotterfugi, sulla incapacità di comunicare e le pulsioni sessuali.
Di amore, in queste coppie, ne è rimasto ben poco, e lo stesso sesso non ha più alcuna forza vitale: è un meccanismo automatico ed anaffettivo che dietro il godimento mette a nudo le piccolezze dell'animo umano; tutti i protagonisti sono dei mondi a sé, singole individualità che nascondo, a loro stessi ed all'altro, i problemi.
E' un racconto delicato e pieno di malinconia che, agli occhi di noi occidentali, si arricchisce di spunti interessanti sulla società giapponese.
Riappare attraverso alcuni dei protagonisti lo spettro di Fukushima. Ci parla delle sacche di razzismo nei confronti degli immigrati coreani. Delinea una visione straniante del sesso: se le Escort appaiono socialmente accettate, lo stesso non si può dire per chi si prostituisce in strada; l'unico sentimento che si esprime verso esse è una profonda indignazione. Ed ancora, se da un lato le escort possono essere a spasso con un guinzaglio nei corridoi dell'albergo, dall'altro i clienti non possono avere con esse un rapporto completo. 
Piccoli indizi con cui materializzare una società ancorata su rigide e contraddittorie formalità.
L'amore mostrato da Ryuichi è sporco, assente, confuso e malinconico; eppure dietro tutto ciò rimane una speranza che vive e cresce nella condivisione delle piccole cose: è lì che risiede la bellezza dell'amore.

Habemus Judicium:

Ismail

martedì 16 maggio 2017

"BRIDGET JONES' S BABY" (2016): CI BASTAVA IL PRIMO

E' una di quelle sere in cui entro in videoteca (no, ancora non c'ho 'sto Netflix) con l'idea di staccare la spina. Migliaia di copertine di dvd da scrutare che aprono ad una disperata ricerca di una commedia brillante.
Ho poca lucidità mentale, sono consapevole di poter cadere in errore e di incappare in una di quelle scelte che possono far male.
Incrocio uno sguardo. Lei mi osserva con tono basito.
Eccola lì, l'imbranata biondina inglese, ancora in una piena tempesta sentimentale, evidentemente fuori tempo.
Tentenno un po'. Faccio un passo verso di lei. Prendo questo cavolo di "Bridget Jone's baby".
E dire che quella oscenità scritta sulla locandina, "Situazione sentimentale: troppo complicato", avrebbe dovuto farmi desistere...

Riepilogo delle puntate precedenti (i primi due capitoli)
16 anni debuttava cinematograficamente Bridget Jones. Una gradevole commedia romantica incentrata su un' eroina sui generis, maldestra, goffa, grassa, con il vizio del fumo e del bere.
Una single ultratrentenne immersa in un ambiente sociale dinnanzi al quale doversi continuamente giustificare per uno stile di vita percepito come una trasgressione che fugge da ogni razionalità. Un film nell'insieme ben costruito e capace di rovesciare, almeno in parte, gli schemi classici del genere.
"Il diario di Bridget Jones" si poggiava su un buon cast, gag azzeccate ed il divertente triangolo amoroso tra lei (Renée Zellweger), Colin Firth (nei panni del bell'avvocato Mark) e Hugh Grant (Daniel), una riproposizione moderna, scanzonata e meno profonda di "Orgoglio e pregiudizio". Tutto si incastra, grande successo al botteghino, contenti i produttori, contenti gli spettatori che si ritrovano a passare 93 minuti di piacevole svago.
Per carità il film aveva le sue pecche, la cara Bridget rimaneva un po' appiattita nel suo personaggio, non aveva chissà quale evoluzione psicologica ed il lieto fine appariva più un adeguarsi alle logiche sociali inizialmente estranee a lei.
Il film raggiungeva però il suo obiettivo: intrattenere e divertire il pubblico.
Il successo spinse a replicare la formula, ed arrivò "Che pasticcio Bridget Jones".
Risultato: il titolo ci diceva la verità, il il film era realmente pasticciato, una storia forzata innervata dalla riproposizione degli stessi identici schemi del primo capitolo, delle stesse gag (le chiappone della Nostra in diretta televisiva, la classica scazzottata tra i due) che, come ovvio che sia, non avevano più la loro forza originaria. 100 minuti di poche risate e qualche sbadiglio, un film che poté donare qualche soddisfazione solo a chi entrò in sala per viversi lo scontato lieto fine.
Passano gli anni, e ci riprovano. Forse l'idea di concludere la serie con qualcosa di più degno, forse un ingiustificato credito verso personaggi che sembravano aver già dato tutto nella prima opera, forse l'idea di sfruttare ancora un grande successo commerciale.

"Bridget Jones's Baby":
Il film si apre con gli stilemi di sempre.
Troviamo la Nostra seduta sul divano, sola ed in pigiama a festeggiare il suo compleanno. In sottofondo l'ombra spettrale della voce di Celine Dion.
E' chiaro sin dalle prime battute la coerenza dell' inglesotta (non più così cicciottella ma ben carica di botox) con le puntate precedenti, sempre in balia dei dubbi amorosi ed incapace di mantenere una salda relazione con il fin troppo paziente Mark.
Sin da subito ci spiattellano tutti gli ingredienti un sequel rassicurante e scontato.
La storia del film è semplice e non ci sono chissà quali idee geniali di fondo. Bridget è una donna in carriera con un buon impiego in un'emittente televisiva e circondata dagli amici di sempre (a cui se ne sono aggiunti altri).
A rompere questa stasi entra in scena il sesso. Dapprima una sveltina con il fascinoso Jack (Patrick Dempsey), poi un fugace amplesso con il solito Mark. All'improvviso un bimbo in arrivo, l'inconsapevolezza di chi possa essere il padre e la decisione di dare la buona novella ad entrambi.
Il film nell'insieme si segue, per carità, ma non decolla.
La sostituzione del terzo incomodo non convince a pieno, Patrick Dempsey ha 1/4 del carisma del Daniel di Hugh Grant. Gradita è l'entrata nel cast di Emma Thompson nei panni della ginecologa di Bridget e protagonista delle gag più divertenti che scaturiscono dai doppi colloqui con i papà (alla fine è lei a sobbarcarsi l'assenza del buon Hugh Grant).
Cosa penso di questo ultimo capitolo?
E' un sequel. Mi spiego, è uno di quei film che mira ad i fan (tanti per questa serie) e li rincuora (e scemo io nel pensare di trovar qualcosa di diverso).
Dona a questi una Bridget Jones finalmente mamma facendola arrivare definitivamente alla tanto agognata normalità sociale. E' una pellicola che inevitabilmente mira sull'effetto nostalgia e lo fa dando un discreto intrattenimento che, a differenza del secondo, gode di qualche buona trovata comica senza però evitare qualche scivolone ed un finale davvero debole.
"Bridget Jones' baby" è un po' la rimpatriata che non ti aspetti, una di quelle cene con i compagni del liceo che non vedi da 10/20 anni . Può far piacere come no.
Tornando indietro? Mi eviterei la cena.

Habemus Judicium:


Ismail