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lunedì 2 aprile 2018

L'ANGOLO DEL CULT #10: "IL CORVO 2: CITY OF ANGELS" (1996) DI TIM POPE

A due anni dal successo de "Il Corvo"[LINK], quel porcello di Weinstein pensò bene di sfruttare il potenziale brand e mise su l'impalcatura produttiva di un sequel: "Crow 2: City of angels".
In definitiva il peccato fu originale, perché si sbagliò proprio concettualmente l'operazione.
Già, perché la sceneggiatura di David S. Goyer non si discostava quasi per nulla dal primo capitolo e già di per sé non era cosa saggia; poi aggiungiamo che pure le scenografie e l'ambientazione si basavano sull'ossatura del primo e poco fa che si era deciso di ambientare il sequel in una Los Angeles buia ma luminescente: da un lato l'originale con i suoi colori freddi, dall'altro questo colorato di un giallo saturo degno di "Element of crime". Ma sempre stessa sbobba: ambientazione distopica, decadente, ecc ecc... non so più come dirvelo.
E dulcis in fundo, la colonna sonora (ancora) di Graeme Revell, che è esattamente la stessa.... La stessa! Cosa siamo in un film di Bond??
Certo, a sto giro non c'è più il pucci pucci con la tipa che poi viene stuprata e trucidata, ma abbiamo a che fare con un rapporto padre/figlio stroncato. Stroncato da chi? Dall'ennesima combriccola di simpaticoni sociopatici punk, che qui sono più in versione biker (ed è questa una leggera variazione sul tema, anche nel look del protagonista) mentre nel primo erano in versione rocker. 
Già nel primo film simpatizzavamo con Fun boy, T-Bird e compagni, perché oggettivamente sono delle personalità colorite e genuine, fanno scassare dal ridere e, per fare serataccia, sarebbero sicuramente più piacevoli di quel bigotto moralista di Eric Draven, che ti fa la paternale se fumi. 
Stavolta che dire: abbiamo un segaiolo con parrucchino e troppo eyeliner, con l'hobby di girare filmini in videocamera, una cinese anonima che sembra Lucy Liu e, ca va sans dire, fa arti marziali e spara coltelli, un altro capellone qualsiasi e.... e... IGGY!
Oh my god che prestazione! Petto nudo (gilettato) scheletrico, tatuaggi luridi, zazzera biondo platino, stivalozzi speronati e pantaloni di pelle...oooh babyyyy; eppoi quell'aria da instabile guascone che si permette anche il lusso di imitare a Mia Kirschner (lo avreste voluto fare anche voi eh? Ma non ne avete le palle... Jimmy si), con sguardo meravigliosamente lascivo, una fellatio, inumidendosi ripetutamente l'indice. Poesia pura.
Ma per l'epicità dobbiamo aspettare una bella fetta di film, quando si arriva alla resa dei conti e parte l'inseguimento in moto con la Ducati del protagonista. E qui il nostro beniamino, con espressione isterica e allucinata (perché ne ha altre?) si rivolge ad Ashe: "Credi che ho pauraa? Credi che ho pauraaaa???" Fucilata sul serbatoio della moto, bum, sbam, addio Iggy. 
Il capo di questi burloni, Judah (Escariota. Non è uno scherzo! È proprio lui o almeno doveva essere. Non ci credete? Fate caso alla scena in cui Ashe lo manda all'inferno, Judah gli risponde:" grazie ma ci sono già stato e mi è piaciuto") è uno scemo che dovrebbe scimmiottare Top Dollar e già solo per questo non lo si sopporta: ogni volta che apre la bocca sembra che debba dire qualcosa di epocale. Poi ovviamente dice le solite cazzate da cattivo.
Inizialmente si era pensato di resuscitare Top Dollar e renderlo un anti corvo, anch'esso immortale, ma poi, fortunatamente(?), si accantonò l'idea. Si decise allora, in pieno spirito con il more of the same, di spingere sul lato sadico del boss con risultati ancora più esilaranti: di fronte alle sequenze di bondage mistico che intervallano un omicidio e quello successivo, solo qualche borghesuccio si potrebbe scandalizzare per due frustate e un po' di cera sciolta.
Come da idea iniziale, il cattivone lo si rende immortale, dopo che ha bevuto il sangue del corvo morente; ovviamente mossa inutile e fine a se stessa, che poi tanto lo steccano ten minutes later, of course. 
Poi c'è una veggente cieca inutile. Vabbè, passiamo oltre. 
Vincent Perez nella parte di Ashe? Più Pierrot che maschera Dark, funziona perfettamente. È molto meglio di Brandon Lee, perché questo è un signor attore che ha doti espressive e riesce a restituire il lato buffamente sadico, e più fedele al fumetto di O'Barr, del personaggio del vendicatore. 
Anche Mia Kirchner, nella parte di una Sarah cresciuta, ponte di collegamento con il predecessore, è azzeccatissima: quello sguardo abissale rapirebbe chiunque, figurati noi stronzi mediocri che guardiamo i film per svagare la mente, spalmati sul divano come dei coleotteri. 
Bisogna riconoscere che la scelta di abbozzare un'affinità erotica tra i due "buoni", senza che ciò si concretizzi nel canonico atto amoroso, è una scelta raffinata. 
Altro punto a favore è l'interazione padre/figlio che, di per sé, è un'ottima variatio sul tema, e regge in credibilità e dramma, pur esplicandosi in fotonici e striminziti flashback. 
Per il resto bisogna sopportare il fatto che la trama risulti sbrigativa e slegata; é un continuo alternarsi di dialoghi apocalittici, scene di violenza e riempitivi involontariamente comici (la scena della bambina tossica, che appare un paio di volte, rannicchiata e avvolta nel lerciume, in un angolo di strada, vorrebbe rendere l'idea di un degrado sociale, ma sfocia in un siparietto degno di una parodia del neorealismo), che, pur mantenendone alto il ritmo, smorzano l'enfasi sulla narrazione. Sotto questo aspetto pesa la differenza stilistica tra i due film della serie: il tono solenne e prosopopeico del primo aveva il pregio di coinvolgere, mentre quello più sommesso e decadente di questo "City of angels", pur avendo un suo perché, decisamente è scarso di pathos. 
Peccato che su un film del genere sia calata la spada di Damocle di un cult come "The crow". A guardarlo a mente sgombra è un film godibile, meno riuscito del primo (che non era manco quello merce pregiata) ma con alcune idee ed elementi qualitativi. Rivalutatelo e rigustatevelo di tanto in tanto, se non altro per aggiornare la vostra playlist di musica rock di qualità.

Habemus Judicium:
Bob Harris

giovedì 8 marzo 2018

L'ANGOLO DEL CULT #9: "PAURA E DELIRIO A LAS VEGAS" (1998) DI TERRY GILLIAM

«Ordina delle scarpe da golf, o non usciremo vivi da questo posto!» 

Un film che non s'ha da fare!
La sceneggiatura vaga per 12 anni di scrivania in scrivania senza trovare un produttore cinematografico intenzionato a spenderci i soldi. E come dargli torto, un plot senza capo né coda ispirato al romanzo semi-autobiografico di un giornalista sportivo, tale Hunter Stockton Thompson, cadenzato dal suo rapporto/passione per le droghe.
Un tipetto tutto particolare questo Hunter, l'inventore del cosiddetto gonzo journalism, uno stile di scrittura che fuoriesce dall'oggettività e mescola impressioni personali, sensazioni ed artifici narrativi. L'espressione del nuovo giornalismo che aveva mandato a farsi fottere lo sguardo neutro. D'altronde «non si può essere oggettivi su Nixon»...
Insomma il flop è dietro l'angolo, così come il rischio che qualche associazione puritana decida di impugnare i forconi in difesa della moralità nel cinema americano. 
Poi però le cose iniziano a girare.
Arriva qualche spiccio, non molti per gli standard Hollywoodiani; basti pensare che alcune delle canzoni scelte per la colonna sonora non verranno inserite nel film per mancanza di fondi.
La regia viene affidata ad Alex Cox, o almeno in un primo momento è così. Il regista ha numerosi litigi con la produzione e manda tutto in vacca. Parte la ricerca di un sostituto ed ecco che la sceneggiatura fa la sua comparsa sulla scrivania dell'ex Monthy Python, Terry Gilliam. L'idea lo stuzzica parecchio, ci sta giusto da fare qualche modifica per fare di questo "Paura e Delirio a Las Vegas" un road movie che corre lungo le strade del Nevada.
Anche trovare il protagonista giusto non è opera semplice, un toto-nomi lunghissimo che parte da Nicholson, passa per  Malkovich e porta dritto a John Cusack. E' lui il protagonist... ehm no, manco pe' niente. In questa storia nulla è definitivo.
Sbuca fuori Johnny Depp, ancora libero dal flagello dell'eyeliner, che nel frattempo ha conosciuto Thompson, divenendone amico. Johnny fa saltare il banco, è lui l'attore perfetto!
Johnny fa le cose per bene, frequenta Thompson per quattro mesi, assimilando gestualità, movenze e modo di parlare. Nel frattempo, leggenda vuole, Bill Murray, che già aveva interpretato ad inizio carriera il giornalista nel film "Where the Buffalo Roam" (mai distribuito in Italia), chiama Depp e lo mette sul chi va là: occhio a seguire quel tipo, o ti ritroverai tra 20 anni ancora invischiato con questo progetto da concludere. Ma Johnny è un tipetto coraggioso, bada poco alla cosa e tira dritto. 
Nel frattempo Thompson, che gode di una bella piazza in testa, diviene barbiere d'eccezione e rasa quella di Johnny; fa di più, gli presta molti dei suoi vestiti dell'epoca per farglieli utilizzare nel film e rendere il tutto più credibile. Non pago prende lo Squalo Rosso, la sua Chevrolet Impala del '71, e la mette a disposizione della produzione.
Tutto è pronto e ciak, il film viene presentato al Festival di Cannes del 1998 suscitando curiosità ed interesse tra i critici europei. Allora ne è valsa la pena, devono aver pensato Thompson e soci...
La trama del film è presto detta. Stati Uniti, 1971. Il giornalista Raoul Duke (Johnny Depp), ed il suo avvocato samoano, il Dr. Gonzo (Benicio Del Toro), si dirigono a Las Vegas a bordo di una cabriolet rossa. Il motivo è una gara motociclistica off-road, sulla quale Duke deve scrivere un pezzo per una rivista sportiva. Un breve soggiorno da allietare con un po' di ricercatezze messe nel portabagagli. Pochi minuti ed il viaggio da lavorativo si trasforma in lisergico.
Quello di "Paura e delirio" è un plot esilissimo, una commedia surreale e grottesca innervata da una buona dose di black humor. Un film che è tutto e niente allo stesso tempo, un mondo visionario che si declina attraverso luci, corpi che si deformano ed allucinazioni.
Così come accade per Mr. Gonzo e Duke, si rimane affascinati da un caleidoscopio colorato, sempre accompagnati dalla saggia guida della voce narrante che ci propina i suoi monologhi.
Velocissime, si alternano sequenze memorabili ed in un batter d'occhio si realizza che questa creatura l'avrebbe potuta portare in scena solamente Gilliam, capace di rubare quel modo nuovo di scrivere di Thompson e declinarlo nel mondo cinematografico.
Così come ci si rende conto di quanto Depp, libero di esprimere a pieno le sue doti camaleontiche, ed un perennemente disorientato Benicio Del Toro, siano gli attori giusti al posto giusto.
Tutto è proiettato ad affascinare ed a far smarrire lo spettatore, un'alta forma di intrattenimento completamente schizzato con cui mostrare i sogni infranti di un'intera generazione. Perché sullo sfondo rimane il '68 con la sua voglia di chiedere l'impossibile. Un'onda che si infranse sul sogno americano. Sulla società dei rapidi consumi. Sul Vietnam. Su quel Nixon, che un Duke strafatto ed inebetito, vede bucare lo schermo e danzare nella stanza. Una stagione che lasciava dietro di sé una scia di droghe, contraddizioni e profughi della generazione dell'amore.
E cosa ne fu invece di "Paura e delirio"?
Un clamoroso flop al botteghino, incassi che coprirono solo la metà dei costi.
Il tempo però si sa, è galantuomo e restituisce sempre...

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 12 febbraio 2018

L'ANGOLO DEL CULT #8: "I GUERRIERI DELLA NOTTE-THE WARRIORS" (1979) DI WALTER HILL


"Se c'è una cosa che non sopporto è il talento sprecato" diceva Chazz Palmintieri in "Bronx" di Robert De Niro. Ed è proprio un peccato che i Riffs, rappresentati durante i 90 minuti di svolgimento de "I Guerrieri della Notte" come una gang cazzutissima, non entrino mai in azione. Ti presentano questo gruppo di teppisti Nigga esperti di arti marziali, superdisciplinati e apparecchiati di arancione come i monaci shaolin: già questo li rende memorabili. Aggiungiamo che sono comandati da tale Masai, il capoccia più  incazzato nero di tutti, che non si toglie l'occhiale da sole neanche (e soprattutto) di notte. Troppe aspettative tradite.
Comunque il film inizia con il concilio universale di tutte le gangs di New York, presieduto proprio dal capo dei Riff, Cyrus. Durante questo mega-raduno, in cui si dovrebbe addivenire ad una pace totale tra i bandidos, Cyrus viene ferito mortalmente da alcuni colpi di pistola esplosi da Luther, capo dei Rogue, soggetto presentato come psicolabile, senza alcuna motivazione: prendere o lasciare.
Luther, da buon infame,dal momento che uno dei suoi membri lo aveva visto sparare, addita come colpevoli i Warriors, la gang del titolo, che in pochi attimi si ritrova contro tutte le bande della città. Nel parapiglia successivo all'intervento della polizia, le bande si disperdono e anche i Warriors ne approfittano per salvare la pellaccia.
Tramite un montaggio molto confusionario (non si capisce bene se la sequenza è frutto di tagli, e non sarà l'unica) parrebbe però che il capo dei Warriors, Cleo, venga seccato.
L'avventura del gruppo a petto nudo e in gilet di pelle marrone, inizia adesso: dovranno attraversare tutta la città per arrivare alla casa base a Conney Island, passando nei territori di appartenenza delle altre gangs, intenzionate a far loro la pelle.
Un film così profondamente post-moderno, curiosamente, deve la sua struttura a un opera storico-classica quale l'Anabasi di Senofonte.
Il perché del successo di una produzione del genere sembra balzare subito all'occhio.
I Guerrieri della Notte è quasi un film di fantascienza nel rappresentare una società degradata fin quasi alla distopia, in cui regna la legge della tribù più forte e la dittatura del branco. Le riprese di una New York desolata e putrida a tal punto da far giungere il lezzo nelle narici dello spettatore, unite a una colonna sonora alla Carpenter (synth e minimal), hanno buon gioco a creare un'atmosfera sinistra e opprimente.
Eppoi tutte quelle bande: Turnbull Ac's, Orphans, Rogue, Riffs, Lizzies, Baseball Furies, Punks, Hurricanes ecc.; sono così colorite e variegate da chiamare, già a prima vista, il merchandise di action figures con le loro fattezze, e si pongono in contrasto rispetto al grigiore della periferia fatiscente dei quartieri della Grande Mela.
Last but not least c'è lei, la violenza, che, a guardarla oggi, è terribilmente  pupazzesca ed edulcorata, ma all'epoca portò ad etichettare il film come VM 18.
Nel mezzo ci sarebbe anche una storia d'amore anche se viene messa in scena più come una storiella da una botta e via. È abbastanza plasticosa e buffa, così come diverse altre situazioni, per non parlare poi di certi dialoghi. Citiamo ad esempio la sequenza della cattura di Ajax: sto tizio è il più ganzo dei Warriors, è lo spaccone/attaccabrighe.
Mentre la gang è in fuga vede una donna seduta da sola in una panchina del parco e pensa bene di mettere da parte l'istinto di sopravvivenza, in favore di quello sessuale e così decide di intrattenersi in un corteggiamento animalesco: la signorina è una sbirra in borghese e tanti saluti ad Aiace. Non ha senso la premessa e non ha senso la dinamica: l'espediente narrativo perciò non convince, ma, anzi, diverte.
Ma è per questo che "The Warriors" è un cult: un film pieno di piccole (o grandi) imperfezioni, tutte ampiamente perdonategli per la sua capacità di creare questo immaginario sconfinato e intramontabile.
La scena finale a Conney Island è leggendaria, la battuta improvvisata da David Patrick Kelly ancora di più. Stay Tuned Boppers.

Habemus Judicium:
Bob Harris

giovedì 18 gennaio 2018

L'ANGOLO DEL CULT #7: "IL CORVO" (1994) DI ALEX PROYAS


"Can't rain all time". Una frase scelta come leitmotiv del film manifesto del movimento dark.
Questo film, come successo per altri nella storia della settima arte, si trascina con sé un alone di  mistero e l'etichetta di film maledetto.
Ciò è dovuto alla morte di Brandon Lee, il protagonista della pellicola nonché figlio di Bruce, stroncato dalla pistola che avrebbe dovuto uccidere solo il suo character. Lasciando stare il pattume delle speculazioni per cui la morte di Lee sia stata voluta dalla Triade cinese per punire il suo rifiuto di lavorare nell'industria cinematografica cinese bla, bla, bla... La teoria più accreditata e confermata è che la pistola era stata caricata a salve per girare la scena della morte del suo personaggio, Eric Draven (Eric the Raven? Ma che bel gioco di parole!) per mano di Fun Boy, interpretato da Michael Masse. Pare che il tamburo contenesse un proiettile inesploso che era rimasto incastrato e che, malauguratamente venne azionato da quello a salve. Risultato: Masse spara, Lee cade a terra. 
Buona la prima, è molto realistica. 
Lee però rimane a terra e tutti pensano a una burla dell'attore, ma dopo un po' risulta chiaro che la situazione è drammatica. Morirà a seguito delle ferite riportate allo stomaco e il suo omicida involontario, Masse, finirà in depressione per anni. 
However, il film viene completato: le poche scene che riguardano Brandon Lee, non ancora girate, vengono ultimate grazie all'ausilio di una controfigura e degli ultimi ritrovati della CGI, che all'epoca permetteva già di manipolare digitalmente un volto. Qui si chiude il mistero de Il Corvo.
Parlando del film, il regista dell'adattamento dell'omonimo fumetto è Alex Proyas, onesto mestierante senza arte né parte, che nella sua carriera ha girato poco e spesso male. 
Qui tra sovrimpressioni, fermi immagine e rallenty eterni si appesantisce la pellicola. Rimangono le scene d'azione sono girate davvero bene e coinvolgono emotivamente.
Il film è  assistito da una colonna sonora leggendaria, unisce il rock di pezzi come Burn dei Cure o Dead Souls rifatta dai Nine Inch Nails, Violent Femmes, Rage Against the Machine, Jesus and Mary Chain, Pantera, al sacrale e funebre canto delle musiche di Graeme Revell.
Rispetto al nichilismo soffocante del fumetto di James O'Barr, il film risulta essere abbastanza agli antipodi. Se per O'Barr, Draven era un freak pazzo e sadico almeno quanto i suoi assassini, quello di Proyas è un gran bel moralista che si incazza se fumi e se, anche solo, brindi con lo spumante. 
Perciò un po' di disagio lo spettatore lo prova nel vedere questa maschera clown che si aggira lungo la pellicola ammonendo buoni, cattivi e meno cattivi ad adottare un corretto senso civico ed uno stile di vita sano; ma che, dall'altro lato, disegna corvi piantando le siringhe di un tossico sul suo stesso petto, idem con patate con i coltelli del cattivone di turno, per poi raggiungere l'apoteosi in una sequenza davvero ad affetto con protagonista T-Bird (interpretato da David Patrick Kelly. Si proprio lui: "Guerrieeri, giochiamo a fare la guerra?). 
Perciò, oltre a non essere molto coerente, non è molto credibile. 
Il personaggio di Lee è costruito in modo da portare lo spettatore a riconoscersi in esso e da far apparire le sue azioni giuste ed espiatorie e mai efferate. Insomma alimenta quel populismo teso al giustizialismo sommario e al sadismo nascente dall'indignazione collettiva. 
Invece O'Barr lo sapeva che chi compie tali gesta è pazzo tanto quanto un gruppo di spietati criminali e perciò il fumetto, col suo tratto grezzo e quasi trasfigurante, rimane un apice irraggiungibile di lucida e torbida violenza, mista a passione dolorosa e malinconica. 
Viene poi meno l'ambiguità della morte di Eric: nel film esplicitamente risorge dalla tomba, nel fumetto rimane sempre in bilico la possibilità che egli sia o non sia un morto che cammina. Senza dubbio un colpo di genio. 
Per fortuna la produzione si è astenuta dal proporre un personaggio presente nel fumetto, una sorta di cowboy scheletro, The Skull Cowboy; ci hanno provato eh! Ma in fase di montaggio devono aver avuto un lampo di lucidità e si sono astenuti dal buttare dentro un elemento che si sposava bene con l'anarchia del fumetto, ma che avrebbe ridicolizzato il tono epico e serioso del film. 
Per il resto possiamo dire che i personaggi, dai buoni ai cattivi, sono tutti grandemente stereotipati e, specie i villain, risultano essere delle macchiette. Ma si può storcere il naso per una mancanza di realismo, oppure si può assaporare il gusto di tratti stilosi e, sicuramente, molto più fumettosi del fumetto stesso. Noi siamo del secondo partito. 
"Il Corvo" è un cult con i suoi pregi e i suoi difetti, che senz'altro, ha avuto il merito di dettare uno stile poetico/decadente ed allo stesso tempo energico e trasgressivo, che ha fatto tendenza e ha ispirato intere generazioni di adolescenti in rabbia con il mondo.

Habemus Judicium:
Bob Harris

giovedì 28 dicembre 2017

L'ANGOLO DEL CULT #6: HALLOWEEN III IL SIGNORE DELLA NOTTE (1982) DI TOMMY LEE WALLACE

«Non sai molto su Halloween. Pensi che non sia nient'altro che la strana usanza di far indossare maschere ai tuoi bambini e farli uscire a elemosinare dolciumi»

Sembra che negli ultimi anni il terzo capitolo della saga di "Halloween" abbia subito un'operazione di vernissage, nata spontaneamente dal basso, ossia effettuata da folte schiere di cinefili che ne hanno rivalutato la portata fino ad innalzarlo allo status di cult.
La prima particolarità di questo film della saga di Michael Myers sta nel fatto che... non c'è Michael Myers. Eh si perché il terzo capitolo prende una direzione autonoma e slegata dal filone principale della saga. Il plot narra di androidi, riti pagani, maschere di halloween pilotate e jingles ipnotici. 
Già, poco stile Halloween la saga, ma tanta Carpenteria lo stesso: il regista americano qui è in veste di produttore, ma la sua mano si sente pesantemente, anche a distanza di macchina da presa.
Il male oscuro e ignoto, il lento e progressivo avvicinarsi della minaccia, scandito dal suono del synth, firma onnipresente di una filmografia, e la violenza tanto brutale quanto anonima, asciugata da ogni spettacolarizzazione, ma pur sempre esplicita e, a tratti, schifiltosa.
Non si grida al capolavoro, né al memorabile, ma, forse, è anche per questo che si è coniato il termine di cult. Una trama che, nonostante le bizzarrie, si dipana in modo piuttosto lineare, ma che gioca su un paio di colpi di scena riusciti. Tutto il resto è dannatissimo stile carpentierano, che già di per sé basterebbe, ma, soprattutto, è iconografia: iconiche sono le maschere di Halloween ed iconica la musichetta che accompagna le pubblicità della Silver Shamrock
I personaggi, pur semplici nel loro tratteggio, hanno un che di memorabile; ma più di tutto è noto che il cinema trae la sua forza dalla potenza delle sue immagini. Beh, che dire, quelle di "Halloween III" si stampano nella testa dello spettatore e continuano a ripetersi all'infinito, proprio come un vecchio jingle.

Habemus iudicium:
Bob Harris

domenica 24 dicembre 2017

L'ANGOLO DEL CULT #5: "UNA POLTRONA PER DUE" (1983) DI JOHN LANDIS

«I negri sono gente molto musicale, vero?»
-Randolph Duke-

Cos'è il Natale?! Ma è "Una Poltrona per Due", che domande! 
Recitava un vecchio detto cinese: "tre sono le cose sicure nella vita: la morte, le tasse e Una Poltrona per Due alla Vigilia di Natale".
Oggi si festeggia il ventennio tondo di programmazione del film di John Landis sulla rete del biscione. È dall'ormai (sigh!) lontano 1997 che Italia 1 si è presa a cuore l'onore di trasmettere la memorabile commedia del regista americano, ormai entrata nell'immaginario comune e, come direbbe la Tyrrel Corporation, questo film è più Natale del Natale.
Ma perché persistere nel mandare in onda un film del genere, considerando che, sul tema natalizio, si sprecano gli esemplari?
Viene poi naturale chiedersi che senso abbia parlare di un film già così radicato e metabolizzato nell'immaginario collettivo. Cercheremo di dare una risposta che valga almeno un dollaro.
A livello sinestestico "Una Poltrona per Due" è l'infanzia, i fritti, lo spumante e gli alberi di Natale con i loro generosi doni, possibilmente voluminosi; è il candore della neve, il freddo pungente e il tepore del focolaio domestico.
Ma soprattutto è l'odore plasticoso dei VHS (UPPD,  in quel mare magnum di cassette, era infilato tra "Grosso Guaio a Chinatown" e "Robin Hood") che girano continuamente dentro il videoregistratore fino a consumarsi.
Eccolo lo sguardo di un bambino, seduto proprio davanti al televisore, rapito da quelle immagini colorate, sensuali e magnetiche, sfiorato da quel leggero turbamento preadolescenziale, di fronte ad una Jamie Lee Curtis luminosa e sbarazzina, che gioiosamente mostra i suoi seni generosi.
La potenza del cinema.
Partiamo dalla coppia perfetta: Dan Aykroyd ed  Eddy Murphy (quest'ultimo pescato dal cilindro della televisione, dopo la dipartita del compianto John Belushi) sono perfetti nell'incarnare quella contrapposizione psico/fisico/sociale sullo schermo. Due comici complementari: uno minimalista e sommesso, l'altro istrionico e perennemente sopra le righe.
Ma un evento (e un avvento) cinematografico del genere non sarebbe stato possibile senza un'alchimia perfetta di tutto il cast, con una Curtis, fino ad allora celebre come Scream Queen, che tra parrucche cotonate, lustrini e gomme americane d'ordinanza, da buona donna vissuta fattasi da sé, prende il suo Amleto senza troppi complimenti o ricorrere a patetiche pazzie.
Ma il merito del successo di "Una Poltrona per Due" sta nella scrittura, nella capacità di contemperare perfettamente tensioni solo in apparenza divergenti. Sta nel genio che costruisce un caleidoscopio colorato fatto di scambi e travestimenti; uno spirito libertario che trova un perfetto punto d'incontro tra la commedia votata al cazzeggio ed alla demenzialità alla "Animal House" e quella parruccona, populista e a lieto fine alla Frank Capra. Il risultato è una satira sociale a vetriolo, poderosa costante della filmografia Landisiana.
That's the New Hollywood, baby!
Perciò la pellicola è tutto un serpeggiare di falso buonismo, che si traduce in una derisione compiaciuta del perbenismo della upper class, della quale mostra tutto il suo cinismo brutale.
"Una poltrona per due" è un'adorabile, furba e spietata commedia quindi, ma è anche minuzia e attenzione al particolare, dalle scenografie ai costumi, fino ai bivi e conseguenti soluzioni narrative.
Per esempio, chi è riuscito a capire al primo colpo la strategia finanziaria architettata dal duo comico riguardante i contratti "futures"? É talmente complessa, per chi non mastica di finanza, che Oliver  Stone se la sogna ancora la notte, per non aver pensato di inserirla in "Wall Street".
Perciò anche quest'anno spacchettiamo questo condensato di risate e stile, che ingolosisce lo spettatore a rispolverarne la visione periodicamente e ricordiamoci, ogni tanto fa bene, che quel bambino è ancora dentro di noi, pronto a meravigliarsi ora come allora.

Habemus Judicium:
Bob Harris & Ismail

lunedì 18 dicembre 2017

L'ANGOLO DEL CULT #4: PET SEMATARY (1989) DI MARY LAMBERT

«I don't Wanna be burieeed in a pet semataryyy, I don't want to live my life agaaaiiin! » cantava Joey Ramone. E perché il frontman del gruppo punk newyorkese più famoso al mondo non voleva essere sepolto in un cimitero di animali? Perché quel cimitero è stato costruito di fianco ad un altro cimitero, indiano e malefico! 
Tra i punti più eccelsi della bibliografia di Stephen King, "Pet Sematary" è oggetto, alla fine degli anni '80 (1989 per la precisione), di una trasposizione cinematografica: la prima, ma non l'ultima, essendo in cantiere la realizzazione di un nuovo adattamento, previsto per il 2019.
In sintesi: cast ignoto e un po' anonimo, regia lineare, ma con dei pregi, e colonna sonora da urlo.
Basta aver letto anche solo un'opera di King, e non per forza l'omonima da cui è tratta questa pellicola, per rendersi conto che tale adattamento cinematografico racchiude e sprigiona l'humus orrorifico, morboso e malinconico tipico dello scrittore del Maine.
"Pet Sematary" fa paura, abbastanza paura. 
C'è qualcosa nella pellicola che dà un sentore di sinistro e malato, che va al di là dell'elemento paranormale su cui si basa.
È un qualcosa che lo accomuna ad un altro classico del cinema horror 80: "Hellraiser". 
Entrambi parrebbero film di serie B nati per sguazzare nel genere, ad uso e consumo rapido. Eppure si respira in essi un'aria pestilenziale, che non abbandona lo spettatore dopo la visione. Un tale fenomeno accade quando un'opera dell'orrore rappresenta le passioni umane nella loro essenza più parossistica, come un immenso scrigno che le  racchiuda e le sprigioni tutte assieme. 
Quando una visione diventa un'esperienza di questo tipo non c'è catarsi per lo spettatore, ma solo un opprimente senso di angoscia e turbamento. 
Non succede quasi nulla nel film, almeno secondo l'ottica di un cinema contemporaneo ipercinetico, costretto a tirar fuori ogni due per tre un trucchetto ad effetto, per tenere lo spettatore sufficientemente sveglio.
L'orrore sta tutto lì, ossia nel quotidiano incedere di un'esistenza appesantita dalla costante minaccia della sua caducità, dal dolore del convivere con un lutto e dall'impossibilità della sua piena elaborazione. Una visione crepuscolare che ha il merito di portare avanti con coerenza un mood sommesso e angosciante/angosciato.
Detto della mediocrità stilistica di attori e regia, tuttavia le due componenti rendono in maniera efficace. Ci sono almeno due o tre sequenze che restano impresse nella mente, senza più possibilità di dissolversi. Peccato per l'utilizzo eccessivo dell'espediente macabro dell'apparizione ectoplasmatica di Pascow: di forte suggestione visiva, via via che se ne abusa nell'utilizzo durante l'arco del film, essa viene inflazionata e ridotta a macchietta, protagonista di svariati sketch, cosa che fa a pugni con l'atmosfera lugubre del film e risultante essere un boomerang clamoroso. Da questo punto di vista il libro di King aveva saputo dosare tale elemento con grande maestria ed era dovere della produzione tenerlo presente. 
Privo di elementi iconici e cifre stilistiche (ad eccezione della summenzionata soundtrack), oltreché di un pathos davvero coinvolgente, pur scandito su ritmi cadenzati, "Pet Sematary" trova comunque la sua via e, avvolgendo lo spettatore in una nube di pena e tormento, sprigiona una certa potenza visiva in alcune sequenze davvero raccapriccianti e disturbanti.


Habemus iudicium:
Bob Harris

lunedì 11 dicembre 2017

L'ANGOLO DEL CULT #3: "EASY RIDER" (1969) DI DENNIS HOPPER

« Una volta questo era proprio un gran bel paese, e non riesco a capire quello che gli è successo »
-George Hanson-

E via con un trip da acido in un cimitero. 
La macchina da presa si fa occhio soggettivo e, sostenuta da un montaggio psichedelico in cui si alternano brevi fotogrammi, travalica i normali canoni portandoci dinnanzi ad una scena allucinata e sacrilega.
C'è poco da fare, "Easy Rider" (1969) di Dennis Hopper, vincitore nel tripudio generale della Palma d'Oro al Festival di Cannes, fu il film giusto al momento giusto: pur imperfetto, si impose come vero e proprio spartiacque nella cinematografia made in USA, spalancando definitivamente le porte alla Nuova Hollywood. Per capire il ruolo di questa pellicola e del perché sia divenuto un mito intergenerazionale, si deve però fare un piccolo passo indietro e vedere il contesto in cui si mosse il buon Hopper. 
Hollywood era in crisi nera. Le produzioni cinematografiche avevano raggiunto costi insostenibili ed anche un gigante come la Fox rischiò di chiudere bottega a causa del colossale peplum "Cleopatra". 
A complicare le cose ci avevano pensato i registi europei. La nouvelle vague francese ed il cinema italiano con il neorealismo e la commedia, avevano rinnovato profondamente il linguaggio cinematografico dando vita ad una concorrenza spietata. 
Si aggiungeva a ciò il codice Hays, un regolamento interno alle case di produzione che imponeva una sorta di censura preventiva. Niente violenza, niente sesso, niente droga, il cinema doveva rassicurare il suo pubblico e farlo arrivare al più rincuorante happy ending
E proprio quando tutto sembrava essere finito e la televisione stava diventando la prima forma di entertainment delle famiglie americane, arrivò la svolta: una gragnuola di giovani attori e registi irruppero sulla scena e le case produttrici, come ultimo colpo di coda, gli diedero fiducia, concedendo loro qualche spiccio e spazi di manovra più ampi rispetto ai colleghi più anziani. 
Il simbolo di questo strappo, avvenuto in modo più graduale di quanto si possa immaginare, è "Easy Rider", vero e proprio catalizzatore di quella nuova corrente cinematografica che aveva visto i suoi prodromi ne "Il Laureato"(1967) ed in "Gangster Story"(1967). 
La trama è delle più semplici. 
Due ragazzi, Wyatt (interpretato da Peter Fonda) e Billy (Dennis Hopper) trasportano un carico di cocaina dal Messico agli USA e con i ricavi acquistano due moto chopper. Il loro obiettivo è attraversare il paese, un viaggio dalla California a New Orleans dove andare a festeggiare il carnevale. 
"Easy Rider" è il film on the road per eccellenza, dove il classico tema del viaggio viene mescolato con la controcultura esplosa con la contestazione giovanile del '68. 
Quella di Wyatt e Billy è una fuga dal sapore di libertà, il ripudio di quella società borghese, votata anima e corpo al profitto, pronta a calare in ogni momento la maschera del perbenismo per scatenare la propria violenza verso il diverso (i protagonisti del film sono invisi all'uomo comune, modi di vivere, comportarsi e vestirsi non inquadrabili negli schemi comuni e perciò considerati deprecabili). E' l'epilogo del sogno americano, suggellato da un un finale che lasciò, e lo fa tutt'ora, gli spettatori ammutoliti con un grido di rabbia bloccato nella gola. Una cavalcata epica accompagnata dalla bellezza dei paesaggi naturali, fotografati da Laszlo Kovacs, e dall'esplosiva colonna sonora che va dai Byrds ad Hendrix fino alla grinta blues degli Steppenwolf.
"Easy Rider" mostrò un modo nuovo di fare cinema.
Un film indipendente, con un budget ridotto all'osso, girato fuori studio, che si avvaleva di giovani attori (tra cui un Jack Nicholson ancora semisconosciuto) e distribuito nei circuiti alternativi. Una storia originale in grado di dialogare con il politicizzato pubblico giovanile e che mostrava con forza una realtà socio-politica percorsa da droghe, violenza e sesso. Il nuovo cinema d'autore americano si faceva largo, niente (o quasi) sarebbe stato più come prima.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 11 settembre 2017

L'ANGOLO DEL CULT #2: "NIGHTMARE 3: I GUERRIERI DEL SOGNO" (1987)

Uno, due, tre Freddy viene da te...puttana! 
Oggi vi parlo del classicone horror, iconone anni '80 Nightmare 3: I guerrieri del sogno
Facciamo subito i seri e vi dichiaro apertamente che questo è il miglior capitolo della saga. Certo, la lotta con il primo film capostipite è stata discretamente combattuta, ma poi alla fine qui ci troviamo di fronte al compendio ufficiale del cinema horror slasher anni 80' nella sua forma più goduriosa. 
"Nightmare I: Dal profondo della notte" è un film immensamente suggestivo, fa abbastanza paura ed ha elementi di tendenza, certamente. Freddy è seriosetto e risoluto, ma intravedi qualcosa del suo repertorio sarcastico. Regia e atmosfere sono divinamente horror e vintage (ho ripetuto già due volte finora anni 80 e ahimè potrei farlo di nuovo più avanti! Sono ripetitivo? Sisi e dipende da mie personali carenze lessicali!). 
Dopo un secondo esilarante capitolo che ci costringe a mandare giù scene come quella in cui Freddy insegue in piscina un party di liceali per affettarli alla luce del sole, ci regala voragini di sceneggiatura, incongruenze, pestilenze e prove attoriali da Nightmare (eheheh), Craven torna a prendere le redini e si vede tantissimo. La sua mano si nota in tanti aspetti: prove attoriali, montaggio, sceneggiatura, fotografia. La recitazione convince molto, cosa affatto scontata in un horror. Su questo versante appaiono diverse vecchie conoscenze del cinema per cui lascio a voi profani di scoprirle vedendo il film (non barate con Wikipedia stronzetti), e a voi cinefili di rispondere al mio ammiccamento. 
Il montaggio qui fa davvero tutto: stiamo parlando di un film che tratta il tema delle alterazioni percettive della nostra mente e la regia di Craven rappresenta magnificamente e, senza soluzione di continuità, il passaggio dal piano reale al piano onirico, cifra stilistica per eccellenza della serie. 
Oltretutto alcune sequenze sono entrate di diritto nella storia del cinema horror: per citarne un paio direi il Freddy burattinaio, stagliato orrendamenre maestoso sullo sfondo del convento/ospedale psichiatrico, e la sua vorace versione serpentesca. 
La sceneggiatura tiene incollati al divano, questo sicuramente: colpi di scena e rivelazioni portano acqua al mulino della saga e il merito va specialmente a questo capitolo che li dosa e li inserisce nel tessuto di una trama dai ritmi serrati; inoltre ci attrae verso un'argomento dalla sicura fascinazione come il sonno, già nella tagline definito evocativamente (quanto mi piacciono gli avverbi, slurp!) come squarcio di morte.
Quanto dovremmo aspettare per vedere una nuova icona del cinema horror all'altezza di Freddy?
Qui si parla di un villain cool ed affascinante, che di personalità ne ha da vendere: istrionico infestatore di sogni altrui, ironico guascone delle nostre risate più compiaciute ("Contenta Jennifer? I tuoi sogni stanno per realizzarsi! non volevi entrare in televisione?!"; anche se in originale suonava diversamente: "welcome to primetime, bitch!") e boogeyman dalla presenza totalizzante.
Ma principalmente Freddy Kruger, oltre che carnefice delle nuove generazioni, diventa il veicolo per permettere loro di esprimere la propria personalità: vediamo disadattati sociali, giovani menomati nel fisico e nella mente, emergere colorati della propria fantasia, l'arma più potente per combattere un nemico forgiato dalla malsana società degli adulti.
La gioventù, espressione e vittima dell'era postmoderna, è chiamata a riscattare le colpe dei padri in un tentativo tragicamente eroico. I giovani rappresentano quei guerrieri che lotteranno per garantire il nostro domani: in fondo questa leggendaria saga cinematografica ha sempre cercato di spiegarcelo.

Habemus Judicium:


Bob Harris

venerdì 14 aprile 2017

L'ANGOLO DEL CULT #1: "CANNIBAL HOLOCAUST" (1980) DI RUGGERO DEODATO


In uno speciale sul cinema splatter scritto tempo fa, Saw e i suoi fratelli: che la mattanza abbia inizio (link), citammo un po' di film, tra i quali l'italiano "Cannibal Holocaust", opera del 1980 del regista lucano Ruggero Deodato
"Cannibal holocaust" rientra nel filone del cannibal-movie, un sottogenere dello splatter legato alle tematiche del cinema di avventura e talvolta portato, in curiosi ed originali progetti, nell'alveo dell' erotico/porno (un esempio su tutti "Emanuelle e gli ultimi cannibali" di Joe D'amato).
Questo sotto-genere nasce e si sviluppa in Italia a partire dagli anni '70 ed a fare da apripista è "Il paese del sesso selvaggio" (1972) di Lenzi (il quale tornerà sul genere nel 1980 con "Mangiati vivi") dove si vede la prima scena di cannibalismo.
Il cannibal-movie, a prescindere dai gusti personali, è un'innovazione importante per il genere horror, lo allontana dalle tipiche ambientazioni notturne, portando la violenza e l'orrido ad una piena esposizione visiva.
Il film di Deodato è, a torto o ragione, il più celebre del lotto, una pellicola da alcuni considerata un vero e proprio cult, da altri un'esposizione gratuita di violenza infarcito di razzismo e imperialismo, reso oggetto di culto più dalle censure che subì (tagliato pesantemente in oltre 50 paesi, bandito in Sud Africa, Regno Unito, Filippine ed Islanda) che da pregi cinematografici.
Fatta questa doverosa premessa passiamo al film.


Il viaggio nel "Cannibal Holocaust":
Iniziamo dalla storia.
Quattro giovani reporter si recano in Amazzonia per girare un documentario per la TV sulle tribù che praticano il cannibalismo. Trascorrono 6 mesi dall'inizio della spedizione e di loro non si ha più alcuna notizia.
Un antropologo newyorkese, Harold Monroe viene messo a capo di una spedizione, ed assieme a due guide locali, si addentra nella foresta per far luce sulla misteriosa scomparsa.
Monroe incontra belve feroci, tribù cannibali e tracce inquietanti che lasciano presagire qualcosa di tremendo. Attraverso un impervio percorso si giunge al ritrovamento dei giovani, delle loro attrezzature e di tutto il materiale girato.
Si apre una la discesa verso un'eccitazione malata mostrata nei più minimi particolari: villaggi incendiati, animali squartati, torture, abusi, stupri ed omicidi a danni degli indios. Si apre il "Green Inferno"di Deodato.
Il tessuto narrativo di tutta la seconda parte del film si basa sulla visione del materiale girato recuperato; siamo dinnanzi ad un mockumentary, espediente narrativo che anticipa di quasi 30 anni l'idea del celebre "The Blair Whitch Project" (1999). 
La metodologia seguita da Deodato è ingegnosa.
Per rendere il falso documentario più reale possibile, gira tutte le scene con la telecamera a mano, e, al posto della pellicola a 35 mm usata per il resto del film, opta per una meno cinematografica da 16 mm (1). Non ancora del contento del risultato prende le pellicole le butta a terra, le calpesta e le graffia.
L'obiettivo di Deodato è uno solo: trasformare la finzione cinematografica in una storia vera.
C'è di più, gli attori che muoiono nel film, per contratto, devono stare per un po' di tempo lontane dai riflettori: tutto deve essere il più credibile possibile.
A tutto ciò si aggiunge un'intensa campagna pubblicitaria con slogan promozionali ad effetto: «Avvertimento, gli uomini che vedrete mangiati vivi sono gli stessi che hanno filmato queste incredibili sequenze»; «Cruel * Barbaric * Authentic»; ed ancora, «in 1979 four documentary filmmakers disappeared in the jungles of South America while shooting a film about cannibalism... Six months later, their footage was found».
Il gioco del regista funziona. Pure troppo.
Ad alcuni sorge il dubbio che il film possa essere uno snuff movie ed in men che non si dica dai giudizi sul valore estetico della pellicola si passa ad una discussione dai toni sempre più surreali.
Nel Regno Unito il film viene inserito in una black list che ne impedirà la distribuzione per molti anni.
A Bogotà Deodato rischia il linciaggio. Il fonico del film, forse per farsi pubblicità, forse per scherzo, afferma che "Cannibal Holocaust" è una pellicola girata per denigrare la cultura degli Indios. Non contento rincara la dose descrivendo il regista lucano come un pazzo sanguinario che ha fatto realmente uccidere dei nativi sul set per rendere le riprese più veritiere.
Risultato: durante una festa Deodato è costretto a fuggire, rincorso da alcuni colombiani presenti. Si ripara in una fattoria per una settimana e scortato da un boss locale, prima con un'auto corazzata, poi con un elicottero, giunge all'aeroporto più vicino dove prende il primo aereo per Miami.
In Italia si apre un processo a carico del regista e dei produttori, i quali si vedono costretti a portare in tribunale gli attori assassinati per dimostrare la finzione cinematografica.
Deodato e soci si devono poi difendere dall'accusa di torture e sevizie su animali.
Tra questi una tartaruga gigante protagonista di una delle sequenze più brutali della cinematografia: la testuggine viene trascinata fuori dal fiume dai documentaristi che, in stato di eccitazione, la sventrano. Immagini reali queste.
La giustificazione? Sono riprese di valore documentaristico. Si rappresenta, spiega Deodato al giudice, niente di più di quello che le tribù locali fanno quotidianamente. A suffragare questa posizione il fatto che sia gli indigeni presenti sul set, nonché alcuni dei componenti della troupe, abbiano mangiato tutti gli animali uccisi.
Fatto sta che si devono attendere quattro lunghi anni prima che la Cassazione ponga fine alla storia assolvendo gli imputati, riabilitando la pellicola e facendola finalmente giungere nelle sale cinematografiche. Il lungo lasso di tempo trascorso ed il nugolo di proteste avevano però fatto perdere interesse alla pellicola ed allontanato il pubblico dalle sale. In Italia "Cannibal Holocaust" fu un mezzo flop. All'estero un successo clamoroso.
Un carnaio di polemiche, un processo e tante censure.
Ma cos'è in realtà "Cannibal holocaust"?
E' davvero, usando le parole di dizionari e della critica, una violenza fine a se stessa composta da scene di bassa macelleria volto a raggiungere un inutile e cinico sensazionalismo?
Per chi scrive la risposta è no, o almeno non è del tutto così.
E' un film crudele, con scene orribili, non si può negare. Deodato indugia tanto sulla violenza, facendolo sembrare quasi un esercizio sadico fine a sé stesso.
Ma "Cannibal Holocaust" è molto altro.
Gli aspetti tecnici, sottolineati in precedenza, lo fanno essere un laboratorio cinematografico di grande interesse. E' un film curato in ogni suo dettaglio, basti pensare all'intensa colonna sonora di Riz Ortolani che accompagna perfettamente l'incalzare delle immagini.
Poi c'è il contenuto narrativo. La brutalità non è gratuita, ma viene piegata e diviene strumento critico. "Cannibal Holocaust" non è altro che una cruda e lucida critica ai mass media, sempre pronti a strumentalizzare la violenza ed a distorcere la realtà ai fini di audience; un percorso contenutistico che sarebbe stato seguito un decennio dopo da Oliver Stone con "Assassini nati", anche'esso caratterizzato dall'utilizzo di più formati di pellicola (35 mm, 16mm e 8mm).
"Cannibal Holocaust" dietro il suo impatto visivo orripilante e destabilizzante, è un'opera di demistificazione, rovescia il punto di osservazione e mostra una visione pessimistica della società occidentale, così sicura della propria superiorità rispetto ai selvaggi eppure ancora governata da leggi primitive e sanguinarie.
Cari lettori, prendetevi un gastroprotettore e guardatevi "Cannibal Holocaust", scoprirete un cinema italiano coraggioso e sperimentatore, un vortice di pregi e difetti assenti nel piattume odierno. Ne vale la pena.

Habemus Judicium:
Ismail