Visualizzazione post con etichetta Thriller. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Thriller. Mostra tutti i post

lunedì 26 novembre 2018

"7 SCONOSCIUTI A EL ROYALE" (2018) DI DREW GODDARD

Esiste, seppur raro, un cinema capace di raccontare una storia. Non parlo semplicemente dell'abilità nel farlo, ma della magia, insita nella mano di alcuni sceneggiatori, di creare un'atmosfera suggestiva e coinvolgente. Tra questi sceneggiatori rientra sicuramente Drew Goddard, già abile storyteller di uno degli horror più bizzarri e geniali degli ultimi anni, "Cabin in the wood" (da noi distribuito con il titolo "Quella Casa nel Bosco"), nella doppia veste di sceneggiatore e regista. 
Trama: siamo alla fine degli anni sessanta e l'hotel El Royale nasconde diversi segreti. Qui si ritrovano tre sconosciuti: una giovane cantante, un anziano prete e un venditore di aspirapolvere. Il gestore dell'albergo illustra loro una piantina della struttura facendogli scegliere se alloggiare in Nevada o in California, visto che l'hotel è esattamente sopra il confine tra i due stati. Ad un certo punto una ragazza hippie entra nell'hotel con comportamenti ambigui. Tutti diventeranno sospettosi gli uni verso gli altri ed ognuno dei presenti si troverà in quel posto per delle ragioni precise. 
"Bad time at the El Royale" suona decisamente meglio della insulsa traduzione italiana ("7 Sconosciuti a El Royale") e rende perfettamente l'idea di ciò che succederà nell'arco della pellicola.
Il film è strutturato in modo circolare: fin da principio vengono principalmente presentati i due personaggi che ci accompagneranno fino al pirotecnico epilogo della pellicola. Ed a conti fatti El Royale si avvicina molto a prodotti quali "Hateful Eight" e "Identità", riprendendone gran parte della struttura del primo e l'ambientazione del secondo.
A differenza dell'opera di Tarantino, El Royale non si avvale di dialoghi particolarmente brillanti ed incisivi, ma sicuramente si giova di una grande attenzione nella caratterizzazione dei personaggi, vero punto di forza della pellicola. 
La regia di Goddard è poi abile nel giocare sui diversi piani temporali che vanno poi a comporre il mosaico dell'intreccio narrativo e si nota una certa abilità (di cui abbiamo già avuto prova in "Cabin in the wood") nell'orchestrare le sequenze più concitate e ad alto tasso di violenza. Nonostante la sua durata corposa (più di due ore), la capacità di tessere una trama così complessa, ma accattivante, evita di far ballare l'occhio sulla lancetta dell'orologio. Tanta tanta roba davvero. 
"7 sconosciuti a El Royale" non è né un film politico né racchiude in sé particolari rimandi ipertestuali, eppure riesce a tratteggiare dei caratteri che, pur nell'assurdità delle situazioni, sono realistici ed alcuni concetti, di cui sono portatori, risultano essere molto ficcanti, pur nella loro intuitività. Discorso a parte per il charachter impersonato da Chris Hemsworth che è, almeno in parte, una stonatura: introdotto tardivamente da fanfare Tarantiniane, dovrebbe portare un ulteriore scombussolamento dell'intreccio, ma risulta stereotipato e superficiale; tutto sommato però, la trovata si digerisce e garantisce un ultimo atto adrenalinico, per quanto sovrabbondante rispetto a gran parte dell'intreccio. 
Colorato, stiloso, canterino (ma serioso) e ben interpretato da un cast di livello (Cynthia Erivo gran bella rivelazione), El Royale non è niente di rivoluzionario, quindi, né eccessivamente pretenzioso, ma ha diverse carte vincenti e se le gioca tutte egregiamente. 
Fin quando ci garantiranno il diritto di andare al cinema a vedere prodotti di questo tipo, che ci ammaliano fino a trascinarci totalmente nel loro mondo per due ore e più, beh allora saremmo soddisfatti di aver speso quella manciata di denari, liberati per una serata dalla schiavitù di una piattaforma totalizzante.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 12 novembre 2018

MADE IN NETFLIX #3: "APOSTLE" DI GARETH EVANS

Netflix fa temere.
Fa temere l'eventualità che dia il via a una lunga serie di prodotti non scadenti, peggio: prodotti di qualità sì, ma tanto anonimi da essere di trascurabile e dimenticabile mediocrità. 
A dire il vero, che siano trascurabili, beh, pare proprio di no, dal momento in cui il colosso californiano è riuscito nel suo intento di conquistare le menti torpide del volgo cinetelevisivo casalingo, tanto da imboccare i fedeli abbonati a sciropparsi tutta una serie di produzioni poste in rilievo dalla piattaforma: due grafiche, un font accattivante e via con il binge watching (di sto cazzo).
Questo "Apostle" sembra avere tutte le caratteristiche del classico prodotto della piattaforma ammazza cinema: accattivante, dal cast interessante, poco pubblicizzato (se non su Netflix) e vuoto dentro. Ma vediamo.
Trama: un tizio, Thomas, si imbarca su un'isola abitata da una setta di invasatiofcourse (capitanata da Micheal Shannon) per salvare la sorella Jennifer, rapita dalla setta medesima allo scopo di estorcere soldi al ricco padre dei due. Poi sull'isola ci sono sermoni, omicidi brutali, passioni represse, misteri poco stimolanti e tanta voglia di menare le mani, mal celata.
Il regista Gareth Evans si è fatto conoscere per dei film d'azione indonesiani che hanno rivoluzionato il genere, per via della ventata innovativa nella costruzione delle scene action (si vedano "Merantau" ed i due "Raid"). Questo film, però, sembra mettere da parte le scazzottate a favore di una trama horror/thriller paranormale. 
Ho detto horror
Ma dove e quando? 
Non si costruisce la benché minima atmosfera horror e non è solo una questione di jump scares. Tutto il film sembra un accozzaglia di generi fusi tra loro in singole sequenze: si va dall'horror di poche poche scene verso 3/4 del film al thriller, passando per il dramma puro e l'action
Ebbene si, Gareth non si è dimenticato il piacere di far scazzottare allegramente i personaggi, perciò il terzo atto del film è un bel continuo di spintoni, coltelli, prese stile judo e tanto, tanto sangue. Il lato gore non difetta e più di una volta ci si troverà di fronte ad insistite e morbose inquadrature che appagano tale gusto. 
Per quanto riguarda il dramma non si va oltre il tema del sacrificio, e, seppur reso in modo formalmente impeccabile, lascia abbastanza indifferenti. Il punto è che la costruzione dei personaggi è assente: assente un qualsivoglia approfondimento psicologico (non basteranno mica due pillole da un lato o due bacetti dall'altro?), assente ancora di più un'interazione convincente tra i main charachters. 
Pare funzioni solo il personaggio di Malcolm, interpretato da Shannon: a lui si che è concessa qualche sfumatura psicologica degna di nota e, d'altro canto, il purissimo talento britannico riempie già di per sé la scena. 
Dicevamo dell'horror. 
Se questo voleva essere un film di mistero o di ambientazione orrorifica, non vi riesce minimamente: non c'è costruzione della tensione, non viene intessuto alcun mistero, tutto viene banalmente preannunciato o mostrato (quando non appare scontato di per sé); i due o tre momenti horror, invece, per quanto convincenti, sono alquanto estemporanei, questo perché il film apre troppi filoni per poi non riuscire a mantenerne saldo uno che sia uno in modo coerente dall'inizio alla fine. 
"Apostle" è un'accozzaglia di generi che sfocia in un epilogo in stile Gareth Evans. Ebbene sì è proprio quel tipo di prodotto insipido targato Netflix che frulla diversi ingredienti di qualità, per creare un piatto che può sembrare gustoso al primo assaggio, ma che non ha un sapore suo che lo distingua in modo particolare e risulta davvero poco incisivo in quanto esperienza visiva. Invochiamo il fuoco purificatore anche noi.

P.s.: Ma cazzo nel trailer si capisce già tutto!

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 8 ottobre 2018

SPECIALE R&R (PARTE III): "CANE DI PAGLIA", IL RIFLESSO DELLA CATTIVA COSCIENZA AMERICANA

⟸Parte II                         Parte IV⇒
«Quando la gente impreca contro il mio modo di trattare la violenza in pratica dice: 'Non Mostrarmela, non voglio sapere, e prendetemi un'altra birra dal frigorifero...'. Credo che sia sbagliato. e pericoloso, rifiutare di riconoscere la natura animale dell'uomo»
-Sam Peckinpah-

Chi è stato Sam Peckinpah?
Uno di quei cocciuti che tanto piace a noi.
Una vita a tirare avanti la baracca con sceneggiature e regie per la Tv, poi il grande salto nel cinema con il suo amato West. Qui un continuo braccio di ferro con la produzione: lui voleva fare il cazzo che gli pareva, quelli che ci mettevano i soldi preferivano un regista che portasse avanti il compitino senza troppi fronzoli.
Sam, il suo primo lungometraggio, "La morte cavalca a Rio Bravo"(1961), lo rinnegò: regia e montaggio vennero eseguiti sotto la strettissima sorveglianza dei produttori che inevitabilmente marchiarono il prodotto. 
Una prima piccola rivincita arrivò l'anno successivo con "Sfida nell'Alta Sierra", la storiella di due arzilli cowboy è vero, ma con un realismo che poco si addiceva al western americano. Poi ancora scazzi per "Sierra Charriba", tagliuzzato in post-produzione di ben trenta minuti.
Divenuto un indesiderabile, torna alla tv e qui ottiene il clamoroso successo con il serial "Noon wine". Al resto ci pensò il vento inarrestabile della Nuova Hollywood che apriva nuovi spazi di libertà per i registi americani. Siamo nel 1969 e gli zoccoli dei cavalli calpestano selvaggiamente i corpi inermi: "Il Mucchio Selvaggio" (1969) è Il western americano, anzi è la storia e l'anima del migliore cinema a stelle e strisce.
Sam Peckinpah è stato un innovatore del cinema d'oltreoceano, nonché fonte di ispirazione per le generazioni successive; chiedete a Scorsese e Tarantino. Il suo cinema portava un'ondata di violenza e realismo che Hollywood non aveva mai visto. Era quasi inevitabile che il californiano entrasse in questo speciale con un suo film.

"Cane di paglia-Straw Dogs" (1971) di Sam Peckinpah:
Lui, David (Dustin Hoffman), è un matematico americano ed ha avuto una borsa di studio per un progetto importante. Ha deciso di trasferirsi in Cornovaglia, nel paese d'origine della sua bella compagna, Amy (Susan George). Qui potrà, in tutta tranquillità, svolgere le proprie ricerche. 
Non c'è il clima arido e polveroso del vecchio West, è vero. Al suo posto troviamo verdi collinette attraversate dalle sinuose strade che ne disegnano il paesaggio. Anche il periodo non è quello giusto; siamo nei primi anni '70 carichi di istanze e rivendicazioni sociali. 
Ma la rivoluzione culturale è distante come non mai ed il selvaggio west lo si respira nell'aria. 
C'è il saloon dove i suoi luridi clienti comprano sigarette e bevono litri di birre. C'è l'uomo solo, il Maggiore, che tiene a bada gli animi ed è chiamato a far rispettare la legge. Siamo nella civile Inghilterra eppure si è in un qualsiasi paese di confine dove si lotta per la predominazione.
Ma torniamo alla giovane coppia. 
I due hanno preso una casetta in campagna che richiede delle riparazioni al tetto. Su richiesta della moglie, David ingaggia Charlie, l'ex fidanzato di Amy, ed i suoi compari. Sembra siano portati per i lavori in muratura. 
Lui studia e lei si annoia. 
Lui subisce le angherie dei maschietti, lei, stanca di un compagno incapace di imporsi, apre per bene i suoi occhioni verdi e fa un po' la civettuola. 
Lui va a caccia, lei viene stuprata.
"Cane di Paglia" ci prepara lentamente ad una furiosa lotta tra apollineo e dionisiaco, un assalto alla diligenza che cresce costantemente ed esplode con un'intensità inaudita; si tocca con mano l'essenza del Peckinpah fatto di rallenti e montaggi frenetici che esaltano la violenza caricandola di significati.
E "Cane di Paglia" mise a dura prova la critica ed il pubblico dell'epoca.
Alcuni dotti si affrettarono a sottolineare un eccessivo compiacimento nella messa in scena della violenza; poi, a complicare le cose, c'era la scena dello stupro con una Amy così ambigua, quasi divisa tra il terrore e la voglia di abbandonarsi al lato più istintivo e cadere tra le braccia di Charlie, l'uomo che incarna tutto ciò che non è il marito David. Il velo di ambiguità cade repentinamente, palesandosi (con l'arrivo del branco) un senso di disgusto che si ripercuoterà nel successivo incontro alla festa parrocchiale.
Dai dubbi alle etichette il passo fu breve. 
"Cane di Paglia" è un'opera misogina
Di più, la prima opera d'arte fascista d'America.
Forse però la realtà è più complessa.
Peckinpah un'operazione di questo tipo l'aveva già compiuta con il vecchio west
Il mito della frontiera veniva preso a martellate, divenendo un luogo abitato da personaggi in decadimento, sia fisico che morale; volti luridi che esprimevano il futuro capitalismo anarchico che imponeva la sua forza su terre e uomini.
Lo stesso avviene in "Cane di Paglia".
Il mondo occidentale civilizzato, sostenuto dal mito del progresso, non esiste e nasconde dentro di sé un furore primordiale. Così ad una società rurale timorosa verso "scioperi, rivolte e negri che si ribellano", risponde David, il miglior frutto dell'America. Egli è colto, educato, perbenista ed ipocrita. E' ben predisposto a girar la testa dall'altra parte, a sentirsi superiore agli altri e, quando è necessario, ad imporre il suo senso di giusto attraverso una forza primitiva e violenta.
"Cane di Paglia" è prima di tutto questo, un'opera pessimista che prende per il bavero lo spettatore e lo spinge ad una presa di coscienza dolorosa e non voluta. E' l'espressione di una natura umana irrimediabilmente animalesca. Anzi, «il riflesso della cattiva coscienza dell’America».

"Straw Dogs" (2011) di Rod Lurie:
10 anni or sono è scoppiata la mania di rifare film famosi anche a distanza di pochi anni dalla loro uscita. Ciò è dovuto, con tutta evidenza, ad una mancanza palese di idee e di intraprendenza nell'ambiente hollywoodiano. Curiosamente, gran parte di questi rifacimenti a scopo meramente commerciale, ha preso di mira opere figlie della  Nuova Hollywood: come dire, un po' come il Che che lottò contro il capitalismo americano per poi finire stampato su milioni di t-shirt.
Ciò è avvenuto anche con i R&R. La strada è stata inaugurata nel 2009 da Dennis Iliadis con "L'ultima casa e sinistra" ed è proseguita con "I spit on your grave" (2010). Ed in questo contesto, anche Sam Peckinpah ha avuto il suo figlio (il)legittimo.
***
"Strew Dogs" (2011) di Rod Lurie è una pedissequa ricalcatura delle linee narrative dell'originale.
Per questo remake si punta su un cast di volti noti: James Marsden, Alexander Skarsgard, James Woods e Kate Bosworth, giusto per citarne alcuni.
Difficile accettare la facciacazzi di James Marsden, ma bisogna ammettere che fa il suo e quegli occhietti blu gli si illuminano al momento giusto; Kate Bosworth? Neanche quello. Skarsgard e Dominic Purcell, rispettivamente nella parte del ganzo uomo Alpha di paese l'uno e del ritardato mentale l'altro, andrebbero quasi scambiati di ruolo, senti un po' che ti dico.
Per fortuna ad evitare un gran miscasting ci pensa quell'acqua ragia di James Woods, perfettamente a suo agio nel ruolo di un ex coach ubriacone e violento.
A sto giro non sono più le fredde e nebbiose brughiere della Cornovaglia ad essere protagoniste, ma il polveroso e torrido Mississipi. Questo cambia un bel po' la faccenda, perché si perde uno dei tratti peculiari dell'originale e per l'ennesima volta si vira marcatamente verso una critica feroce della provincia americana bigotta e violenta. Stavolta il West c'è per davvero, i luoghi sono quelli, i redneck pure. Stranamente rimane il cottage stile britannico paro paro a quello dell'originale, il che ovviamente non ha alcun senso in un contesto così diverso.
Differenze dall'originale? Che sia un coach e non un maggiore il metronomo di quella violenza, costantemente e sottilmente percepibile e pronta ad esplodere, o che il personaggio di Charlie si diverta a beccare verbalmente David (dando vita a un dissing) poco fa. È un'opera completamente derivativa che ricalca esattamente l'originale scena per scena. Addirittura Rod Lurie riproduce esattamente il montaggio incrociato tra la scena dello stupro e quella della caccia. Più di così...
C'è da dire che, in questo remake, si decide di accentare in modo ben preciso l'ambiguità dell'originale, rappresentata dal personaggio di Amy: il film del 1972 mostra, in modo più smaccato, l'attrazione di Amy verso Charlie e, quando si consuma il rapporto sessuale, appare chiaro come ci sia un certo godimento da parte della protagonista, subito poi trasformato in orrore per la piega che assume successivamente la questione.
L'Amy di "Strew Dogs", invece, non fa NIENTE (se non in una stupidissima scena stile peep show) per legittimare le convinzioni e la determinazione di Charlie e i suoi amici ed, anzi, si ribella apertamente e violentemente alla crescente prevaricazione subita.
Questa differenza non va che a favore della visione cruda di Peckinpah, il quale utilizza l'ambiguità sessuale di Amy per sottolineare ulteriormente una verità ineluttabile dell' istintività umana: in modo innegabile, prima che affiori la sua parte razionale e autoconservativa, Amy si abbandona volitivamente al più forte, sfogando il suo atavico, e radicato nel profondo, istinto di eterodominazione femminile, ormai represso e compresso nel rapporto monotono e velleitario con David. Solo con l'affermazione brutale del suo ruolo di capobranco David riesce a mostrare il suo valore, in barba al ruolo sociale che ricopre e che, già ampiamente, lo legittimerebbe su una comunità di campagnoli.
Questa operazione di vernissage sicuramente ha i suoi pregi rispetto alle zozzerie che hanno imperversato negli ultimi anni. Resta il fatto che l'originale non necessitava di un remake più cinematografico, ma anche in questo caso bisogna astenersi da eccessivi raffronti.
Il film è girato molto bene, abile nel creare tensione e nell'avere un certo impatto sullo spettatore: risulta sicuramente un prodotto di qualità.
Per i pigri o i più giovani può essere una buona alternativa, moderna e restaurata, per esplorare la tematica spinosa che sta alla base del libro da cui sono tratti i due film [continua...].

Bob Ft. Ismail

domenica 5 agosto 2018

"BIANCA" (1984) DI NANNI MORETTI

«A casa mia succedono cose strane. Le piante, io le annaffio ma loro muoiono lo stesso. La frutta marcisce. I muri, sembra che avanzino»
-Michele Apicella-

Con "Bianca" Nanni Moretti entra nell'olimpo del cinema italiano e si impone definitivamente quale autore con la A maiuscola. Lo fa portandosi dietro Michele Apicella (il cognome è quello della madre da nubile), l'alter ego che resisterà sino a "Palombella Rossa" (1989) e nel quale riversare dubbi, nevrosi ed amnesie.
In "Bianca", Michele è un giovane professore di matematica; da poco si è stabilito in una nuova casa a Roma e qui fa conoscenza con i suoi vicini: Massimiliano (interpretato da un giovanissimo Vincenzo Salemme) ed Aurora, una giovane coppia alle prese con i problemi di tutti i giorni, e Siro (l'immenso Remo Remotti), un anziano signore amante delle donne e della bella vita. Michele troverà l'amore nella professoressa di francese, Bianca (Laura Morante). Sullo sfondo una serie di delitti che sconvolge la quotidianità del suo palazzo.
In poco più di un'ora di film, Moretti riesce a condensare tutta la freschezza e la vitalità del suo pensiero, una visione della settima arte che si impone con uno stile e contenuti propri.
"Bianca" non è nient'altro che un giallo alla Agata Christie e, per caratteristiche, il Nanni protagonista, così arroccato nella sua ossessiva ma meditante superiorità, può ricordare un Ercule Poirot più logorroico e meno pacato. Moretti ci propone la sua visione del cinema di genere, una propensione hitchcockiana (si vedano I richiami a "La finestra sul cortile") in cui non ostentare il delitto. Un film su un serial killer non deve finire in una colata splatter à la "Harry-Pioggia di sangue"; è la telecamera ad uccidere, facendo semplicemente scomparire le persone dal suo obiettivo. 
Ciò che appare evidente nell'opera di Moretti è una ricerca costante del nonsense e del surreale, anche qui, quasi a richiamare un altro sommo confronto con il primo caustico Woody Allen.
Il raffronto con l'autore statunitense non è casuale e limitato: c'è l'idea dell'autore/protagonista, una visione cinica (ma a piccoli tratti incantata) della società contemporanea; c'è il suo interagire con una moltitudine di personaggi, piazzati lì lungo il suo percorso egotico, con lo scopo di giungere, tramite un costante dialogo maieutico, ad una ragionata ed rinnovata consapevolezza di sé. 
E poi quella visione così conflittuale e psicoanalitica della relazione sentimentale: l'attitudine di Moretti ricorda facilmente l'Allen di un "Bananas" o di un "Io e Annie". Personaggi in costante lotta con le proprie fisime, arrapati ed impauriti, sempre messi di fronte all'Amore, desiderosi e disillusi nella sua ricerca, ma incapaci di accettarlo veramente quando si palesa.
Michele Apicella, come Moretti, è un raffinato osservatore della realtà circostante e delle dinamiche umane. Tramite i vari personaggi comprimari ci offre un prospetto dei rapporti umani nelle loro varie declinazioni ed elabora una riflessione, piuttosto esistenziale, del sentimento umano. Dal particolare al generale/universale, come da manuale.
Tra una scena memorabile e l'altra (il barattolo gigante di Nutella con cui lenire le nevrosi d'amore, il monologo sulla torta Sacher) si giunge al dipanamento dell'intreccio. 
Il film riesce a mantenere saldo il proprio filo conduttore, nonostante la miriade di riflessioni ed episodi slegati dell'intreccio principale e, tutto sommato, Moretti ci porta per mano al finale con la trillante curiosità di scoprire il nome dell'assassino. 
Questo significa essere autori: piegare il genere alla propria visione, sfruttarlo per raccontare e raccontarsi, ma rispettandone la struttura e la forza narrativa. 
Moretti uber alles!

Habemus Judicium:
Bob ft. Ismail



lunedì 23 luglio 2018

"LA NOTTE DEL GIUDIZIO-ELECTION YEAR" (2016) DI JAMES DEMONACO

"The Purge: Election Year" chiude il cerchio di un brand di successo, ormai in procinto di svilupparsi attraverso la piattaforma televisiva.
L'idea alla base de "La notte del giudizio" è, come spesso capita per le idee, qualcosa di tanto intuitivo quanto geniale allo stesso tempo.
Il capostipite con questa intuizione, di una società capace di negare sé stessa una dozzina di ore l'anno per poter riaffermarsi con più forza, ci campava completamente, vivendone di rendita. Perciò aveva gioco facile a sfamare una curiosità di un certo peso: vedere la trasformazione dell'essere umano di fronte non solo alla possibilità di svincolarsi dalle regole sociali, per dar sfogo ai suoi istinti più primitivi, ma anche di reinserirsi, con disinvoltura e in brevissimo tempo, in quella stessa società, in modo del tutto naturale.
È in questo che risiede l'elemento distopico del film. Non tanto in una comunità che dispieghi momentaneamente meccanismi brutali per sopravvivere (questa è la realtà di tutti i giorni), quanto nell'ottica straniante di una passiva (o attiva) accettazione di questo concertato rituale sacrificale. Qui non c'è mistificazione, non c'è manipolazione terroristica dei media, non si gioca sulla paura, ma si accetta e si accoglie tale soluzione alla pari di un dogma religioso. Difatti, dopo un buon secondo capitolo che spinge sul lato action, abbandonando le venature horror del primo, questo terzo episodio gioca molto sul binomio stato/religione.
Ma vediamo di cosa parla questo "Election Year".
Nell'anno 2022, in concomitanza con le vicende narrate nel primo film, durante lo sfogo annuale un sadico sta torturando una giovane donna di nome Charlie Roan e la sua famiglia. Finirà con lo sterminarla, lasciando solamente lei in vita. 
Diciotto anni dopo, due giorni prima dello Sfogo annuale, una serie di rivoltosi protestano a Washington D.C., dopo la notizia giunta da alcuni rapporti secondo cui i Nuovi Padri Fondatori (NFFA) stiano usando lo Sfogo per beneficiare la loro agenda economica. Ciò sta avendo una grande ripercussione anche sulle imminenti elezioni presidenziali. Infatti Charlie Roan, divenuta ora senatrice, sta guadagnando terreno a discapito del candidato proposto dalla NFFA, il ministro Edwidge Owens. La NFFA, guidata da Caleb Warrens, inizia a vedere Roan come una minaccia al loro regime e prevede quindi di utilizzare l'imminente Sfogo per farla fuori. 
Il terzo capitolo sposta l'asse sulle tematiche politiche e sociali. Da questo punto di vista, si può condividere la scelta di virare su una diversa prospettiva per poter salvaguardare quella qualità (ri)innovativa che aveva contraddistinto il secondo capitolo.
Inutile pretendere da questo tipo di prodotti un'eccessivo approfondimento di suddette tematiche. Stiamo parlando di riempitivi funzionali a intermezzare una scena d'azione e l'altra. 
Il fatto è che il film perde inevitabilmente di mordente rispetto ai predecessori: laddove il primo giocava egregiamente con il thriller; il secondo costruiva una costante atmosfera di pathos, mantenendo un certo ritmo sostenuto per tutta la sua durata e beneficiando, per la verità, dell'effetto propulsivo impresso dal primo film. Qui, invece, i buoni propositi si scontrano con la banalità della messa in scena di quella idea iniziale, ormai lontana dallo stupire.
È l'ingrata eredità che pesa su questo terzo episodio.
Certamente, c'è sempre dietro una buona manifattura nel costruire le scene d'azione, che poi è la ciccia del film. Per il resto non può che apparire completamente metabolizzato il meccanismo di esibizione compiaciuta della follia umana; ad esempio risulta particolarmente fastidioso e scadente il personaggio di Kimmy, una teppistella trasgressiva dallo sguardo ferino che dovrebbe dare continuità al leitmotiv della saga: la violenza irrazionale che ingenera un senso di minaccia a tutto campo.
Ma di preciso cosa vuole aggiungere Election Year?
Sicuramente l'elemento rivoluzionario vuole porre l'accento sulla condizione delle classi meno abbienti, costanti vittime delle politiche governative più conservatrici e reazionarie, mirate a garantire il trastullo di una certa classe borghese agiata, ed a lucrare, per l'ennesima volta, sfruttando il business che la violenza ingenera.
Critica alla politica bellica di Trump?
Dito puntato contro la National Rifle Association (che poi l'ei fu Charlton Henston sarebbe stato un perfetto main character del film, ironia della sorte)?
Chissene, tanto ad Hollywood si muovono sempre allo scopo di mettere in scena un po' di cagnara acchiappa-biglietti ingozzata di effetti speciali, perciò non sembra il caso di allargarsi su eccessive interpretazioni e rimandi al quotidiano.
Ah, ci sarebbe anche una critica al sistema assicurativo americano, incarnata nel personaggio di Joe, ma è talmente accennata e pretestuosa da non meritare anch'essa ulteriori approfondimenti. 
Perciò sotto con la revolution e la devolution, si torni ad una situazione pre-sfogo. Poi tanta tanta azione che, come ribadito, non manca di essere incalzante. 
Ma di certo non ci si può appassionare alle vicende di personaggi costruiti in modo dozzinale, che, oltre ad essere altamente stereotipati, risultano più o meno buffi.
Su tutti il personaggio di  Bishop, volutamente inserito nella mischia con lo scopo di rappresentare un black guy che, farneticando sulla necessità di un'azione armata, richiama la figura di Malcolm X. In realtà risulta così poco approfondito che finisce per scimmiottarlo malamente (e non è un gioco di parole razzista). 
Che dire, poi, dei due senatori rivali?
La senatrice Roan è in principio rappresentata così cazzuta ed emancipata da provocare poi, nell'evolversi della trama, una grossa delusione nello spettatore, messo di fronte a un semplice aggiornamento del tema classico della donzella in pericolo da salvare. 
Mentre la figura del senatore Owens, inizialmente emblema del repubblicano più medio che altro, scivola lentamente nella macchietta del predicatore invasato: l'apoteosi è tutta nel finale e nella sequenza in cui Owens celebra una messa apparecchiato da santone (con tanto di scagnozzi chierichetti) di fronte alla creme de la creme della società di Washington D.C. (tra l'altro notare come si sia risparmiato sui figuranti visti i continui primi piani sulla stessa coppia di attori maschio/femmina in prima fila). 
Poi alla fine ok, facciamo il film amerigheno progressista e ci mettiamo la preponderanza dell'elemento multirazziale, ma, tanto, se qualcuno deve stirare le zampe state certi che, anche stavolta, sarà il nero di turno.
"The Purge: Election Year" è un action serrato con un buon crescendo di tensione, che prova ad aggiungere qualcosa all'universo de "La notte del giudizio", ma niet, nisba, nada. Chiude idealmente il cerchio mettendo un punto (ci crediamo?), ma mostra ormai tutta la stanchezza e la scontatezza di un brand che pare aver esaurito i conigli dal cilindro.
La serializzazione targata Netflix potrebbe giovare rivitalizzando il marchio, se non altro per la diversa impostazione del formato serial che porterebbe ad un restyling.
Ma per ora, a posto così.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 4 giugno 2018

"A BEAUTIFUL DAY" (2017) DI LYNNE RAMSEY

Sogno o son desto? Si starà chiedendo lo spettatore che si trova di fronte a un'opera così cucciolosa come "A Beautiful Day".
Ciao cucciolotta! Ma come sei bella e pacioccosa.. Vieni qui che ti stringo quelle guanciotte!
Partiamo dal titolo che, nell'era dell'adattamento italiano 3.0, si pone ad uno step successivo rispetto al passato: non più storpiatura di titolo inglese con titolo italiano, ma, addirittura, storpiatura from inglese to inglese; la qual cosa è già di per sé bizzarra, ma va aggiunto il fatto che, in questo caso, è un'operazione migliorativa: "You Were Never Really Here" è qualcosa di terribile, specie considerando il fatto che rende bene l'idea del flipper onirico dentro cui viene sballottato lo spettatore. Ma forse stiamo anticipando un po' troppo della presente disamina. 
Tornando al principio esponiamo la trama: Joe (Joaquin Phoenix) è un ex militare ora killer di professione, ormai stanco del suo lavoro e infestato dai suoi traumi pregressi. Il senatore John McClean gli affida un incarico delicato: trovare la figlia Nina, rapita da alcuni trafficanti di schiave sessuali.
Pronti, via il film si spara tutto il bagaglio synthwave anni '80. E la regia, fatta di continui stacchi alternati a riprese statiche, strizza l'occhiolino alla moda Refn.
Parlando terra terra siamo di fronte ad un classico action iperrealista che cita diverse opere del passato (un modo come un altro per dire che prende un pezzo di quà e uno di là per poi assemblarli). La particolarità, che almeno in parte gli va riconosciuta, sta in quello stile evanescente e naif. 
Il film vuole trasmettere il candore di menti limpide (Joe, la madre e Nina), devastate dalla brutalità del prossimo, ma, pur sofferenti e claudicanti, deformate nel corpo della e nella mente, sempre custodi del proprio io incontaminato. 
Il rapporto tra Joe e la Madre è tra le più belle rappresentazioni cinematografiche. La mano femminile del regista, Lynne Ramsey, può aver aggiunto quel tocco di sensibilità in più nel rendere la meraviglia di un amore incondizionato, rimarcato nelle piccole gestualità del quotidiano. 
Viceversa il rapporto del protagonista con la lolita del film, Nina, non solo non aggiunge nulla a quanto già visto nei citati predecessori ("Léon" e "Taxi Driver"), ma è di una debolezza evidente, sia a livello di dialoghi che nella sua costruzione. 
L'impressione complessiva del film è di un'opera con del potenziale, che però calca troppo la mano su elementi emotivi e scene ad effetto: per citarne un paio, si può dire che sentire rimbombare fuori campo, per tutta la pellicola, il conto alla rovescia di Nina (già di per sé espediente grossolano) , per ricordarci continuamente il suo modo di distrarsi dagli abusi a cui era stata sottoposta, significa andarci giù di pennellone.
E che dire della, pur concettualmente magnifica, scena della sepoltura in acqua? Un approccio evocativo e intenso nel suo mistico e doloroso richiamo pagano, che sfocia in una lunga  e scadente inquadratura new age, non degna nemmeno di una pubblicità di acqua minerale. 
Ma la regia di Miss Ramsey va bocciata, sopratutto, per quei continui stacchi fotonici, che dovrebbero creare un cortocircuito nella visione e rendere così più traumatici i flashback del protagonista: il risultato più che impattante è confusionario. Sfido chiunque a capirci compiutamente qualcosa. 
Dall'altro lato assistiamo a eccessivi rallentamenti: momenti eccessivamente statici e riflessivi che tanto vanno di moda. Fin quando lo fa Refn lo si accetta perché è coerente con la visione e lo stile del regista (e che stile). Ma poi arrivano questi epigoni non all'altezza e il risultato è stancante.
Viene da chiedersi perché Phoenix abbia accettato di recitare in questo film, che sicuramente, risulta totalmente incentrato sulla sua presenza scenica (anche fisica). A giudicare da come rende il personaggio, pare che lo abbia preso seriamente, in quanto sfodera l'ennesima prova d'attore. E il che non può che dare una disperata mano a risollevare un po' il giudizio complessivo. 
In conclusione siamo di fronte ad un tentativo non riuscito di creare un film sui generis, pur attingendo dal più classico tema action del giustiziere. Qualche potenzialità, un'atmosfera a tratti coinvolgente, ma tanta foga grezza di coinvolgere il pubblico, che, di fronte a questo insipido ibrido, non può essere identificato né nella nicchia né nella media dei fagocitatori di action.
Né carne né pesce.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 28 maggio 2018

"EX MACHINA" (2015) DI ALEX GARLAND

Alex Garland con "Ex Machina" era al suo debutto dietro la macchina da presa. Budget bassissimo, ma sufficiente per accaparrarsi Alicia Vikander e Oscar Isaac, allora (2015) già attori rodati ma non ancora mainstream. Spoilerando un attimo il riconoscimento popolare a posteriori del film, esso si accaparra un Oscar e una candidatura: rispettivamente effetti speciali e miglior sceneggiatura.
Che dire...Un bel paradosso sia la statuetta agli effetti speciali, per un film dal budget così basso, sia la candidatura alla  Miglior sceneggiatura considerando la staticità diegetica ed emotiva dell'opera.
La trama: Caleb (Gleeson Junior) brillante programmatore vince uno stage di una settimana nella residenza montana dell'amministratore delegato della sua società, Nathan Batman (Isaac). Tramite il Test di Touring entrerà a contatto con Ava (Vikander), un soggetto sintetico con il quale si instaurerà pian piano una certa affinità.
«Le intelligenze artificiali ci ricorderanno come scimmie erette destinate all'estinzione», leitmotiv, da sempre, delle proiezioni fantascientifiche dell'essere umano. Il dominio delle macchine e l'estinzione umana sono sempre argomento attualissimo e oggetto anche delle più recenti teorie scientifiche.
Ma se un film del genere ripropone un concetto trito e ritrito, senza buttare un po' di azione crassa o qualche sdolcinatezza alla A. I. di Spielberg... Ma che roba è?
Beh, chiaramente Alex Garland decide di puntare su altri elementi. Nella fattispecie non si può facilmente eludere il fascino ipnotico di una messa in scena che mischia la perfezione totalmente asettica delle forme, con il barocchismo di alcune soluzioni. Ava d'altronde non è un cyborg simmetrico: è un robot naked, cavi circuiti e bulloni all'aria, sul quale, a parvenza di umanità, è appiccicato il viso di Alicia Vikander, dallo sguardo vuoto ma che allo stesso tempo trasmette una innata dolcezza.
Barocco è anche il personaggio di Bateman, interpretato da un Isaac del quale ti puoi sempre fidare (a differenza del suo character): onestamente però, si fa fatica ad accettare che una mente tanto geniale sia custodita in una fisicità così straripante e si manifesti in un atteggiamento da College Party.
Già... si fa fatica, e, a pensarci bene, non lo si può mandare giù a tal punto da evitare una stonatura. Perciò, nada, niet: questo è falso barocchismo.
Il protagonista non è niente se non l'insulsità della mediocrità: il che va molto bene e si sposa in modo magistrale sia con il mood del film che con la filosofa che alberga dietro. Un po' meno (altro eufemismo) con il cambio di marcia finale, troppo forzato, poco plausibile nella sua rappresentazione sbrigativa e incoerente con se stessa.
Detto ciò il film è di una bellezza rara per gli occhi e per le orecchie. Oltre alle suggestive locations (norvegesi), il synthwave di sottofondo scandisce alla perfezione tutta una serie di inquadrature curate al dettaglio dal risultato molto evocativo, pur nella loro intuitività.
Insomma pare che con poco funzioni tutto e questa è un grande merito  del regista, il quale decide di dare un'impronta tra il glam e il decadente alla pellicola, mantenendo un tono sommesso e candido, non alzando mai le righe (quasi...la disco dance anni 70 parodiata? Tornare al discorso barocchismi) . Non è neanche questo gran snocciolare di teorie filosofiche/scientifiche/esistenziali. Ma il messaggio, ripetiamo, pur nella sua semplicità concettuale, arriva forte.
D'altronde si vuole semplicemente far capire che «non c'è niente di più umano della voglia di sopravvivere». Era già tutto lì nello slogan promozionale, ma il risultato sorprende positivamente. 
"Ex Machina" è un film che punta tutto sulla bellezza ed eleganza delle sue immagini, per veicolare, pochi ma centrati, concetti universali. Una visione per chi sa amare questa arte nella sua versione più pura, scevra da arrovellamenti e rimandi infiniti. Semplicemente il cinema, nella meraviglia della creazione visiva.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 23 aprile 2018

"A QUIET PLACE" (2018) DI JOHN KRASINSKI

Di buoni horror nelle sale non se ne vedono in questo periodo (che strano), perciò vale la pena virare sul thriller/dramma con qualche venatura horror, se ci si trova di fronte a un buon prodotto. E "A quiet place" lo è, in tutto il suo minimalismo e nella sua semplicità.
Solita trama da invasione aliena, di cui non si sa come e perché. Lo scenario è già quello del post-apocalittico e seguiamo le vicende di una famiglia alle prese con la sopravvivenza agli invasori, creature le cui fattezze ricordano vagamente delle locuste; esse sono cieche ma possiedono un udito incredibilmente sviluppato e sono, quindi, in grado di captare ogni rumore più forte del normale.
Attorno a questo espediente, pur di una semplicità disarmante, si costruisce una trama sì inesistente, ma il tutto risulta essere efficace. In fondo, niente di impensabile, considerando che è il tipico caso in cui la riuscita del prodotto è affidata alla regia. 
Regia che è abile nel costruire una tensione costante, dovuta alla quasi totale assenza di rumori, alternata a strappi improvvisi e adrenalinici. Detta così potrebbe sembrare facile, ma oltre alla maestria nel giocare bene con il crescendo emotivo, tramite un sapiente uso di inquadrature ed effetti sonori, risulta pregevole la gestione del silenzio assordante: mai come in questo film un rumore in sala o uno starnuto rischiano di rompere la quarta parete e distogliere l'attenzione dal film. 
Ma Krasinski è abile nell'usare alcuni trucchetti che riportino il film su binari più canonici e che garantiscano quella comunicabilità necessaria tanto ai personaggi quanto allo spettatore. Perciò il film si può spaccare in due tronconi: una prima parte fatta di silenzi e gesti "zen" ed esasperati al dettaglio, ed una seconda parte in cui l'azione prende il sopravvento ed in cui diventa difficile distinguere "A quiet place" da un film di Shyamalan. Proprio il regista indiano è dichiaratamente una delle fonti di ispirazione di Krasinski e, sicuramente, la costruzione di molti momenti del film ricordano "The village".
Non mancano le incongruenze e le semplificazioni ardite: premesso che, saggiamente, non viene mostrato il preambolo, non convince il modo in cui, infine, si trova il bandolo della matassa. E questo è catalogabile tra le semplificazioni. 
D'altro canto appare abbastanza ridicolo e frustrante riproporre anche qui alcuni schemi classici del thriller: posto che solitamente un assassino cerca la sua preda in ogni pertugio della casa di turno, non si capisce perché lo faccia un alieno-locusta cieco; più volte verso la fine del film vediamo una delle creature setacciare la casa alla ricerca della fonte del rumore, quando fino ad allora il film ci aveva mostrato come gli alieni vi si fiondassero una volta identificato, per poi ritrarsi immediatamente.
Altra incongruenza? Gli alieni possiedono una corazza indistruttibile e li vediamo sventrare un silos d'acciaio con una spintarella. Peccato, però, che al momento della colluttazione con i due bambini protagonisti, si intrattengano a scuotere la macchina in cui sono rinchiusi come manco il peggiore degli hooligans.
Ottimo il cast, chiamato a al difficile compito di trasmettere le emozioni dei personaggi, senza l'ausilio della parola per gran parte del film; Emily Blunt è molto convincente e sofferente ed anche lo stesso Krasinki, nella parte del marito, risulta credibile. 
In conclusione un film che, difetti a parte, gioca bene la sua carta ed è credibile nel rappresentare le dinamiche familiari. Sfruttando gli stilemi più riusciti del thriller, mantiene alta la suspense e coinvolge il giusto. Un bel tappabuchi primaverile.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 2 aprile 2018

L'ANGOLO DEL CULT #10: "IL CORVO 2: CITY OF ANGELS" (1996) DI TIM POPE

A due anni dal successo de "Il Corvo"[LINK], quel porcello di Weinstein pensò bene di sfruttare il potenziale brand e mise su l'impalcatura produttiva di un sequel: "Crow 2: City of angels".
In definitiva il peccato fu originale, perché si sbagliò proprio concettualmente l'operazione.
Già, perché la sceneggiatura di David S. Goyer non si discostava quasi per nulla dal primo capitolo e già di per sé non era cosa saggia; poi aggiungiamo che pure le scenografie e l'ambientazione si basavano sull'ossatura del primo e poco fa che si era deciso di ambientare il sequel in una Los Angeles buia ma luminescente: da un lato l'originale con i suoi colori freddi, dall'altro questo colorato di un giallo saturo degno di "Element of crime". Ma sempre stessa sbobba: ambientazione distopica, decadente, ecc ecc... non so più come dirvelo.
E dulcis in fundo, la colonna sonora (ancora) di Graeme Revell, che è esattamente la stessa.... La stessa! Cosa siamo in un film di Bond??
Certo, a sto giro non c'è più il pucci pucci con la tipa che poi viene stuprata e trucidata, ma abbiamo a che fare con un rapporto padre/figlio stroncato. Stroncato da chi? Dall'ennesima combriccola di simpaticoni sociopatici punk, che qui sono più in versione biker (ed è questa una leggera variazione sul tema, anche nel look del protagonista) mentre nel primo erano in versione rocker. 
Già nel primo film simpatizzavamo con Fun boy, T-Bird e compagni, perché oggettivamente sono delle personalità colorite e genuine, fanno scassare dal ridere e, per fare serataccia, sarebbero sicuramente più piacevoli di quel bigotto moralista di Eric Draven, che ti fa la paternale se fumi. 
Stavolta che dire: abbiamo un segaiolo con parrucchino e troppo eyeliner, con l'hobby di girare filmini in videocamera, una cinese anonima che sembra Lucy Liu e, ca va sans dire, fa arti marziali e spara coltelli, un altro capellone qualsiasi e.... e... IGGY!
Oh my god che prestazione! Petto nudo (gilettato) scheletrico, tatuaggi luridi, zazzera biondo platino, stivalozzi speronati e pantaloni di pelle...oooh babyyyy; eppoi quell'aria da instabile guascone che si permette anche il lusso di imitare a Mia Kirschner (lo avreste voluto fare anche voi eh? Ma non ne avete le palle... Jimmy si), con sguardo meravigliosamente lascivo, una fellatio, inumidendosi ripetutamente l'indice. Poesia pura.
Ma per l'epicità dobbiamo aspettare una bella fetta di film, quando si arriva alla resa dei conti e parte l'inseguimento in moto con la Ducati del protagonista. E qui il nostro beniamino, con espressione isterica e allucinata (perché ne ha altre?) si rivolge ad Ashe: "Credi che ho pauraa? Credi che ho pauraaaa???" Fucilata sul serbatoio della moto, bum, sbam, addio Iggy. 
Il capo di questi burloni, Judah (Escariota. Non è uno scherzo! È proprio lui o almeno doveva essere. Non ci credete? Fate caso alla scena in cui Ashe lo manda all'inferno, Judah gli risponde:" grazie ma ci sono già stato e mi è piaciuto") è uno scemo che dovrebbe scimmiottare Top Dollar e già solo per questo non lo si sopporta: ogni volta che apre la bocca sembra che debba dire qualcosa di epocale. Poi ovviamente dice le solite cazzate da cattivo.
Inizialmente si era pensato di resuscitare Top Dollar e renderlo un anti corvo, anch'esso immortale, ma poi, fortunatamente(?), si accantonò l'idea. Si decise allora, in pieno spirito con il more of the same, di spingere sul lato sadico del boss con risultati ancora più esilaranti: di fronte alle sequenze di bondage mistico che intervallano un omicidio e quello successivo, solo qualche borghesuccio si potrebbe scandalizzare per due frustate e un po' di cera sciolta.
Come da idea iniziale, il cattivone lo si rende immortale, dopo che ha bevuto il sangue del corvo morente; ovviamente mossa inutile e fine a se stessa, che poi tanto lo steccano ten minutes later, of course. 
Poi c'è una veggente cieca inutile. Vabbè, passiamo oltre. 
Vincent Perez nella parte di Ashe? Più Pierrot che maschera Dark, funziona perfettamente. È molto meglio di Brandon Lee, perché questo è un signor attore che ha doti espressive e riesce a restituire il lato buffamente sadico, e più fedele al fumetto di O'Barr, del personaggio del vendicatore. 
Anche Mia Kirchner, nella parte di una Sarah cresciuta, ponte di collegamento con il predecessore, è azzeccatissima: quello sguardo abissale rapirebbe chiunque, figurati noi stronzi mediocri che guardiamo i film per svagare la mente, spalmati sul divano come dei coleotteri. 
Bisogna riconoscere che la scelta di abbozzare un'affinità erotica tra i due "buoni", senza che ciò si concretizzi nel canonico atto amoroso, è una scelta raffinata. 
Altro punto a favore è l'interazione padre/figlio che, di per sé, è un'ottima variatio sul tema, e regge in credibilità e dramma, pur esplicandosi in fotonici e striminziti flashback. 
Per il resto bisogna sopportare il fatto che la trama risulti sbrigativa e slegata; é un continuo alternarsi di dialoghi apocalittici, scene di violenza e riempitivi involontariamente comici (la scena della bambina tossica, che appare un paio di volte, rannicchiata e avvolta nel lerciume, in un angolo di strada, vorrebbe rendere l'idea di un degrado sociale, ma sfocia in un siparietto degno di una parodia del neorealismo), che, pur mantenendone alto il ritmo, smorzano l'enfasi sulla narrazione. Sotto questo aspetto pesa la differenza stilistica tra i due film della serie: il tono solenne e prosopopeico del primo aveva il pregio di coinvolgere, mentre quello più sommesso e decadente di questo "City of angels", pur avendo un suo perché, decisamente è scarso di pathos. 
Peccato che su un film del genere sia calata la spada di Damocle di un cult come "The crow". A guardarlo a mente sgombra è un film godibile, meno riuscito del primo (che non era manco quello merce pregiata) ma con alcune idee ed elementi qualitativi. Rivalutatelo e rigustatevelo di tanto in tanto, se non altro per aggiornare la vostra playlist di musica rock di qualità.

Habemus Judicium:
Bob Harris