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giovedì 30 novembre 2017

"MANEGGIARE CON CURA" DI JOE R. LANSDALE

Scena tratta da "La notte dei morti viventi" di Romero
«Passarono accanto alla folla sul lato della strada, una station wagon avana e un catorcio di Ford tirata su col cric. S'accorsero subito che c'era un negro in mezzo ad una folla e non stava certo predicando Gesù Cristo»
(da "La notte che si persero il film dell'orrore")

Joe R. Lansdale è uno dei più prolifici autori contemporanei; all'attivo ha un'infinità di racconti di cui si fa difficoltà a tenere il conto, una 40ina di romanzi, una manciata di strip/graphic novel, nonché qualche sceneggiatura cinematografica.
Lo scrittore texano incuriosisce e sfugge da ogni etichetta, è una vera e propria bestia della narrativa di genere che, con disarmante agevolezza ed una sapiente commistione tra classico e moderno, ha saputo passare dalla fantascienza al noir, dal giallo al pulp, dall'horror al western.
Il filo conduttore che unisce il tutto è il suo Texas, quell'America profonda intrisa di ideali conservatori, dove il forte sentimento religioso viene fatto convivere con razzismo, violenza e cinismo; e partendo dalla sua terra mette in scena una spietata satira sociale che si declina attraverso lo humor nero e l'accavallarsi di personaggi putridi, una lettura resa incessante da brutali ed irresistibili accelerazioni narrative.
Lansdale diverte, intriga e sopratutto disgusta.
Le sue sono opere non lasciano indifferente e danno vita ad un inconciliabile binomio attrazione/repulsione. Ed anche in "Maneggiare con cura", edito da Fanucci, le cose non cambiano, una raccolta magnifica ed allo stesso tempo non per per tutti.
Mi spiego brevemente.
Ogni persona ha una propria idea di limite, un confine etico/morale oltre il quale ogni strada è preclusa. Il buon Lansdale nello scrivere questo limite non ce l'ha, o per lo meno il confine di ciò che può o non può essere detto, pensato, immaginato è ben più ampio rispetto al comune sentire.
Qualche esempio? In rapida successione troviamo teste infilzate nei pali, cani che si sbranano, un'occhio a penzoloni che si tiene solo grazie ai tendini, un feto utilizzato come randello e dei simpatici necrofili. A questo va aggiunto un linguaggio basso e triviale, mai gratuito va detto, che può turbare il lettore più sensibile.
Lansdale non sarà per tutti i palati, ma il risultato che si raggiunge con "Maneggiare con cura" è eccellente, una raccolta che manda un brodo di giuggiole gli amanti del genere e che, in alcuni passaggi, spinge a gridare al capolavoro.
Lansdale, libero da ogni legaccio, si muove con grande libertà, mescola i generi e ci propina serial Killer, animali mutanti in futuri post-apocalittici, perfidi bifolchi, scontri razziali e drive-in che nascondono i segreti più inconfessabili.
Dei 15 racconti molti fanno gridare al capolavoro, quasi tutti costringono una lettura a ritmi forzati: non si vede l'ora di vedere come andrà a finire e una volta concluso un racconto, con rinnovate grandi aspettative, ci si lancia con divertimento e velocità nella storia successiva.
Abbiamo "L'arena" che apre la raccolta con i botti e ci porta tra terribili rednecks che catturano i forestieri e li allenano, massacrandoli di lavoro, per un sanguinolento sport a cui tengono tanto; "Piccole suture sulla schiena di un morto", ossia il diario redatto da uno dei responsabili della fine del mondo; ed ancora "Girovagando nell'estate del '68" sorprendente miscela tra il romanzo di formazione alla Twain e l'horror; c'è spazio per uno slasher ("Incidente su una strada di montagna") che ci fa correre a perdifiato all'interno di un bosco, sentire i rami che si spezzano sotto i piedi e vedere una luna splendente che illumina fronde e sentieri. Così come non mancano titoli scanzonati come "Godzilla in riabilitazione" o "La bambola gonfiabile:una favola" dove lo strumento sessuale in pvc ci regala prospettive inaspettate.
Potrei continuare a snocciolare titoli ed illustrare trame, ma questa sarebbe un'operazione tanto inutile quanto lesiva del piacere della scoperta. 
Un consiglio, spassionato: raccattatelo, maneggiatelo con cura e lanciatevi in questo esplosivo e pessimista pot pourri orrorifico.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 20 novembre 2017

"SIGNORI BAMBINI" (1997) DI DANIEL PENNAC

Scena tratta da "Messieurs les enfants" di Pierre Boutron
« I bambini cominciano tutti con la metafisica, gli adolescenti continuano con la morale, e noi adulti finiamo con la logica e la contabilità »

Che Daniel Pennac sia un autore dalla grandissima creatività non è questa gran scoperta.
Il tratteggio comico e surreale attraverso cui costruisce le sue narrazioni sono un marchio di fabbrica che ha accompagnato tutta la sua produzione, un mondo immaginifico in cui tutto diviene possibile, ed ogni ruolo risulta essere scambiabile. Ed anche in questo caso il caro professore d'oltralpe non si smentisce.
Edito da Feltrinelli nel 1997, "Signori Bambini" è un piccolo romanzo di neanche 200 pagine pubblicato in contemporanea con "Messieurs les enfantes", film del regista e suo amico Pierre Boutron. All'origine di tutto ciò c'è una scommessa architettata dai due e della quale ci mette al corrente Pennac nella dedica iniziale del libro: partire da un soggetto comune e scrivere/girare la stessa storia senza leggere/visionare il lavoro dell'altro.
Ci troviamo così in una classe di II media ed il terribile Crastaing, un occhialuto professore che ha terrorizzato generazioni di mocciosetti, tiene la sua lezione di francese. Dall'altra parte della barricata sono assiepati gli alunni impauriti, tutti con la testa bassa incapaci di sostenere lo sguardo di quello che rappresenta il loro peggior incubo. Per Crastaing ogni giorno scorre alla stessa maniera, «una vita intera a passata a slittare su occhi che scivolano via».
La vita di tre di questi imberbi sta per essere sconvolta per sempre.
Nel bel mezzo della consegna dei compiti, Joseph Pritsky viene colto sul fatto. Dalle sue mani, il professore vede scivolare un foglio di carta dove compare una vignetta dal sapore «neo-post-sessantottino attardato» con su scritto «Crastaing farabutto, pagherai caro pagherai tutto»
Silenzio.
Joseph impaurito si trasforma nel peggiore delatore immaginabile, ammette che la vignetta non è opera sua e che glie l'ha passata il suo amico e compagno di banco Igor Laforgue. Da dietro un ragazzo di seconda generazione, Nourdine Kader, il quale teme di tenersi questa etichetta a vita e passarla per via ereditaria ai suoi posteri, per sentirsi un po' più integrato si lancia nel mucchio e si autoaccusa paventando una sua corresponsabilità nel fattaccio.
Il coraggio e la solidarietà porta sempre a delle conseguenze ed i tre, per punizione, si ritrovano sulle spalle un tedioso tema dalla curiosa traccia: una mattina ti svegli e ti accorgi che durante la notte sei stato trasformato in adulto ed i genitori in bambini.
Ed è così che in una manciata di pagine dallo scambio ipotetico si passa a quello reale; si apre un flusso narrativo fatto di (dis)avventure tinte di giallo, alle quali i tre giovinastri dovranno trovare una soluzione meno infantile possibile.
E' un romanzo dolce e favolistico che muove da un mondo dominato da stereotipi (il professore temuto e cattivo, il ragazzino straniero, la coppia di amici discoli) dai quali, almeno inizialmente, è lecito aspettarsi ben poco; ma Pennac non è un autore come gli altri, dà pieno sfogo alla sua creatività ed alla verve umoristica e, con improvvise virate, ci ribalta completamente la scena.
Per bocca di un narratore sui generis, un uomo in pigiama seduto su una tomba di Père-Lachaise, ci cala in una variopinta tribù di personaggi che, con lo scorrere delle pagine, acquistano una profondità inaspettata e portano nel romanzo temi seri ed amari; e Pennac, manco a dirlo, lo fa con una semplicità e capacità disarmante.
Lo stile è come sempre diretto ed immediato, un accavallarsi caotico di discorsi diretti, indiretti e soliloqui (messi rigorosamente tra parentesi), un ritmo trascinante che tiene incollati alle pagine.
"Signori bambini" è un piccolissimo e divertente romanzo di formazione consigliato ai giovani di tutte le età vogliosi di riscoprire che «immaginazione non significa menzogna».

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 18 settembre 2017

"IL PARADISO DEGLI ORCHI" E ALTRE STORIE: LA TRIBU' DI PENNAC

«L'epilessia è una malattia comune, benigna, che colpisce persone come si deve, guarda Dostoevskij...» 
-Benjamin Malaussène-

Neanche tre righe e Pennac ci presenta subito l'eroe (?) del romanzo, tale Benjamin Malaussène, di mestiere capo espiatorio dei Grandi Magazzini: è l'addetto alle strigliate del capo dinnanzi ai clienti che si lamentano per il malfunzionamento dei articoli venduti. Il fine della sua mansione? Muoverli a compassione e spingerli a ritirare il reclamo. Manco a dirlo il mestiere gli rimarrà attaccato alle calcagna.
Si girano poche pagine, 4 o 5, ed un suono sordo percuote i nostri timpani: l'esplosione di una bomba risveglia le coscienze del popolo in preda al delirio da shopping pre-natalizio. Un delitto, il primo di una serie, che condurrà alla scoperta degli orrori di un misterioso Tempio del benessere
"Il paradiso degli orchi" è un giallo intricato, ricco di ironia e colpi di scena, una robetta così paracula e ben scritta che è impossibile togliergli gli occhi di dosso.
Benjamin è tutto ciò che non è l'eroe, fa un lavoro da schifo ed è pure modesto, spesso si mette da una parte per lasciare spazio ad un coro di voci sorprendente. Questo perché dietro, attorno e davanti a Ben, c'è una famiglia che raccoglie le stranezze e le doti più incredibili che si possano trovare. Una vagonata di giovinotti/e senza padri e con una madre che fugge continuamente di casa con il nuovo amore della vita, e ritornare, ogni volta, con un nuovo fratellino.
Aggiungiamoci degli arabi affettuosi, una misteriosa guardia notturna serba, un gruppo di poliziotti usciti diretti da qualche serial televisivo degli anni '70, una Zia sensuale che manco Charlize Theron ed un cane puzzolente che ricorda tanto Dostoevskij.
Il risultato è la Tribù Malaussène, un gruppo chiassoso e divertente, in perenne espansione come il socialismo nell'Emilia degli anni '70, che aiuterà il nostro Ben a capirci qualcosa su quello che sta succedendo ai Grandi Magazzini.
Per noi lettori Il Paradiso è freschezza pura con cui sbellicarsi di risate, un contenuto irresistibile scritto con uno stile folle quasi quanto i suoi personaggi, un garbuglio di pensieri e dialoghi che non stancano mai. 
"Il paradiso degli Orchi", seppur sia conclusivo e non lasci nulla aperto, aprirà ad una sequela di copertine coloratissime con personaggi sbilenchi e titoli stralunati: "La Fata Carabina", "La Prosivendola", "Signor Malausséne", più lo spin-off "La passione secondo Thérèse" incentrato su una delle sorelle di Ben.
E negli epigoni il professor Pennac non sfigura mica, a differenza di tanti suoi colleghi che si infognano in cicli di romanzi con schemi via via sempre più ripetitivi e noiosi, inventa e rigenera ciò che c'era, trovando ogni volta il perfetto connubio ironia/suspense.
Il ciclo di Belleville me lo mangiai e provai tanta nostalgia quando finii la serie. Questo pomeriggio sono uscito dalla libreria, felice come un bambino che pregusta di scartare un gioco tanto desiderato ed appena comprato. Ora sulla mia scrivania, mentre scrivo questa recensione, c'è la nuova fatica sulla Tribù, "Il caso Malaussène: mi hanno mentito", uscito pochi mesi fa. 
Visto che fremo di scoprire cosa sia successo negli ultimi 15/20 anni vi lascio, speranzoso che la fantasia di Pennac abbia dato alla luce qualcosa in grado di stupire nuovamente.

Habemus Judicium:

Ismail