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lunedì 16 aprile 2018

"READY PLAYER ONE" (2018) DI STEVEN SPIELBERG

Pippe. Pippe dappertutto. 
Masturbazioni virtuali per palati nerd/cinefili/gamers/giappofili/bimbominkiologi e nostalgici.
A sto giro caro Spielberg hai esagerato davvero. Ci hai affascinato creando nuovi mondi e portandoci in isole lontane e (forse) mai esistite. Ci hai proiettati in futuri cyberpunk e ci hai fatto immaginare lo spazio con gli occhi di un bambino. Quanti mostri, quante creature entrate nell'immaginario, ma anche un sapiente uso di una regia sobria e quadrata, al servizio della storia con la S maiuscola.
Hai vinto due Oscar per la regia, ma facciamo che sono tutti tuoi da almeno 30 anni, perché Oscar sei tu, perché sono i tuoi piedini ad essere sbaciucchiati da chi vuole ambire alla statuetta, basta ricordare, ultimo in ordine di tempo, Guillermo Del Toro. Eppure eri partito rifondando la mecca del cinema, eri uno dei ragazzacci della New Hollywood. Ti ricordi quando con due penny giravi "Duel" e "Lo Squalo"? Tanto tempo fa in una galassia lont... Vabbè non aggiungiamo altre pippette a quelle che dobbiamo commentare.
Allora ok, siamo ancora nell'ondata revival 80's e, francamente, si stanno iniziando a spulciare i testicoli anche i più aficionados tra i nostalgici. Però ok ok tocca ancora a Steven, last but not least.
Siamo in un futuro (2045) in cui tutti sono flippati con la realtà virtuale (olleè) e passano le giornate a gozzovigliare su Oasis, una sorta di Second Life del futuro.
Praticamente il creatore di questo mondo virtuale, James Halliday, un nerd patologicamente introverso, muore, ma prima decide di disperdere tre chiavi all'interno di Oasis. Colui che le troverà, dopo aver superato alcune prove, diventerà l'unico proprietario del mondo virtuale.
Un giovane di nome Wade Watts tenterà di compiere l'impresa.
Prendi "Tron Legacy", copia e incolla la trama (ma impoverendola ulteriormente) e, nel mezzo, ficcaci un bel frullatone di icone del cinema, dei videogiochi, ecc. Praticamente appaiono quasi tutti, e per tutti intendo tutti. Già vero perché nella realtà virtuale puoi metterci chi vuoi no? Finalmente una trovata pensata per tutti i fans/nerd del mondo. Vuoi vedere un chestbuster di Alien uscire direttamente dal petto di Goro di Mortal Kombat? Voilà! Mecha Gozilla versus Gundam? Freddy Krueger?
Ma fin qui roba da dilettanti. Il capolavoro di Spielberg è quando si prende la libertà di stuprare "Shining". Non rompessero i testicoli quelli che la menano dicendo: "È un gustoso omaggio al film! Siete i soliti ottusi ai quali non si possono toccare certi mostri sacri!". Il problema è che la trovata di rivivere "Shining" non è minimamente funzionale al film, è solo un pretesto per sfruttare l'ambientazione del classico Kubrickiano e garantire il box office, presumibilmente assaltato anche dai fans del celebre horror. 
Questa operazione di citazionismo trasversale significa barare bassamente (controcitazione): se togli la parte di rimandi vari cosa resta? La storia ovviamente è la più scontata e sbiadita che mai: il ragazzotto sfigato che, dopo mille peripezie, trova amici nuovi, la figa, il successo e sconfigge il cattivone di turno, ovviamente seguendo una rigida morale buonista
Da un blockbuster non si pretende tanto il cosa, perché una produzione del genere nasce per riempire le sale, ma il come, ossia che ci si sforzi di essere originali o, quantomeno, di non abusare, sempre in dosi più massicce, di certi espedienti. 
Che poi qui manca persino quella componente ironica che salva il fondello a certe produzioni melense ma paraculette; sul punto si veda "The Shape of Water"[LINK] Del Toro. Tecnicamente c'è un personaggio che vorrebbe farci ridere parlandoci dei suoi acciacchi fisici, ma qualsivoglia tempismo comico è spazzato via dal ritmo ipercinetico e ipernauseante delle millemila scene d'azione tra boom, crash, sbam! Ecc ecc.
Il risultato è che si esce dalla sala con il mal di testa, provati fisicamente da un'ingiustificata dose di effetti speciali e di scene d'azione titaniche. Se poi si aggiunge il fatto che, ad un continuo esplodere e sgretolarsi degli scenari, si mischia quell'orgia sconclusionata di icone fantasy e scifi, davvero non si capisce più niente.
Un film che non soddisfa neanche la voglia più viscerale di lasciarsi trasportare dalla visione; invece che appagare i sensi, li martella per più di due ore, senza alcuna motivazione.
Spielberg in passato ha saputo essere innovativo come pochi e rimarrà una leggenda del cinema, ma, purtroppo,  nel cavalcare l'onda e nel ricercare solo il consenso del pubblico, scivola sulla buccia di banana di un opera derivativa e posticcia.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 26 febbraio 2018

"I CANCELLI DEL CIELO" (1981) DI MICHEAL CIMINO

E perché vi ha fatto schifo amici americani del 1980? 
E perché quella nomination ai Razzie Awards? 
La lavorazione di "Heaven's Gate" è la la leggenda per eccellenza di Hollywood. Ancora oggi se ne parla come di uno spauracchio ed è divenuta espressione comune per definire una catastrofe produttiva. Ma quali furono le cause che portarono a tale nefasta considerazione?
Tutto, a quanto pare, ruota attorno alla personalità maniacale e ossessiva di Michael Cimino. Pare che il regista impose ciak infiniti per ogni scena, ritmi e condizioni quasi disumani, la macchinosa costruzione di scenografie e la demolizione delle stesse nel giro di una storta di naso, e un set la cui conformazione cambiava continuamente anche solo in base ad invisibili minuzie su cui si era fissato Cimino. 
Ma, se si parla di leggendaria gestazione, non basta quanto accennato. Partiamo dal fatto che Cimino era all'apice della popolarità, dopo aver sbancato, giusto pochi giorni prima, gli Oscar (5 su 8) con "Il Cacciatore". Siamo nell'epoca di quell'allineamento storico che fu la New Hollywood: produttori avidi si, ma che danno carta bianca agli  emergenti registi più talentuosi nel gestire le riprese dei film. Il ragionamento è: il film costerà tanto perché sarà girato con cura e maestria, secondo la visione di un grande autore. Ma non importa, perché il pubblico, proprio per questo, apprezzerà e accorrerà in massa al cinema.
Perciò, anche nel caso de "I Cancelli del Cielo", viene data piena libertà al regista. Solo che bisogna fare i conti con Cimino l'irriducibile. Le prime frizioni con la produzione si creano per la scelta di Isabelle Huppert: Cimino la impone a qualsiasi costo, nonostante non abbia convinto il suo provino, in cui l'attrice ha mostrato poca personalità e una conoscenza dell'inglese livello Magic English.
Il budget stabilito è inizialmente sui 4 milioni di dollari, ma per i motivi di cui sopra, lievita rapidamente a 8, poi a 20, poi a 40... In breve tocca i 44 milioni di dollari, cifra mai spesa nella produzione di un film, fino ad allora.
Il fatto è che la produzione si trova ad avere scashato già bei milioni e non può a quel punto fermare tutto, il film deve essere finito. È in ostaggio del regista. D'altro canto Cimino, tutt'altro che ammorbidito dalle pressioni esterne, ad un certo punto, anzi, chiude addirittura il set a produttori e giornalisti.
Quando le riprese terminano comincia l'incubo del montaggio: il film ha una durata di 5 ore e mezza. La produzione inizia a imporsi seriamente e Cimino, finalmente, si piega al volere dei superiori e passa mesi in sala di montaggio, fino a ridurlo a 3 ore e mezza. Bene, si arriva ad un'anteprima a New York. Il film annoia il pubblico e diviene facile bersaglio della critica statunitense. Viene sospesa la distribuzione.
Cimino va di nuovo in sala di montaggio e il risultato sono 145 minuti di pellicola.
Ridistribuito, il film diventa un flop clamoroso, stroncato da pubblico (3 milioni e mezzo di incassi) e critica americana. Bisogna dire che, invece, nel vecchio continente, si grida al capolavoro, ma, ormai, la macchina del fango ha portato a 40 milioni di perdite per la United Artists e al suo (quasi) fallimento.
Come se non bastasse, la New Hollywood termina il suo cammino esattamente qui: memori di questo disastro, d'ora in avanti i produttori metteranno un freno alle libertà creative dei registi, aumentando pressioni e ingerenze durante le riprese. Addio grandi budget al servizio dell'arte.
Infine, lo stesso Cimino rimase talmente deluso dagli eventi, che per 30 anni si addosserà le colpe del fallimento ed eviterà anche solo di pensare al suo bambino. Solo nel 2012 rivaluterà la sua opera e, finalmente, la presenterà al Festival Lumière a Lione con un montaggio effettuato secondo quella che era la sua idea originale.
Ora... Si è speculato tanto sul perché tutto sia andato così storto e alla deriva. Ma non vogliamo qui approfondire queste tesi, anche fantasiose, ma concentrarci sul film. Di sicuro due domande, dopo averlo visto, bisognerebbe farsele: come ci si può accanire contro una meraviglia del genere?
L'ambizione dell'opera risulta già dall'Incipit del film ad Harvard: ci sono campi lunghi riempiti da centinaia di comparse, scenografie certosine e maestose, e la messa in scena di un ballo, coordinata alla perfezione. Un'ellissi temporale di 20 anni sposta il film nel Wyoming.
Il protagonista è Averill (interpretato da Kris Kristofferson) maresciallo della contea di Johnson. Qui i poveri immigrati europei appena arrivati nella regione sono in conflitto con i ricchi baroni del bestiame organizzati nella Wyoming Stock Growers Association; i nuovi arrivati a volte rubano il bestiame per necessità. Nathan Champion (interpretato da Christopher Walken) è amico di Averill ed è assoldato dai baroni per vigilare sul bestiame ed uccidere i ladri. Nel corso di una riunione del consiglio, il capo dell'associazione, Frank Canton, informa i membri, tra cui Irvine (interpretato da John Hurt), dei piani di uccidere 125 coloni come ladri e anarchici.
Altro personaggio chiave è la tenutaria di un bordello, Ella (interpretata da Isabelle Huppert), oggetto dell' amore sia di Averill che di Champion. Anche lei è nella death list. Lo scontro è inesorabile.
Oltre ai nomi citati fanno parte del cast future stelle e volti noti come Jeff Bridges, Mickey Rourke, Willem Defoe (non accreditato comunque), Brad Dourif, Geoffrey Lewis e Anna Levine.
Presa di per sé la trama è racchiusa in uno scontro sanguinario e nelle sue premesse, il tutto inframezzato da un classico triangolo amoroso.
Non ci sono sussulti né colpi di scena: è un lento ed inesorabile avvicinarsi al bagno di sangue.
Isabelle Huppert si esprime in un inglese stentato e poco convinto, pur nella rigidità delle sue battute prefissate, ma la sua bellezza naturalmente esposta e il suo sguardo conturbante riescono comunque a suscitare potenti vibrazioni.
Tecnicamente parlando cosa aggiungere? 
Ogni sequenza è un pullulare di comparse, oggetti e abiti d'epoca, scenografie imponenti e paesaggi incantevoli.
Cimino a volte indugia un po' troppo su alcune sequenze (e sicuramente le parti che vedono protagonista Ella sono un po' più deboli); poi come al suo solito dà  grande spazio alle scene di ballo, qui numerose.
Ma la forza visiva di alcune sequenze colpisce ancora a distanza di 38 anni: Cimino alterna, nel riprendere, la caratteristica crudezza e minimalismo nel rappresentare la violenza, alla solennità dei campi lunghi dei paesaggi di frontiera.
In ciò è coadiuvato da una fotografia patinata, che sottolinea i cromatismi della natura negli ambienti esterni, gioca con gli effetti di luce in quelli interni, e verso la fine immerge lo spettatore in una coltre di fumo e polvere; l'immagine assurge ad una sorta di inferno in terra, coprendo e fagocitando una moltitudine di personaggi confusi nella mischia e resi indistinguibili.
"I cancelli del cielo" è un'epopea sommessa e fatalmente tragica.
Un film che, nonostante la brutalità e la primitività di alcune scene, riesce a trasmettere una grande nostalgia nello spettatore, per un'epoca che non ha mai vissuto e che si presenta così attraente.
La verità è che siamo di fronte a un'eredità di rara preziosità, una produzione mastodontica e sopraffina che, nonostante i tagli e lo stupro reiterato dei montaggi, racchiude un periodo storico in tutta la sua consistenza, grazie alla millimetrica accuratezza della sua ricostruzione: la storia non è un film in costume, non è un'opera manieristica; la storia, specie quella dell'America del melting pot, della mescolanza di etnie, di cui tanto ne vanno fieri i sostenitori dello stile di vita americano, è fatta di sangue, merda e sperma. È mossa dalla cupidigia di un uomo, dall'ambizione di un altro e dall'avidità di un altro ancora. Alla fine, a rimetterci tutto sono sempre i più deboli.
"Maledizione! Diventa pericoloso essere poveri, in questo Paese. Non ti pare?
Lo è sempre stato".
E i geni restano incompresi? 
No, non più.
So long, Michael.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 19 febbraio 2018

"THE SHAPE OF WATER" (2017) DI GUILLERMO DEL TORO


And the Oscar goes to... Guillermo Del Toro
Complimenti Guillermo.. Ok allora, vediamo... Ti premiamo per "Cronos"? No, no sangue e vampiri, ci mancherebbe. Ehm... "Blade 2"? Ah no no stessa cosa di "Cronos". "La Spina del Diavolo"? Parla di bambini in un orfanotrofio negli anni 30', molto toccante, no? Eh no, aspetta! Non possiamo premiarti per quello... C'è la guerra, ci sono i morti e i fantasmi! No! No!
Ci sarebbe questo melò..."Crimsom Peak". 
Il Melò ha sempre fascino e l'Academy lo subisce sensibilmente. Dai vada per "Crimsom Peak"! 
Ehi, ma qui ci sono fantasmi orripilanti, morti sospette e turpi passioni! Noi queste cose non le possiamo assecondare!! Stiamo quasi perdendo le speranze di ficcarti questo fottuto Oscar in mano Guillermo!
Ma non diamoci per sconfitti... E questo "Labirinto del Fauno"? Mmmmmm fantasy ma contestualizzazione storica... ci piace! Candidato via! E mo te lo vinci pure!! Dai grand... 
Eh ma, un momento! Chi è quello stronzo che ammazza tutti? E ste creature macabre? 
Ma, sopratutto, sta scena del capitano Vidal che frantuma la faccia di un poveretto? 
No, ma poi quella bambina muore! 
Non è in un mondo fatato! 
È all'altro mondo! 
Va bene niente Oscar.
Guillermo ci spiace ma... (interviene Guillermo) No! Fermi tutti! Ho io il film giusto per la mia statuetta! Si chiamerà "The Shape of Water". Praticamente narra la storia di una muta che si scopa il mostro delle paludi. Non partite subito in quarta eh! Parlo di sesso, faccio schizzare sangue e dita e vi faccio vedere un gattone vaginale stile anni 80. Ma a sto giro ho intenzione di utilizzare i canoni del cinema Hollywoodiano classico. Sapete no? 
Musiche pompose e melensi, sentimenti candidi/canditi? Poi storia d'amore come fulcro della sceneggiatura e spystory sullo sfondo. Taaaac!
Poi prendiamo Micheal Shannon e che gli facciamo fare? 
Gli facciamo fare il poliziotto borghese e psicopatico! Ovvio cazzo, ma allo stesso tempo gli affidiamo il compito di non far addormentare gli spettatori tra un'espressione sognante e l'altra della muta. Rendiamolo minaccioso. Anzi, rendiamolo comico. Sentite, rendiamolo comicamente minaccioso e via!
Il film è ben girato, comunque, lo sapete che ho un talento visivo incredibile e anche se la pellicola non ha sussulti e originalità, mantengo il mio magico tocco in diverse sequenze di rara perfezione estetica (vabbè dai non quella del mano/vetro/mano... Quella ormai mi sa che ce la stiamo passando tutti a giro)! E mi scelgo sempre un direttore della fotografia in linea con la mia visionarietà. 
Vedete questo accento cromatico verde? È ciò che renderà iconico questo film insieme alle musiche StileParigiAnni30ConFisarmonica looppate per due ore, fino al sanguinamento del condotto uditivo, con relativo probabile rischio di diabete.
Però dovete anche riconoscere che è un prodotto sostanzialmente di qualità
I personaggi sono approfonditi più del necessario, hanno più sfumature. 
In più tratto temi come l'omosessualità e la discriminazione razziale. Faccio riferimenti metacinematografici e frantumo l'idea casta e morigerata del maccartismo facendo allupare costantemente i personaggi. Tanto per darmi quella fucking statuetta volete sempre e solo la favoletta! Perciò ecco la vostra favola strappalacrime ma anche strappasorrisi. 
È girata divinamente e con tutto al posto giusto. Alla fine anche un grande creatore come me ambisce a quel pezzo di ferro. Tutti vogliamo essere apprezzati trasversalmente...
...Che dite vi ho convinto?

Habemus Judicium:
Bob Harris

giovedì 25 gennaio 2018

"ULTIMO SAMURAI" (2003) DI EDWARD ZWICK

Nel 2003 esce nelle sale cinema "L'ultimo Samurai", ovvero la storia di come Tom Cruise è così figo da aver timbrato sia la battaglia di Little Big Horn sia quella dei Samurai contro il capitalismo che avanza.
Ovviamente, in entrambe le occasioni, sempre sugli scudi e bello impettito e, ovviamente, uscendone da figo, ma, soprattutto, con due graffietti, mentre gli altri stronzi correvano verso il suicidio agonizzanti e in preda a deliri di onnipotenza.
Il film comincia con il generale Tom reduce dalla guerra/massacro degli indiani che si ricicla a promuovere fucili per la Winchester ed è perennemente ubriaco.
Cazzo! Un film che ridicolizza la figura di un alto grado dell'esercito!
Cioè, ci mostra come la guerra sia uno stupido gioco di potere che manda al macello dei burattini e rende dei reietti i reduci che hanno la fortuna di sfangarla... Questa si che è una bella critica!
...E invece no!
Tommy non ha nulla contro la guerra, cioè, si sente in colpa perché ha notato che, forse, gli indiani hanno fatto la parte degli agnelli sacrificali e i suoi capi erano dei beceri imperialisti. A questo punto non è un povero ubriacone. Eh no, diventa automaticamente il bello e dannato, genio e sregolatezza e, quel cicchetto, fa anche molto figo, a pensarci bene.
Comunque arrivano dei tizi che gli propongono alte cifre per andare in Giappone ad addestrare l'esercito dei capitalisti. A sto punto Tommaso si scorda della sua crociata no global e della sua critica all'imperialismo e cede al vile denaro giapponese.
Ricapitolando, abbiamo Tom alias capitano Algren; Mr. Graham, sua spalla buffa deputata al ruolo; Omura, cioè un CiccioGiapu, primo ministro dell'imperatore, quello cattivo cattivo che ha messo su la spedizione; infine, il colonnello Bagly, cioè il rivale di Algren, anche lui reduce assoldato da Omura, ma stronzetto e spietato, che, durante il film, punzecchia Algren che manco la capo Cheerleader con la sfigata del college.
L'allegra comitiva arriva in Giappone e parte l'addestramento.
A un certo punto c'è un'imboscata dei Samurai, che fanno il culo agli uomini di Omura non ancora addestrati per bene. Tommy, manco a dirlo, combatte come un toro, senza mollare un centimetro, pur essendo uno contro tutti. Manco a dirlo, la sfanga anche stavolta con una pacca sulla spalla.
Fatto sta che viene catturato dall'esercito di Samurai guidati dal nobile Katsumoto, interpretato da Ken Watanabe, che ha un figlio mongoloide. Costui, ben lungi dal giustiziare Algren, o anche solo dal semplice imprigionarlo, gli fornisce un ryokan in cui vivere.
Casualmente, è lo stesso ryokan in cui abitava uno dei samurai uccisi da Tommy, adesso occupato dalla vedova e dai figli. La famigliola la prende subito bene però: i figli del defunto vedono già Tommaso come un padre meraviglioso e la vedova, Taka, dopo aver fatto un po' la difficile, se lo stratromba.
La vita nel villaggio dei Samurai procede bene: Katsumoto si prende bene del trascorso di Algren, dopo essere venuto a conoscenza del suo passato e del suo legame con il generale Custer e si lascia andare in lunghi dialoghi con il nostro beniamino, in un inglese degno di un madrelingua, seppur imparato in pochi giorni; per di più Algren viene istruito all'arte del Kendo e, con la stessa prodigiosa velocità di Katsumoto, diventa un Super Samurai in pochi mesi.
Ad una certa c'è un attacco di Ninja cazzuti,  assoldati da Omura,  al villaggio di Katsumoto. Questi si nascondono e si muovono nell'ombra bardati e pitti  di nero. Insomma, i classici Ninja. Peccato che vengano quamati da chevelodicoafa Tommy e,  dopo pochi minuti, hanno praticamente stirato le zampe tutti, senza peraltro aver seccato quasi nessuno e con Algren che se li beve facile facile. Lo scontro kitsch da z-movie Samurai-Ninja termina con un rotondo 3 a 0.
Ma il rumore del nemico si leva nell'aria e lo scontro è alle porte.
Tommy decide di sposare la causa dei Samurai e assurge subito al rango di braccio destro di Katsumoto. Poi, dopo aver fottuto la vita e la moglie al povero Samudead, gli fotte pure l'armatura e si presenta, così bardato, allo scontro.
Per farla breve... Algren infilza Gelby (glielo aveva promesso) e muoiono tutti i Samurai, tranne... Vabbè.
Katsumo, ormai in delirio totale, incarica Algren di dire all'imperatore che erano morti per lui. Algren prende seriamente l'incarico e riferisce all'imperatore, che è un bamboccione lievemente autistico. Questi infine caccia Omura e si rende conto del sacrificio di Katsumoto.
Il film si chiude con Tom che fa ritorno al villaggio per dare altri due colpetti a Taka: in sottofondo le note, malinconiche ed orientaleggianti, di Hans Zimmer.
Nel frattempo Edward Zwick è tornato a fare filmacci testosteronici di terza scelta.
Amen.

Habemus Judicium:
Bob Harris

venerdì 14 aprile 2017

L'ANGOLO DEL CULT #1: "CANNIBAL HOLOCAUST" (1980) DI RUGGERO DEODATO


In uno speciale sul cinema splatter scritto tempo fa, Saw e i suoi fratelli: che la mattanza abbia inizio (link), citammo un po' di film, tra i quali l'italiano "Cannibal Holocaust", opera del 1980 del regista lucano Ruggero Deodato
"Cannibal holocaust" rientra nel filone del cannibal-movie, un sottogenere dello splatter legato alle tematiche del cinema di avventura e talvolta portato, in curiosi ed originali progetti, nell'alveo dell' erotico/porno (un esempio su tutti "Emanuelle e gli ultimi cannibali" di Joe D'amato).
Questo sotto-genere nasce e si sviluppa in Italia a partire dagli anni '70 ed a fare da apripista è "Il paese del sesso selvaggio" (1972) di Lenzi (il quale tornerà sul genere nel 1980 con "Mangiati vivi") dove si vede la prima scena di cannibalismo.
Il cannibal-movie, a prescindere dai gusti personali, è un'innovazione importante per il genere horror, lo allontana dalle tipiche ambientazioni notturne, portando la violenza e l'orrido ad una piena esposizione visiva.
Il film di Deodato è, a torto o ragione, il più celebre del lotto, una pellicola da alcuni considerata un vero e proprio cult, da altri un'esposizione gratuita di violenza infarcito di razzismo e imperialismo, reso oggetto di culto più dalle censure che subì (tagliato pesantemente in oltre 50 paesi, bandito in Sud Africa, Regno Unito, Filippine ed Islanda) che da pregi cinematografici.
Fatta questa doverosa premessa passiamo al film.


Il viaggio nel "Cannibal Holocaust":
Iniziamo dalla storia.
Quattro giovani reporter si recano in Amazzonia per girare un documentario per la TV sulle tribù che praticano il cannibalismo. Trascorrono 6 mesi dall'inizio della spedizione e di loro non si ha più alcuna notizia.
Un antropologo newyorkese, Harold Monroe viene messo a capo di una spedizione, ed assieme a due guide locali, si addentra nella foresta per far luce sulla misteriosa scomparsa.
Monroe incontra belve feroci, tribù cannibali e tracce inquietanti che lasciano presagire qualcosa di tremendo. Attraverso un impervio percorso si giunge al ritrovamento dei giovani, delle loro attrezzature e di tutto il materiale girato.
Si apre una la discesa verso un'eccitazione malata mostrata nei più minimi particolari: villaggi incendiati, animali squartati, torture, abusi, stupri ed omicidi a danni degli indios. Si apre il "Green Inferno"di Deodato.
Il tessuto narrativo di tutta la seconda parte del film si basa sulla visione del materiale girato recuperato; siamo dinnanzi ad un mockumentary, espediente narrativo che anticipa di quasi 30 anni l'idea del celebre "The Blair Whitch Project" (1999). 
La metodologia seguita da Deodato è ingegnosa.
Per rendere il falso documentario più reale possibile, gira tutte le scene con la telecamera a mano, e, al posto della pellicola a 35 mm usata per il resto del film, opta per una meno cinematografica da 16 mm (1). Non ancora del contento del risultato prende le pellicole le butta a terra, le calpesta e le graffia.
L'obiettivo di Deodato è uno solo: trasformare la finzione cinematografica in una storia vera.
C'è di più, gli attori che muoiono nel film, per contratto, devono stare per un po' di tempo lontane dai riflettori: tutto deve essere il più credibile possibile.
A tutto ciò si aggiunge un'intensa campagna pubblicitaria con slogan promozionali ad effetto: «Avvertimento, gli uomini che vedrete mangiati vivi sono gli stessi che hanno filmato queste incredibili sequenze»; «Cruel * Barbaric * Authentic»; ed ancora, «in 1979 four documentary filmmakers disappeared in the jungles of South America while shooting a film about cannibalism... Six months later, their footage was found».
Il gioco del regista funziona. Pure troppo.
Ad alcuni sorge il dubbio che il film possa essere uno snuff movie ed in men che non si dica dai giudizi sul valore estetico della pellicola si passa ad una discussione dai toni sempre più surreali.
Nel Regno Unito il film viene inserito in una black list che ne impedirà la distribuzione per molti anni.
A Bogotà Deodato rischia il linciaggio. Il fonico del film, forse per farsi pubblicità, forse per scherzo, afferma che "Cannibal Holocaust" è una pellicola girata per denigrare la cultura degli Indios. Non contento rincara la dose descrivendo il regista lucano come un pazzo sanguinario che ha fatto realmente uccidere dei nativi sul set per rendere le riprese più veritiere.
Risultato: durante una festa Deodato è costretto a fuggire, rincorso da alcuni colombiani presenti. Si ripara in una fattoria per una settimana e scortato da un boss locale, prima con un'auto corazzata, poi con un elicottero, giunge all'aeroporto più vicino dove prende il primo aereo per Miami.
In Italia si apre un processo a carico del regista e dei produttori, i quali si vedono costretti a portare in tribunale gli attori assassinati per dimostrare la finzione cinematografica.
Deodato e soci si devono poi difendere dall'accusa di torture e sevizie su animali.
Tra questi una tartaruga gigante protagonista di una delle sequenze più brutali della cinematografia: la testuggine viene trascinata fuori dal fiume dai documentaristi che, in stato di eccitazione, la sventrano. Immagini reali queste.
La giustificazione? Sono riprese di valore documentaristico. Si rappresenta, spiega Deodato al giudice, niente di più di quello che le tribù locali fanno quotidianamente. A suffragare questa posizione il fatto che sia gli indigeni presenti sul set, nonché alcuni dei componenti della troupe, abbiano mangiato tutti gli animali uccisi.
Fatto sta che si devono attendere quattro lunghi anni prima che la Cassazione ponga fine alla storia assolvendo gli imputati, riabilitando la pellicola e facendola finalmente giungere nelle sale cinematografiche. Il lungo lasso di tempo trascorso ed il nugolo di proteste avevano però fatto perdere interesse alla pellicola ed allontanato il pubblico dalle sale. In Italia "Cannibal Holocaust" fu un mezzo flop. All'estero un successo clamoroso.
Un carnaio di polemiche, un processo e tante censure.
Ma cos'è in realtà "Cannibal holocaust"?
E' davvero, usando le parole di dizionari e della critica, una violenza fine a se stessa composta da scene di bassa macelleria volto a raggiungere un inutile e cinico sensazionalismo?
Per chi scrive la risposta è no, o almeno non è del tutto così.
E' un film crudele, con scene orribili, non si può negare. Deodato indugia tanto sulla violenza, facendolo sembrare quasi un esercizio sadico fine a sé stesso.
Ma "Cannibal Holocaust" è molto altro.
Gli aspetti tecnici, sottolineati in precedenza, lo fanno essere un laboratorio cinematografico di grande interesse. E' un film curato in ogni suo dettaglio, basti pensare all'intensa colonna sonora di Riz Ortolani che accompagna perfettamente l'incalzare delle immagini.
Poi c'è il contenuto narrativo. La brutalità non è gratuita, ma viene piegata e diviene strumento critico. "Cannibal Holocaust" non è altro che una cruda e lucida critica ai mass media, sempre pronti a strumentalizzare la violenza ed a distorcere la realtà ai fini di audience; un percorso contenutistico che sarebbe stato seguito un decennio dopo da Oliver Stone con "Assassini nati", anche'esso caratterizzato dall'utilizzo di più formati di pellicola (35 mm, 16mm e 8mm).
"Cannibal Holocaust" dietro il suo impatto visivo orripilante e destabilizzante, è un'opera di demistificazione, rovescia il punto di osservazione e mostra una visione pessimistica della società occidentale, così sicura della propria superiorità rispetto ai selvaggi eppure ancora governata da leggi primitive e sanguinarie.
Cari lettori, prendetevi un gastroprotettore e guardatevi "Cannibal Holocaust", scoprirete un cinema italiano coraggioso e sperimentatore, un vortice di pregi e difetti assenti nel piattume odierno. Ne vale la pena.

Habemus Judicium:
Ismail

sabato 12 marzo 2011

DANNY POP: "127 ORE"

«Adesso ho tutto chiaro, sono io, l'ho scelto io, questa roccia è stata qui ad aspettarmi per tutta la vita, tutta la sua esistenza, fin da quando era solo un meteorite, un milione, un miliardo di anni fa, lassù nello spazio, ha aspettato di venire qui, proprio, proprio qui, per tutta la vita sono andato verso di lei, da quanto sono nato ogni mio respiro, ogni mia azione mi ha guidato fin dentro questa crepa sulla superficie della terra »
-Aron-


Pop. Una parola per descrivere un artista: Danny Boyle
Il regista di Manchester ha fatto fortuna grazie al suo stile sensibile alla cultura di massa, brillante e ipercinetico. La consacrazione è arrivata ufficialmente con "The Millionaire", fruttatogli 8 premi Oscar, ma di quelli che contano (tra cui miglior film e miglior regia).
Dopo aver sbancato il Kodak Theatre di Los Angeles, a 2 anni di distanza, Boyle decide di rilanciare con un progetto sulla carta assai bizzarro: la storia di Aron Ralston, ingegnere meccanico appassionato di trekking, che si ritrovò, durante l'escursione nel Blue John Canyon nello Utah, con un braccio bloccato da una roccia all'interno di una crepa del canyon e che, per salvarsi, dopo essere stato cinque giorni intrappolato, decide di tagliarselo.
Di per sé la vicenda, nonostante assuma dei risvolti gore nel suo sviluppo, non sembrerebbe offrire materiale sufficiente per potervi fare un film sopra. E comunque grande era il rischio di trascinare lo spettatore nella noia più totale, distogliendolo dall'immedesimarsi con il protagonista, cosa che avrebbe impedito di trasmettergli il grande messaggio di vita che sta alla base dell'opera. 
Per questo trasporre su schermo il libro di Aron Ralston "Between a Rock and a Hard Place" sembrava una vera e propria sfida. Sfida che alcuni registi avrebbero sicuramente accettato, ma credo pochi di quelli con una statuetta in tasca, specie se freschi di vittoria.
Boyle, si mette alla prova, dimostrandoci quanto sia eclettico nell'affrontare i temi più disparati, pur mantenendo il suo stile inconfondibile (roba da Polanski...).
Risultato? Ci riesce alla grande!
Come? innanzitutto imposta il film come una sfida di sopravvivenza e ciò è chiaro fin dal trailer. Una vicenda che presenta dei momenti tragici viene invece affrontata con la giusta vivacità e il personaggio di Aron è caratterizzato come un tipo cool, un outsider che preferisce la natura ai parties, cosa che lo rende ancora più figo. Non mancano momenti che suscitano emotività, soprattutto quando Aron si rende conto che la sua vita è appesa ad un filo e probabilmente non rivedrà più i suoi cari. 
Ma il tutto è alleggerito da momenti brillanti, anche nel dramma (il finto programma radiofonico inscenato da Aron, in cui ironizza sulla sua condizione e sulla sua imprudenza) e scene cult (Aron riguarda il video insieme a due escursioniste girato con la videocamera e prova a masturbarsi in quella situazione estrema, con ovvi scarsi risultati). 
Ma ciò che rende il film interessante sono le inquadrature di Boyle. Roba da videoclip. 
I primissimi piani su un grande James Franco, bravissimo a reggere la parte, giocata tutta sulla mimica facciale, il focalizzarsi sui dettagli, sugli oggetti che Aron ha a disposizione; tutto ciò permette allo spettatore di concentrarsi  sull'ambiente e sull'azione, resa anche più piacevole da alcuni virtuosismi (rallenty e  divisione di più scene nella stessa inquadratura). La sensazione è di stare lì con lui, intrappolati in quel canyon. E non si risparmia nemmeno di mostrarci le scene esplicite, difficili da digerire anche per i meno schizzinosi, ricordandoci che Boyle è stato regista anche di film horror ("28 Giorni Dopo").
La tensione va in crescendo e, nonostante il ritmo sia troppo spezzettato da flashback, allucinazioni e visioni passate e future (beh, comunque in qualche modo bisognava ovviare alla mono-ambientazione), si giunge al momento liberatorio (sia per Aron che per lo spettatore) che porta con se un messaggio forte e chiaro: "127 ore" è un inno alla vita e alla natura (e non è caso che ho deciso di vedere "Into The Wild (Link)" dopo aver visto questo film).   
Da vedere.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 7 marzo 2011

CHRIS MCCANDLESS: UNA VITA INTO THE WILD

«Lungo le due rive del fiume gelato si stendeva la cupa e tetra foresta di abeti, dai quali il vento aveva appena spazzato il manto di brina. Nella luce crepuscolare quegli alberi neri e sinistri sembravano inclinarsi l'uno verso l'altro. Un silenzio minaccioso incombeva sul paesaggio, privo di qualsiasi segno di vita o di movimento, e desolato e freddo al punto da non poter ispirare che un solo sentimento: quello della più triste malinconia. E nello stesso tempo pareva che da quel paesaggio trapelasse una specie di riso, un riso ben più spaventoso di qualsiasi malinconia o tristezza, un riso tragico, come quello di una sfinge, un riso agghiacciante più della brina e che rammentava l'incombere minaccioso dell'ineluttabile. Era la saggezza potente e impenetrabile dell'eternità che irrideva alla vita, alla sua futilità e agli sforzi degli uomini. Era il Wild, il selvaggio Wild delle spietatamente gelide terre del Nord»
-"Zanna Bianca", Jack London-

Pare che, da quando nelle sale di tutto il mondo è uscito il film "Into The Wild" di Sean Penn, vada ancora più di moda sognare avventure nella natura selvaggia. 
Viene da chiedersi se tale sentimento sia da attribuire al bel film dell'attore statunitense, inaspettato assente alla notte degli Oscar (non senza strascichi polemici). 
La mia risposta è assolutamente no. 
Per carità il film merita, il montaggio disordinato paga, rende la narrazione non lineare, conferendo ad ogni sequenza un valore poetico a sé stante, piccole parti che vanno a formare quel quadro d'autore che è "Into The Wild". Ed è questa la similitudine che meglio rispecchia la pellicola (e così che deve averla pensata Penn), visto il richiamo palese alla pittura nei pensieri Chris che prendono forma sullo schermo.
Lo spettatore rimane incantato, in totale immedesimazione con lo stupore del protagonista, dai paesaggi che la madre terra offre a coloro che, coraggiosamente, decidono di immergervisi. 
Non c'è che dire, il continente americano è stupendo, ma lo sapevamo già dai tempi di "Easy Rider" (almeno io...). A ciò aiutano le musiche di Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam e le melodie alla chitarra di Micheal Brook e Kaki King, che nel loro tranquillo andamento, ben esprimono la pace e la calma che luoghi del genere trasmettono. 
A ciò vanno aggiunte delle ottime prove d'attore, da parte dei protagonisti, Emile Hirsch su tutti (la sua trasformazione fisica è da vero camaleonte). 
Unica nota stonata la fastidiosissima e invasiva voce fuoricampo della sorella di Chris che funge da narratrice dei suoi pensieri. Vecchia lezione di cinema: si usano le parole laddove non si è in grado di mostrare le cose con le immagini. Niente di grave però.
Targa apposta dal padre di Chris al momento di visitare il Magic Bus

Detto di come il film sia un gran bel prodotto bisogna riflettere su una cosa: la storia di Chris McCandless basta da sola per trasmettere una forte emozione per ciò che egli ha vissuto ed a suscitare uno spirito di emulazione. Inoltre il triste epilogo, il modo in cui esso è avvenuto, contribuisce a creare curiosità morbosa e riempie la vicenda di un tragico fatalismo. In poche parole ti entra nella pelle.
Riporto qui brevemente la sua biografia: Chris McCandless nasce il 12 febbraio dell'anno 1968 nel Sud della California, da Walt McCandless, un dipendente della NASA, e Wilhelmina Johnson, un'impiegata. Dopo sei anni a El Segundo, la famiglia si sposta in Virginia. Nel 1990 si laurea con il massimo dei voti in Storia e Antropologia all'università Emory. Benestante di famiglia, decise di attraversare l'Ovest Americano da solo, dopo aver donato i suoi 24.000 dollari di risparmi alla Oxfam.
Intraprese inizialmente il suo viaggio con la sua vecchia auto, una Datsun B210 gialla del 1982, un acquisto dell'ultimo anno di liceo con cui Chris amava viaggiare durante le vacanze scolastiche. 
La Datsun fu in seguito ritrovata da un gruppo di ricercatori di fiori rari nel deserto del Mojave: all'interno Mccandless aveva abbandonato una chitarra Gianini, un pallone da football, un sacchetto di immondizia pieno di vecchi indumenti, una canna da pesca, 10 kg di riso, un rasoio elettrico nuovo, un'armonica a bocca, i cavi della batteria e le chiavi. 
Il ragazzo abbandonò il proprio mezzo a causa di un'ondata d'acqua (proveniente dal fiume accanto al quale si era accampato) che bagnando il motore aveva reso l'automobile inutilizzabile. Prima di lasciare la sua auto bruciò i propri risparmi e si liberò di ogni prova della sua identità, gettando via anche la targa dell'auto. Proseguì quindi a piedi facendo autostop, girovagando tra Stati Uniti occidentali e Messico settentrionale.
Replica del Magic Bus
Trascorse gli ultimi 112 giorni della sua vita nei boschi dell'Alaska, nel parco nazionale di Denali, avendo come unico rifugio un vecchio autobus abbandonato, da lui chiamato Magic Bus (attualmente meta di pellegrinaggio da parte di coloro che sono rimasti affascinati dalla sua storia). 
Per un certo periodo, Chris riuscì a sopravvivere con l'ausilio di pochi strumenti: un fucile calibro 22, una sacca di riso, un libro sulle piante commestibili del luogo, ed altri semplici oggetti da campo. 
Fu ritrovato morto dentro l'autobus nell'agosto del 1992 da due cacciatori, i quali scoprirono il corpo a due settimane dal decesso. Ufficialmente è morto di fame (al momento del ritrovamento il cadavere pesava circa 30 kg), ma altre possibili cause sono il freddo e l'aver accidentalmente ingerito alcune piante velenose. Nel vecchio autobus, accanto al cadavere, furono ritrovati numerosi appunti da lui scritti, una macchina fotografica con cui aveva effettuato degli autoscatti, una borraccia di plastica verde, alcune pastiglie per purificare l'acqua, un paio di pantaloni imbottiti, guantoni di lana, una bottiglia di repellente per insetti, un cilindro consumato di burrocacao, una scatola di fiammiferi, un paio di stivali in plastica marrone e alcuni libri di autori quali Tolstoj e London. 
A questo proposito ho letto il libro di Jon Krakauer dedicato allo sfortunato ragazzo: "Nelle Terre Estreme". 
Il percorso visione film/documentazione in rete/lettura libro è spesso seguito da chi, come me, desidera approfondire e capire a fondo la vicenda. Lo stesso film suggerisce un rimando di questo tipo quando, prima dei titoli di coda, ci mostra una foto del vero McCandless con una didascalia che ci informa dei fatti successivi. 
La personalità di Chris presenta molteplici sfumature e risulta essere davvero complessa. 
La prima cosa da dire è il rifiuto di ogni forma di autorità. Da ciò deriva la totale avversione per i genitori e il disprezzo per le istituzioni e le convenzioni. Non a torto Krakaeur nel suo libro arriva a dire che Chris non detestava i suoi genitori in quanto tali, ma detestava la figura stessa del genitore.
Deluso dal profondo materialismo dominante nel mondo, ma soprattutto in una società capitalistica come quella americana, dimostrava di rifuggire la civiltà persino nelle cose meno importanti (indossava le scarpe senza i calzini). La rabbia che Chris aveva nei confronti della società americana è la stessa che ha portato molti altri giovani americani come lui a compiere gesti estremi anche più del suo. 
Si potrebbe dire che era un disadattato, un asociale, ma si tralascerebbe il fatto che aveva molti amici ed era comunemente considerato simpatico. Inoltre aveva grande capacità di relazionarsi con gli altri e chiunque fu interrogato come testimone, per aver incontrato Chris, serba di lui un bel ricordo. Come ad esempio Mary la madre di Wayne Westerberg, agricoltore che prese McCandless a lavorare nella sua azienda.
Due giorni prima della sua partenza Mary invitò il ragazzo a casa sua per cena. «A mamma non piace granché la gente che lavora per me» racconta Westerberg «e non era molto entusiasta nemmeno di incontrare Alex [il nome fittizio di Chris, nds]. Solo che l'avevo tormentata che doveva vederlo, doveva conoscerlo, così alla fine l'ha invitato a casa. Nel giro di due secondi andavano già d'amore e d'accordo e non hanno chiuso bocca per cinque ore». 
«C'era qualcosa di affascinante in quel giovane» spiega la signora Westerberg, seduta al lucente tavolo in noce su cui quella sera aveva cenato McCandless. «Mi colpì perché sembrava molto più vecchio dei suoi venti-quattro anni. Qualsiasi cosa dicessi, voleva saperne di più [...]. A differenza di molti di noi, era quel genere di persona che si sforza di mettere in pratica quello in cui crede. Passammo quattro ore a parlare di libri, e non c'è tanta gente a Carthage a cui piaccia farlo. Parlò e riparlò di Mark Twain e, santo cielo, quanto era divertente come ospite. Ricordo di aver desiderato che quella serata non finisse mai e non vedevo l'ora di rivederlo quest'autunno. Non riesco a togliermelo dalla testa, continuo a rivedere la sua faccia». 
E non era totalmente alieno dall'universo femminile: sappiamo che al college tentò di portare in camera una sua compagna e, quando si trovava nell'accampamento di Oh My God Hot Springs ( si si, chiama così...), passò una settimana a stretto contatto con una ragazza che era accampata con la roulotte della sua famiglia, senza però mai consumare. E di questo siamo quasi certi: McCandless rimase puro fino alla morte, in un'austera verginità.

Emile Hirsch nei panni di McCandless
Non si sa se fosse impacciato o rigido asceta tendente alla castità eterna, di sicuro ( e secondo me a ragione) era nauseato dal modo ossessivo in cui l'argomento sesso viene affrontato nella nostra società. Si insomma va bene che siamo animali, però esistono altri piaceri e altre bellezze che vanno oltre il sesso (parafrasando una frase di Al Pacino ne "L'avvocato del diavolo": «il sesso è sopravvalutato, biochimicamente non è diverso da una grande scorpacciata di cioccolato»). 
E così deve averla pensata il giovane laureato, quando decise che avrebbe goduto di un altro piacere che la vita ci offre: vivere a contatto con la natura. 
Oltre ad essere profondamente anticonformista Chris aveva una naturale propensione ad isolarsi. Sembra una contraddizione, ma forse ha ragione Krakaeur quando dice che lui era un tipo che amava la compagnia, ma a piccole dosi, dopodiché sentiva la necessità di tornare sulla sua collinetta a riflettere in pace per i fatti suoi. 
Altra caratteristica assieme all'individualismo determinante ai fini della comprensione della sua vita, e ancora di più della sua morte, era la grande determinazione emersa fin da piccolo, come quando per poter mangiare delle caramelle, penetrò di notte nella casa del vicino, lontana sei isolati dalla sua, per rubargliele dal cassetto. 
Perciò ora è più facile capire perché un ventiduenne con grandi prospettive ed un'intelligenza acuta abbia deciso di mollare tutto (persino il suo nome: adottò il nome di Alexander Supertramp) e partire per il nord, fino ad arrivare in Alaska e al famoso Magic Bus. 
Difficile capire però perché vi rimase fino alla lenta morte. 
La risposta è semplice: incoscienza e sfortuna
Incoscienza perché si presentò in quell'ambiente con scarse provviste e ancora più scarsa attrezzatura; ma soprattutto non si curò di portare con sé né bussola né mappa topografica. Altrimenti nel periodo di stenti e fame, si sarebbe ben avveduto di accorrere ai rifugi sparsi intorno alla sua zona, in cui avrebbe trovato provviste. Oppure al momento di fare dietrofront avrebbe saputo che, per attraversare il fiume, a meno di un chilometro, si trovava una cesta metallica che lo avrebbe aiutato a farlo. 
Vi chiederete come abbia fatto all'andata: semplicemente era arrivato in primavera, quando i ghiacci sono ancora intatti, e decise di tornare in dietro verso l'estate, quando v'è il disgelo e il ruscello, che aveva guadato senza difficoltà mesi prima, si era trasformato in un torrente impetuoso
A questo punto interviene la sfortuna. A fine luglio, ormai a corto di cibo (nonostante riuscisse a cacciare molte prede, esse erano spesso di piccola taglia, perciò le calorie acquistate non compensavano quelle spese) inizia a nutrirsi di una patata selvatica, pianta nota come hedysarum alpinum
Nel suo manuale di botanica era riportata come pianta commestibile. In realtà solo successivamente si è scoperto che contiene una quantità di tossicità che ha come effetto di impedire l'accumulo di energia a livello di organismo. Perciò anche se avesse cacciato e mangiato, avrebbe assimilato poche calorie. 
Fu così che arrivò a quel 18 agosto del '92. Molti ritengono che la scelta di McCandless, il suo ideale di purezza fossero qualcosa per cui vada glorificato e innalzato ad eroe; si sottolinea una filosofia di vita che, paradossalmente lui stesso, alla fine probabilmente ripudiò
Ciò è testimoniato dal suo voler tornare indietro dopo 60 giorni in Alaska, dal messaggio di aiuto scritto il 12 Agosto: « S.O.S. Ho bisogno del vostro aiuto. Sono malato, prossimo alla morte, e troppo debole per andarmene a piedi. Sono solo, non è uno scherzo. In nome di Dio, vi prego, rimanete per salvarmi. Sono nei dintorni a raccogliere bacche e tornerò stasera. Grazie»; nonché dalla nota a margine che scrisse in uno dei suoi ultimi giorni di vita: «Felicità è vera solo se è condivisa». 
Alla fine Chris capì che il bello della vita è poter condividere le proprie emozioni con gli altri, soprattutto con le persone a noi care, che tanto detestava (anche se aveva uno splendido rapporto con la sorella), ma che forse, se fosse sopravvissuto alla sua maturazione, avrebbe imparato ad apprezzare. 
Ci lasciò con un messaggio semplice: «Ho avuto una vita felice e ringrazio il Signore. Addio e che Dio vi benedica». Chris McCandless ha incarnato un spirito di totale libertà. Che un Dio benedica te.

Chris con in mano il biglietto d'addio
Habemus Judicium:


Bob Harris