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lunedì 18 giugno 2018

"IL LABIRINTO DEL FAUNO" (2006) DI GUILLERMO DEL TORO

«Tanto tempo fa, nel regno sotterraneo, dove la bugia, il dolore, non hanno significato, viveva una principessa che sognava il mondo degli umani...»


E che Guillermo Del Toro nutrisse interesse verso il franchismo lo si era già capito nel 2001 con "La spina del diavolo", una ghost-story in cui si avvertivano gli echi della guerra civile.
Poi arrivarono le sirene di Hollywood, e con loro due grandi successi commerciali, "Blade II" e "Hellboy", inframezzati dal gran rifiuto...amico Cuaron, fallo tu "Il prigioniero di Azkaban", che io ho altro a cui pensare...
Guillermone si era fatto un nome nel giro giusto, si ritrovava con una bella quantità di spicci in tasca e dietro di lui un gruppetto di colleghi e produttori pronti ad investire.
Siamo nel 2006 e finalmente si può chiudere il cerchio e rituffarsi nelle pieghe della storia.
Spagna, 1944. La guerra civile è ufficialmente conclusa ma sui monti ci sono ancora gli ultimi irriducibili, bestiacce che hanno fatto della resistenza un ideale irriducibile. Vanno schiacciati in ogni modo, ne va della pacificazione e normalizzazione della nuova Spagna del Caudillo.
Qui conosciamo Ofelia, bimbetta tutta fantasia e libri, che assieme alla madre sta andando in un avamposto militare. Li ad attenderle c'è Vidal, uno spietato capitano dell'esercito franchista e fresco maritino di Carmen. Ofelia si ritrova immersa in un conflitto durissimo e la via di fuga gli viene concessa da un misterioso fauno che la mette alla prova.
Guillermo esagera: facce fracassate a colpi di bottiglia e fauni, fate e gambe in cancrena.
Com'era quel modo dire? Less is more?!
Per Guillermo nostro manco pe' niente, more is more ebbasta!
Con "Il labirinto del fauno" scompiglia le carte, mescola storia e fantasy, proponendoci un Alice nera, che tra una prova e l'altra dovrà cercare di non annegare nel mare di violenza.
Ci troviamo dinnanzi alla guerra vista con gli occhi di una bimba, scelta paraculetta capace di dialogare con il più ampio ventaglio di spettatori, dalla casalinga di Voghera allo studentello simil-intellettuale da prendere a ceffoni. Nessuno è escluso. Ed intendiamoci questo è un immenso pregio, assolve alla funzione principe dell'arte popolare per eccellenza.
Scelta da vecchio volpone quindi e neanche troppo nuova a vedere il vero. L'approccio fantastico e fanciullesco lo aveva già portato sui grandi schermi Benigni con "La vita è bella"; nella letteratura, quella lontanissima parente della sceneggiatura, c'è l'esempio della Kristof con la "Trilogia della città di K."[LINK]; e, tornando alla settima arte, c'è chi ha scelto come sguardo altro lo scemo del villaggio ("Train de Vie").
Niente di originale (forse), eppure Guillermo sorprende.
I due piani cinematografici si incontrano e si inseguono l'un l'altro, divenendo forze complementari. Mai e poi mai avrei immaginato di trovare una ricostruzione così rigorosa del regime franchista attraverso sviluppi fantastici. Così come pensare di volare in mondi immaginifici partendo da un  contesto storico così drammaticamente reale.
"Il labirinto del fauno" è un film da vedere ed assaporare, una pellicola che rovescia il rapporto adulto/bambino; tocca le corde dell'animo ed emoziona, dando in pasto allo spettatore la storia di una bimbetta che ci ricorda la bellezza della fantasia, libertà irrinunciabile ed unica arma per difendersi l'ineluttabilità della storia.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 7 maggio 2018

A TUTTO CORTO #3: "KUNG FURY" (2015) DI DAVID SANDBERG

«Con gli anni '80 avete rotto il cazzo/che poi hanno rotto il cazzo già dagli anni '80» canta Giancane nella sua "Limone"; e noialtri, che quotidianamente tocca sorbirci un ritorno stucchevole del peggior plasticume di quegli anni, non possiamo che stare dalla sua parte. Un male che non conosce confini, parte dalla musica che scimmiotta Stadio ed affini, passa per mode inguardabili e giunge nel cinema, dove, anche il padre-padrone di Hollywood, Steven Spielberg, si spinge a donare mal di testa agli spettatori con condensati nostalgici pensati per tutti i fans/nerd del globo terracqueo (ogni riferimento a "Ready Player One"[LINK]è puramente casuale).
Poi però in mezzo ad un mare di narrazioni tossiche e melmose sbuca fuori un progetto curioso tutto votato a quegli anni, un piccolo riquadro di tempo della durata di 31 minuti, in cui si condensa un delirio puro, frivolo ed intelligente, che gode di un'estetica esagerata, della musica sinthwave e della voce di David Hasselhoff.
Tutto comincia nel lontano 2013, attraverso una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Kickstarter. Viene pubblicato un trailer e nel giro di neanche 24 ore si raggiunge l'obiettivo dei 200000 mila dollari. Passa un mese e si arriva a 630000 $, cifra di tutto rispetto per chi si vuole divertire in uno studiolo armato di green screen. Dietro a tutto ciò c'è una sola persona (più una manciata di attori), David Sandberg, che assume nello stesso tempo le vesti di scrittore, regista e, udite udite, protagonista. Due anni di duro lavoro, in cui far quadrare i conti e dar vita ad un prodotto di buona fattura.
La storia? Una sconclusionata magnificenza della quale meno si parla è meglio è; si rovinerebbero gli esilaranti spunti creativi disseminati in lungo e largo da Sandberg.
Miami, 1985. Un detective viene colpito da un fulmine e morso da un cobra, ha un trip da arti marziali e scopre di essere il prescelto; diviene l'abominevole uomo del kung fu, un concentrato di poteri sovrannaturali che userà per contrastare i criminali della città. Nel frattempo un malvagio baffuto del quale quasi più nessuno ricorda le gesta (Hitler), grazie ad un viaggio nel tempo, giunge nel presente e fa stragi di persone. Al prescelto non resta che viaggiare a sua volta nel tempo, andare nel passato e fermare il temibile Fuhrer.
Pochi dialoghi e tutti azzeccati, cadenzati da battute rapide e taglienti (pensiamo ai due nazisti tarantinati), e tanta, tantissima azione.
"Kung Fury" è una mezz'ora di pieno spasso in cui si frullano gli stereotipi dell'action movie e dello sci-fi anni '80 e primi '90; il protagonista è il perfetto cliché dell'eroe: una voce bassa alla Stallone, un taciturno dalla battuta pronta che si lancia in continue mosse marziali esaltate dagli effetti speciali; dominano le ambientazioni notturne e tenebrose pervasa da bande colorate e sui generis; la resa grafica da Vhs, quei maledetti nastri magnetici che si rovinavano inesorabilmente; ed ancora inserti simil-spot pubblicitario made in U.S.A. E' puro citazionismo maledettamente ironico, un'omaggio ad un periodo dominato da un'estetica inconsistente, un viaggio (equilibrato) nel nonsense e nel patinato con cui prendere in giro la riscoperta di quegli anni.
In breve tempo il mediometraggio è diventato virale, una vagonata di visualizzazioni guadagnate in uno schiocco di dita; tutte meritatissime, va detto. Ed al successo di pubblico si è aggiunta una prestigiosa proiezione al Festival di Cannes.
In queste settimane è in lavorazione una versione cinematografica, una grande produzione che godrà dei nome di Micheal Fassbender, Arnold Schwarzenegger (nei panni del Presidente degli Stati Uniti) e del solito Hasselhoff. E' difficile immaginare come potrà essere. La speranza è che si riuscirà nell'ardua impresa di mantenere lo spirito anarchico e fuori di testa incontrato qui.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 2 aprile 2018

L'ANGOLO DEL CULT #10: "IL CORVO 2: CITY OF ANGELS" (1996) DI TIM POPE

A due anni dal successo de "Il Corvo"[LINK], quel porcello di Weinstein pensò bene di sfruttare il potenziale brand e mise su l'impalcatura produttiva di un sequel: "Crow 2: City of angels".
In definitiva il peccato fu originale, perché si sbagliò proprio concettualmente l'operazione.
Già, perché la sceneggiatura di David S. Goyer non si discostava quasi per nulla dal primo capitolo e già di per sé non era cosa saggia; poi aggiungiamo che pure le scenografie e l'ambientazione si basavano sull'ossatura del primo e poco fa che si era deciso di ambientare il sequel in una Los Angeles buia ma luminescente: da un lato l'originale con i suoi colori freddi, dall'altro questo colorato di un giallo saturo degno di "Element of crime". Ma sempre stessa sbobba: ambientazione distopica, decadente, ecc ecc... non so più come dirvelo.
E dulcis in fundo, la colonna sonora (ancora) di Graeme Revell, che è esattamente la stessa.... La stessa! Cosa siamo in un film di Bond??
Certo, a sto giro non c'è più il pucci pucci con la tipa che poi viene stuprata e trucidata, ma abbiamo a che fare con un rapporto padre/figlio stroncato. Stroncato da chi? Dall'ennesima combriccola di simpaticoni sociopatici punk, che qui sono più in versione biker (ed è questa una leggera variazione sul tema, anche nel look del protagonista) mentre nel primo erano in versione rocker. 
Già nel primo film simpatizzavamo con Fun boy, T-Bird e compagni, perché oggettivamente sono delle personalità colorite e genuine, fanno scassare dal ridere e, per fare serataccia, sarebbero sicuramente più piacevoli di quel bigotto moralista di Eric Draven, che ti fa la paternale se fumi. 
Stavolta che dire: abbiamo un segaiolo con parrucchino e troppo eyeliner, con l'hobby di girare filmini in videocamera, una cinese anonima che sembra Lucy Liu e, ca va sans dire, fa arti marziali e spara coltelli, un altro capellone qualsiasi e.... e... IGGY!
Oh my god che prestazione! Petto nudo (gilettato) scheletrico, tatuaggi luridi, zazzera biondo platino, stivalozzi speronati e pantaloni di pelle...oooh babyyyy; eppoi quell'aria da instabile guascone che si permette anche il lusso di imitare a Mia Kirschner (lo avreste voluto fare anche voi eh? Ma non ne avete le palle... Jimmy si), con sguardo meravigliosamente lascivo, una fellatio, inumidendosi ripetutamente l'indice. Poesia pura.
Ma per l'epicità dobbiamo aspettare una bella fetta di film, quando si arriva alla resa dei conti e parte l'inseguimento in moto con la Ducati del protagonista. E qui il nostro beniamino, con espressione isterica e allucinata (perché ne ha altre?) si rivolge ad Ashe: "Credi che ho pauraa? Credi che ho pauraaaa???" Fucilata sul serbatoio della moto, bum, sbam, addio Iggy. 
Il capo di questi burloni, Judah (Escariota. Non è uno scherzo! È proprio lui o almeno doveva essere. Non ci credete? Fate caso alla scena in cui Ashe lo manda all'inferno, Judah gli risponde:" grazie ma ci sono già stato e mi è piaciuto") è uno scemo che dovrebbe scimmiottare Top Dollar e già solo per questo non lo si sopporta: ogni volta che apre la bocca sembra che debba dire qualcosa di epocale. Poi ovviamente dice le solite cazzate da cattivo.
Inizialmente si era pensato di resuscitare Top Dollar e renderlo un anti corvo, anch'esso immortale, ma poi, fortunatamente(?), si accantonò l'idea. Si decise allora, in pieno spirito con il more of the same, di spingere sul lato sadico del boss con risultati ancora più esilaranti: di fronte alle sequenze di bondage mistico che intervallano un omicidio e quello successivo, solo qualche borghesuccio si potrebbe scandalizzare per due frustate e un po' di cera sciolta.
Come da idea iniziale, il cattivone lo si rende immortale, dopo che ha bevuto il sangue del corvo morente; ovviamente mossa inutile e fine a se stessa, che poi tanto lo steccano ten minutes later, of course. 
Poi c'è una veggente cieca inutile. Vabbè, passiamo oltre. 
Vincent Perez nella parte di Ashe? Più Pierrot che maschera Dark, funziona perfettamente. È molto meglio di Brandon Lee, perché questo è un signor attore che ha doti espressive e riesce a restituire il lato buffamente sadico, e più fedele al fumetto di O'Barr, del personaggio del vendicatore. 
Anche Mia Kirchner, nella parte di una Sarah cresciuta, ponte di collegamento con il predecessore, è azzeccatissima: quello sguardo abissale rapirebbe chiunque, figurati noi stronzi mediocri che guardiamo i film per svagare la mente, spalmati sul divano come dei coleotteri. 
Bisogna riconoscere che la scelta di abbozzare un'affinità erotica tra i due "buoni", senza che ciò si concretizzi nel canonico atto amoroso, è una scelta raffinata. 
Altro punto a favore è l'interazione padre/figlio che, di per sé, è un'ottima variatio sul tema, e regge in credibilità e dramma, pur esplicandosi in fotonici e striminziti flashback. 
Per il resto bisogna sopportare il fatto che la trama risulti sbrigativa e slegata; é un continuo alternarsi di dialoghi apocalittici, scene di violenza e riempitivi involontariamente comici (la scena della bambina tossica, che appare un paio di volte, rannicchiata e avvolta nel lerciume, in un angolo di strada, vorrebbe rendere l'idea di un degrado sociale, ma sfocia in un siparietto degno di una parodia del neorealismo), che, pur mantenendone alto il ritmo, smorzano l'enfasi sulla narrazione. Sotto questo aspetto pesa la differenza stilistica tra i due film della serie: il tono solenne e prosopopeico del primo aveva il pregio di coinvolgere, mentre quello più sommesso e decadente di questo "City of angels", pur avendo un suo perché, decisamente è scarso di pathos. 
Peccato che su un film del genere sia calata la spada di Damocle di un cult come "The crow". A guardarlo a mente sgombra è un film godibile, meno riuscito del primo (che non era manco quello merce pregiata) ma con alcune idee ed elementi qualitativi. Rivalutatelo e rigustatevelo di tanto in tanto, se non altro per aggiornare la vostra playlist di musica rock di qualità.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 12 marzo 2018

L'IPERIONE IN ORIENTE #5: "IZO" (2004) DI TAKASHI MIIKE

Quando ci si interroga sul valore artistico dell' opera di Takashi Miike bisogna scegliere, senza mezze misure, due estremi opposti: considerarla spazzatura o massima espressione dell'ingegno umano.
Forse la verità risiede nella consapevolezza che tutta la filmografia del regista corre sulla doppia lama degli opposti, senza che l'uno possa scindersi dall'altro: non potremmo prendere in considerazione l'idea di giudicare Miike un genio, senza parimenti considerarlo come un artigiano di pessimo gusto.
Si dice spesso che Miike o si ama o si odia. Ma lo si può anche amare in modo doloroso. 
Doloroso perché i suoi film sono quasi sempre un'esperienza sofferta, indigesta e, spesso, non necessaria. Dedicare ore del proprio tempo a un film del regista di Osaka è una forma di masochismo compiuta, e "Izo" è la più alta forma di masochismo Miikiana.
Se di trama si può parlare, essa racconta della vendetta di un samurai crocifisso e, successivamente, trafitto, di nome Izo, resuscitato e assurto a demone immortale. 
Ma non c'è niente di convenzionale né di classico nella rappresentazione, figuriamoci. 
Assistiamo ad una carneficina lunga due ore, immersa in un percorso del protagonista che risulta costantemente metafisico ed allegorico. Il sangue scorre continuamente e copiosamente e le orecchie si riempiono del suono di carne maciullata. È rappresentazione della violenza in parte realistica e in parte esasperata, ma sempre tangibile. 
Eppure Izo si muove in scenari fuori dal tempo e dallo spazio; attraversa le epoche, compie continui salti temporali tra Giappone feudale e Giappone contemporaneo, senza soluzione di continuità o cambiamenti nella sua determinazione: Izo uccide chiunque gli si pari davanti. 
Egli mano a mano che procede il film è sempre più trasfigurato e demoniaco, sempre più sofferente: perché Miike ci dice questo, che la violenza nasce dalla sofferenza e genera sofferenza, negli altri, ma anche in sé stessi. 
Mai come in questo film la violenza del regista si è spinta ad un livello tale di sensazionalismo; e mai come in questo film viene fatta oggetto di un'analisi universale. In tal senso il foundfootage, che inframezza il percorso di Izo, richiama esplicitamente la testimonianza storica di come la condizione umana sia votata ossessivamente ad essa.
C'è spazio per una moltitudine di scenette, alcune eccessivamente inutili, altre piuttosto divertenti (si pensi alla scena dei due assicuratori demoni); in definitiva domina il nonsense, ma bisogna anche considerare questa scorpacciata di situazioni come un frullato di cultura postmoderna: sullo schermo sfilano, e periscono sotto la lama di Izo, i caratteri, gli stereotipi, le tradizioni e la cultura della società nipponica, incarnati in figure umane tipizzate. 
Grande spazio viene riempito anche da un approccio zen/buddista abbastanza insolito per il regista: numerose sono le riflessioni sull'esistenza e sulla sua ineluttabilità messe in bocca ai personaggi. La cosa ha sicuramente un suo fascino, che non risulta mai essere pieno, però, dato che viene in parte coperto dal grottesco, altro tratto caratteristico del film.
Va poi considerata come assolutamente geniale l'idea di alternare il cammino di Izo con gli intermezzi di un moderno menestrello che canta strozzando sempre più le sue parole, fino a trasformarle in rantoli, e che suona una chitarra ammaccata, le cui corde si arruffano confusamente ben oltre il manico.
Il finale, così come l'incipit, è a tema biblico (giusto per mettere ulteriore carne al fuoco) e il tema della maternità si ricollega esplicitamente a opere precedenti come "Visitor Q" e "Gozu" (quest'ultima chiaramente citata). Un film che, pur proiettando se stesso in una rapsodia sconnessa di dialoghi e situazioni, mantiene, incredibilmente, grazie al ritmo serrato e a una messa in scena pregevolissima, un andamento cinematografico.
Non basta tutto questo? C'è anche Beat Takeshi.
Morboso, eccessivo, egocentrico, gratuito e, spesso, cervellotico, se non proprio sconclusionato, ma ha anche dei difetti. In una parola? Miike.

S.V.
Bob Harris

lunedì 19 febbraio 2018

"THE SHAPE OF WATER" (2017) DI GUILLERMO DEL TORO


And the Oscar goes to... Guillermo Del Toro
Complimenti Guillermo.. Ok allora, vediamo... Ti premiamo per "Cronos"? No, no sangue e vampiri, ci mancherebbe. Ehm... "Blade 2"? Ah no no stessa cosa di "Cronos". "La Spina del Diavolo"? Parla di bambini in un orfanotrofio negli anni 30', molto toccante, no? Eh no, aspetta! Non possiamo premiarti per quello... C'è la guerra, ci sono i morti e i fantasmi! No! No!
Ci sarebbe questo melò..."Crimsom Peak". 
Il Melò ha sempre fascino e l'Academy lo subisce sensibilmente. Dai vada per "Crimsom Peak"! 
Ehi, ma qui ci sono fantasmi orripilanti, morti sospette e turpi passioni! Noi queste cose non le possiamo assecondare!! Stiamo quasi perdendo le speranze di ficcarti questo fottuto Oscar in mano Guillermo!
Ma non diamoci per sconfitti... E questo "Labirinto del Fauno"? Mmmmmm fantasy ma contestualizzazione storica... ci piace! Candidato via! E mo te lo vinci pure!! Dai grand... 
Eh ma, un momento! Chi è quello stronzo che ammazza tutti? E ste creature macabre? 
Ma, sopratutto, sta scena del capitano Vidal che frantuma la faccia di un poveretto? 
No, ma poi quella bambina muore! 
Non è in un mondo fatato! 
È all'altro mondo! 
Va bene niente Oscar.
Guillermo ci spiace ma... (interviene Guillermo) No! Fermi tutti! Ho io il film giusto per la mia statuetta! Si chiamerà "The Shape of Water". Praticamente narra la storia di una muta che si scopa il mostro delle paludi. Non partite subito in quarta eh! Parlo di sesso, faccio schizzare sangue e dita e vi faccio vedere un gattone vaginale stile anni 80. Ma a sto giro ho intenzione di utilizzare i canoni del cinema Hollywoodiano classico. Sapete no? 
Musiche pompose e melensi, sentimenti candidi/canditi? Poi storia d'amore come fulcro della sceneggiatura e spystory sullo sfondo. Taaaac!
Poi prendiamo Micheal Shannon e che gli facciamo fare? 
Gli facciamo fare il poliziotto borghese e psicopatico! Ovvio cazzo, ma allo stesso tempo gli affidiamo il compito di non far addormentare gli spettatori tra un'espressione sognante e l'altra della muta. Rendiamolo minaccioso. Anzi, rendiamolo comico. Sentite, rendiamolo comicamente minaccioso e via!
Il film è ben girato, comunque, lo sapete che ho un talento visivo incredibile e anche se la pellicola non ha sussulti e originalità, mantengo il mio magico tocco in diverse sequenze di rara perfezione estetica (vabbè dai non quella del mano/vetro/mano... Quella ormai mi sa che ce la stiamo passando tutti a giro)! E mi scelgo sempre un direttore della fotografia in linea con la mia visionarietà. 
Vedete questo accento cromatico verde? È ciò che renderà iconico questo film insieme alle musiche StileParigiAnni30ConFisarmonica looppate per due ore, fino al sanguinamento del condotto uditivo, con relativo probabile rischio di diabete.
Però dovete anche riconoscere che è un prodotto sostanzialmente di qualità
I personaggi sono approfonditi più del necessario, hanno più sfumature. 
In più tratto temi come l'omosessualità e la discriminazione razziale. Faccio riferimenti metacinematografici e frantumo l'idea casta e morigerata del maccartismo facendo allupare costantemente i personaggi. Tanto per darmi quella fucking statuetta volete sempre e solo la favoletta! Perciò ecco la vostra favola strappalacrime ma anche strappasorrisi. 
È girata divinamente e con tutto al posto giusto. Alla fine anche un grande creatore come me ambisce a quel pezzo di ferro. Tutti vogliamo essere apprezzati trasversalmente...
...Che dite vi ho convinto?

Habemus Judicium:
Bob Harris

giovedì 8 febbraio 2018

A TUTTO CORTO #1: TRE PROPOSTE SCI-FI

Papparappapà! Signore e signori che squillino le trombe.
Con l'arrivo di febbraio inauguriamo una nuova rubrica interamente dedicata a quel condensato di idee quali sono i cortometraggi. Per questa prima puntata ci dirigiamo nel mondo sci-fi con un terzetto niente male. Non resta che augurare a tutt* una buona lettura. 

"There Will Come Soft Rains" (1984) di Nazim Touliakhodjaev:
Tutto ebbe inizio con "There will Come Soft Rains", poesia in cui Sara Teasdale si immaginava uno scenario post-apocalittico senza più umanità. Poi, nel 1950, venne l'omonimo racconto di Ray Bradbury , che, con ironia e leggerezza, trasformava in parole la sciagura di Hiroshima.
Nel 1984 arrivò un regista russo dal nome impronunciabile che decise di animare il racconto.
E' l'ultimo giorno del 2026 e ci ritroviamo in una casa completamente meccanizzata capace di svolgere ogni normale mansione domestica. Pulisce, cucina, sparecchia e funge pure da adorabile sveglia. Quello che si vede però è un non luogo. Si vedono futuribili letti a forma di capsule, tute anti-radiazioni appese alle pareti ed una finestra rotta dalla quale si vede l'inverno nucleare. Attorno agli oggetti solo un cerimoniale vuoto senza più divinità.
"There Will Come Soft Rains" è un corto cupo e plumbeo intriso di tutte quelle angosce che accompagnarono la Guerra Fredda, una visione che ancora oggi spiazza lo spettatore.
Voto: 3/5
Lingua: Sottotitoli in inglese (dialoghi semplici)
Link: https://www.youtube.com/watch?v=5LNHYz89sNc&t=300s

"BlinkyTM" (2011) di Ruairi Robinson:
Del lotto il mio preferito. 
Uno script interessante ed un' infornata di effetti speciali tirati su con la sommetta di 50000 dollari.
Ci ritroviamo in un futuro non molto lontano in cui le intelligenze artificiali sono ormai una realtà. Tra i vari robot lanciati sul mercato c'è il Blinky, un barattolo che ricorda un C1-B8 antropomorfizzato, l'upgrade del miglior amico: gioca, tiene compagnia e si diletta anche nelle faccende domestiche.
Un ragazzino lo riceve come regalo ma ben presto, come spesso accade con i giochi, inizia a stufarsene. Nel frattempo la sua bella famigliola piccolo borghese mostra alcuni scricchiolii interni.
Un corto sull'incomunicabilità familiare? Solo in parte; in realtà "Blinky" ripropone in salsa sci-fi la dicotomia tra bene e male, tra lo scegliere di essere o meno cattivi.
Il bimbetto scontento del mondo che lo circonda, inizia a maltrattare il piccolo Blinky. Comandi contraddittori, oggetti lanciati addosso, ordini che lo costringono in estenuanti conti alla rovescia da da 999999 sotto una pioggia incessante. E lui, quel cassonetto metallico, sorride e risponde sempre No Problem.
Il finale? Un'impennata cattiva, cinica e perfida.
Dieci minuti perfetti (o quasi), "BlinkyTM" è robetta notevole.
Voto: 4,5/5
Lingua: Disponibile con sottotitoli in italiano.
Link:  https://www.youtube.com/watch?v=g_D_s7Od8oc

"Human Form" (2014) di Doyeon Noh:
Un clima spettrale, silenzi che acuiscono il senso di solitudine ed una serie di volti tutti uguali; "Human form", cortometraggio made in Corea, è uno dei esperimenti più curiosi in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi. La protagonista è una giovanissima ragazza che desidera con tutta se stessa un intervento di chirurgia estetica con cui cambiare i tratti somatici del viso.
La ragione? Diventare come tutti gli altri.
Uno soggetto notevole che ci mette difronte al tema del diverso e dell'omologazione sociale, un lento flusso narrativo in cui l'identità e 'individualità si smarriscono.
Voto: 4/5
Lingua: Disponibile solo con sottotitoli in inglese; nonostante ciò i non molti dialoghi sono facili da seguire anche per chi non ha particolare dimestichezza con la lingua
Link: https://www.youtube.com/watch?v=6lgf30wFOlA
Ismail


giovedì 18 gennaio 2018

L'ANGOLO DEL CULT #7: "IL CORVO" (1994) DI ALEX PROYAS


"Can't rain all time". Una frase scelta come leitmotiv del film manifesto del movimento dark.
Questo film, come successo per altri nella storia della settima arte, si trascina con sé un alone di  mistero e l'etichetta di film maledetto.
Ciò è dovuto alla morte di Brandon Lee, il protagonista della pellicola nonché figlio di Bruce, stroncato dalla pistola che avrebbe dovuto uccidere solo il suo character. Lasciando stare il pattume delle speculazioni per cui la morte di Lee sia stata voluta dalla Triade cinese per punire il suo rifiuto di lavorare nell'industria cinematografica cinese bla, bla, bla... La teoria più accreditata e confermata è che la pistola era stata caricata a salve per girare la scena della morte del suo personaggio, Eric Draven (Eric the Raven? Ma che bel gioco di parole!) per mano di Fun Boy, interpretato da Michael Masse. Pare che il tamburo contenesse un proiettile inesploso che era rimasto incastrato e che, malauguratamente venne azionato da quello a salve. Risultato: Masse spara, Lee cade a terra. 
Buona la prima, è molto realistica. 
Lee però rimane a terra e tutti pensano a una burla dell'attore, ma dopo un po' risulta chiaro che la situazione è drammatica. Morirà a seguito delle ferite riportate allo stomaco e il suo omicida involontario, Masse, finirà in depressione per anni. 
However, il film viene completato: le poche scene che riguardano Brandon Lee, non ancora girate, vengono ultimate grazie all'ausilio di una controfigura e degli ultimi ritrovati della CGI, che all'epoca permetteva già di manipolare digitalmente un volto. Qui si chiude il mistero de Il Corvo.
Parlando del film, il regista dell'adattamento dell'omonimo fumetto è Alex Proyas, onesto mestierante senza arte né parte, che nella sua carriera ha girato poco e spesso male. 
Qui tra sovrimpressioni, fermi immagine e rallenty eterni si appesantisce la pellicola. Rimangono le scene d'azione sono girate davvero bene e coinvolgono emotivamente.
Il film è  assistito da una colonna sonora leggendaria, unisce il rock di pezzi come Burn dei Cure o Dead Souls rifatta dai Nine Inch Nails, Violent Femmes, Rage Against the Machine, Jesus and Mary Chain, Pantera, al sacrale e funebre canto delle musiche di Graeme Revell.
Rispetto al nichilismo soffocante del fumetto di James O'Barr, il film risulta essere abbastanza agli antipodi. Se per O'Barr, Draven era un freak pazzo e sadico almeno quanto i suoi assassini, quello di Proyas è un gran bel moralista che si incazza se fumi e se, anche solo, brindi con lo spumante. 
Perciò un po' di disagio lo spettatore lo prova nel vedere questa maschera clown che si aggira lungo la pellicola ammonendo buoni, cattivi e meno cattivi ad adottare un corretto senso civico ed uno stile di vita sano; ma che, dall'altro lato, disegna corvi piantando le siringhe di un tossico sul suo stesso petto, idem con patate con i coltelli del cattivone di turno, per poi raggiungere l'apoteosi in una sequenza davvero ad affetto con protagonista T-Bird (interpretato da David Patrick Kelly. Si proprio lui: "Guerrieeri, giochiamo a fare la guerra?). 
Perciò, oltre a non essere molto coerente, non è molto credibile. 
Il personaggio di Lee è costruito in modo da portare lo spettatore a riconoscersi in esso e da far apparire le sue azioni giuste ed espiatorie e mai efferate. Insomma alimenta quel populismo teso al giustizialismo sommario e al sadismo nascente dall'indignazione collettiva. 
Invece O'Barr lo sapeva che chi compie tali gesta è pazzo tanto quanto un gruppo di spietati criminali e perciò il fumetto, col suo tratto grezzo e quasi trasfigurante, rimane un apice irraggiungibile di lucida e torbida violenza, mista a passione dolorosa e malinconica. 
Viene poi meno l'ambiguità della morte di Eric: nel film esplicitamente risorge dalla tomba, nel fumetto rimane sempre in bilico la possibilità che egli sia o non sia un morto che cammina. Senza dubbio un colpo di genio. 
Per fortuna la produzione si è astenuta dal proporre un personaggio presente nel fumetto, una sorta di cowboy scheletro, The Skull Cowboy; ci hanno provato eh! Ma in fase di montaggio devono aver avuto un lampo di lucidità e si sono astenuti dal buttare dentro un elemento che si sposava bene con l'anarchia del fumetto, ma che avrebbe ridicolizzato il tono epico e serioso del film. 
Per il resto possiamo dire che i personaggi, dai buoni ai cattivi, sono tutti grandemente stereotipati e, specie i villain, risultano essere delle macchiette. Ma si può storcere il naso per una mancanza di realismo, oppure si può assaporare il gusto di tratti stilosi e, sicuramente, molto più fumettosi del fumetto stesso. Noi siamo del secondo partito. 
"Il Corvo" è un cult con i suoi pregi e i suoi difetti, che senz'altro, ha avuto il merito di dettare uno stile poetico/decadente ed allo stesso tempo energico e trasgressivo, che ha fatto tendenza e ha ispirato intere generazioni di adolescenti in rabbia con il mondo.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 15 gennaio 2018

"LE STREGHE SON TORNATE" (2013) DI ALEX DE LA IGLESIA

«Dicono che Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza...ma chi diavolo credono di essere gli uomini?! Dio creò la "donna" a sua immagine e somiglianza»

Per alcuni è un film femminista.
Per altri invece profondamente antifemminista ed al limite della misoginia.
Nella realtà ci troviamo dinnanzi ad un'opera che si libera da ogni schema, muove da un inizio roboante e ci trascina verso lidi inaspettati.
Siamo nella centralissima Puerta del Sol a Madrid, come sempre affollata di turisti ed artisti di strada che cercano di accalappiare qualche spiccio. Tra questi c'è un Gesù Cristo, al secolo José, interamente dipinto di grigio, munito di corona di spine e croce gigante d'ordinanza; con lui un soldatino giocattolo, tale Antonio, pitturato di verde.
I due, accompagnati dal figlioletto di Cristo, entrano all'interno di un compro oro armati sino ai denti.
Il loro obiettivo? Dare una sterzata decisiva ad una vita insoddisfacente fatta di storie d'amore mal gestite e di poca pecunia.
Prendono il malloppo e, tra colpi di pistola, auto della polizia che volano nel traffico ed un sequestro di un taxi, corrono verso la libertà: il confine francese. Lungo la loro strada si imbattono però in un ameno paesino basco, il cui nome, Zugarramundi, è indissolubilmente legato con la stregoneria, i roghi e la Santissima Inquisizione. I loro piani verranno del tutto scombinati dall'irruzione energica di un gruppetto ben nutrito di donne, manifestazione fattuale della rigida dicotomia che intercorre tra i sessi.
Alex De La Iglesia gioca sulla crisi economica e sull'incomunicabilità tra uomo e donna, tirando su un bizzarro e caotico ibrido filmico. Muove da un action-movie dal ritmo frenetico, mescola ripetutamente le carte sul tavolo, ci dirige verso un horror (?) esoterico dalle scenette niente male e trova la giusta amalgama nel contagioso humor nero che pervade tutta la pellicola.
C'è poco da dire, guardando il film si percepisce il divertimento di Iglesia nel mettere in scena lo script e se ne rimane amabilmente contagiati.
"Le streghe son tornate" appare come un gran calderone in cui è ammesso tutto ciò che crea piacere all'occhio dello spettatore, dalle corse pazze, ai combattimenti, sino alla sessualità che trova il suo apice in quella meraviglia simil-fetish di Carolina Bang.
Un cazzeggio questa è l'impressione principale, un film che non ha la pretesa di prendersi troppo sul serio, ma che al contempo ci appare credibile dall'inizio sino alla fine.
Unico neo il finale, che se da un lato appare coerente con il clima smargiasso e caotico della pellicola, dall'altro tende ad annacquarsi in una durata (forse) esagerata.
In pillole...?! "Le streghe son tornate" è un divertissement talmente fresco, furbo, fracassone, grottesco e divertente che non si può non vedere.

Habemus Judicium:
Ismail

giovedì 28 luglio 2011

GOODBYE HARRY POTTER

Siamo nel pieno di un'estate anomala in cui domina un clima poco estivo e tendenzialmente piovoso. Ma le vacanze s'hanno da fare e i ritmi del blog, come i più temerari e fedeli di voi avranno notato, procedono a rilento. Fra una pausa e l'altra di sole oggi ho deciso di parlare di un film semi-sconosciuto passato per caso fuori concorso al festival del cinema indipendente di Poirino. Il titolo del film e' "Harry Potter".
La trama e' semplice: in un mondo popolato da maghetti e streghette, un cattivone coi contro cazzi di nome Tu Sai Chi ambisce a dominare il mondo (e ti pareva...). Il basso profilo del mago pelato e senza naso dal nome Voldemort (parlo sempre di Tu Sai Chi) e le modeste ambizioni ricevono consensi fra i maghi più tipacci, o forse no, semplicemente gli stessi sono psicologicamente sudditi del villain e si strizzano al pensiero di subire ritorsioni per via di dissidi ideologici.
Harry Potter è un maghetto speciale: e' scampato da neonato alla maledizione di Voldemort, cicatrice sulla fronte e orfanismo ne sono prova materiale. 
Harry ha due amichetti, Ron ed Hermione (notevole puella). I tre trascorreranno insieme i 7 anni della scuola di magia di Hogwarts fra mille peripezie che sconvolgeranno l'istituto, una sorta di settimana autogestita perpetua con annessa occupazione. 
Nel corso dei film la psicologia dei personaggi crescerà progressivamente e radicalmente, essendo la storia ambientata durante la loro fase adolescenziale, piena di cambiamenti, scoperte e turbamenti. Turbamenti che non riguarderanno se non marginalmente la sfera sessuale, essendo Harry e Ron, specie il primo, in un perenne stato infantile: difatti i due, anziché abusare della giovane Hermione in modo vile e subdolo, trascorrono il tempo a nominare quei vecchiacci dei loro professori, dedicando seghe, mentali e non, al loro pensiero.
Il preside della scuola si chiama Silente, e' omosessuale ed ha una predilezione per Harry il predestinato, con il quale trascorre gran parte del tempo, tanto che il film potrebbe intitolarsi :"Le  notti calde di Harry e Silente". In realta' il giovane maghetto cerca una figura pederasta che, seguendo la tradizione filosofica classica greca, lo porti a una maturazione psico-fisica. 
Da ciò il susseguirsi di varie figure paterne oltre Silente: ricordo Sirius Black, come si intuisce dal nome è uno particolarmente dotato, e Severus Piton, anche qui nomen omen. In assenza dei tre Harry si accontenta della Firebolt, la sua scopa da Quidditch, evidentemente polifunizonale e tanto, tanto cara al maghetto.
In realtà il rapporto più' morboso Harry lo sviluppa con il suo acerrimo nemico Voldy, anche se qui non si va oltre un reciproco e platonico desiderio. La saga gioca tutto su questi rapporti, presentando indici di infantilismo e buonismo da diabete. Si salva ovviamente da ciò il terzo capitolo della serie, diretto da un regista ubriacone e visionario, maledettamente geniale, che risponde al nome di Alfonso Cuaron
Troppo bello per durare, "Il Prigioniero di Azkaban" rappresenta una piacevole eccezione, un film targato Harry Potter in cui realmente i personaggi presentano sfumature psciologiche interessanti, grazie alla lettura del film centrata sul subinconscio. I restanti capitoli, precedenti e successivi al terzo, sono diretti da i vari Columbus, Yates e Newell come fossero filmini della prima comunione o l'ennesima puntata de Il Mondo Di Patty (mi pare si chiami cosi'..).
Si registra un piacevole andamento nella seconda parte dell'ultimo atteso capitolo girato in 3D. Se la prima parte sembrava un interminabile videoclip, in cui climax emotivo era rappresentato dalla morte di Dobbie (no Dobbieeeeeeeeeee!!non e' giusto che muori noooooooooo, la vita e' ingiusta!!eri un mostriciattolo cosi' dolce e servizievoleeee!!), la seconda contiene tutti gli elementi del blockbuster di successo.
Ovviamente bisogna chiudere un occhio sulla banalita' dei risvolti narrativi che, parlando per un attimo seriamente, sono frutto di un condizionamento massiccio dei fanATICI della serie, incapaci di accettare le scelte dell'autrice, schiava della gretta emotivita' della massa.
Finisce cosi' una saga storica, che si svolge in modo oltremodo tradizionale, scritta in modo scolastico, ma che, senza dubbio, ha il pregio di aver creato un mondo fantastico e magico.  Unico avvertimento: non andate in presidenza da Silente!

Bob Harris

domenica 8 maggio 2011

CAPPUCCETTO ROSSO SANGUE: UN TWILIGHT SENZA VAMPIRI

La favola di Capuccetto Rosso la conosciamo tutti, perciò l'uscita al cinema di un film dal titolo "Cappuccetto Rosso Sangue" non poteva che destare curiosità e attesa. 
Il problema è che bisognava tenere conto di un piccolo particolare: il regista, che, in questo caso donna, è Chaterine Hardwicke. Ex architetto e scenografa di successo (ricordo film come "Three Kings" e "Vanilla Sky") è passata dietro la macchina da presa, specializzandosi in film dalle tematiche adolescenziali: " Lords of Dogtown", "Thirteen" e soprattutto lui. Si dai quel film pieno di vampiri e lupacchiotti innamorati. Si, insomma, "Twilight". Ossia la storia di un vampiro che ama una mortale che ama lui, ma non disdegna nemmeno un indiano mutaforme che assume spesso sembianze da lupo. 
Semplice, no? 
Con trama inesistente, il film è stato riempito da una marea di cazzate una dopo l'altra, fra cui cattivoni di turno depressi e rinunciatari, trovate indecenti (i vampiri che luccicano al sole e quando colpiscono una palla da baseball con la mazza producono un rumore identico a quello di un tuono...!) e caratterizzazioni degne dei peggiori teen movies. 
Se, quindi, "Twilight" deluse le aspettative di molti poco informati che si aspettavano un film horror, "Cappuccetto Rosso Sangue" deluderà chi si aspetta un film fantasy
Siamo di fronte alla solita solfa: lei ama lui, lui però è maledetto, il loro amore è tormentato, etc etc.
Insomma, il genere fantasy-horror diventa un pretesto per impacchettare la classica storia d'amore adolescenziale con una struttura narrativa che ricorda molto, se non fotocopia, l'illustre predecessore. Si fa solo a meno dei vampiri: il lupo finalmente diviene protagonista.
E manco a dirlo, il film non vi spaventerà mai, neanche mezzo secondo.
"Cappuccetto rosso sangue", se togliamo il preponderante stile alla "Twilight", risulta essere un misto tra "The Village"(2004) e un giallo qualsiasi di Conan Doyle. A questo si può aggiungere "Solomon Kane"(2009), modello che si palesa con l'arrivo in scena di padre Solomon (ma ti pare...), un invasato e machiavellico cristiano interpretato da Gary Oldman (ah quanti bei soldini), che non risparmierà nessuno per raggiungere il suo scopo: trovare il lupo.
Bella invece la cornice scenografica, un villaggio vivo e pulsante, abitato da una serie di caratteri, ognuno dei quali con una propria dignità e tutti indiziati nella fase investigativa del film, in cui Cappuccetto Rosso cerca di capire chi di loro sia il lupo. Da questo punto di vista la Hardwicke se la cava egregiamente nel mischiare le carte in tavola, garantendo un minimo di suspense
Ultima menzione va per i due protagonisti: Amanda Seyfried e Shiloh Fernandez. Entrambi recitano da cani (anzi, da lupi...). Lei è perennemente mono-espressiva nella sua disperazione. Lui un mono-musone immerso nel risentimento/rabbia. E poi, va bene la rilettura in chiave pop, ma lui vestito come una rockstar proprio nun se po' vedè. 
Che robetta insipida.

Habemus Judicium:
Bob Harris