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lunedì 12 marzo 2018

L'IPERIONE IN ORIENTE #5: "IZO" (2004) DI TAKASHI MIIKE

Quando ci si interroga sul valore artistico dell' opera di Takashi Miike bisogna scegliere, senza mezze misure, due estremi opposti: considerarla spazzatura o massima espressione dell'ingegno umano.
Forse la verità risiede nella consapevolezza che tutta la filmografia del regista corre sulla doppia lama degli opposti, senza che l'uno possa scindersi dall'altro: non potremmo prendere in considerazione l'idea di giudicare Miike un genio, senza parimenti considerarlo come un artigiano di pessimo gusto.
Si dice spesso che Miike o si ama o si odia. Ma lo si può anche amare in modo doloroso. 
Doloroso perché i suoi film sono quasi sempre un'esperienza sofferta, indigesta e, spesso, non necessaria. Dedicare ore del proprio tempo a un film del regista di Osaka è una forma di masochismo compiuta, e "Izo" è la più alta forma di masochismo Miikiana.
Se di trama si può parlare, essa racconta della vendetta di un samurai crocifisso e, successivamente, trafitto, di nome Izo, resuscitato e assurto a demone immortale. 
Ma non c'è niente di convenzionale né di classico nella rappresentazione, figuriamoci. 
Assistiamo ad una carneficina lunga due ore, immersa in un percorso del protagonista che risulta costantemente metafisico ed allegorico. Il sangue scorre continuamente e copiosamente e le orecchie si riempiono del suono di carne maciullata. È rappresentazione della violenza in parte realistica e in parte esasperata, ma sempre tangibile. 
Eppure Izo si muove in scenari fuori dal tempo e dallo spazio; attraversa le epoche, compie continui salti temporali tra Giappone feudale e Giappone contemporaneo, senza soluzione di continuità o cambiamenti nella sua determinazione: Izo uccide chiunque gli si pari davanti. 
Egli mano a mano che procede il film è sempre più trasfigurato e demoniaco, sempre più sofferente: perché Miike ci dice questo, che la violenza nasce dalla sofferenza e genera sofferenza, negli altri, ma anche in sé stessi. 
Mai come in questo film la violenza del regista si è spinta ad un livello tale di sensazionalismo; e mai come in questo film viene fatta oggetto di un'analisi universale. In tal senso il foundfootage, che inframezza il percorso di Izo, richiama esplicitamente la testimonianza storica di come la condizione umana sia votata ossessivamente ad essa.
C'è spazio per una moltitudine di scenette, alcune eccessivamente inutili, altre piuttosto divertenti (si pensi alla scena dei due assicuratori demoni); in definitiva domina il nonsense, ma bisogna anche considerare questa scorpacciata di situazioni come un frullato di cultura postmoderna: sullo schermo sfilano, e periscono sotto la lama di Izo, i caratteri, gli stereotipi, le tradizioni e la cultura della società nipponica, incarnati in figure umane tipizzate. 
Grande spazio viene riempito anche da un approccio zen/buddista abbastanza insolito per il regista: numerose sono le riflessioni sull'esistenza e sulla sua ineluttabilità messe in bocca ai personaggi. La cosa ha sicuramente un suo fascino, che non risulta mai essere pieno, però, dato che viene in parte coperto dal grottesco, altro tratto caratteristico del film.
Va poi considerata come assolutamente geniale l'idea di alternare il cammino di Izo con gli intermezzi di un moderno menestrello che canta strozzando sempre più le sue parole, fino a trasformarle in rantoli, e che suona una chitarra ammaccata, le cui corde si arruffano confusamente ben oltre il manico.
Il finale, così come l'incipit, è a tema biblico (giusto per mettere ulteriore carne al fuoco) e il tema della maternità si ricollega esplicitamente a opere precedenti come "Visitor Q" e "Gozu" (quest'ultima chiaramente citata). Un film che, pur proiettando se stesso in una rapsodia sconnessa di dialoghi e situazioni, mantiene, incredibilmente, grazie al ritmo serrato e a una messa in scena pregevolissima, un andamento cinematografico.
Non basta tutto questo? C'è anche Beat Takeshi.
Morboso, eccessivo, egocentrico, gratuito e, spesso, cervellotico, se non proprio sconclusionato, ma ha anche dei difetti. In una parola? Miike.

S.V.
Bob Harris

lunedì 5 marzo 2018

L'IPERIONE IN ORIENTE #4: "NIGHTMARE DETECTIVE" (2006) di SHINYA TSUKAMOTO

Lo ha detto lo stesso Tsukamoto: «volevo che questo film fosse un ponte tra la vecchia struttura con cui giravo i miei film e una nuova concezione, sempre più tesa ad addentrarsi nell'animo umano». Col senno di poi, il regista di Tokyo ha mantenuto la sua parola, virando verso una rappresentazione contorta e claustrofobica della psiche dell'uomo; chiaro esempio di questo sono sicuramente opere successive come "Kokoto" (2011) e, proprio, il seguito di "Nightmare Detective".
La polizia indaga sulla morte di alcune persone, il cui decesso è stato catalogato, anche in merito alle dichiarazioni di alcuni testimoni, come suicidio. Ma la giovane ispettrice Keiko Kirishima scopre un elemento che accomuna questi decessi: tutte le vittime, per lo più persone depresse, avevano memorizzato, sul proprio cellulare, uno stesso numero telefonico, che avevano chiamato poco prima di morire. Per risolvere il mistero e interrompere la scia di omicidi, la polizia dovrà affidarsi a  Kagenuma, un ragazzo dotato della capacità di interagire, entrandoci, con gli incubi degli altri.
Partendo da un plot che più stringato e spoglio non si può (considerando che siamo di fronte ad un thriller), si può tranquillamente affermare che siamo di fronte ad uno Tsukamoto fedele al 100 per cento a se stesso.
Partendo proprio dalla scarnezza della trama, statico pretesto per saltare sulle montagne russe della visionarietà distorta del regista.
Poi ancora quella fotografia blu glaciale, che inonda le architetture squadrate di una Tokyo irriconoscibile, e gli interni in cui si svolgono gli eventi.
Eppoi lo stile registico di Shinya: telecamera a mano, inquadrature frenetiche e traballanti e primissimi piani così sofferenti da trasmettere tutta l'angoscia e la fisicità dei personaggi direttamente allo sguardo stuprato dello spettatore.
Come detto, "Nightmare Detective" ambisce a trasferire tutta la sua carica cinetica da un ambito corporale ad uno mentale. E proprio seguendo le parole del regista ci riesce a metà: il vortice mentale in cui vengono risucchiati i personaggi, si unisce al consueto accartocciamento dei corpi, alla mutazione della carne verso un'ibridazione sempre diversa e sanguinolenta. Ancora po' di Cronenberg e già un po' di Lynch. Ma forse, semplicemente, siamo di fronte a un visionario del cinema Orientale, completamente sui generis e il cui stile è inconfondibile. Piaccia o no, prendere o lasciare. 
Già, perché, come sempre e come solo i grandi sanno fare, Tsukamoto piega il genere al suo stile e alla sua poetica.
"Nightmare Detective" come Thriller non vale un granché. Poca suspense, tanta confusione e poca interazione tra i personaggi.
O meglio, l'interazione tra i due protagonisti Kagenuma e Keiko, va oltre la forma e oltre le convenzioni cinematografiche. Va scorta lì, all'interno delle loro emozioni amplificate che interagiscono dolorosamente; risiede nella frenesia delle sequenze, in un climax di follia e disperazione, che lascia comunque spazio ad un epilogo più canonico e rassicurante. 
Un film di genere che si sforza di mantenere qualcosa del "genere", ma che può far storcere il naso a chi imprudentemente o, peggio, impudentemente, si aspetta uno Tsukamoto quadrato, via via che passano gli anni. 
C'è tanta merda nel cervello di questo regista e non smetterà mai di tirarla fuori e metterla su pellicola.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 31 luglio 2017

IPERIONE IN ORIENTE #3: "SUICIDE CLUB" (2002) DI SION SONO

«Allora arrivederci a tutti»

"Suicide Club", distribuito in Giappone con il titolo "Suicide Circle", è un film horror del 2002 di Sion Sono, il suo primo approccio commerciale. Fino ad allora il regista giapponese aveva confezionato solo pellicole sperimentali caratterizzate da poche e lunghissime sequenze, spesso quasi prive di dialoghi, e dall'uso di molteplici soluzioni stilistiche.
E' con "Suicide Club" che il nome di Sion Sono inizia a girare tra gli appassionati del cinema di genere; i suoi film vengono proiettati in rassegne e festival occidentali, il pubblico si estende sempre di più, anche qui da noi dove, ahimè, la sua filmografia è stata pressocché ignorata dalla distribuzione.
Prima sequenza: siamo a Tokyo nella stazione di Shinjuku.
La banchina, come da copione, è affollata di gente che attende il treno; dagli altoparlanti viene diffusa la classica voce che invita i presenti ad allontanarsi dalla linea gialla. Lungo la piattaforma ci sono 54 studentesse, una vicina all'altra. Si tengono per mano e sorridono, sono serene ed alzano un coretto. «Uno e due, uno e due».
Il treno è in arrivo.
«Uno, due... e tre».
Le 54 studentesse si lanciano sui binari ed il sangue sporca ogni cosa, la piattaforma, il treno, i passanti. Un borsone bianco, adagiato sulla banchina insanguinata, viene inquadrato dalla telecamera. Cambio di scena, un gruppo musicale di adolescenti, le Dessert, si esibisce con un pezzo dal ritornello odioso: "Mail Me".
"Suicide Club" inizia così, nel modo più crudo, scioccante e straniante possibile.
Ciò che accade in metropolitana è solo l'inizio.
Altri suicidi ed un borsone, sempre bianco, che compare sui luoghi delle morti.
Il suo contenuto? Qualcosa di rivoltante.
Per la polizia dietro ai suicidi si può celare una mente criminale. A suffragare l'idea alcune telefonate misteriose ed un sito internet in cui compaiono solo dei pallini.
In "Suicide Club" si innestato trame e sottotrame che spiazzano, creano tensione, costruiscono e sfilacciano continuamente la narrazione. Si rimane smarriti dinnanzi ad un numero talmente grande di personaggi da apparire, agli occhi dello spettatore, quasi anonimi.
E tutto ciò è funzionale all'indea di fondo, piccole tessere narrative che mirano a rappresentare la società giapponese; si parte da un Horror/Thriller dal quale ci si aspettano risposte quadrate e complete, ma ben presto ci si rende conto che il film va oltre e che di quadrato e solido ha ben poco. Sion Sono prende il genere, lo piega e lo trasforma in uno strumento con cui mettere in scena una personale analisi sull'alienazione. Parte dai schizzi di sangue e giunge all'autocoscienza (si pensi al dialogo teatrale), mostrando un uomo moderno appiattito su anonimato e routine, incapace a costruirsi una vita relazionale.
"Suicide Club" è, per lo spettatore occidentale, un'opera sfuggente e straniante in cui la diversità culturale e sociale c'è e si sente fortissima. E grazie a ciò cresce il fascino esercitato dalla pellicola, una di quelle capaci di far interrogare lo spettatore dopo i titoli di coda.

Habemus Judicium:
S.V.
Ismail

lunedì 24 luglio 2017

IPERIONE IN ORIENTE #2: "TOKYO LOVE HOTEL" (2014) DI HIROKI RYUICHI

«Chi finisce in posti come questo lo fa perché ha i propri motivi»

24 ore dentro ed intorno all'Atlas Hotel, albergo ad ore situato a Kabukichō, il quartiere a luci rosse di Tokyo dove uomini e donne si recano alla ricerca di emozioni forti. Una telecamera a mano, quasi tremolante, ci conduce all'interno della vita di alcune coppie costruendo storie che si sfiorano tra di loro.
Toru e Saya, lui receptionist dell'Atlas in bilico tra il sogno di lavorare in un albergo di lusso ed una realtà squallida, lei cantautrice in erba concentrata in toto nel suo lavoro ed alla ricerca di un contratto discografico.
Satomi, donna delle pulizie dell'hotel, che vive in clandestinità con Yasuo, entrambi in attesa che trascorrano le successive 48 ore affinché possa cadere in prescrizione un reato da lui commesso anni prima.
Heya e Cheng-Su, una coppia di immigrati coreani, lei prostituta all'ultimo giorno di lavoro, il permesso di soggiorno in scadenza e la voglia di ritornare a casa. Lui giovane cuoco, all'oscuro dell'attività della compagna e con la voglia di rimanere in Giappone. Due sconosciuti ormai, incapaci di comunicare tra di loro.
A questi si aggiungono una lunga serie di personaggi.
"Tokyo Love Hotel" (in Giappone distribuito con il titolo di "Sayonara Kabukichō"), è un film corale sull'amore, sulla crisi di nervi delle coppie, dei loro sotterfugi, sulla incapacità di comunicare e le pulsioni sessuali.
Di amore, in queste coppie, ne è rimasto ben poco, e lo stesso sesso non ha più alcuna forza vitale: è un meccanismo automatico ed anaffettivo che dietro il godimento mette a nudo le piccolezze dell'animo umano; tutti i protagonisti sono dei mondi a sé, singole individualità che nascondo, a loro stessi ed all'altro, i problemi.
E' un racconto delicato e pieno di malinconia che, agli occhi di noi occidentali, si arricchisce di spunti interessanti sulla società giapponese.
Riappare attraverso alcuni dei protagonisti lo spettro di Fukushima. Ci parla delle sacche di razzismo nei confronti degli immigrati coreani. Delinea una visione straniante del sesso: se le Escort appaiono socialmente accettate, lo stesso non si può dire per chi si prostituisce in strada; l'unico sentimento che si esprime verso esse è una profonda indignazione. Ed ancora, se da un lato le escort possono essere a spasso con un guinzaglio nei corridoi dell'albergo, dall'altro i clienti non possono avere con esse un rapporto completo. 
Piccoli indizi con cui materializzare una società ancorata su rigide e contraddittorie formalità.
L'amore mostrato da Ryuichi è sporco, assente, confuso e malinconico; eppure dietro tutto ciò rimane una speranza che vive e cresce nella condivisione delle piccole cose: è lì che risiede la bellezza dell'amore.

Habemus Judicium:

Ismail

sabato 12 marzo 2011

IPERIONE IN ORIENTE #1: OLD BOY (2003) DI PARK CHAN WOOK

«Sorridi, e il mondo sorriderà con te. Piangi, e piangerai da solo»


Non so quanto Park Chan Wook si sia ispirato a David Fincher e Tarantino nel realizzare "Old Boy". Ma la sensazione, a film finito, è quella di aver assistito ad uno strano incrocio fra "Kill Bill" e "Seven". 
"Old Boy" è un thriller coreano dalle tinte estremamente torbide, che si rivela una vera e propria tragedia grecaE proprio questo riferimento classico appare evidente nel rapporto fra i personaggi e nel tema dell'inevitabilità del peccato
La trama è semplice: Oh Dae-su è un uomo come tanti, con la sua bella famiglia, una moglie e una figlia. Improvvisamente e inspiegabilmente viene rapito e recluso 15 anni nella stanza di un palazzo. Proprio quando sta per mettere in atto un piano di fuga, viene liberato dai suoi carcerieri; una volta fuori scopre che sua moglie è stata uccisa, lui è accusato dell' omicidio e la figlia è stata data in adozione. Viene da sé che l'uomo deciderà di vendicarsi di colui che gli ha distrutto la vita, Woo Jin.
"Old Boy", dopo la sua uscita ha suscitato molto clamore. Vuoi perché associato a Tarantino, dal quale riprende violenza stilosa (divertente il lungo piano sequenza di Dae-su che combatte con un martello circondato da un gran numero di uomini in uno stretto corridoio); vuoi per la moda, al momento dell'uscita, dei film orientali tendenti al thriller/horror; vuoi per una concezione voyeuristica della violenza che si denota in alcune scene d'impatto (considerazione oggi fiaccata dai successivi e ben più violenti torture porn come "SAW"[LINK] e "Hostel"[LINK]).
Ma è giusto il clamore e le tante chiacchiere che si sono fatte su questo film?
La risposta è si, "Old Boy" ha molte frecce al suo arco.
Ciò vale per le interpretazioni degli attori, per il comparto visivo. Ma i punti forti solo altri.
C'è la costruzione narrativa, tutta fondata sulla catena crimine espiazione, un cammino che assurge a paradosso, ribaltando il pensiero dello spettatore: non è possibile alcuna espiazione, l'unica porta che si può aprire è rimorso, vero tema centrale dell'opera.
Poi c'è un elemento squisitamente culturale.
"Old Boy" ci pone dinnanzi al mondo orientale, ad atteggiamenti, gestualità e gusti così distanti e stranianti per noi; e ciò si acutizza nelle fantasie di dominazione e nella concessione di sottomissione al proprio padrone (perfettamente rese dalle inquadrature dal basso che non ci mostrano il viso del domino), che si riverseranno tanto sul protagonista, quanto su una figura femminile fortemente tipizzata.
Siamo dinnanzi ad un'opera di sicuro fascino.
Ovviamente la visione è consigliata.

Habemus Judicium:
Bob Harris