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giovedì 16 novembre 2017

"MORITURIS" (2011): IL NON CINEMA DI RAFFAELE PICCHIO (PARTE II)

Papparappappapà! 
Si apre la seconda parte dello speciale sul cinema di Raffaele Picchio e abbiamo deciso di farlo con un bello squillo di trombe, proprio come si aprono i titoli di testa del suo lungometraggio di esordio: "Morituris". 
Davvero particolari come titoli di apertura, un misto tra musiche da sceneggiato peplum anni 70' della Rai e illustrazioni cruente di scenette con protagonisti i gladiatori; crea un effetto bizzarro, ma forse riuscito. Ma prima ancora dei titoli si assiste all'incipit in cui vediamo, tramite una ripresa in soggettiva con effetto sgranato da super 8 (perché poi? Non si tratta di un found footage), una famiglia che viene brutalmente sterminata da alcune presenze oscure. Il pallone, con il quale giocava il pargolo neo-trapassato, finisce davanti a un epigrafe, recante la scritta Hic Sunt Leones
E qui cominciamo già con le puttanate dal momento che, pare storicamente accertato, che tale espressione sia un falso storico attribuito alle cartografie romane e, tantomeno, venisse scolpita su pietra. Ma vabbe', una qualche licenza artistica la si deve riconoscere al cinema, specie quello di genere, che non ha, di norma, pretese di filologia storica. 
La trama del film vede tre ragazzi romani in macchina con due ragazze russe in viaggio verso un rave party, che si dovrebbe svolgere in una zona nei pressi di Roma. 
La prima, interminabile, fase del film si svolge dentro questa macchina. È un continuo profluvio di dialoghi plastificati e battute penose, recitate malamente dai tre allegri ragazzotti: c'è il coatto sottotono, poi c'è il logorroico brillante/pedante e un terzo qualsiasi. Poi ci sono le due ragazze russe, ovvero due ragazze italiane che recitano la parte di due russe trasgressive, o almeno così sembra. 
A un certo punto la trama viene incontro allo spettatore e lo solleva dalla straziante tortura: finalmente il gruppo arriva nella zona del rave. Un'altra secchiata di battute micidiali e, intanto, si è fatta notte. I tre italici, con una scusa, prendono i cellulari delle due ragazze russe. Poi il tipo anonimo si apparta con una delle due, mentre il coatto e il logorroico continuano a ridere e scherzare con l'altra. I due piccioncini appartati si abbracciano, frasi sussurrate e concupiscenti riempiono l'aria, sale la tensione sessuale, l'atmosfera si addensa di eros e...e...all'improvviso il maschio italico la chiama "puttana", la percuote e la costringe a un lavoretto di bocca. 
Cambio scena: il coatto e il brillante percepiscono il segnale e cominciano a picchiare e violentare l'altra povera sventurata. La scena di per sé è abbastanza esplicita (difatti sottoposta a pesante censura in alcune versioni del film) potrebbe essere disturbante, MA non lo è.
O meglio, non è così disturbante. 
Questo perché nel presentare allo spettatore i personaggi e portarli fino al momento X, Picchio non ha sparso alcun elemento che potesse accrescere un senso di inquietudine durante la visione, per poi esplodere nella violenza efferata: se non si costruisce un clima di sottile e impercettibile pericolo, il cambiamento folle e improvviso dei tre protagonisti maschi risulta, non solo privo di shock, ma anche abbastanza buffo. 
Vediamo tre ragazzotti, all'apparenza innocui e sfigatini, trasformarsi, in uno schiocco di dita, in spietati e risoluti sadici. Questa discrasia tra il prima e il dopo crea un contrasto totalmente innaturale. Poniamo che al posto dei tre ci fossero stati Topolino, Pippo e Paperino, cioè tre macchiette buffe e scanzonate. Il regista li riprende mentre danno vita alle loro classiche scenette comiche e, nel giro di un attimo, li vediamo esplodere nella violenza più cieca e brutale. 
Non sono credibili! 
Ma, se una regia attenta si fosse premurata di spargere, quà e là, piccoli indizi della loro follia, chessó un primo piano di Topolino con uno sguardo inquietante, allora quell'inconscio senso di disagio si sarebbe insinuato nello spettatore fino al climax esplosivo dell'aggressione.
Senza scomodare Hitchcock, un esempio calzante di abile costruzione della tensione, è il film "Invitation"[LINK]. Si prenda appunti.
Ma il film si chiama "Morituris" ed infatti, dopo tutta questa violenza appena descritta, arrivano i gladiatori. E questa si rivela essere un'idea interessante: tra i soliti mostri triti e ritriti, di cui abusa il genere horror (prassi sapientemente perculata in quella perla di "Quella Casa nel Bosco"), introdurre la violenza primordiale e senza volto di un manipolo di gladiatori morti è un esperimento apprezzabile.
Anche qui, però, siamo di fronte a un peccato che.
I gladiatori arrivano nel bel mezzo dell'esplosione di violenza di cui sopra; sono anche loro dei cattivoni che non provano pietà per nessuno dei protagonisti, tanto quanto i tre folli maschi italici. Perciò quale sarebbe di preciso la loro funzione? Aggiungere violenza alla violenza?
Lo spettatore in questo momento si sta, più o meno, identificando nelle due ragazze russe e perciò ha già identificato nei tre ragazzi la minaccia.
Che scossone emotivo provoca l'aggiungere un ulteriore minaccia? Nel raddoppiarla?
Nessuno, semplice!
Perciò c'è una svolta narrativa, ma la trama prosegue su una linea enfatica piatta e costante, nonostante l'introduzione dell'elemento paranormale.
Sarebbe stata cosa diversa se, ad esempio, uno degli stupratori fosse stato tratteggiato come personaggio complesso, umano, in cui lo spettatore si possa identificare e per il quale possa anche fare il tifo nel momento in cui si debba salvare la pellaccia dai gladiatori.
A fine film giunge una scena epocale: il brillantone sta scappando dai gladiatori, nel clima convulso successivo al loro ingresso, e legge l'epigrafe con la dicitura "Hic Sunt Leones". Questo particolare non è da poco, perché capisce che il gruppo di gladiatori assassini che lo insegue è in realtà... Un gruppo di gladiatori assassini (dell'antica Roma).
E questo lo capisce perché ha fatto il LICEO CLASSICO.
Ottima preparazione e 10 lode!
Purtroppo non potrà godere del meritato voto perché i gladiatore steccano tutti e li crocifiggono sulla statale. Arriva in soccorso degli stupratori Francesco Malcom e vede la scena.
Si Francesco Malcolm, il porno attore che qui ha la parte di un sadico erotomane che gioca a fare gerbilling con le donne solo per il gusto di.
Ovviamente recita da cani (nelle scene al telefono sta chiaramente leggendo il copione o almeno recita come se lo leggesse) roba che in confronto il suo monologo alla Lucarelli nel video "Blu Porno", dedicato a Forza Chiara da Perugia, merita un Oscar.
Picchio ci regala un omaggio al massacro del Circeo con un po' di fetish qua e là e riferimenti a pop a Britney Spears (sigh), che ha qualche potenzialità espressa ma molte ingenuità e voragini da prima opera.
Siamo sicuri che avrà modo di mostrare il suo talento con il prossimo film.
Ovviamente non è vero un cazzo, perché veniamo dal futuro e abbiamo già visto e recensito "Blind Kind" [LINK] (2016) eheheh.
Diciamo... Beh...Meglio "Morituris".

Habemus Judicium:
Bob Harris

giovedì 19 ottobre 2017

"BONE TOMAHAWK" (2015) DI S. CRAIG ZAHLER

« Il dolore è il modo in cui ti parla il corpo. Faresti bene ad ascoltarlo »
-Sceriffo Franklin Hunt-

Allora allora...Ultimamente mi è capitato di incrociare diverse volte il titolo di un film western abbastanza recente e di cui si parlava discretamente (bene): "Bone Tomahawk". Ho voluto dargli un'occhiata e mi sono avventurato nelle sue 2 ore e 15 minuti circa, un po' timoroso della durata.
Parto col giudizio proprio dalla durata del film, che non è poi così eccessiva e tutto sommato ha uno scorrimento fluido. Ciò è possibile perché, nonostante per più di un'ora non succeda nulla di eclatante sullo schermo, si viene immersi pienamente in una realtà storica e nelle sue dinamiche in modo piuttosto realistico ed intuitivo.
Il western quale genere cinematografico stilizzato per eccellenza, assunto a mitologia, negli ultimi anni ha vissuto una piccola rinascita improntata al realismo tipico del cinema più recente, Tarantino escluso ovviamente. E "Bone Tomahawk" si inscrive in questa tendenza, almeno in parte.
Già, perché alla fin fine stiamo parlando di un film horror o a tinte horror, che richiama alla memoria i cannibal movies italiani (un esempio su tutti "Cannibal Holocaust" [LINK] di Deodato) o il più recente "The Green Inferno". Difettando, per ovvie ragioni di collocazione storica, la critica al postmodernismo, rispetto a questi modelli, riprende il tema del cannibalismo e della violenza tribale/ rituale, cruda ed asciutta nelle sue forme, verosimile nel suo scenario.
Ma "Bone Tomahawk" non indugia sul sensazionalismo, le scene più splatter sono sempre mostrate da un angolatura parziale, mai troppo esposte allo sguardo diretto dello spettatore.
La sobrietà nella messa in scena non fa che aumentare la crudezza delle sequenze, per il semplice e collaudato principio del vedo e non vedo, quel gap di svolgimento occultato coperto dalla fantasia dello spettatore, la quale ha l'effetto di amplificare l'orrore a cui si assiste. Concetto che, ad esempio, risulta totalmente estraneo al cinema gore sopracitato, improntato sulla piena exploitation, che, specie negli ultimi anni, ha portato ad un suo totale inflazionamento.
Si diceva della trama statica e dei personaggi lineari. Pur volendo ammettere che non ce ne può fregare più di tanto della ricostruzione puntuale di un'epoca storica, partiamo sempre dal presupposto che stiamo assistendo ad un Western e nei Western i personaggi cavalcano nelle immense praterie, chiacchierano, stanno in silenzio e mangiano attorno ad un fuoco, raccontandosi aneddoti di storia vissuta. Il binomio spazi dilatati/tempi dilatati si ripropone anche qui.
"Bone Tomahawk" rinuncia a nutrire lo spettatore di pane e azione e tesse lentamente la sua tela: ma proprio per questo le esplosioni improvvise di violenza hanno un forte impatto, pur nella loro (già ricordata) rappresentazione asciutta. Mentre dal terzo atto in poi il film assume ritmi serrati e incalzanti, in un climax crescente verso un finale degno di essere ricordato.
E questo è un grandissimo risultato per un Western 3.0.

Habemus Judicium:

Bob Harris

venerdì 14 aprile 2017

L'ANGOLO DEL CULT #1: "CANNIBAL HOLOCAUST" (1980) DI RUGGERO DEODATO


In uno speciale sul cinema splatter scritto tempo fa, Saw e i suoi fratelli: che la mattanza abbia inizio (link), citammo un po' di film, tra i quali l'italiano "Cannibal Holocaust", opera del 1980 del regista lucano Ruggero Deodato
"Cannibal holocaust" rientra nel filone del cannibal-movie, un sottogenere dello splatter legato alle tematiche del cinema di avventura e talvolta portato, in curiosi ed originali progetti, nell'alveo dell' erotico/porno (un esempio su tutti "Emanuelle e gli ultimi cannibali" di Joe D'amato).
Questo sotto-genere nasce e si sviluppa in Italia a partire dagli anni '70 ed a fare da apripista è "Il paese del sesso selvaggio" (1972) di Lenzi (il quale tornerà sul genere nel 1980 con "Mangiati vivi") dove si vede la prima scena di cannibalismo.
Il cannibal-movie, a prescindere dai gusti personali, è un'innovazione importante per il genere horror, lo allontana dalle tipiche ambientazioni notturne, portando la violenza e l'orrido ad una piena esposizione visiva.
Il film di Deodato è, a torto o ragione, il più celebre del lotto, una pellicola da alcuni considerata un vero e proprio cult, da altri un'esposizione gratuita di violenza infarcito di razzismo e imperialismo, reso oggetto di culto più dalle censure che subì (tagliato pesantemente in oltre 50 paesi, bandito in Sud Africa, Regno Unito, Filippine ed Islanda) che da pregi cinematografici.
Fatta questa doverosa premessa passiamo al film.


Il viaggio nel "Cannibal Holocaust":
Iniziamo dalla storia.
Quattro giovani reporter si recano in Amazzonia per girare un documentario per la TV sulle tribù che praticano il cannibalismo. Trascorrono 6 mesi dall'inizio della spedizione e di loro non si ha più alcuna notizia.
Un antropologo newyorkese, Harold Monroe viene messo a capo di una spedizione, ed assieme a due guide locali, si addentra nella foresta per far luce sulla misteriosa scomparsa.
Monroe incontra belve feroci, tribù cannibali e tracce inquietanti che lasciano presagire qualcosa di tremendo. Attraverso un impervio percorso si giunge al ritrovamento dei giovani, delle loro attrezzature e di tutto il materiale girato.
Si apre una la discesa verso un'eccitazione malata mostrata nei più minimi particolari: villaggi incendiati, animali squartati, torture, abusi, stupri ed omicidi a danni degli indios. Si apre il "Green Inferno"di Deodato.
Il tessuto narrativo di tutta la seconda parte del film si basa sulla visione del materiale girato recuperato; siamo dinnanzi ad un mockumentary, espediente narrativo che anticipa di quasi 30 anni l'idea del celebre "The Blair Whitch Project" (1999). 
La metodologia seguita da Deodato è ingegnosa.
Per rendere il falso documentario più reale possibile, gira tutte le scene con la telecamera a mano, e, al posto della pellicola a 35 mm usata per il resto del film, opta per una meno cinematografica da 16 mm (1). Non ancora del contento del risultato prende le pellicole le butta a terra, le calpesta e le graffia.
L'obiettivo di Deodato è uno solo: trasformare la finzione cinematografica in una storia vera.
C'è di più, gli attori che muoiono nel film, per contratto, devono stare per un po' di tempo lontane dai riflettori: tutto deve essere il più credibile possibile.
A tutto ciò si aggiunge un'intensa campagna pubblicitaria con slogan promozionali ad effetto: «Avvertimento, gli uomini che vedrete mangiati vivi sono gli stessi che hanno filmato queste incredibili sequenze»; «Cruel * Barbaric * Authentic»; ed ancora, «in 1979 four documentary filmmakers disappeared in the jungles of South America while shooting a film about cannibalism... Six months later, their footage was found».
Il gioco del regista funziona. Pure troppo.
Ad alcuni sorge il dubbio che il film possa essere uno snuff movie ed in men che non si dica dai giudizi sul valore estetico della pellicola si passa ad una discussione dai toni sempre più surreali.
Nel Regno Unito il film viene inserito in una black list che ne impedirà la distribuzione per molti anni.
A Bogotà Deodato rischia il linciaggio. Il fonico del film, forse per farsi pubblicità, forse per scherzo, afferma che "Cannibal Holocaust" è una pellicola girata per denigrare la cultura degli Indios. Non contento rincara la dose descrivendo il regista lucano come un pazzo sanguinario che ha fatto realmente uccidere dei nativi sul set per rendere le riprese più veritiere.
Risultato: durante una festa Deodato è costretto a fuggire, rincorso da alcuni colombiani presenti. Si ripara in una fattoria per una settimana e scortato da un boss locale, prima con un'auto corazzata, poi con un elicottero, giunge all'aeroporto più vicino dove prende il primo aereo per Miami.
In Italia si apre un processo a carico del regista e dei produttori, i quali si vedono costretti a portare in tribunale gli attori assassinati per dimostrare la finzione cinematografica.
Deodato e soci si devono poi difendere dall'accusa di torture e sevizie su animali.
Tra questi una tartaruga gigante protagonista di una delle sequenze più brutali della cinematografia: la testuggine viene trascinata fuori dal fiume dai documentaristi che, in stato di eccitazione, la sventrano. Immagini reali queste.
La giustificazione? Sono riprese di valore documentaristico. Si rappresenta, spiega Deodato al giudice, niente di più di quello che le tribù locali fanno quotidianamente. A suffragare questa posizione il fatto che sia gli indigeni presenti sul set, nonché alcuni dei componenti della troupe, abbiano mangiato tutti gli animali uccisi.
Fatto sta che si devono attendere quattro lunghi anni prima che la Cassazione ponga fine alla storia assolvendo gli imputati, riabilitando la pellicola e facendola finalmente giungere nelle sale cinematografiche. Il lungo lasso di tempo trascorso ed il nugolo di proteste avevano però fatto perdere interesse alla pellicola ed allontanato il pubblico dalle sale. In Italia "Cannibal Holocaust" fu un mezzo flop. All'estero un successo clamoroso.
Un carnaio di polemiche, un processo e tante censure.
Ma cos'è in realtà "Cannibal holocaust"?
E' davvero, usando le parole di dizionari e della critica, una violenza fine a se stessa composta da scene di bassa macelleria volto a raggiungere un inutile e cinico sensazionalismo?
Per chi scrive la risposta è no, o almeno non è del tutto così.
E' un film crudele, con scene orribili, non si può negare. Deodato indugia tanto sulla violenza, facendolo sembrare quasi un esercizio sadico fine a sé stesso.
Ma "Cannibal Holocaust" è molto altro.
Gli aspetti tecnici, sottolineati in precedenza, lo fanno essere un laboratorio cinematografico di grande interesse. E' un film curato in ogni suo dettaglio, basti pensare all'intensa colonna sonora di Riz Ortolani che accompagna perfettamente l'incalzare delle immagini.
Poi c'è il contenuto narrativo. La brutalità non è gratuita, ma viene piegata e diviene strumento critico. "Cannibal Holocaust" non è altro che una cruda e lucida critica ai mass media, sempre pronti a strumentalizzare la violenza ed a distorcere la realtà ai fini di audience; un percorso contenutistico che sarebbe stato seguito un decennio dopo da Oliver Stone con "Assassini nati", anche'esso caratterizzato dall'utilizzo di più formati di pellicola (35 mm, 16mm e 8mm).
"Cannibal Holocaust" dietro il suo impatto visivo orripilante e destabilizzante, è un'opera di demistificazione, rovescia il punto di osservazione e mostra una visione pessimistica della società occidentale, così sicura della propria superiorità rispetto ai selvaggi eppure ancora governata da leggi primitive e sanguinarie.
Cari lettori, prendetevi un gastroprotettore e guardatevi "Cannibal Holocaust", scoprirete un cinema italiano coraggioso e sperimentatore, un vortice di pregi e difetti assenti nel piattume odierno. Ne vale la pena.

Habemus Judicium:
Ismail

giovedì 23 giugno 2011

"SAW" E I SUOI FRATELLI: CHE LA MATTANZA ABBIA INIZIO!


In principio fu Tobe Hooper con "Non Aprite Quella Porta".
Seguirono film italianissimi partoriti dalle perverse menti dei vari Deodato, Lenzi e D'Amato (tanto per ricordarne uno a caso è d'obbligo citare "Cannibal Holocaust"[LINK]).
Poi tante piccole sottoproduzioni, specie nipponiche.
Arriviamo al nuovo millennio e assistiamo alla nascita degli "Hostel" (1 e 2) "Old Boy" e, soprattutto lui: "Saw".
Di cosa parlo? Mi riferisco a un genere cinematografico ben definito e, ormai, di elevata tiratura.
Un tempo si usava definirlo splatter. Il termine si riferiva, e ancora si riferisce, a un certo tipo di cinema, contraddistinto dall'uso massiccio di effetti speciali sanguinolenti e disgustosi, allo scopo di mostrare il più possibile mutilazioni e carneficine varie.
La particolarità del genere consiste nel fatto che tali devastazioni fisiche non sono funzionali allo svolgimento della trama, ma, anzi, sono l'oggetto del film, vero fulcro del potenziale di intrattenimento della pellicola. In fondo se prendete qualsiasi dei film italiani splatter anni 70', veri e propri paradigmi del genere e fonte di ispirazione anche per registi hollywoodiani (vedi Tarantino e Rodriguez), sarà ben chiaro che tali opere non presentano alcuna trama che raggiunga anche solo lontanamente la soglia della decenza (intesa dal punto di vista artistico, la decenza morale non è mai stata presa neanche in considerazione).
L'obiettivo della macchina da presa indugia morbosamente sui  particolari raccapriccianti, ma non in modo sadico e perverso, pare quasi un innocente scrutare ciò che da sempre è stato considerato tabù in un cinema fino allora patinato e discreto. Così scene orripilanti si presentano allo spettatore del tutto spoglie da connessioni psicologiche. L'orrore diviene perciò reazione alla visione di corpi straziati e deformati. Come dire non è il come, ma il cosa a crearlo.
Negli anni successivi si sviluppa una diversa componente del cinema splatter: il sadismo. Punto di svolta in tal senso (escludendo "Old Boy", che rappresenta solo un gustoso antipasto) è rappresentato da "Hostel". Il film, diretto da Eli Roth (non a caso grande appassionato degli splatter italiani anni 70/80') che, grazie al suo straordinario successo di pubblico, porta alla nascita di una definizione più precisa, di un sottogenere dello splatter: il torture porn
A dire il vero già per "Non Aprite quella Porta" si può parlare di torture porn, dal momento che è la storia di una famiglia cannibale, che si nutre di malcapitati procacciati dal mostruoso e sfigurato figlio Leatherface, il quale si fa largo urlando e brandendo una motosega, cosa profondamente sadica.
L'elemento del genere, come detto, connotativo è il sadismo, per cui non è più l'oggetto macabro a inorridire e spiazzare lo spettatore, ma il modo in cui si sviluppano certe situazioni; diviene fondamentale la componente psicologica. Lo spettatore, facilitato dalla costruzione, negli anni, di personaggi via via sempre più complessi, si immedesima completamente in essi, subendo anch'egli la violenza  a cui è sottoposto il personaggio.
Il modo in cui tale violenza si articola decreterà il successo di un torture porn. Più si giocherà con le  speranze e le aspettative del pubblico, più si otterrà la sua destabilizzazione psicologica, accentuata dal fatto che, solitamente, in questi film non vi è catarsi finale, niente lieto fine; dinnanzi a questo Gran Guignol 2.0, allo spettatore rimane solo l'angoscia ed il senso di ingiustizia
Se "Hostel" rappresenta la nascita del genere, il suo cavallo di battaglia è rappresentato da "Saw", saga longeva e alquanto fruttuosa, giunta al settimo (e ultimo) capitolo.
La trama è semplice: un maniaco, che si fa chiamare Jigsaw, rapisce delle persone apparentemente in modo casuale, sottoponendole poi a machiavelliche torture; lo scopo di tutto ciò è far capire ai malcapitati l'importanza di vivere. Quasi mai però la vittima riesce infine a salvarsi, data l'estrema difficoltà delle prove; quand'anche ci riesca il prezzo sono terribili menomazioni.
Proprio in questo sta la novità e l'ingrediente vincente di "Saw": mettere il personaggio di turno, e quindi lo spettatore, di fronte a una dolorosa scelta, che di fatto lo porterà ad auto-infliggersi il male che subirà, mostrato in tutta la sua crudezza, senza escludere il minimo particolare.
Colpisce poi la fantasia perversa che mostrano gli autori nella creazione delle trappole.
Nell'arco della saga se ne contano a decine, tutte ben architettate, spesso geniali, specie per la loro caratteristica di rispondere alla legge del contrappasso. Così per il razzista la punizione sarà quella di strapparsi via la pelle, dimostrando che sotto di essa siamo tutti uguali. Oppure un dirigente di una grande compagnia assicurativa, abituato a decretare la sentenza di vita o di morte dei propri clienti, dovrà decidere quali dei suoi collaboratori salvare e quali lasciare perire in una terribile giostra di roulette russa.
Altro elemento ben riuscito è la sceneggiatura.
Per quasi tutta la serie si mantiene un alto livello di suspense nell'intreccio narrativo, con continui colpi di scena e rivelazioni.
Il tutto ben incastrato in un meccanismo complesso che crea, grazie all'uso dei flashback sparsi in modo continuo, diversi piani temporali a livello narrativo, fino all'epilogo finale.
La serie sembra subire l'influenza dei serial televisivi ed in particolare di "Lost": anche se vengono sparsi qua e là indizi e particolari rilevanti ai fini della storia, per tutta la durata della saga, alla fine  nulla viene lasciato al caso e ogni tassello va a completare il mosaico finale.
Interessante è anche il possibile dibattito creato dalla questione morale sottesa nella serie. Viene spontaneo infatti chiedersi se siano più immorali e sbagliate le azioni compiute da Jigsaw o quelle per cui vengono accusate le sue vittime.
In fondo, spesso ci troviamo di fronte a personaggi cinici e senza scrupoli; il dirigente della società assicurativa è l'emblema di questa categoria di vittime, così risoluto nel decidere sulla vita altrui e manifestazione in carne ed ossa della visione pessimistica dell'umanità insita in tutta la serie; dall'altro lato Jigsaw il quale, per quanto ragioni secondo una morale deviata e conservatrice (elemento di satira del film), ma comunque coerente, e li sottoponga a torture indicibili, non decreta mai la loro vita o la loro morte, lasciando sempre ad essi un pur minimo margine di scelta.
L'unico elemento davvero scadente della serie è la recitazione (se si esclude Tobin Bell nella parte di Jigsaw), spesso insufficiente e a volte ridicola per gli alti standard americani (da noi invece le capre che recitano nel film sarebbero subito accolti come maestri, specie se paragonati alle Martina Stella e Scamarcio di turno, ai quali una visitina di Jigsaw non farebbe proprio male...), un peccato se si pensa che, per il resto, la serie si mantiene omogenea e coerente.
Nel complesso è un' opera che vi consiglio di vedere, ma solo se avete stomaci forti.

Bob Harris