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lunedì 19 novembre 2018

"OVERLORD" (2018) DI JULIUS AVERY

Quanto ci piace vedere i nazisti, brutti e cattivi, seviziati e trucidati nei modi più disparati? 
Siamo nel 2018 ed a stento si diffonde una visione alternativa della WWII che possa fare eco ad opere come "Europa" di Lars Von Trier. Sicuramente l'origine dei piani alti delle case produttive hollywoodiane tende ad assecondare una certa ottica ancora oggi. E sicuramente diamo volentieri completa licenza a un B-movie come questo di intrattenerci con scienziati pazzi, nazisti immortali (e infinitamente sadici) e ubermensch da laboratorio. 
Trama: alla vigilia dello sbarco in Normandia, un gruppo di paracadutisti statunitensi finisce in uno sperduto villaggio dove i nazisti stanno conducendo esperimenti su esseri umani, trasformandoli in creature feroci e soprannaturali.
Se B-movie deve essere, che sia fottutamente gioioso. E questo è "Overlord": prodotto stiloso di grande manifattura, scritto da fior fior di mestieranti, con enorme e fruttuosa esperienza alle spalle (Billy Ray e Mark L. Smith), incalzante più di quanto ci si possa desiderare.
Partiamo da un prologo stile "Private Ryan" che subito immerge, in modo adrenalinico, lo spettatore nel concitato e drammatico scenario di guerra. Sorprendentemente "Overlord" si rivela essere un credibile film di guerra; per i primi due atti viviamo tutto il pathos di un incursione militare, della paura e dell'inesperienza di semplici ragazzi mandati al macello, dell'esasperazione continua per la perdita di vite umane. Insomma ci sono tutti gli elementi di un ottimo war-movie. Scordatevi perciò i supernazisti, almeno per ora.
Piano piano viene sapientemente introdotto l'elemento fantascientifico e orripilante. Si fa davvero fatica a individuare il numero di commistioni di generi di questa opera così bizzarra, ma perfettamente centrata.
La costante del film è sicuramente l'abbondanza di violenza spinta e una certa drammaticità che poco si sposa con la tipicità del prodotto B-movie. Ed ovviamente, arrivati all'ultimo atto, risulta difficile rimanere troppo seri di fronte al profluvio di gore e scazzottate di ultrauomini chimicamente modificati.
"Overlord" è un'americanata di quelle che ci piacciono, da rivedere e rivedere: gli yankee sono buoni e ganzi, i nazisti sono degli assassini seviziatori e lascivi, fine. Prendere o lasciare. E quando ad una certo punto del film vedi un personaggio picchiato a morte, accoltellato e sparato in faccia correre, picchiare e sparare all'impazzata poco dopo, ti rendi conto che è il momento di spegnere il cervello e godersi lo spettacolo a mente sgombra.
Inevitabile, poi, lo scontro finale tra supereroe e supercattivo.
"Overlord" è in parte dramma bellico e in parte fantatamarrata, diverte parecchio, incalza e si bella di una certa grossolanità e spensieratezza. A questo B-movie 3.0 di qualità, che ha anche l'ambizione della verosimiglianza, perdoniamo volentieri la pretesa solennità e drammaticità di alcuni passaggi e lo collochiamo tra quei prodotti di entertainment ad uso e (ri)consumo che mai dovrebbe mancare nella videoteca di un appassionato.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 23 luglio 2018

"LA NOTTE DEL GIUDIZIO-ELECTION YEAR" (2016) DI JAMES DEMONACO

"The Purge: Election Year" chiude il cerchio di un brand di successo, ormai in procinto di svilupparsi attraverso la piattaforma televisiva.
L'idea alla base de "La notte del giudizio" è, come spesso capita per le idee, qualcosa di tanto intuitivo quanto geniale allo stesso tempo.
Il capostipite con questa intuizione, di una società capace di negare sé stessa una dozzina di ore l'anno per poter riaffermarsi con più forza, ci campava completamente, vivendone di rendita. Perciò aveva gioco facile a sfamare una curiosità di un certo peso: vedere la trasformazione dell'essere umano di fronte non solo alla possibilità di svincolarsi dalle regole sociali, per dar sfogo ai suoi istinti più primitivi, ma anche di reinserirsi, con disinvoltura e in brevissimo tempo, in quella stessa società, in modo del tutto naturale.
È in questo che risiede l'elemento distopico del film. Non tanto in una comunità che dispieghi momentaneamente meccanismi brutali per sopravvivere (questa è la realtà di tutti i giorni), quanto nell'ottica straniante di una passiva (o attiva) accettazione di questo concertato rituale sacrificale. Qui non c'è mistificazione, non c'è manipolazione terroristica dei media, non si gioca sulla paura, ma si accetta e si accoglie tale soluzione alla pari di un dogma religioso. Difatti, dopo un buon secondo capitolo che spinge sul lato action, abbandonando le venature horror del primo, questo terzo episodio gioca molto sul binomio stato/religione.
Ma vediamo di cosa parla questo "Election Year".
Nell'anno 2022, in concomitanza con le vicende narrate nel primo film, durante lo sfogo annuale un sadico sta torturando una giovane donna di nome Charlie Roan e la sua famiglia. Finirà con lo sterminarla, lasciando solamente lei in vita. 
Diciotto anni dopo, due giorni prima dello Sfogo annuale, una serie di rivoltosi protestano a Washington D.C., dopo la notizia giunta da alcuni rapporti secondo cui i Nuovi Padri Fondatori (NFFA) stiano usando lo Sfogo per beneficiare la loro agenda economica. Ciò sta avendo una grande ripercussione anche sulle imminenti elezioni presidenziali. Infatti Charlie Roan, divenuta ora senatrice, sta guadagnando terreno a discapito del candidato proposto dalla NFFA, il ministro Edwidge Owens. La NFFA, guidata da Caleb Warrens, inizia a vedere Roan come una minaccia al loro regime e prevede quindi di utilizzare l'imminente Sfogo per farla fuori. 
Il terzo capitolo sposta l'asse sulle tematiche politiche e sociali. Da questo punto di vista, si può condividere la scelta di virare su una diversa prospettiva per poter salvaguardare quella qualità (ri)innovativa che aveva contraddistinto il secondo capitolo.
Inutile pretendere da questo tipo di prodotti un'eccessivo approfondimento di suddette tematiche. Stiamo parlando di riempitivi funzionali a intermezzare una scena d'azione e l'altra. 
Il fatto è che il film perde inevitabilmente di mordente rispetto ai predecessori: laddove il primo giocava egregiamente con il thriller; il secondo costruiva una costante atmosfera di pathos, mantenendo un certo ritmo sostenuto per tutta la sua durata e beneficiando, per la verità, dell'effetto propulsivo impresso dal primo film. Qui, invece, i buoni propositi si scontrano con la banalità della messa in scena di quella idea iniziale, ormai lontana dallo stupire.
È l'ingrata eredità che pesa su questo terzo episodio.
Certamente, c'è sempre dietro una buona manifattura nel costruire le scene d'azione, che poi è la ciccia del film. Per il resto non può che apparire completamente metabolizzato il meccanismo di esibizione compiaciuta della follia umana; ad esempio risulta particolarmente fastidioso e scadente il personaggio di Kimmy, una teppistella trasgressiva dallo sguardo ferino che dovrebbe dare continuità al leitmotiv della saga: la violenza irrazionale che ingenera un senso di minaccia a tutto campo.
Ma di preciso cosa vuole aggiungere Election Year?
Sicuramente l'elemento rivoluzionario vuole porre l'accento sulla condizione delle classi meno abbienti, costanti vittime delle politiche governative più conservatrici e reazionarie, mirate a garantire il trastullo di una certa classe borghese agiata, ed a lucrare, per l'ennesima volta, sfruttando il business che la violenza ingenera.
Critica alla politica bellica di Trump?
Dito puntato contro la National Rifle Association (che poi l'ei fu Charlton Henston sarebbe stato un perfetto main character del film, ironia della sorte)?
Chissene, tanto ad Hollywood si muovono sempre allo scopo di mettere in scena un po' di cagnara acchiappa-biglietti ingozzata di effetti speciali, perciò non sembra il caso di allargarsi su eccessive interpretazioni e rimandi al quotidiano.
Ah, ci sarebbe anche una critica al sistema assicurativo americano, incarnata nel personaggio di Joe, ma è talmente accennata e pretestuosa da non meritare anch'essa ulteriori approfondimenti. 
Perciò sotto con la revolution e la devolution, si torni ad una situazione pre-sfogo. Poi tanta tanta azione che, come ribadito, non manca di essere incalzante. 
Ma di certo non ci si può appassionare alle vicende di personaggi costruiti in modo dozzinale, che, oltre ad essere altamente stereotipati, risultano più o meno buffi.
Su tutti il personaggio di  Bishop, volutamente inserito nella mischia con lo scopo di rappresentare un black guy che, farneticando sulla necessità di un'azione armata, richiama la figura di Malcolm X. In realtà risulta così poco approfondito che finisce per scimmiottarlo malamente (e non è un gioco di parole razzista). 
Che dire, poi, dei due senatori rivali?
La senatrice Roan è in principio rappresentata così cazzuta ed emancipata da provocare poi, nell'evolversi della trama, una grossa delusione nello spettatore, messo di fronte a un semplice aggiornamento del tema classico della donzella in pericolo da salvare. 
Mentre la figura del senatore Owens, inizialmente emblema del repubblicano più medio che altro, scivola lentamente nella macchietta del predicatore invasato: l'apoteosi è tutta nel finale e nella sequenza in cui Owens celebra una messa apparecchiato da santone (con tanto di scagnozzi chierichetti) di fronte alla creme de la creme della società di Washington D.C. (tra l'altro notare come si sia risparmiato sui figuranti visti i continui primi piani sulla stessa coppia di attori maschio/femmina in prima fila). 
Poi alla fine ok, facciamo il film amerigheno progressista e ci mettiamo la preponderanza dell'elemento multirazziale, ma, tanto, se qualcuno deve stirare le zampe state certi che, anche stavolta, sarà il nero di turno.
"The Purge: Election Year" è un action serrato con un buon crescendo di tensione, che prova ad aggiungere qualcosa all'universo de "La notte del giudizio", ma niet, nisba, nada. Chiude idealmente il cerchio mettendo un punto (ci crediamo?), ma mostra ormai tutta la stanchezza e la scontatezza di un brand che pare aver esaurito i conigli dal cilindro.
La serializzazione targata Netflix potrebbe giovare rivitalizzando il marchio, se non altro per la diversa impostazione del formato serial che porterebbe ad un restyling.
Ma per ora, a posto così.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 28 maggio 2018

"EX MACHINA" (2015) DI ALEX GARLAND

Alex Garland con "Ex Machina" era al suo debutto dietro la macchina da presa. Budget bassissimo, ma sufficiente per accaparrarsi Alicia Vikander e Oscar Isaac, allora (2015) già attori rodati ma non ancora mainstream. Spoilerando un attimo il riconoscimento popolare a posteriori del film, esso si accaparra un Oscar e una candidatura: rispettivamente effetti speciali e miglior sceneggiatura.
Che dire...Un bel paradosso sia la statuetta agli effetti speciali, per un film dal budget così basso, sia la candidatura alla  Miglior sceneggiatura considerando la staticità diegetica ed emotiva dell'opera.
La trama: Caleb (Gleeson Junior) brillante programmatore vince uno stage di una settimana nella residenza montana dell'amministratore delegato della sua società, Nathan Batman (Isaac). Tramite il Test di Touring entrerà a contatto con Ava (Vikander), un soggetto sintetico con il quale si instaurerà pian piano una certa affinità.
«Le intelligenze artificiali ci ricorderanno come scimmie erette destinate all'estinzione», leitmotiv, da sempre, delle proiezioni fantascientifiche dell'essere umano. Il dominio delle macchine e l'estinzione umana sono sempre argomento attualissimo e oggetto anche delle più recenti teorie scientifiche.
Ma se un film del genere ripropone un concetto trito e ritrito, senza buttare un po' di azione crassa o qualche sdolcinatezza alla A. I. di Spielberg... Ma che roba è?
Beh, chiaramente Alex Garland decide di puntare su altri elementi. Nella fattispecie non si può facilmente eludere il fascino ipnotico di una messa in scena che mischia la perfezione totalmente asettica delle forme, con il barocchismo di alcune soluzioni. Ava d'altronde non è un cyborg simmetrico: è un robot naked, cavi circuiti e bulloni all'aria, sul quale, a parvenza di umanità, è appiccicato il viso di Alicia Vikander, dallo sguardo vuoto ma che allo stesso tempo trasmette una innata dolcezza.
Barocco è anche il personaggio di Bateman, interpretato da un Isaac del quale ti puoi sempre fidare (a differenza del suo character): onestamente però, si fa fatica ad accettare che una mente tanto geniale sia custodita in una fisicità così straripante e si manifesti in un atteggiamento da College Party.
Già... si fa fatica, e, a pensarci bene, non lo si può mandare giù a tal punto da evitare una stonatura. Perciò, nada, niet: questo è falso barocchismo.
Il protagonista non è niente se non l'insulsità della mediocrità: il che va molto bene e si sposa in modo magistrale sia con il mood del film che con la filosofa che alberga dietro. Un po' meno (altro eufemismo) con il cambio di marcia finale, troppo forzato, poco plausibile nella sua rappresentazione sbrigativa e incoerente con se stessa.
Detto ciò il film è di una bellezza rara per gli occhi e per le orecchie. Oltre alle suggestive locations (norvegesi), il synthwave di sottofondo scandisce alla perfezione tutta una serie di inquadrature curate al dettaglio dal risultato molto evocativo, pur nella loro intuitività.
Insomma pare che con poco funzioni tutto e questa è un grande merito  del regista, il quale decide di dare un'impronta tra il glam e il decadente alla pellicola, mantenendo un tono sommesso e candido, non alzando mai le righe (quasi...la disco dance anni 70 parodiata? Tornare al discorso barocchismi) . Non è neanche questo gran snocciolare di teorie filosofiche/scientifiche/esistenziali. Ma il messaggio, ripetiamo, pur nella sua semplicità concettuale, arriva forte.
D'altronde si vuole semplicemente far capire che «non c'è niente di più umano della voglia di sopravvivere». Era già tutto lì nello slogan promozionale, ma il risultato sorprende positivamente. 
"Ex Machina" è un film che punta tutto sulla bellezza ed eleganza delle sue immagini, per veicolare, pochi ma centrati, concetti universali. Una visione per chi sa amare questa arte nella sua versione più pura, scevra da arrovellamenti e rimandi infiniti. Semplicemente il cinema, nella meraviglia della creazione visiva.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 7 maggio 2018

A TUTTO CORTO #3: "KUNG FURY" (2015) DI DAVID SANDBERG

«Con gli anni '80 avete rotto il cazzo/che poi hanno rotto il cazzo già dagli anni '80» canta Giancane nella sua "Limone"; e noialtri, che quotidianamente tocca sorbirci un ritorno stucchevole del peggior plasticume di quegli anni, non possiamo che stare dalla sua parte. Un male che non conosce confini, parte dalla musica che scimmiotta Stadio ed affini, passa per mode inguardabili e giunge nel cinema, dove, anche il padre-padrone di Hollywood, Steven Spielberg, si spinge a donare mal di testa agli spettatori con condensati nostalgici pensati per tutti i fans/nerd del globo terracqueo (ogni riferimento a "Ready Player One"[LINK]è puramente casuale).
Poi però in mezzo ad un mare di narrazioni tossiche e melmose sbuca fuori un progetto curioso tutto votato a quegli anni, un piccolo riquadro di tempo della durata di 31 minuti, in cui si condensa un delirio puro, frivolo ed intelligente, che gode di un'estetica esagerata, della musica sinthwave e della voce di David Hasselhoff.
Tutto comincia nel lontano 2013, attraverso una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Kickstarter. Viene pubblicato un trailer e nel giro di neanche 24 ore si raggiunge l'obiettivo dei 200000 mila dollari. Passa un mese e si arriva a 630000 $, cifra di tutto rispetto per chi si vuole divertire in uno studiolo armato di green screen. Dietro a tutto ciò c'è una sola persona (più una manciata di attori), David Sandberg, che assume nello stesso tempo le vesti di scrittore, regista e, udite udite, protagonista. Due anni di duro lavoro, in cui far quadrare i conti e dar vita ad un prodotto di buona fattura.
La storia? Una sconclusionata magnificenza della quale meno si parla è meglio è; si rovinerebbero gli esilaranti spunti creativi disseminati in lungo e largo da Sandberg.
Miami, 1985. Un detective viene colpito da un fulmine e morso da un cobra, ha un trip da arti marziali e scopre di essere il prescelto; diviene l'abominevole uomo del kung fu, un concentrato di poteri sovrannaturali che userà per contrastare i criminali della città. Nel frattempo un malvagio baffuto del quale quasi più nessuno ricorda le gesta (Hitler), grazie ad un viaggio nel tempo, giunge nel presente e fa stragi di persone. Al prescelto non resta che viaggiare a sua volta nel tempo, andare nel passato e fermare il temibile Fuhrer.
Pochi dialoghi e tutti azzeccati, cadenzati da battute rapide e taglienti (pensiamo ai due nazisti tarantinati), e tanta, tantissima azione.
"Kung Fury" è una mezz'ora di pieno spasso in cui si frullano gli stereotipi dell'action movie e dello sci-fi anni '80 e primi '90; il protagonista è il perfetto cliché dell'eroe: una voce bassa alla Stallone, un taciturno dalla battuta pronta che si lancia in continue mosse marziali esaltate dagli effetti speciali; dominano le ambientazioni notturne e tenebrose pervasa da bande colorate e sui generis; la resa grafica da Vhs, quei maledetti nastri magnetici che si rovinavano inesorabilmente; ed ancora inserti simil-spot pubblicitario made in U.S.A. E' puro citazionismo maledettamente ironico, un'omaggio ad un periodo dominato da un'estetica inconsistente, un viaggio (equilibrato) nel nonsense e nel patinato con cui prendere in giro la riscoperta di quegli anni.
In breve tempo il mediometraggio è diventato virale, una vagonata di visualizzazioni guadagnate in uno schiocco di dita; tutte meritatissime, va detto. Ed al successo di pubblico si è aggiunta una prestigiosa proiezione al Festival di Cannes.
In queste settimane è in lavorazione una versione cinematografica, una grande produzione che godrà dei nome di Micheal Fassbender, Arnold Schwarzenegger (nei panni del Presidente degli Stati Uniti) e del solito Hasselhoff. E' difficile immaginare come potrà essere. La speranza è che si riuscirà nell'ardua impresa di mantenere lo spirito anarchico e fuori di testa incontrato qui.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 23 aprile 2018

"A QUIET PLACE" (2018) DI JOHN KRASINSKI

Di buoni horror nelle sale non se ne vedono in questo periodo (che strano), perciò vale la pena virare sul thriller/dramma con qualche venatura horror, se ci si trova di fronte a un buon prodotto. E "A quiet place" lo è, in tutto il suo minimalismo e nella sua semplicità.
Solita trama da invasione aliena, di cui non si sa come e perché. Lo scenario è già quello del post-apocalittico e seguiamo le vicende di una famiglia alle prese con la sopravvivenza agli invasori, creature le cui fattezze ricordano vagamente delle locuste; esse sono cieche ma possiedono un udito incredibilmente sviluppato e sono, quindi, in grado di captare ogni rumore più forte del normale.
Attorno a questo espediente, pur di una semplicità disarmante, si costruisce una trama sì inesistente, ma il tutto risulta essere efficace. In fondo, niente di impensabile, considerando che è il tipico caso in cui la riuscita del prodotto è affidata alla regia. 
Regia che è abile nel costruire una tensione costante, dovuta alla quasi totale assenza di rumori, alternata a strappi improvvisi e adrenalinici. Detta così potrebbe sembrare facile, ma oltre alla maestria nel giocare bene con il crescendo emotivo, tramite un sapiente uso di inquadrature ed effetti sonori, risulta pregevole la gestione del silenzio assordante: mai come in questo film un rumore in sala o uno starnuto rischiano di rompere la quarta parete e distogliere l'attenzione dal film. 
Ma Krasinski è abile nell'usare alcuni trucchetti che riportino il film su binari più canonici e che garantiscano quella comunicabilità necessaria tanto ai personaggi quanto allo spettatore. Perciò il film si può spaccare in due tronconi: una prima parte fatta di silenzi e gesti "zen" ed esasperati al dettaglio, ed una seconda parte in cui l'azione prende il sopravvento ed in cui diventa difficile distinguere "A quiet place" da un film di Shyamalan. Proprio il regista indiano è dichiaratamente una delle fonti di ispirazione di Krasinski e, sicuramente, la costruzione di molti momenti del film ricordano "The village".
Non mancano le incongruenze e le semplificazioni ardite: premesso che, saggiamente, non viene mostrato il preambolo, non convince il modo in cui, infine, si trova il bandolo della matassa. E questo è catalogabile tra le semplificazioni. 
D'altro canto appare abbastanza ridicolo e frustrante riproporre anche qui alcuni schemi classici del thriller: posto che solitamente un assassino cerca la sua preda in ogni pertugio della casa di turno, non si capisce perché lo faccia un alieno-locusta cieco; più volte verso la fine del film vediamo una delle creature setacciare la casa alla ricerca della fonte del rumore, quando fino ad allora il film ci aveva mostrato come gli alieni vi si fiondassero una volta identificato, per poi ritrarsi immediatamente.
Altra incongruenza? Gli alieni possiedono una corazza indistruttibile e li vediamo sventrare un silos d'acciaio con una spintarella. Peccato, però, che al momento della colluttazione con i due bambini protagonisti, si intrattengano a scuotere la macchina in cui sono rinchiusi come manco il peggiore degli hooligans.
Ottimo il cast, chiamato a al difficile compito di trasmettere le emozioni dei personaggi, senza l'ausilio della parola per gran parte del film; Emily Blunt è molto convincente e sofferente ed anche lo stesso Krasinki, nella parte del marito, risulta credibile. 
In conclusione un film che, difetti a parte, gioca bene la sua carta ed è credibile nel rappresentare le dinamiche familiari. Sfruttando gli stilemi più riusciti del thriller, mantiene alta la suspense e coinvolge il giusto. Un bel tappabuchi primaverile.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 16 aprile 2018

"READY PLAYER ONE" (2018) DI STEVEN SPIELBERG

Pippe. Pippe dappertutto. 
Masturbazioni virtuali per palati nerd/cinefili/gamers/giappofili/bimbominkiologi e nostalgici.
A sto giro caro Spielberg hai esagerato davvero. Ci hai affascinato creando nuovi mondi e portandoci in isole lontane e (forse) mai esistite. Ci hai proiettati in futuri cyberpunk e ci hai fatto immaginare lo spazio con gli occhi di un bambino. Quanti mostri, quante creature entrate nell'immaginario, ma anche un sapiente uso di una regia sobria e quadrata, al servizio della storia con la S maiuscola.
Hai vinto due Oscar per la regia, ma facciamo che sono tutti tuoi da almeno 30 anni, perché Oscar sei tu, perché sono i tuoi piedini ad essere sbaciucchiati da chi vuole ambire alla statuetta, basta ricordare, ultimo in ordine di tempo, Guillermo Del Toro. Eppure eri partito rifondando la mecca del cinema, eri uno dei ragazzacci della New Hollywood. Ti ricordi quando con due penny giravi "Duel" e "Lo Squalo"? Tanto tempo fa in una galassia lont... Vabbè non aggiungiamo altre pippette a quelle che dobbiamo commentare.
Allora ok, siamo ancora nell'ondata revival 80's e, francamente, si stanno iniziando a spulciare i testicoli anche i più aficionados tra i nostalgici. Però ok ok tocca ancora a Steven, last but not least.
Siamo in un futuro (2045) in cui tutti sono flippati con la realtà virtuale (olleè) e passano le giornate a gozzovigliare su Oasis, una sorta di Second Life del futuro.
Praticamente il creatore di questo mondo virtuale, James Halliday, un nerd patologicamente introverso, muore, ma prima decide di disperdere tre chiavi all'interno di Oasis. Colui che le troverà, dopo aver superato alcune prove, diventerà l'unico proprietario del mondo virtuale.
Un giovane di nome Wade Watts tenterà di compiere l'impresa.
Prendi "Tron Legacy", copia e incolla la trama (ma impoverendola ulteriormente) e, nel mezzo, ficcaci un bel frullatone di icone del cinema, dei videogiochi, ecc. Praticamente appaiono quasi tutti, e per tutti intendo tutti. Già vero perché nella realtà virtuale puoi metterci chi vuoi no? Finalmente una trovata pensata per tutti i fans/nerd del mondo. Vuoi vedere un chestbuster di Alien uscire direttamente dal petto di Goro di Mortal Kombat? Voilà! Mecha Gozilla versus Gundam? Freddy Krueger?
Ma fin qui roba da dilettanti. Il capolavoro di Spielberg è quando si prende la libertà di stuprare "Shining". Non rompessero i testicoli quelli che la menano dicendo: "È un gustoso omaggio al film! Siete i soliti ottusi ai quali non si possono toccare certi mostri sacri!". Il problema è che la trovata di rivivere "Shining" non è minimamente funzionale al film, è solo un pretesto per sfruttare l'ambientazione del classico Kubrickiano e garantire il box office, presumibilmente assaltato anche dai fans del celebre horror. 
Questa operazione di citazionismo trasversale significa barare bassamente (controcitazione): se togli la parte di rimandi vari cosa resta? La storia ovviamente è la più scontata e sbiadita che mai: il ragazzotto sfigato che, dopo mille peripezie, trova amici nuovi, la figa, il successo e sconfigge il cattivone di turno, ovviamente seguendo una rigida morale buonista
Da un blockbuster non si pretende tanto il cosa, perché una produzione del genere nasce per riempire le sale, ma il come, ossia che ci si sforzi di essere originali o, quantomeno, di non abusare, sempre in dosi più massicce, di certi espedienti. 
Che poi qui manca persino quella componente ironica che salva il fondello a certe produzioni melense ma paraculette; sul punto si veda "The Shape of Water"[LINK] Del Toro. Tecnicamente c'è un personaggio che vorrebbe farci ridere parlandoci dei suoi acciacchi fisici, ma qualsivoglia tempismo comico è spazzato via dal ritmo ipercinetico e ipernauseante delle millemila scene d'azione tra boom, crash, sbam! Ecc ecc.
Il risultato è che si esce dalla sala con il mal di testa, provati fisicamente da un'ingiustificata dose di effetti speciali e di scene d'azione titaniche. Se poi si aggiunge il fatto che, ad un continuo esplodere e sgretolarsi degli scenari, si mischia quell'orgia sconclusionata di icone fantasy e scifi, davvero non si capisce più niente.
Un film che non soddisfa neanche la voglia più viscerale di lasciarsi trasportare dalla visione; invece che appagare i sensi, li martella per più di due ore, senza alcuna motivazione.
Spielberg in passato ha saputo essere innovativo come pochi e rimarrà una leggenda del cinema, ma, purtroppo,  nel cavalcare l'onda e nel ricercare solo il consenso del pubblico, scivola sulla buccia di banana di un opera derivativa e posticcia.

Habemus Judicium:
Bob Harris

giovedì 8 febbraio 2018

A TUTTO CORTO #1: TRE PROPOSTE SCI-FI

Papparappapà! Signore e signori che squillino le trombe.
Con l'arrivo di febbraio inauguriamo una nuova rubrica interamente dedicata a quel condensato di idee quali sono i cortometraggi. Per questa prima puntata ci dirigiamo nel mondo sci-fi con un terzetto niente male. Non resta che augurare a tutt* una buona lettura. 

"There Will Come Soft Rains" (1984) di Nazim Touliakhodjaev:
Tutto ebbe inizio con "There will Come Soft Rains", poesia in cui Sara Teasdale si immaginava uno scenario post-apocalittico senza più umanità. Poi, nel 1950, venne l'omonimo racconto di Ray Bradbury , che, con ironia e leggerezza, trasformava in parole la sciagura di Hiroshima.
Nel 1984 arrivò un regista russo dal nome impronunciabile che decise di animare il racconto.
E' l'ultimo giorno del 2026 e ci ritroviamo in una casa completamente meccanizzata capace di svolgere ogni normale mansione domestica. Pulisce, cucina, sparecchia e funge pure da adorabile sveglia. Quello che si vede però è un non luogo. Si vedono futuribili letti a forma di capsule, tute anti-radiazioni appese alle pareti ed una finestra rotta dalla quale si vede l'inverno nucleare. Attorno agli oggetti solo un cerimoniale vuoto senza più divinità.
"There Will Come Soft Rains" è un corto cupo e plumbeo intriso di tutte quelle angosce che accompagnarono la Guerra Fredda, una visione che ancora oggi spiazza lo spettatore.
Voto: 3/5
Lingua: Sottotitoli in inglese (dialoghi semplici)
Link: https://www.youtube.com/watch?v=5LNHYz89sNc&t=300s

"BlinkyTM" (2011) di Ruairi Robinson:
Del lotto il mio preferito. 
Uno script interessante ed un' infornata di effetti speciali tirati su con la sommetta di 50000 dollari.
Ci ritroviamo in un futuro non molto lontano in cui le intelligenze artificiali sono ormai una realtà. Tra i vari robot lanciati sul mercato c'è il Blinky, un barattolo che ricorda un C1-B8 antropomorfizzato, l'upgrade del miglior amico: gioca, tiene compagnia e si diletta anche nelle faccende domestiche.
Un ragazzino lo riceve come regalo ma ben presto, come spesso accade con i giochi, inizia a stufarsene. Nel frattempo la sua bella famigliola piccolo borghese mostra alcuni scricchiolii interni.
Un corto sull'incomunicabilità familiare? Solo in parte; in realtà "Blinky" ripropone in salsa sci-fi la dicotomia tra bene e male, tra lo scegliere di essere o meno cattivi.
Il bimbetto scontento del mondo che lo circonda, inizia a maltrattare il piccolo Blinky. Comandi contraddittori, oggetti lanciati addosso, ordini che lo costringono in estenuanti conti alla rovescia da da 999999 sotto una pioggia incessante. E lui, quel cassonetto metallico, sorride e risponde sempre No Problem.
Il finale? Un'impennata cattiva, cinica e perfida.
Dieci minuti perfetti (o quasi), "BlinkyTM" è robetta notevole.
Voto: 4,5/5
Lingua: Disponibile con sottotitoli in italiano.
Link:  https://www.youtube.com/watch?v=g_D_s7Od8oc

"Human Form" (2014) di Doyeon Noh:
Un clima spettrale, silenzi che acuiscono il senso di solitudine ed una serie di volti tutti uguali; "Human form", cortometraggio made in Corea, è uno dei esperimenti più curiosi in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi. La protagonista è una giovanissima ragazza che desidera con tutta se stessa un intervento di chirurgia estetica con cui cambiare i tratti somatici del viso.
La ragione? Diventare come tutti gli altri.
Uno soggetto notevole che ci mette difronte al tema del diverso e dell'omologazione sociale, un lento flusso narrativo in cui l'identità e 'individualità si smarriscono.
Voto: 4/5
Lingua: Disponibile solo con sottotitoli in inglese; nonostante ciò i non molti dialoghi sono facili da seguire anche per chi non ha particolare dimestichezza con la lingua
Link: https://www.youtube.com/watch?v=6lgf30wFOlA
Ismail


giovedì 14 dicembre 2017

"STAR WARS EPISODIO VIII: GLI ULTIMI JEDI" (2017) DI RIAN JOHNSON

Oh finalmente anche "Guerre Stellari" entra nella categoria dei film che sforano abbondantemente le due ore! Fino adesso erano stati bravi a mantenersi entro la soglia di tolleranza fisica e mentale. Ovviamente una mezz'ora gratuita, ça va sans dire.
Comunque, nel post "riformato" riguardante il "Il risveglio della forza"[LINK] si era accennato al fatto che si erano gettate le basi per costruire un'evoluzione esponenziale della storia e dei personaggi ed era lecito aspettare questo nuovo capitolo con discreto ottimismo.
Ebbene, quei semi sono germogliati e "Gli Ultimi Jedi" si presenta in tutto il suo rigoglioso splendore. Eh si, perché la titanica produzione Disney fa pienamente centro e sforna un capitolo avvincente, capace di tenere costantemente lo spettatore incollato alla poltrona e che si può già considerare, a caldo, tra i più memorabili.
"Lascia morire il passato. Uccidilo, se necessario. E' il solo modo per diventare ciò che devi": questa frase, con cui Kylo Ren esorta Ray ad abbracciare il lato oscuro della forza, è il motivo ricorrente del film che, come i suoi personaggi, finalmente spicca il volo, lasciandosi il passato alle spalle e avviandosi verso una direzione sua propria, in tutti i sensi.
Nel persistere in un'operazione di copiatura delle linee narrative dei predecessori, vediamo che episodio 8 ricalca gli intrecci in parte de "L'impero Colpisce Ancora" e in parte de "Il Ritorno dello Jedi". Del primo mutua il percorso di formazione dello Jedi e il rapporto allievo/maestro, del secondo riprende l'ambiguità del bene e del male, sempre in costante tensione e in procinto di sbilanciarsi l'uno sull'altro.
Proprio questo gioco di ambiguità, impersonificato dal trio Ben Solo (Adam Driver), Luke (Mark Hamill) e Ray (Daisy Ridley), rappresenta la parte più corposa del film. A conti fatti risulta essere vincente, ma con alcuni lati oscuri.
In primis il miscasting di Daisy Ridley, il quale, ne avevamo già parlato nel precedente post, emerge in tutto il suo peso: è doveroso ribadire che quel volto disneyano così pulito e parrocchiano, mal si presta a porre dubbi nello spettatore. Tradotto significa che, neanche per un momento, si prende in considerazione la possibilità che Ray impugni la light saber rossa dei Sith.
D'altro canto il volto sofferente e conflittuale di Adam Driver mostra l'oculatezza e la lungimiranza della produzione, lasciando in bilico, fino alla risoluzione finale, la possibilità di una sua evoluzione/redenzione. Soluzione narrativa che, però lascia l'amaro in bocca, tacendo ogni rimescolamento delle carte e confermando il punto da cui si era partiti.
E questo discorso vale, in definitiva, per tutti e tre i personaggi summenzionati.
Parlando del personaggio di Luke Skywalker, resta il dubbio se lo script ne danneggi l'immagine leggendaria o se la elevi al livello massimo; ma considerando la concezione del maestro Jedi, costante coerente nell'intera saga, viene da concludere che la sceneggiatura compie un capolavoro nel disegnare un personaggio decadente e dalla elevata complessità il cui ruolo è essenziale alla storia.
Gli altri protagonisti, da Leia a Fin, passando per Poe Dameron e Amilyn Holden (che attrice straordinaria Laura Dern) si incastonano perfettamente all'interno del mosaico complessivo e sono fattori positivi del film.
Le innumerevoli scene d'azione, per quanto sovrabbondanti e votate, in parte, al mero intrattenimento, sono figlie di una realizzazione sopraffina: tecnicamente ineccepibili e in grado di mantenere la tensione e il pathos a livelli stellari.
Ciò è segno di una produzione intelligente (possiamo tranquillamente dire "aziendalista") che sa quello che vuole, ma soprattutto sa cosa deve dare allo spettatore, anche e soprattutto a quello più attento e prevenuto . Si capisce, in ciò, chiaramente, che la realizzazione di "Rogue One" è stato un allenamento formidabile e ha permesso di accumulare tanta esperienza fondamentale per poter confezionare un prodotto successivo di tale caratura.
A tal proposito si nota con piacere l'introduzione, in una saga da sempre caratterizzata dalla pomposità e pienamente votata all'epico, dell'elemento ironico e autoironico. Ad un certo punto vediamo una navicella spaziale a forma di ferro da stiro e, nello stacco successivo, l'inquadratura di un vero ferro da stiro al suo interno, intento a stirare meccanicamente una divisa imperiale: che meraviglia. E di scene così ne è zeppo il film.
Come non menzionare poi la scelta di giocare con il tema della maschera del villain, oggetto di controversie già ne "Il Risveglio della Forza" e ridimensionata completamente fino ad essere accantonata, quasi a ledere la maestà di un elemento iconico e fortemente connotativo della saga.
In conclusione ci si trova di fronte ad un film che, probabilmente, ricalcando la struttura dei predecessori, poco aggiunge a livello di contenuti, ma che, giocando di sponda con essi e anticipando lo spettatore, inaugura un nuovo modo di concepire "Star Wars", improntato alla totale autoconsapevolezza e capace di trattare con maestria un materiale così delicato.
Aspettando il terzo atto, che presumibilmente chiuderà il cerchio, "Gli Ultimi Jedi" si inserisce a pieno titolo nell'olimpo di quell'immaginario che ha cresciuto generazioni di sognatori, portandoci ancora una volta in quella galassia lontana lontana.
Mica pizza e fichi. 

Habemus Judicium: 
Bob Harris

mercoledì 13 dicembre 2017

"STAR WARS EPISODIO VII: IL RISVEGLIO DELLA FORZA" - DUE ANNI DOPO

Sono passati due anni dalla mia non-recensione sul settimo capitolo di "Guerra Stellari". La mia disavventura che mi impedì di completare la visione è raccontata in quel post e, se avete voglia, andate a rivedervelo (Link).
In attesa dell'uscita prevista tra poche ore dell'ottavo tassello della saga, "Gli Ultimi Jedi", vorrei tornare sul luogo del delitto per concludere un qualcosa che poteva benissimo rimanere così come era, amabilmente incompleto, ma che non rendeva giustizia a una valutazione che si possa definire equidistante fino in fondo.
Ho avuto modo di completare la mia visione nello stesso modo in cui l'avevo spezzata, vale a dire infilandomi in una delle sale in cui proiettavano l'episodio VII e, così come non era mia intenzione iniziale interrompere la visione una prima volta, non era altrettanto mia primitiva intenzione il concluderla in una seconda tornata.
Solo che avevo pagato un truffaldino biglietto per assistere a quello strazio di "Vatican Tapes". Da qui l'idea malsana di fare un cambio in corsa, profittando della promiscuità del multisala, della stessa catena per'altro di quello che mi aveva sputato fuori la prima volta. Infine ho proceduto ad una seconda, stavolta completa ed ininterrotta, visione del film in dvd.
In definitiva "The Force Awakens" è un buon film ed ha anche personalità.
Perché ci vuole personalità per ribaltare i canoni del cinema classico e reazionario, di cui "Guerre Stellari" è sempre stato un paradigma. Prendi il nero e lo fai innamorare della bianca. Prendi il nero e gli fai fare lo stormtrooper con i rimorsi di coscienza e ribelle. Prendi le donne e le fai diventare davvero cazzute. Una diventa il capoccia delle truppe imperiali, l'altra diventa un Jedi in erba, ibrido tra Han Solo e Luke Skywalker.
Resta il fatto che Daisy Ridley con quelle fossette alla George Michael e quella faccia da Disney, suscita ben altre emozioni, rispetto all'aura di epicità e sacralità confacente al ruolo. Forse un miscasting, ma vedremo in futuro (cioè già da stasera).
I vecchi in realtà tornano abbastanza bene, nel senso che un occhio, se non proprio chiuderlo, lo dobbiamo serrare. E comunque, reduci da "Blade Runner 2049", Harrison Ford ce lo teniamo volentieri così com'è in episodio VII, col senno di poi molto più sobrio e basso profilo rispetto alla sua recente esibizione nei panni di Deckard. Si impegna anche abbastanza a recitare e fa ancora la sua porca figura quando ne tira fuori una dopo l'altra come la vecchia canaglia che era; certo la scena d'azione con i mercenari è una pagina di script tra le più tristi della storia del cinema.
Idem con patate per la compianta Carrie Fisher.
Il cattivone funziona alla grande, altroché, e ribadisco i motivi di due anni fa. Per di più quel faccione da pesce lesso ci può quasi stare: quasi nel senso che, in base all'evoluzione che subirà il personaggio, si potrà capire se sarà stata una scelta azzeccata o meno.
Accennando nuovamente al fatto che questo primo capitolo, palesemente introduttivo, è una copia in carta carbone di episodio IV, addirittura stesso plot e stesso svolgimento narrativo, il film, pur non aggiungendo ancora nulla alla saga, è complessivamente dignitoso. Perché poi J.J. lo gira in un modo pazzesco, che Lucas levati proprio prima e levati ancora di più dopo, col tuo bel pc e i fondali prerenderizzati. Tocca qui, è tutto massiccio.
Regia top, effetti visivi e speciali top (a parte Snooke che, si spera, sia solo uno burattino, uno specchietto per le allodole) e musiche revisioniste e nostalgiche allo stesso tempo.
Coinvolge e non stanca, i ritmi sono ben sostenuti e i passaggi a vuoto sono, in definitiva, pochi.
Finale moderatamente gasante.
Una volta corretto il tiro, perciò promuoviamo "Il Risveglio della Forza" e guardiamo con ottimismo all'imminente seguito.

Habemus Judicium:
Bob Harris

martedì 10 ottobre 2017

"BLADE RUNNER 2049" (2017) DI DENIS VILLENEUVE

«Rick Deckard: Una volta facevo il tuo lavoro. Ero bravo. 
Agente K: Era più semplice allora. »

Capolavoro! 
Allora si può fare un film all'altezza del primo, anzi superiore! 
Se prima pensavamo non si potesse concepire un seguito di "Blade Runner"[LINK], adesso non possiamo immaginare un "Blade Runner" senza il suo seguito! 
Tutte queste altisonanti dichiarazioni, da parte di chi, per mestiere, guarda i film e li giudica per gli spettatori, hanno creato un'ulteriore attesa per 2049. Certo, puzzava un po' di bruciato il fatto che venissero sparate sul trailer del film o sulle mille pagine promozionale presenti nei social. 
Si aveva quasi quasi l'impressione fossero state create ad arte per pompare il film, aumentando l'hype in modo spasmodico. Quasi a insinuare il dubbio che tali recensioni siano il frutto di gente prezzolata, cosa impensabile in un paese come il nostro, in cui siamo immuni, per fortuna, ai marchettari e ai trasformisti. 
Ma, comunque, era cosa buona e giusta astenersi da giudizi sommari e, a parte il post di alcune settimane fa [LINK] in cui giocavamo a "recensire" il poster del film, rimandare il tutto a dopo la visione. Perciò, finalmente, possiamo analizzare nel dettaglio il film. 
Trama: siamo nel 2049 sempre a Los Angeles e la Tyrrell Corporation è stata rilevata da un replicante (o forse no, non si capisce mica) di nome Wallace. L'Agente K, interpretato da Ryan Gosling, è un Blade Runner della LAPD ed anche un replicante di nuova generazione, di quelli fedeli agli umani;il suo lavoro è cacciare gli ultimi modelli di Nexus 8 rimasti. 
Mentre sta sbrigando uno dei suoi casi, viene a conoscenza di una prova che rimanda a frammenti del suo passato. Un passato che potrebbe celare delle rivelazioni importanti per l'umanità e sulle quali Wallace ed altri hanno intenzione di mettere le mani ad ogni costo. 
Finalmente questo "Blade Runner 2049" risponde all'interrogativo che da anni tormenta i fan di "Blade Runner": è giusto che il capolavoro di Ridley Scott abbia un seguito?
La risposta è NO. 
Il guaio è che parte dei motivi era ampiamente prevedibile ma, ciononostante, dopo la visione, se ne aggiungono altri. 
Di Denis Villeneuve abbiamo già parlato e ribadiamo quanto detto: regista dalla potenza visiva illimitata, un costruttore di immagini e geometrie protese alla perfezione e l'Eletto della fantascienza blockbuster di inizio terzo millennio. Perciò non ci si poteva certo aspettare un film deludente dal punto di vista visivo; anzi, si può tranquillamente affermare che la visione di Villeneuve amplifica l'universo di Blade Runner, ne allarga e migliora la prospettiva, non si limita al compitino di restituire quella grandezza, ma la eleva al quadrato avvalendosi anche di scenografie titaniche e squadrate e di una resa fotografica policromica e satura, dall'effetto ipnotico e allucinante (sempre Lynch e Refn alla base). Da questo punto di vista, "2049" è indiscutibilmente un valore aggiunto. 
Per concludere il discorso sulla confezione esterna del film, bisogna dire che, invece, la colonna sonora, pur contando sull'apporto di Hans Zimmer, è molto scolastica nella sua professione di fedeltà alla linea ed aderenza completa al capostipite, di cui riproduce praticamente in toto il sound, senza minimamente toccare le vette di poesia ed il mood di Vangelis; rinuncia ad osare e a suscitare sensazioni diverse allo spettatore. 
Diversamente, la polpa del film vorrebbe avere un gusto familiare e allo stesso tempo più fresco ed originale. Ma sulla resa complessiva pesa la spada di Damocle auto-sguainata dall'ambizione e dall'avidità di una produzione, che ha voluto forzare la mano nel riprendere un film che, proprio dalla sua autarchia e dalla sua incompiutezza compiuta (scusate il gioco di parole) traeva la sua grandezza. Il tutto per un pugno di dollari, o, forse, per qualche dollaro in più. 
A giudicare "Blade Runner 2049" come un qualsiasi film di fantascienza ne uscirebbe un giudizio positivo. Vivrebbe di rendita del comparto estetico d'eccellenza e delle prove di talenti old (Ford e Robin Wright) e new school (Leto e Gosling). 
Ma, spingiamoci anche oltre: funzionerebbe molto bene anche con questo stesso titolo, cioè decidendo di ambientarlo nello stesso universo di Blade Runner, ma seguendo una storia parallela a quella di Deckard e Rachel. E invece no, si vuole a tutti i costi creare epopee su epopee, Star Wars su Star Wars, incastrare e mischiare personaggi e trame vecchie e nuove. 
Il risultato è un prodotto insipidopesante da digerire: ingiustificato nella sua durata chilometrica, piena di passaggi a vuoto per aggiungere quantità all'entertaining; nei suoi risvolti narrativi, forzati, poco convincenti, di una banalità disarmante e, in alcuni casi, involontariamente comici. Per non parlare del fatto che il personaggio di Ana De Armas (Joy), un software dalla fattezze femminili innamorato dell'agente K, suo proprietario, è scopiazzato da "Her" di Spike Jonze, sia concettualmente sia nella scena erotica/lesbo/sentimentale in cui sono presenti la stessa Joy, l'agente K e una prostituta (che nel film manco è solo una prostituta, purtroppo): ne esce fuori una trashata da sganascioni sonori, nonostante fino ad allora Villeneuve aveva cercato pazientemente di costruire un'atmosfera credibile in stile "Blade Runner".
Il fatto è che Ridley Scott, approcciandosi alla sessualità, proponeva una messa in scena austera: dipingeva un'umanità fatiscente anche nella sua incapacità di riprodursi, mentre, dall'altro lato, i replicanti esprimevano una sessualità meccanica e straniante. Perciò la storia d'amore tra Deckard e Rachel, intrisa di sofferenza e vitalità, rappresentava un lampo nel buio e risaltava con un significato e uno spessore ben diverso. Villeneuve, invece, piazza lì un siparietto erotico fine a se stesso, intride di melenso stonato la storia tra K e Joy e, ancora una volta dopo "Arrival"[LINK], dimostra di non andarci per il sottile.
Ad ogni modo di scene buffe ce ne sono altre: un esempio è quella in cui la replicante della Tyrrell gioca a battaglia navale con dei barboni usando un satellite a distanza, tramite un visore facciale, mentre si fa fare comodamente la manicure svaccata sulla poltrona dell'ufficio. 
Se l'invincibile Ryan Gosling sarà sempre una freccia d'oro nella faretra di una produzione cinematografica e qui regge con disinvoltura, sulle sue spalle, la prima parte della narrazione, il buon Ford continua a non voler accettare il meritato pensionamento e si fa infilare anche in questo caso, nella sceneggiatura, la scenetta d'azione, ma non ce la fa più e si vede. Basta Harrison è finita, siediti là.
Jared Leto, che interpreta Wallace, fa il possibile, ma onestamente il suo personaggio, un santone magniloquente e megalomane, è completamente inutile come villain. 
Poi ovviamente un po' di fan service che diamine: la gente ha pagato per vedere "Blade Runner" e allora non basta riesumare Deckard, sparpagliare dei rimandi qua e là al primo capitolo all'inizio, per poi finire appiccicando a forza i due film. Eh no! 
Che ne pensate di una digitalizzazione di una versione giovane di Sean Young per mostrare, per una manciata di secondi, una Rachel nuova di pacca? Pippette per tutti.
Per concludere non si può che scuotere la testa di fronte a questa operazione commerciale, che annacqua l'immaginario di un capolavoro come "Blade Runner", replicandone i temi in modo più sempliciotto, introducendone altri di una certa banalità e scontatezza, smorzandone in parte le atmosfere e nella totale incapacità di riprodurre quella poetica sull'esistenzialismo e quello stile da noir anni 30'; ma, soprattutto, si dimostra non all'altezza di restituirne quell'immaginario fantascientifico decadente e straniante, non solo nella forma, ma soprattutto nei contenuti. 
Cose che voi umani non potete immaginare.

Habemus Judicium:

Bob Harris