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lunedì 19 marzo 2018

"ORECCHIE" (2016) DI ALESSANDRO ARONADIO

«Il fatto che trovassi il mondo stupido, non ti rendeva più intelligente, ma più infelice»

Un uomo sulla trentina, del quale non sapremo mai il nome, si sveglia con un fastidioso fischio nell'orecchio, uno di quei rumori che può farti impazzire. Entra in cucina e dinnanzi al frigorifero vede attaccato un post-it: «È morto il tuo amico Luigi, questo è l’indirizzo della chiesa dove in serata si svolgerà il suo funerale. Ps. Mi sono presa le chiavi della macchina». Luigi, Luigi...e chi è costui?
A complicare le cose una coppia di suore che portano nella casa il fardello del Verbo e l'anziana dirimpettaia da poco vedova.
Che volesse mettere in scena qualcosa di diverso, una commedia che esulasse dai modelli predominanti che importano la comicità televisiva, lo si vede sin dal confezionamento estetico. Alessandro Aronadio punta tutto sul B/N e su una inusuale formato video che parte dal rapporto 1:1, con cui mette discorsi e pensieri al centro dell'attenzione, e ci conduce, quasi inconsciamente, verso i più canonici 16:9.
Oltre l'impacchettamento, che vuol dire tutto e niente, è interessante anche lo spunto narrativo che sembra prendere a piene mani da "Il Fischio al Naso", prima opera del Tognazzi regista. 
Ma andiamo per gradi.
Il nostro senza nome, interpretato da un sorprendente Daniele Parisi, qui al suo esordio, è un supplente di filosofia; ha una compagna con la quale ancora non convive; quest'amico da ricordare; il maledetto fischio che non lo abbandona più; ed un certo egocentrismo, una solida visione del mondo che lo fa essere straniero/alieno in questa società folle e rapida.
E su questi elementi si apre un viaggio a piedi lungo le strade di Roma, liberata dei suoi topoi architettonici e che pochi riconosceranno; un girovagare che porterà il filosofo dinnanzi a paradossali incontri con medici, professori e presunte guide da rispettare/giudicare; un sottobosco dal quale far emergere anche un'astrusa scena rap italo-filippina che scambia il male di vivere, de "Lo Straniero" di Camus, in un colpo di sole.
Il tutto è costruito con un cast d'eccezione: Silvia D'amico, che molti ricorderanno per "Non essere cattivo" di Caligari, Piera degli Esposti, Pamela Villoresi, Milena Vukotic, Massimo Wertmuller, giusto per fare qualche nome; tra questi trova spazio anche un intellettuale, quell' Alberto Abbruzzese che aveva già saggiato il set con Nanni Moretti e che qui ritroviamo immerso in una seconda vita videoludica.
Aronadio ci propone una lunga sfilza di situazioni, espediente con cui dà un buon ritmo alla narrazione e strappa più di qualche risata. E intendiamoci il rischio di toppare, di partorire una commedia sfilacciata, un'accozzaglia di scenette appiccicate con lo sputo tra di loro è altissima.
Aronadio se la cava bene, crea una buona tensione di fondo, unisce gli elementi ed apre ad un percorso credibile. E qual è l'architrave su cui edifica il tutto?
E' quel sentirsi straniero (ah, Camus non era casuale allora), l'avere un pensiero forte eppure non possedere quelle categorie che permettono di convivere ed interpretare il mondo circostante; il nostro senza nome si ritrova così impantanato in un profondo senso di smarrimento e sfiducia, un dubitare continuo che pone in crisi le proprie certezze e fa respirare allo spettatore le atmosfere del cinema morettiano (ma vuoi vedere che pure la scelta di Abbruzzese rientri in un disegno più ampio?). E con divertimento si giunge al funerale di Luigi, dinnanzi al quale non resta che arrendersi definitivamente alla realtà.
"Orecchie" non è un capolavoro intendiamoci, non creerà alcuna rottura epistemologica nel cinema italiano, vive di esagerazioni ed astrusità, e non mancano passaggi poco incisivi che danno la sensazione di prolungarsi oltre il necessario. Nonostante ciò questa pellicola è un regalo gradito. Crea domande, incuriosisce, divide ed evita strade confortevoli e levigate.
Il tutto è tirato su con la modica somma di 150000 euro.
E questo al cinema italiano non può che far del bene.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 16 ottobre 2017

"SIGNORE E SIGNORI" (1966) DI PIETRO GERMI

« E che resti tra noi! »

I protagonisti, un gruppo di uomini, sono riuniti attorno i tavoli di un bar che dà sulla piazza principale di una cittadina veneta. Bevono caffè, leggono il giornale, fumano, e si dilettano nell'attività che più li aggrada: osservare il teatro della vita, apostrofando qua e là chi passi di lì e colga un po' la loro attenzione...toh guarda un pò là, che "vita stretta e fianchi larghi"...
Sono i protagonisti di "Signore e signori", film diretto da Pietro Germi, una delle massime espressioni della commedia all'italiana. Palma d'oro al Festival di Cannes del 1966, nonostante abbia superato il mezzo secolo è una pellicola che mantiene inalterata la sua portata.
Al centro ci sono tre storie.
Quella del Don Giovanni Toni Gasparini (Alberto Lionello) che confessa all'amico e medico Castellan (Gigi Ballista) un problema imbarazzante: l'impotenza; pettegolezzi, risate e sguardi divertiti accompagneranno ogni suo movimento.
Poi c'è Osvaldo Bisigato (Gastone Moschin), impiegato di banca che si innamora di una bella e giovane cassiera, Milena (interpretata da Virna Lisi). Peccato però che il buon Osvaldo sia già sposato con un'altra donna; ed anche i suoi amici, il meglio della società cattolica e borghese, gli voltano le spalle. Osvaldo merita solo la riprovazione sociale. 
E poi troviamo il commerciante Lino Benedetti (Franco Fabrizi) che adocchia una bellissima ragazza  "bianca come el late e dura come el marmo"; assieme al branco, approfitterà della sua disponibilità. Peccato che la giovane sia una contadina ancora minorenne e per gli smargiassi del Veneto bene la strada sembri oramai segnata: lo scandalo, il processo e l'inevitabile carcere.
Pietro Germi, anche grazie ai consigli dello scrittore Ennio Flaiano, strutturò il film come un romanzo corale evitando così quella struttura ad episodi tanto in voga in quegli anni; una scelta vincente che dà al narrato un'omogeneità ed una forza altrimenti non raggiungibile. Ed alla fine di ogni percorso narrativo i protagonisti li troviamo sempre lì, a sorseggiare il caffè al tavolino del bar, tutti che conoscono i segreti degli altri, tutti pronti a trasformarsi in predatori che danno caccia alla donna che più le aggrada.
Germi ci mostra una società isterica, immorale e putrida, che si diletta nel giudicare il prossimo, un mondo che si finge viveur ed à la page, ma irrimediabilmente chiuso in provinciali dinamiche del branco.
L'unico scopo che sembra muovere le loro povere vite è l'accoppiamento; il sesso non ha mai a che fare con l'amore, non ha alcuna forza vitale, è ridotto ad un gioco con cui sfuggire da noia o dal senso di prevaricazione sociale. E nel gioco tutto è lecito.
Si può insidiare una donna di un amico. Si può indurre alla prostituzione, con qualche piccolo regalino, una minorenne. C'è solo un altissimo e borghese limite: non fare scandalo, non abbandonare mai e poi mai il tetto coniugale, non dare fiato ai pettegolezzi.
"Signore e signori" è un'opera di satira feroce che, nonostante i suoi 50 anni suonati, inquadra molti dei vizi dell'Italia di oggi. Lo fa con un'incisività che le nostre attuali commedie non possono neanche immaginare.

Habemus Judicium:

Ismail

lunedì 2 ottobre 2017

"SONG 'E NAPULE" (2013) DEI MANETTI BROS.

«Questa è la polizia di Stato! E cosa fa l’Assessore Puglisi? Mi manda un incapace! Un pianista! Che facciamo, la serenata ai delinquenti?»
-Questore Vitali-

E dire che in Italia il cinema di genere lo sapevamo fare.
FulciBavaArgento o Di Leo, giusto per fare qualche nome, ne sono la dimostrazione.
Poi il nulla, o quasi. Caligari, tra mille difficoltà, con "L'Odore della Notte" [LINK] nel '98 riuscì a portare un (grandissimo) noir a Venezia. Salvatores, che spazi e voglia di libertà l'ha manifestata negli anni, ci ha provato con i discreti "Nirvana" ed "Il ragazzo invisibile".
In mezzo ad un piattume quasi generale emergono anche due soggetti non meglio identificati: i Manetti Bros. Autori di pellicole indipendenti a basso budget, i due fratelli romani sono tra i pochi registi dello stivale che si divertono (anche con una certa capacità) a sperimentare nel cinema di genere. Ed a partire da quel Dracula che calavano a Roma, da clandestino qualsiasi, e lo trascinavano tra i centri sociali e la musica rap, di strada ne hanno fatta.
Sono passati per il thriller con "Piano 17", si sono lanciati nello splatter di "Paura 3D" ed approdati nella fantascienza con il riuscitissimo "L'arrivo di Wang". Non tutti lavori impeccabili per carità, ma sempre connotati da libertà e voglia di mettersi in gioco. Due tipetti per cui nutrire tutta la nostra stima e simpatia.
E con "Song' e Napule" arriva il momento del poliziesco.
Prima ancora che si aprano i titoli di testa si ride di gusto con un bizzarro colloquio di lavoro.
Da un lato della scrivania c'è Vitali (Carlo Buccirosso), Questore di Napoli prossimo ad una crisi di nervi. Dall'altro Paco (Alessandro Roja), talentuoso musicista diplomato al conservatorio, disoccupato e con in tasca la spintarella dell'Assessore Puglisi.
Sono cinque minuti eccezionali in cui Buccirosso si mostra per quel che è, uno dei migliori caratteristi italiani; peccato vederlo così spesso utilizzato male nella stantia commedia italiana. Titoli di testa e ci ritroviamo due anni dopo quell'incontro.
Paco non ha la minima capacità di fare il poliziotto di strada; i superiori lo sanno e lo sapeva anche il Questore Vitali. Non poteva che ritrovarsi posteggiato all'interno del deposito merci sequestrate. Qui viene scoperto dal Commissario dell'anticrimine Cammarota (Paolo Sassanelli), uomo d'azione particolarmente risoluto, mentre suona un pianoforte.
Senza che Paco possa dire la sua, si ritrova all'interno della squadra anticrimine. Il suo compito sarà quello di infiltrasi nella band di Lollo Love (Giampaolo Morelli) esponente, che più trash non si può, della musica neomelodica napoletana.
La ragione?
Lollo Love è stato chiamato per allietare gli invitati del matrimonio della figlia del camorrista Scornaienco (Franco Ricciardi); tra gli invitati ci sarà un Keyser Söze partenopeo: Ciro Serracane (interpretato da Peppe Servillo) detto O' Fantasma, uomo senza volto da sempre primo desiderio dell'anticrimine.
Una trama semplice ma condotta magistralmente.
I fratelli Manetti rigenerano il poliziesco italiano, lo caricano di ironia, ed, attraverso un montaggio frenetico e movimentate telecamere a mano, lo catapultano in una Napoli lontana dalle banali visioni da cartolina ed ancor di più dai luoghi comuni con cui la si attacca solitamente.
Lavorano su due registri.
Da un lato quello comico, una serie di situazioni legate alla convivenza tra Paco e Lollo Love. Si ride e di gusto. Dall'altro la suspense: cresce con il giusto climax, e, come i migliori thriller, lascia lo spettatore incollato allo schermo in attesa di vedere cosa succederà.
A fare da collante tra questi due poli contrapposti c'è quello schifo di musica neomelodica (ah, le canzoni sono scritte dallo stesso Peppe Servillo): crea una bislacca alchimia in grado di stemperare i toni più esasperati e donare omogeneità al tutto. Uno schifo di canzoni, va riconosciuto, però così appiccicose che, con un certo imbarazzo, ci si ritrova a canticchiare sotto la doccia.
"Song 'e Napule" fa bene al nostro cinema è un calderone di caratteri pregno di ironia ed intelligenza, un autentico film popolare che mira a strappare più biglietti possibili al botteghino.
Il 5 ottobre uscirà l'ultima fatica dei fratelli, un gangster movie/musicale, intitolato "Amore e malavita", che sembra aver incuriosito e divertito i più che hanno assistito alla proiezione al Festival di Venezia.
Per ammazzare l'attesa andate a fare un giro RaiPlay e gustatevi questa avventura napoletana con uno streaming gratuito ed in HD. Grazie Mamma Rai!

Habemus Judicium:

Ismail