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lunedì 3 settembre 2018

"PASOLINI" (2014) DI ABEL FERRARA

Caro Abel non deve essere stato facile immaginare questa pellicola su Pasolini. La sua è una figura che sfugge da ogni categoria.
Poeta, romanziere, dialoghista, sceneggiatore, attore, critico o regista?
Pasolini la fece facile in quell'intervista rilasciata a Philippe Bouvard poche ore prima della morte: «Nel passaporto c’è scritto semplicemente scrittore».
E dire che in questi tempi il suo pensiero è rimbalzato sulla labbra di persone che difficilmente immagino con un suo libro in mano o un suo film nel lettore dvd.
Valle a capire le cose.
***
Mettiamo le cose in chiaro, "Pasolini" non è un biopic. O almeno non ha quel canovaccio, dal retrogusto televisivo, spesso seguito per questo genere: Ferrara pone l'attenzione sulle ultime ore di Pasolini sfuggendo dalla ricostruzione didascalica e cronologica di volti, fatti e pensieri
Si parte con l'intervista rilasciata a Bouvard per Antenne 2 a Parigi, famosa per il discorso sullo scandalizzare. Sullo sfondo intravvediamo "Salò o le 120 giornate di Sodoma"[LINK] ancora in fase di montaggio, il film che di lì a poco sarebbe divenuto il chiodo fisso della censura italiana.
Pasolini torna a Roma.
Ferrara ricompone i momenti familiari, nella casa dell'Eur, con la madre e la cugina; assistiamo alla visita di Laura Betti, appena tornata dalla Croazia dove ha preso parte alle riprese di "Vizi privati, pubbliche virtù", lo scandalo di Cannes '76 che avrebbe portato in aula di tribunale, per il reato di oscenità, il regista e lo sceneggiatore; riviviamo il siamo tutti in pericolo detto a Furio Colombo, simbolo di quella disillusione verso una società non più composta da  esseri umani, ma da strane macchine che sbattono l’una contro l’altra; accompagniamo poi lo scrittore a cena, nella sua solita osteria, in una Roma attraversata dalla violenza politica.
Ma il "Pasolini" di Ferrara non è una cronaca delle ultime 24 ore di vita di Pasolini. Il regista crea delle istantanee che sovraccarica (forse troppo, forse no) di significati, ed a queste accosta momenti che spezzano la realtà: ci ritroviamo a tu per tu con le ricostruzioni cinematografiche di "Petrolio", l'ultimo romanzo incompiuto, e di "Porno Teo Kolossal", il seguito ideale di Salò che rimarrà solo su carta; e l'effetto è straniante a tal punto che può far anche storcere il naso.
Il "Pasolini" di Ferrara è un progetto coraggioso che non ricerca una verità avventurandosi nelle tesi sulla morte dello scrittore bolognese; il suo obiettivo è dare immagine a ciò che non l'aveva e lo fa con un approccio volutamente frammentario ed intellettuale, trasmettendo quel senso di disillusione che si respirava all'interno delle ultime opere/parole di Pasolini. Ed è questa la vera forza/debolezza del film.
Ci lascia attoniti dinnanzi ad un corpo massacrato sulla sabbia del litorale romano. Una morte semplicistica di un uomo abbandonato, un delitto, dirà Moravia, i cui «mandanti [...] sono una legione, in pratica l'intera società italiana».
La pellicola crea una suggestione, sembra richiamare le parole spese da Pasolini per "La scomparsa di Majorana" di Leonardo Sciascia e su cui, guarda caso, la telecamera indugia ad inizio film: «È bello, è bello il Majorana di Sciascia. È bello perché ha visto il mistero ma non ce lo dice, hai capito? C'è una ragione per quella scomparsa. Ma lui sa che in questi casi un'indagine non rivela mai niente. È un libro bello proprio perché non è una indagine, ma la contemplazione di una cosa che non si potrà mai chiarire».
"Pasolini" è un film imperfetto.
E' volutamente poco cinematografico.
E' il più sentito omaggio allo Scrittore.

S.V. 
Ismail

lunedì 30 aprile 2018

"TONYA" (2017) DI CRAIG GILLESPIE

I biopic sono opinabili. I mockumentary sono molto opinabili. "Tonya" è un biopic/mockumentary ed è un film opinabile.
Partiamo dalla pre-supposta che la storia di una pattinatrice può essere declinata in varie direzioni e in mille sfumature. Però aggiungiamo che qui si sta parlando di una rocknrolla dei pattini, una personalità talmente marcata da impacchettare da sola un copione perfetto per il cinema.
La storia di uno sportivo di successo dà la succosa possibilità di farci capire la differenza tra noi comuni mortali e un...comune mortale, ma con qualcosa di sovrumano. Che sia il talento purissimo, l'ossessione per la vittoria o la maniacale ricerca della perfezione, siamo di fronte alla concretizzazione di un potenziale, in uno dei pochi casi in cui riesce ad essere incanalato nel modo giusto. 
Perché questa è la storia di Tonya: una redneck ai limiti dell'analfabetismo, sgraziata e selvaggia, ma irradiata da un talento cristallino e un machiavellico concetto di successo. Ma è anche la storia di un rapporto madre/figlia mai sbocciato o, viceversa, talmente intenso e simbiotico da porre il dubbio su quali elementi debba basarsi veramente l'amore di un genitore. 
Che piaccia o meno, il film ha il pregio di mettere a nudo la voracità di gloria che alberga nell'animo umano, perfettamente rappresentato dalle due protagoniste femminili. In tal senso risulta davvero meravigliosa la sequenza in cui la madre di Tonya, che sembra sottostimare continuamente il talento della figlia, ne è, invece, talmente convinta da spingere letteralmente la figlia a danzare sulla pista, di fronte all'insegnante che aveva rifiutato di prenderla sotto di sé.
Si diceva dello stile da falso documentario su cui è impostato il film, almeno per una sua metà, perché per l'altra si è optato per un tono da commedia piuttosto fastidioso. 
Non è chiaro se l'intento fosse quello di declinare al pop la storia di Tonya Harding; fatto è che la sensazione è che si cerchi di stemperare il dramma di un'esistenza ai margini e ai limiti ricorrendo a siparietti buffi e a un tono scanzonato. 
Il fulcro della seconda metà del film, ossia le circostanze che ruotano attorno all'aggressione a Nancy Kerrigan, pur ricostruite fedelmente, vengono messe in scena come una sorta di buffa spy story alla Lupo Alberto, alzando completamente le righe e abbassando contestualmente il pathos. Sicuramente emerge la volontà di raffigurare un ritratto di Tonya che si allontani dall'immagine infamata che l'ha accompagnata per anni, successivamente all'episodio controverso del 1994, e che la riabiliti sul lato umano; lo stesso mettere in discussione la sua colpevolezza, in modo sottile e ambiguo, ne è una prova. Ma il mezzo scelto non convince. 
Così come non convince la prova di Margot Robbie, troppo bella e troppo fortunata per recitare il ruolo di un freak. La questione si potrebbe liquidare parlando di una mancanza del classico phisique du role, ma, comparando, per esempio, la prova di Charlize Theron in "Monster" (seppur aiutata dal trucco) la risposta sembrerebbe essere che l'attrice australiana difetta di quel carisma e di quel fuoco oscuro che alberga in determinate personalità. 
Pur non essendo il film totalmente incentrato sulla pattinatrice americana, trattandosi di un biopic, toppare il casting della protagonista significa condannare il film stesso. Vedendo i filmati di repertorio della vera Tonya, ci si accorge di quanto il paragone faccia sparire Margot Robbie, e l'impressione è che proprio Tonya sarebbe stata perfetta per rappresentare se stessa. 
Siccome però dicevamo che il film vive della doppia anima femminile, al contrario Allison Janney, nei panni di Lavona Harding, è eccezionale, anzi, da brividi nel tratteggiare una personalità disturbata e parossistica. Ma questo (così come la buona prova del Winter Soldier Sebastian Sten, nel ruolo del marito di Tonya looser e mediocre) non bastano ad elevare il prodotto. 
"Tonya" non vuole eccedere nel dramma e vuole parlare il linguaggio più trendy, ma, così facendo, perde di vista l'obiettivo di sfruttare quel grande potenziale che una storia del genere è in grado di dare.
Pur potendo contare su elementi positivi che ne decretano la sufficienza, viene segregato all'anonimato da quelli negativi, e difficilmente questo film verrà ricordato.

Habemus Judicium:
Bob Harris

mercoledì 3 maggio 2017

"CONTROL" (2007) DI ANTON CORBIJN: UN DOPPIO COMMENTO AL FILM

« L'esistenza. Che importanza ha? Io esisto meglio che posso. Il passato fa parte del mio futuro. 
E il presente è fuori controllo»

1) Ordinare il dvd di "Control" dall'Inghilterra per spararmelo in versione originale con sottotitoli in Inglese credo sia stato un atto d'amore da parte mia nei confronti dei Joy Division. In realtà sto formulando una frase fatta buttata li perché si ficcava bene nella mia fluida stesura di questa introduzione. 
No, non posso definirmi un fan dei Joy Division. Sono stati uno dei primissimi gruppi che ho iniziato ad ascoltare nella mia iniziale fase di miglioramento dei gusti musicali. Eccomi lì in un periodo di transizione dalla musica pop e, ganzo ganzo, potevo difendermi (almeno per qualche minuto) con gli intenditori citando il consideratissimo e radical chicchatissimo gruppo di Manchester, elencandone qualche pezzo. Che poi mi piaceva molto ascoltarli, solo che, ovviamente, sono un po' depressivi e ossessivi, cosa che ne ha contraddistinto il sound ed è assunto a marchio di fabbrica. 
Ora sicuramente la recensione del mio illustre collega sarà più partecipata e scrupolosa della mia , perché parliamo di un possessore di vinili di entrambi gli album e afiocionado da decades: perciò vi rimando a dare l'occhiata più partecipe al suo post.
Il film è fatto molto bene.
Recitato bene dagli attori (i live sono riprodotti fedelmente e Sam Riley si avvicina molto al timbro e alle movenze di Curtis) e girato bene da Anton Corbijn, regista di videoclip che però non usa uno stile da videoclip manco per niente. Anzi il film ha un piglio documentaristico e, raramente, vedrete un biopic musicale così asciutto (vero Oliver Stone?).
Il bianco e nero fa la sua porchissima figura ed è fondamentale per immergerci nel clima ossessivo/cupo/espressivo del protagonista e, soprattutto, della provincia grigia e industriale del nord dell'Inghilterra. Il regista, tra l 'altro, aveva già avuto a che fare con i Joy Division: aveva girato il videoclip di Atmosphere, proprio in bianco e nero (nella riedizione del brano del 1988).
Il film è incentrato ovviamente su Ian Curtis; la band è contorno di patate; le donne della sua vita sono il tormento che lo farà a pezzi; l'epilessia un demone infimo che si nasconde per poi assalire all'improvviso, una sentenza di morte che non ha un perché né una speranza. Chiunque voglia avvicinarsi a questa figura misteriosa e magnetica, capire il perché del gesto estremo che ha mosso la sua mano, dovrebbe vedere questo film: ciò che "Control" ci restituisce è l'animo fragile, vessato dalla malattia e dal dolore distruttivo di un sentimento continuamente fagocitato e rigettato; consumandosi tra due fuochi, ciò che Ian non è riuscito ad accettare, è il fatto che l'amore possa diventare da un lato una prigione di doveri, una zavorra di sensi di colpa e dall'altro è l'effimero e frustrato tendere verso qualcosa di irraggiungibile.
Ciascuno di noi lotta ogni giorno con questa consapevolezza.
Ian Curtis non era un divo, era un ragazzo qualsiasi.

Habemus Judicium:

Bob Harris
2) I Joy Division sono uno dei simboli più fulgidi del post-punk.
Due soli LP all'attivo, "Unknow Pleasure" e "Closer", due capolavori che rinnovarono profondamente la scena musicali. Un alternarsi di suoni gelidi ed ossessivi (più rabbiosi nel primo, quasi levigati nel secondo) che accompagnano e riflettono le cupezze dei testi di Ian Curtis: è lo specchio di un'esistenza dilaniata, un racconto austero e fascinoso mai alla ricerca di compatimento.
L'idea di fare un film sulla figura tanto carismatica quanto fragile del cantante macuniano sfiorava la mente di qualche produttore già da circa un decennio; l'occasione era di dar immagine a "Touching from a distance", romanzo autobiografico edito nel 1995 e scritto da Deborah Woodruff, la vedova Curtis.
Dopo tanti anni si giunge a dama ed il progetto viene affidato all'olandese Anton Corbijn, un esordiente ai lungometraggi, sino ad fotografo celebre per i suoi ritratti a tanti musicisti nonché regista di numerosi videoclip musicali di importanti band come i Depeche Mode ed i New Order.
Il progetto per Corbijn rappresentava un ritorno al passato.
In un'intervista di qualche anno fa disse "I moved from Holland to England in '79 because of Joy Division". Fu grazie a quel trasferimento che arrivò la sua svolta artistica.
I dubbi prima della visione del film (quasi dieci ani fa, sic) erano molti.
I biopic sono un campo minato per i registi; a volte danno vita a prodotti simil-televisivi in cui si corre didascalicamente lungo gli eventi principali di una vita; altra volte, in caso di biopic a sfondo musicale, ci siamo ritrovati tra i piedi pellicole scialbe, infarcite a più non posso di brani musicali, tese a costruire più un'agiografia che a raccontare una storia. Altre volte ancora si è caduto nel grottesco con ricostruzioni della vita privata così goffe da sembrare quasi un inutile tentativo di smitizzare l'artista in questione.
Poi la scelta dell'esordiente Corbijn fu un bell'azzardo.
La visione di "Control" fugò ogni dubbio iniziale.
Non un capolavoro, ma sicuramente una buona prova.
"Control" muove dallo Ian diciassettenne ed intreccia il racconto della vita artistica con quella privata. Da un lato i primi passi dei Warsaw (il primo nome dei Joy Division), i concerti ed il tentativo di sfondare, una storia che accomunava Ian e soci a quelle decine di band che sorgevano dalla dirompente rottura apportata dall'ondata punk. Dall'altro lato i difficili rapporti sentimentali con Deborah Woodruff, la moglie, e la giornalista belga Annik Honorée.
Il film è quadrato ed austero, contraddistinto da un glaciale B/N (che il regista conosce molto bene) che ben inquadrano il contesto storico-sociale dell'Inghilterra operaia (bello il rapporto tra spazi urbani e persone che sembrano compenetrarsi l'uno con l'altro), nonché le luci ed ombredello Ian ragazzo.
Ricca e meravigliosa la colonna sonora, ma non poteva essere altrimenti. Tanti i brani dei Joy Division, come ovvio che sia, a cui si aggiungono David Bowie (ammirato dal giovane Ian Curtis), Kraftwerk e Sex Pistols. Ma "Control" non è solo musica. Ed è questo il grande pregio.
Crorbijn opta per i silenzi, i punti morti, gli interni degli appartamenti in cui far risaltare scricchiolii e rumori di sottofondo; è grazie all'azzeccata ricostruzione di un ambiente intimo che lo spettatore entra in simbiosi con le sofferenze dell'animo umano.
Poi c'è Sam Riley, vero punto esclamativo del film; perfetto nell'interpretare il cantante mancuniano nelle movenze e le vocalità. E si, anche la seconda, visto che i brani dei Joy Division presenti nel film (escluse "Atmosphere" e "Love will tear us part") non sono le versioni originali bensì registrazioni eseguite direttamente dal cast del film durante le riprese. Scelta coraggiosa che ha dato grande credibilità alla scena.
Corbijn se la cava egregiamente in un campo dove sono scivolati registi con ben altra esperienza. Firma una pellicola che fuoriesce dalla fanbase della band, fugge dalla banalità del mito musicale, ed apre le sue braccia al cinema.

Habemus Judicium:

Ismail

sabato 9 luglio 2011

IDI AMIN: "L'ULTIMO RE DI SCOZIA"


Un gigante di due metri, nero e dal viso bonaccione si presenta alla corte della regina Elisabetta di Inghilterra: in mano ha un casco di banane e, porgendolo simbolicamente, afferma che servirà a sfamare il popolo inglese, all'epoca (siamo negli anni 70') in piena crisi economica e lavorativa. 
Il gigante si chiama Idi Amin ed è il presidente dell'Uganda
Questo aneddoto rende perfettamente l'idea di che tipo di persona possa essere. 
Una figura carismatica, possente e prepotente. 
E' incredibile come pochi giovani conoscano una delle figure più controverse ed efferate del ventesimo secolo. A conti fatti Idi Amin ha rappresentato, seppur in proporzione minore, quello che rappresentarono Hitler e Stalin per Germania e Russia, o se preferite Saddam Hussein, Batista, Pinochet, Videla, Barrientos e compagnia bella. Un dittatore, un despota, ma, soprattutto, un bambino capriccioso e arrogante. Bambino di spietatezza disumana e brutalità spaventosa.
Personaggio misterioso, di lui si hanno fin troppe informazioni contraddittorie a partire dalla data e luogo di nascita: 1924 o 1925, chi lo sa, per il dove forse a Kampala. La sua grossa statura fisica unita al suo peso lo predispongono fin da piccolo a una carriera da peso massimo di pugilato, divenendo campione Ugandese dal 51 al 60. 
Dopo lavoretti saltuari, si arruolò nell'esercito britannico, divenne soldato della King's African Rifles, corpo militare dei possedimenti coloniali britannici e arrivò al grado di effendi, ufficiale di sicurezza, il più alto grado conferibile ad un africano. 
Lui dichiarò di aver preso parte alla seconda guerra mondiale, cosa assai improbabile e, da più parti, smentita. Niente di strano, la complessa personalità di Amin comprendeva la berlusconiana caratteristica di sparare stupidaggini e spacciarle per verità. Mentire era nelle sue corde, come quando affermava che le ragazze che entravano nella sua tenda e con le quali veniva sorpreso dai commilitoni erano sue Dada, cioè sorelle, in ugandese: da qui il soprannome che porterà sempre con sé affiancato al suo nome, Idi Amin Dada. 
Tornato in Uganda diviene sottotenente e, in quegli anni (siamo tra il '61 ed il '62), beneficia dell'indipendenza ugandese e del regime instaurato da Obote, scalando ulteriori posizioni nell'esercito (da capitano a generale, fino a comandante dell'esercito). 
Amin era uomo di fiducia di Obote. Con lui si diede al redditizio contrabbando di oro, caffè ed avorio. Capirete, quindi, che, fin dagli inizi, l'animo del giovane gigante era facilmente corruttibile e concupiscente. 
L'idillio fra i due era però destinato a rompersi: Amin era ambizioso e puntava a scalzare Obote dal trono: iniziò a reclutare membri delle etnie Nubiane, per comporre un suo esercito personale. E' evidente il suo intento di preparare il classico colpo di stato militare, tanto in voga presso regimi fragili e instabili  dell'Africa. L'occasione fu la notizia, appresa da Idi, dell'intenzione di Obote di farlo arrestare per essersi appropriato di stanziamenti di armi.
Giunse così il golpe ed il 25 gennaio 1971 sale al potere. Col senno di poi le reazioni entusiastiche dei governi occidentali  (Gran Bretagna, Stati Uniti ed Isreale in primis) che ne seguirono, oggi hanno l'amaro sapore della beffa. 
Amin avrebbe egregiamente dimostrato di essere ben diverso da quel buon giocatore di calcio descritto dal Foreign Office britannico. Diciamo che, più che altro, a calcio ci giocava con le teste degli oppositori politici. Teste che non scarseggiavano di certo, essendo operative, e sotto il suo strettissimo comando, le Squadre Della Morte, un gruppetto ben selezionato con il compito di scovare, torturare e annientare oppositori politici e intellettuali dissidenti. Amin ebbe a dire a riguardo: «I miei nemici? Li faccio a pezzi e li do in pasto ai coccodrilli e i loro peni li attacco alla cintura »
In mezzo a tutto ciò vennero compiuti i peggiori crimini: genocidi, persecuzioni razziali (nei confronti dei gruppi etnici degli Acholi, Lango e Indiani, per citarne alcuni) e religiose, donne e bambini compresi. 
Tant'è che, come dichiarò Henry Kiemba (a lungo ministro della sanità del Paese) nel suo libro A State Of Blood, ormai Amin non si preoccupava neanche di far seppellire i cadaveri delle persone uccise; li lasciava ai coccodrilli, i quali, udite udite, affermava di controllare con il pensiero: non può non starvi simpatico un personaggio così, con quel bel faccione paffuto. 
Era un colorito folle omicida, un tantino megalomane. 
Fatto sta che l' International Commission Of Jurists ha documentato oltre 800 mila uccisioni. 
Niente male. Si dice che fece uccidere persino uno dei suoi innumerevoli figli (era poligamo) ed è certo che fece uccidere una delle sue mogli, colpevole di averlo tradito; il come è terribile: la fece a pezzi, la ricucì (scena presente nel film "L'ultimo Re Di Scozia" anche se in parte falsa; nella pellicola, per dare un impatto visivo più sconvolgente, gambe e braccia vengono ricuciti invertiti), e fatta trovare nel bagagliaio di un auto.
Molti sostengono fosse cannibale
C'è un episodio che viene ritenuto abbastanza credibile: durante una riunione del consiglio dei ministri ugandese, il ministro del bilancio tentava di spiegare a Sua Eccellenza le difficoltà a far quadrare i conti. Amin sosteneva che era solo una questione di numeri, mentre il ministro ribatteva che la finanza era qualcosa di diverso fatto fa variabili complesse. 
Al termine della discussione, Amin chiamò il suo ex professore di matematica, lo uccise e gli mangiò il cervello. Ora finalmente avrebbe compreso il bilancio. 
E tutti quelli che non consumava sul momento, leggenda vuole, se li pappava con calma dopo averli conservati in frigorifero. Insomma, Hannibal Lecter al confronto sembra uno naif e ingenuo rispetto al sadismo brutale di Big Daddy (si, si faceva chiamare proprio così). 
Le stravaganze di Idi, se così vogliamo chiamarle, vennero accolte con ironia ed ilarità dall'opinione britannica ed occidentale in generale. Veniva dipinto come un buffone narcisista. Ci si fermava alle innumerevoli medaglie che ostentava sulla sua camicia ed ai numerosi titoli che si autoconferì: "Sua Eccellenza il Presidente a vita, Feldmaresciallo Al Hadji Dottor Idi Amin, VC, DSO, MC, Signore di Tutte le Bestie della Terra e dei Pesci del Mare e Conquistatore dell'Impero britannico, in Africa in Generale e in Uganda in Particolare". Ci si limitava a rappresentarlo come un grosso omone animalesco, fatto che lo connotava come personaggio comico ed eccentrico. 
Ma dopo le confessioni del ministro della sanità, i pochi che continuavano a vederlo in questo modo, ebbero ben poco da riderci su. 
L'espulsione degli asiatici presenti in territorio ugandese fu il nuovo botto che scandalizzò l'opinione pubblica mondiale. Le relazioni con l'occidente si fecero tese. La scelta ebbe anche ricadute disastrose sull'economia: i 50 mila asiatici espulsi si occupavano di piccole e medie imprese ugandesi.
Ma che ci volete fare? 
Ad Amin lo aveva detto Allah di cacciarli. 
Eppoi secondo lui gli asiatici ciucciavano latte dalla mammella della vacca Uganda senza apporre contributo al suo benessere economico. 
L'arroganza e supponenza di Amin lo spinsero a caricare a testa bassa un po' dappertutto. Big Daddy attaccò il Kenya rivendicandone parte dei territori e fu persuaso a desistere dal suo proposito solo dopo aver constatato che, lungo il confine keniota, erano stata disposte ingenti truppe e mezzi corazzati. 
Non pago troncò i rapporti con Israele, sostenendo apertamente l'OLP palestinese. Riguardo ad Israele disse: «Hitler ha fatto bene ad uccidere sei milioni di ebrei». 
L'allontanamento di Israele fu seguito da una politica di avvicinamento alla Libia ed all'URSS. Seguì il conseguenziale gelo con Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. 
La rottura con la Gran Bretagna portarono Amin ad autoconferirsi un altro titolo: si autoproclamò ultimo Re di ScoziaPerché mai, ci si può chiedere. 
Bene, come soldato coloniale, Idi era stato agli ordini di ufficiali scozzesi, maturando nel tempo una forte simpatia per il popolo e la cultura scot. Spiegazione più semplice non si può trovare.
Ed ecco parate militari e manifestazioni ufficiali in kilt e cornamusa, un mondo straniante ed imbarazzante se associato ad un paese africano. Sicuramente però per il dittatore ugandese era l'ennesima occasione di ostentazione e appariscenza, poteva rimanere al centro della scena.
Il tracollo era però vicino. 
E' quasi unanime che l'avvenimento centrale per la caduta del suo regime fu il dirottamento di un volo Air France; siamo nel 1976 ed a bordo c'erano una cinquantina di delegati israeliani. 
A una prima fase di negoziazioni fallimentari, in cui fu proposto di rilasciare solo gli ostaggi non israeliani, seguì una seconda in cui vi fu l'intervento delle truppe di Israele (gente d'azione, molto più a loro agio con in mano un fucile che con una Bibbia) che portò alla liberazione degli ostaggi, salvo qualche trascurabile perdita umana. La classica goccia che fece traboccare il vaso fu il tentativo di Idi di invadere la Tanzania. Da qui la sua deposizione. L'esercito tanzaniano, assieme ad alcuni ribelli ugandesi lì rifugiatisi, prese Kampala, la capitale dell'Uganda. Le perdite per la Tanzania furono di un carro armato. Non un carro armato vero eh...probabilmente solo un modellino appartenente al figlio di qualche soldato.
Amin fuggì e trovò rifugio in Arabia Saudita, vivendo grazie ad uno stipendio governativo gentilmente concesso e senza farsi un giorno di carcere per i crimini commessi; qui vi morì nel 2003 per grave complicazione da insufficienza renale.
Ah, dimenticavo. 
Tentò di tornare in Uganda nel 1989 e riprendersi il trono, ma fu fermato in Zaire e convinto dal presidente Mobutu a fare dietro front. Così trascorse gli ultimi anni di vita in esilio a guardare film della Disney, che tanto gli piacevano, e a sognare la sua morte, che lui più volte aveva annunciato essergli apparsa in una delle sue fantasiose visioni, probabilmente dovute (si ipotizza) a neurosifilide
l regno di Idi Amin Dada fu caratterizzato dalla violenza più selvaggia, dalla furia e dalla prevaricazione sul più debole; a farne le spese furono centinaia di migliaia di innocenti. 
Nonostante ciò, è incredibile constatare come ancora molte persone vedano Amin come il messia dell'Uganda se non dell'Africa intera. Sarebbe troppo facile insistere col dire che sono degli sciocchi e che lui era solo un folle maniaco. In realtà il progetto di Amin di un'Africa libera dal potere occidentale era un proposito giusto e ammirevole. E di fronte all'Apartheid ed al colonialismo non poteva che suscitare entusiasmo tra la popolazione; a suo modo poteva rappresentare quell'Africa che osava sfidare apertamente le grandi potenze occidentali e gli invasori (seppur, a conti fatti, ciò è accaduto solo su un piano meramente dialettico). A ciò si aggiunge il raggiungimento di un benessere inconsueto per una parte di un continente in perenne crisi politica ed economica. I mezzi utilizzati furono però spaventosi.
***
Nel 2006, tre anni dopo la morte di Idi Amin Dada, è uscito il film ispirato alla sua vita: "L'ultimo Re Di Scozia" diretto da Kevin Macdonald. 
Il film, che ha come protagonista il medico personale del dittatore (personaggio di fantasia interpretato da James McAvoy), segue le vicende che vanno dall'instaurazione del governo di Amin fino alla presa degli ostaggi del volo Air France. 
Essendo protagonista un personaggio mai esistito, necessariamente parte degli episodi narrati sono inventati, anche se, spesso sono il frutto di un collage di eventi reali (un esempio è l'episodio della moglie di Amin). E non è un caso che la scelta di dirigere il film sia caduta su un esperto regista di documentariPerciò, anche se romanzato, il film è uno strumento eccezionale per comprendere di più la personalità di Idi. 
Il cast è fondamentale nella resa finale: McAvoy non è semplicemente bello, è bravo ed il suo futuro da attore di livello mondiale sembra assicurato. Ed ottime sono le prove del resto del cast. 
Discorso a parte per Forest Whitaker (nelle vesti di Amin). A riguardo vi dico solo che "L'ultimo Re di Scozia" ha vinto tutto grazie alla sua interpretazione: Oscar, BAFTA e Golden GlobeE pensare che all'inizio non era stato preso in considerazione per la parte, essendo considerato un attore bonaccione e intellettuale. Il provino per la parte però smentì tutti, in primis il regista, fra i più scettici. 
Whitaker restituisce perfettamente l'immagine di un uomo dall'aria buona e giocherellona, come Idi era, eppure tirannico e feroce. Entrambi, l'attore e il personaggio storico, hanno un viso paffuto e bonaccione, seppur con una diversa sfumatura: quella di Amin era uno sguardo truce, Whitaker riesce ad aggiunge un velo di perversione infantile
Un pezzo di storia dell'umanità è stato scritto col sangue: "L'Ultimo Re di Scozia" ce lo ricorda egregiamente, aiutandoci a comprendere le possibili dinamiche che il potere può innescare.

Habemus Judicium:
Bob Harris

sabato 12 marzo 2011

DANNY POP: "127 ORE"

«Adesso ho tutto chiaro, sono io, l'ho scelto io, questa roccia è stata qui ad aspettarmi per tutta la vita, tutta la sua esistenza, fin da quando era solo un meteorite, un milione, un miliardo di anni fa, lassù nello spazio, ha aspettato di venire qui, proprio, proprio qui, per tutta la vita sono andato verso di lei, da quanto sono nato ogni mio respiro, ogni mia azione mi ha guidato fin dentro questa crepa sulla superficie della terra »
-Aron-


Pop. Una parola per descrivere un artista: Danny Boyle
Il regista di Manchester ha fatto fortuna grazie al suo stile sensibile alla cultura di massa, brillante e ipercinetico. La consacrazione è arrivata ufficialmente con "The Millionaire", fruttatogli 8 premi Oscar, ma di quelli che contano (tra cui miglior film e miglior regia).
Dopo aver sbancato il Kodak Theatre di Los Angeles, a 2 anni di distanza, Boyle decide di rilanciare con un progetto sulla carta assai bizzarro: la storia di Aron Ralston, ingegnere meccanico appassionato di trekking, che si ritrovò, durante l'escursione nel Blue John Canyon nello Utah, con un braccio bloccato da una roccia all'interno di una crepa del canyon e che, per salvarsi, dopo essere stato cinque giorni intrappolato, decide di tagliarselo.
Di per sé la vicenda, nonostante assuma dei risvolti gore nel suo sviluppo, non sembrerebbe offrire materiale sufficiente per potervi fare un film sopra. E comunque grande era il rischio di trascinare lo spettatore nella noia più totale, distogliendolo dall'immedesimarsi con il protagonista, cosa che avrebbe impedito di trasmettergli il grande messaggio di vita che sta alla base dell'opera. 
Per questo trasporre su schermo il libro di Aron Ralston "Between a Rock and a Hard Place" sembrava una vera e propria sfida. Sfida che alcuni registi avrebbero sicuramente accettato, ma credo pochi di quelli con una statuetta in tasca, specie se freschi di vittoria.
Boyle, si mette alla prova, dimostrandoci quanto sia eclettico nell'affrontare i temi più disparati, pur mantenendo il suo stile inconfondibile (roba da Polanski...).
Risultato? Ci riesce alla grande!
Come? innanzitutto imposta il film come una sfida di sopravvivenza e ciò è chiaro fin dal trailer. Una vicenda che presenta dei momenti tragici viene invece affrontata con la giusta vivacità e il personaggio di Aron è caratterizzato come un tipo cool, un outsider che preferisce la natura ai parties, cosa che lo rende ancora più figo. Non mancano momenti che suscitano emotività, soprattutto quando Aron si rende conto che la sua vita è appesa ad un filo e probabilmente non rivedrà più i suoi cari. 
Ma il tutto è alleggerito da momenti brillanti, anche nel dramma (il finto programma radiofonico inscenato da Aron, in cui ironizza sulla sua condizione e sulla sua imprudenza) e scene cult (Aron riguarda il video insieme a due escursioniste girato con la videocamera e prova a masturbarsi in quella situazione estrema, con ovvi scarsi risultati). 
Ma ciò che rende il film interessante sono le inquadrature di Boyle. Roba da videoclip. 
I primissimi piani su un grande James Franco, bravissimo a reggere la parte, giocata tutta sulla mimica facciale, il focalizzarsi sui dettagli, sugli oggetti che Aron ha a disposizione; tutto ciò permette allo spettatore di concentrarsi  sull'ambiente e sull'azione, resa anche più piacevole da alcuni virtuosismi (rallenty e  divisione di più scene nella stessa inquadratura). La sensazione è di stare lì con lui, intrappolati in quel canyon. E non si risparmia nemmeno di mostrarci le scene esplicite, difficili da digerire anche per i meno schizzinosi, ricordandoci che Boyle è stato regista anche di film horror ("28 Giorni Dopo").
La tensione va in crescendo e, nonostante il ritmo sia troppo spezzettato da flashback, allucinazioni e visioni passate e future (beh, comunque in qualche modo bisognava ovviare alla mono-ambientazione), si giunge al momento liberatorio (sia per Aron che per lo spettatore) che porta con se un messaggio forte e chiaro: "127 ore" è un inno alla vita e alla natura (e non è caso che ho deciso di vedere "Into The Wild (Link)" dopo aver visto questo film).   
Da vedere.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 7 marzo 2011

CHRIS MCCANDLESS: UNA VITA INTO THE WILD

«Lungo le due rive del fiume gelato si stendeva la cupa e tetra foresta di abeti, dai quali il vento aveva appena spazzato il manto di brina. Nella luce crepuscolare quegli alberi neri e sinistri sembravano inclinarsi l'uno verso l'altro. Un silenzio minaccioso incombeva sul paesaggio, privo di qualsiasi segno di vita o di movimento, e desolato e freddo al punto da non poter ispirare che un solo sentimento: quello della più triste malinconia. E nello stesso tempo pareva che da quel paesaggio trapelasse una specie di riso, un riso ben più spaventoso di qualsiasi malinconia o tristezza, un riso tragico, come quello di una sfinge, un riso agghiacciante più della brina e che rammentava l'incombere minaccioso dell'ineluttabile. Era la saggezza potente e impenetrabile dell'eternità che irrideva alla vita, alla sua futilità e agli sforzi degli uomini. Era il Wild, il selvaggio Wild delle spietatamente gelide terre del Nord»
-"Zanna Bianca", Jack London-

Pare che, da quando nelle sale di tutto il mondo è uscito il film "Into The Wild" di Sean Penn, vada ancora più di moda sognare avventure nella natura selvaggia. 
Viene da chiedersi se tale sentimento sia da attribuire al bel film dell'attore statunitense, inaspettato assente alla notte degli Oscar (non senza strascichi polemici). 
La mia risposta è assolutamente no. 
Per carità il film merita, il montaggio disordinato paga, rende la narrazione non lineare, conferendo ad ogni sequenza un valore poetico a sé stante, piccole parti che vanno a formare quel quadro d'autore che è "Into The Wild". Ed è questa la similitudine che meglio rispecchia la pellicola (e così che deve averla pensata Penn), visto il richiamo palese alla pittura nei pensieri Chris che prendono forma sullo schermo.
Lo spettatore rimane incantato, in totale immedesimazione con lo stupore del protagonista, dai paesaggi che la madre terra offre a coloro che, coraggiosamente, decidono di immergervisi. 
Non c'è che dire, il continente americano è stupendo, ma lo sapevamo già dai tempi di "Easy Rider" (almeno io...). A ciò aiutano le musiche di Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam e le melodie alla chitarra di Micheal Brook e Kaki King, che nel loro tranquillo andamento, ben esprimono la pace e la calma che luoghi del genere trasmettono. 
A ciò vanno aggiunte delle ottime prove d'attore, da parte dei protagonisti, Emile Hirsch su tutti (la sua trasformazione fisica è da vero camaleonte). 
Unica nota stonata la fastidiosissima e invasiva voce fuoricampo della sorella di Chris che funge da narratrice dei suoi pensieri. Vecchia lezione di cinema: si usano le parole laddove non si è in grado di mostrare le cose con le immagini. Niente di grave però.
Targa apposta dal padre di Chris al momento di visitare il Magic Bus

Detto di come il film sia un gran bel prodotto bisogna riflettere su una cosa: la storia di Chris McCandless basta da sola per trasmettere una forte emozione per ciò che egli ha vissuto ed a suscitare uno spirito di emulazione. Inoltre il triste epilogo, il modo in cui esso è avvenuto, contribuisce a creare curiosità morbosa e riempie la vicenda di un tragico fatalismo. In poche parole ti entra nella pelle.
Riporto qui brevemente la sua biografia: Chris McCandless nasce il 12 febbraio dell'anno 1968 nel Sud della California, da Walt McCandless, un dipendente della NASA, e Wilhelmina Johnson, un'impiegata. Dopo sei anni a El Segundo, la famiglia si sposta in Virginia. Nel 1990 si laurea con il massimo dei voti in Storia e Antropologia all'università Emory. Benestante di famiglia, decise di attraversare l'Ovest Americano da solo, dopo aver donato i suoi 24.000 dollari di risparmi alla Oxfam.
Intraprese inizialmente il suo viaggio con la sua vecchia auto, una Datsun B210 gialla del 1982, un acquisto dell'ultimo anno di liceo con cui Chris amava viaggiare durante le vacanze scolastiche. 
La Datsun fu in seguito ritrovata da un gruppo di ricercatori di fiori rari nel deserto del Mojave: all'interno Mccandless aveva abbandonato una chitarra Gianini, un pallone da football, un sacchetto di immondizia pieno di vecchi indumenti, una canna da pesca, 10 kg di riso, un rasoio elettrico nuovo, un'armonica a bocca, i cavi della batteria e le chiavi. 
Il ragazzo abbandonò il proprio mezzo a causa di un'ondata d'acqua (proveniente dal fiume accanto al quale si era accampato) che bagnando il motore aveva reso l'automobile inutilizzabile. Prima di lasciare la sua auto bruciò i propri risparmi e si liberò di ogni prova della sua identità, gettando via anche la targa dell'auto. Proseguì quindi a piedi facendo autostop, girovagando tra Stati Uniti occidentali e Messico settentrionale.
Replica del Magic Bus
Trascorse gli ultimi 112 giorni della sua vita nei boschi dell'Alaska, nel parco nazionale di Denali, avendo come unico rifugio un vecchio autobus abbandonato, da lui chiamato Magic Bus (attualmente meta di pellegrinaggio da parte di coloro che sono rimasti affascinati dalla sua storia). 
Per un certo periodo, Chris riuscì a sopravvivere con l'ausilio di pochi strumenti: un fucile calibro 22, una sacca di riso, un libro sulle piante commestibili del luogo, ed altri semplici oggetti da campo. 
Fu ritrovato morto dentro l'autobus nell'agosto del 1992 da due cacciatori, i quali scoprirono il corpo a due settimane dal decesso. Ufficialmente è morto di fame (al momento del ritrovamento il cadavere pesava circa 30 kg), ma altre possibili cause sono il freddo e l'aver accidentalmente ingerito alcune piante velenose. Nel vecchio autobus, accanto al cadavere, furono ritrovati numerosi appunti da lui scritti, una macchina fotografica con cui aveva effettuato degli autoscatti, una borraccia di plastica verde, alcune pastiglie per purificare l'acqua, un paio di pantaloni imbottiti, guantoni di lana, una bottiglia di repellente per insetti, un cilindro consumato di burrocacao, una scatola di fiammiferi, un paio di stivali in plastica marrone e alcuni libri di autori quali Tolstoj e London. 
A questo proposito ho letto il libro di Jon Krakauer dedicato allo sfortunato ragazzo: "Nelle Terre Estreme". 
Il percorso visione film/documentazione in rete/lettura libro è spesso seguito da chi, come me, desidera approfondire e capire a fondo la vicenda. Lo stesso film suggerisce un rimando di questo tipo quando, prima dei titoli di coda, ci mostra una foto del vero McCandless con una didascalia che ci informa dei fatti successivi. 
La personalità di Chris presenta molteplici sfumature e risulta essere davvero complessa. 
La prima cosa da dire è il rifiuto di ogni forma di autorità. Da ciò deriva la totale avversione per i genitori e il disprezzo per le istituzioni e le convenzioni. Non a torto Krakaeur nel suo libro arriva a dire che Chris non detestava i suoi genitori in quanto tali, ma detestava la figura stessa del genitore.
Deluso dal profondo materialismo dominante nel mondo, ma soprattutto in una società capitalistica come quella americana, dimostrava di rifuggire la civiltà persino nelle cose meno importanti (indossava le scarpe senza i calzini). La rabbia che Chris aveva nei confronti della società americana è la stessa che ha portato molti altri giovani americani come lui a compiere gesti estremi anche più del suo. 
Si potrebbe dire che era un disadattato, un asociale, ma si tralascerebbe il fatto che aveva molti amici ed era comunemente considerato simpatico. Inoltre aveva grande capacità di relazionarsi con gli altri e chiunque fu interrogato come testimone, per aver incontrato Chris, serba di lui un bel ricordo. Come ad esempio Mary la madre di Wayne Westerberg, agricoltore che prese McCandless a lavorare nella sua azienda.
Due giorni prima della sua partenza Mary invitò il ragazzo a casa sua per cena. «A mamma non piace granché la gente che lavora per me» racconta Westerberg «e non era molto entusiasta nemmeno di incontrare Alex [il nome fittizio di Chris, nds]. Solo che l'avevo tormentata che doveva vederlo, doveva conoscerlo, così alla fine l'ha invitato a casa. Nel giro di due secondi andavano già d'amore e d'accordo e non hanno chiuso bocca per cinque ore». 
«C'era qualcosa di affascinante in quel giovane» spiega la signora Westerberg, seduta al lucente tavolo in noce su cui quella sera aveva cenato McCandless. «Mi colpì perché sembrava molto più vecchio dei suoi venti-quattro anni. Qualsiasi cosa dicessi, voleva saperne di più [...]. A differenza di molti di noi, era quel genere di persona che si sforza di mettere in pratica quello in cui crede. Passammo quattro ore a parlare di libri, e non c'è tanta gente a Carthage a cui piaccia farlo. Parlò e riparlò di Mark Twain e, santo cielo, quanto era divertente come ospite. Ricordo di aver desiderato che quella serata non finisse mai e non vedevo l'ora di rivederlo quest'autunno. Non riesco a togliermelo dalla testa, continuo a rivedere la sua faccia». 
E non era totalmente alieno dall'universo femminile: sappiamo che al college tentò di portare in camera una sua compagna e, quando si trovava nell'accampamento di Oh My God Hot Springs ( si si, chiama così...), passò una settimana a stretto contatto con una ragazza che era accampata con la roulotte della sua famiglia, senza però mai consumare. E di questo siamo quasi certi: McCandless rimase puro fino alla morte, in un'austera verginità.

Emile Hirsch nei panni di McCandless
Non si sa se fosse impacciato o rigido asceta tendente alla castità eterna, di sicuro ( e secondo me a ragione) era nauseato dal modo ossessivo in cui l'argomento sesso viene affrontato nella nostra società. Si insomma va bene che siamo animali, però esistono altri piaceri e altre bellezze che vanno oltre il sesso (parafrasando una frase di Al Pacino ne "L'avvocato del diavolo": «il sesso è sopravvalutato, biochimicamente non è diverso da una grande scorpacciata di cioccolato»). 
E così deve averla pensata il giovane laureato, quando decise che avrebbe goduto di un altro piacere che la vita ci offre: vivere a contatto con la natura. 
Oltre ad essere profondamente anticonformista Chris aveva una naturale propensione ad isolarsi. Sembra una contraddizione, ma forse ha ragione Krakaeur quando dice che lui era un tipo che amava la compagnia, ma a piccole dosi, dopodiché sentiva la necessità di tornare sulla sua collinetta a riflettere in pace per i fatti suoi. 
Altra caratteristica assieme all'individualismo determinante ai fini della comprensione della sua vita, e ancora di più della sua morte, era la grande determinazione emersa fin da piccolo, come quando per poter mangiare delle caramelle, penetrò di notte nella casa del vicino, lontana sei isolati dalla sua, per rubargliele dal cassetto. 
Perciò ora è più facile capire perché un ventiduenne con grandi prospettive ed un'intelligenza acuta abbia deciso di mollare tutto (persino il suo nome: adottò il nome di Alexander Supertramp) e partire per il nord, fino ad arrivare in Alaska e al famoso Magic Bus. 
Difficile capire però perché vi rimase fino alla lenta morte. 
La risposta è semplice: incoscienza e sfortuna
Incoscienza perché si presentò in quell'ambiente con scarse provviste e ancora più scarsa attrezzatura; ma soprattutto non si curò di portare con sé né bussola né mappa topografica. Altrimenti nel periodo di stenti e fame, si sarebbe ben avveduto di accorrere ai rifugi sparsi intorno alla sua zona, in cui avrebbe trovato provviste. Oppure al momento di fare dietrofront avrebbe saputo che, per attraversare il fiume, a meno di un chilometro, si trovava una cesta metallica che lo avrebbe aiutato a farlo. 
Vi chiederete come abbia fatto all'andata: semplicemente era arrivato in primavera, quando i ghiacci sono ancora intatti, e decise di tornare in dietro verso l'estate, quando v'è il disgelo e il ruscello, che aveva guadato senza difficoltà mesi prima, si era trasformato in un torrente impetuoso
A questo punto interviene la sfortuna. A fine luglio, ormai a corto di cibo (nonostante riuscisse a cacciare molte prede, esse erano spesso di piccola taglia, perciò le calorie acquistate non compensavano quelle spese) inizia a nutrirsi di una patata selvatica, pianta nota come hedysarum alpinum
Nel suo manuale di botanica era riportata come pianta commestibile. In realtà solo successivamente si è scoperto che contiene una quantità di tossicità che ha come effetto di impedire l'accumulo di energia a livello di organismo. Perciò anche se avesse cacciato e mangiato, avrebbe assimilato poche calorie. 
Fu così che arrivò a quel 18 agosto del '92. Molti ritengono che la scelta di McCandless, il suo ideale di purezza fossero qualcosa per cui vada glorificato e innalzato ad eroe; si sottolinea una filosofia di vita che, paradossalmente lui stesso, alla fine probabilmente ripudiò
Ciò è testimoniato dal suo voler tornare indietro dopo 60 giorni in Alaska, dal messaggio di aiuto scritto il 12 Agosto: « S.O.S. Ho bisogno del vostro aiuto. Sono malato, prossimo alla morte, e troppo debole per andarmene a piedi. Sono solo, non è uno scherzo. In nome di Dio, vi prego, rimanete per salvarmi. Sono nei dintorni a raccogliere bacche e tornerò stasera. Grazie»; nonché dalla nota a margine che scrisse in uno dei suoi ultimi giorni di vita: «Felicità è vera solo se è condivisa». 
Alla fine Chris capì che il bello della vita è poter condividere le proprie emozioni con gli altri, soprattutto con le persone a noi care, che tanto detestava (anche se aveva uno splendido rapporto con la sorella), ma che forse, se fosse sopravvissuto alla sua maturazione, avrebbe imparato ad apprezzare. 
Ci lasciò con un messaggio semplice: «Ho avuto una vita felice e ringrazio il Signore. Addio e che Dio vi benedica». Chris McCandless ha incarnato un spirito di totale libertà. Che un Dio benedica te.

Chris con in mano il biglietto d'addio
Habemus Judicium:


Bob Harris