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lunedì 5 novembre 2018

SPECIALE R&R (PARTE V): "NON VIOLENTATE JENNIFER-I SPIT ON YOUR GRAVE", OSSIA L'APICE DELLA VIOLENZA

Incipit: 
E' l'ottobre del 1974 e Zarchi è in macchina assieme ad un suo amico. Lungo il ciglio della strada vedono una ragazza: ha gli abiti strappati ed è coperto di sangue. Si stava recando ad un appuntamento con un amico dell'università, poi due uomini l'hanno assalita.
Zarchi e l'amico le prestano soccorso e, pensando di far la cosa giusta, decidono di portarla al vicino comando di polizia.
Il regista dovrà fare i conti con una seconda disumanità.
La ragazza ha una mascella rotta ed ha difficoltà a parlare. 
Il solerte poliziotto che prende il caso inizia ad interrogarla: vuole avere una risposta a tutte le sue domande. 
Per le cure mediche si troverà il tempo.
***
"Non Violentate Jennifer-I spit on your grave"(1978) di Meir Zarchi

«Mettiti nei miei panni, quello che ho fatto con te chiunque lo avrebbe fatto» 
-Jhonny il benzinaio

Un minorato mentale, due perdigiorno che infilzano coltelli nella terra ed un benzinaio. 
Il bowling rompe le palle dopo un po' ed al cinema c'è sempre il solito film. 
È una merda essere dei rednecks
Poi però il branco trova il progettino che può rompere la routine. Nel paese è arrivata Jennifer, una bella biondina di New York e, si sa, «da quelle parti le donne si vendono per un soldo». La tipa ha preso in affitto una casetta isolata lungo il fiume dove poter scrivere in tutta tranquillità il suo primo romanzo. 
Il branco ha spazio libero, si prepara e si lancia nello stupro. 
Ecco cari lettori, "I Spit on Your Grave" ci propina un'interminabile mezz'ora di disagio visivo: una violenza maschilista senza precedenti che umilia, massacra e lascia un copro inerme sul pavimento. Viene voglia di riempirsi i polmoni e gridare tutto l'orrore a cui si è dovuto assistere: "Non violentate Jennifer" non è un'opera cinematografica, è violenza un tanto al chilo. E' robetta tirata su solo per far scandalo ed assetare i palati sanguinolenti. 
O forse no? 
"I Spit on Your Grave" segue il canovaccio di molti suoi predecessori: la contrapposizione tra la gente di campagna e quella di città; l'autodeterminazione femminile; la contrapposizione tra il vecchio e nuovo; il conflitto tra le classi sociali. 
Ma "Non violentate Jennifer" è molto di più, è una degenerazione/esaltazione di tutti i suoi predecessori; e Zarchi osa a tal punto che il rischio di travisare il messaggio è dietro l'angolo. 
Torniamo a quella interminabile mezz'ora. 
La messa in scena è incredibilmente cruda e realistica
Manca ogni stacco sonoro che dia una almeno una parvenza cinematografica alle scene. Lo stesso si dica per la regia: Zarchi indugia sulle violenze con una telecamera fissa che pare esser rimasta accesa lì per caso. Lo spettatore diventa irrimediabilmente un voyeur che rimane invischiato nella melma che sta guardando. 
Il messaggio arriva forte e chiaro e non solo attraverso il comparto visivo. Basta pensare alle raggelanti parole che Zarchi mette in bocca al benzinaio Johnny: «mettiti nei miei panni, quello che ho fatto con te chiunque lo avrebbe fatto [...] fai credere ad un uomo che con te ci può provare [...] e un uomo è sempre un uomo.[...] mettevi in mostra le tue dannate gambe passeggiando avanti e indietro come fa una gatta».
Alcuni qui ci videro una qualche giustificazione alle violenze; ma la giustificazione non c'è e vedendo il film si fa davvero fatica a comprendere questa critica. I membri del branco sono descritti come animali che mirano solo a dominare il più debole. Le scusanti, che si affrettano a cercare i quattro, non sono altro che l'esercizio di un'insopportabile e più che palese retorica sessista. L'immedesimazione per lo spettatore è impossibile.
Ma "I Spit on your grave" non è solo una violenza senza precedenti; se così fosse il tutto si ridurrebbe in una corsa a chi fa il film più crudo, sconvolgente ed esibizionista.
La vera forza dell'opera sta nella seconda parte, nella ricomposizione psicologica e fisica di Jennifer, nel trovare la soluzione più grottesca e violenta possibile.
Zarchi qui ribalta la scena e stordisce lo spettatore: cambia il linguaggio cinematografico che si allontana dal crudo realismo; e con esso muta lo sguardo di Jennifer, divenuta la personificazione di un desiderio di vendetta femminista, fatto di adescamenti volutamente sopra le righe, perfetti per mostrare la nullità degli uomini che ha di fronte, ed evirazioni.
A fine visione ci si chiede dinnanzi a cosa ci si sia ritrovati.
E' così esagerato, gratuito e ragionato che si fa difficoltà a mettere a fuoco le idee.
L'unica certezza è che si è lontani anni luce dalle tante macellerie orrorifiche propinateci negli ultimi anni.
***
"I Spit on Your Grave"(2010) di Steven R. Monroe:
Sputare sul remake di "Non violentate Jennifer" sarebbe troppo facile. Ma, siccome le cose troppo facili ci piacciono perché sono lì a portata di mano come il telecomando, spareremo qualche colpetto sulla croce rossa. 
Anche questo "I spit on your grave" sconta il peccato originale di voler marciare sul clamore e la notorietà di una produzione vecchia come il cucco. Tra tutti gli inutili (o utili) remake di qualcosa, questo proprio non l'avevo considerato. A differenza mia, però, il triangolo è molto considerato dai mascalzoni campagnoli protagonisti di questa mutazione genetico-cinematografica. E quindi si ripeta la storia once again. 
C'è la scrittrice Jennifer, ci sono i giovani rednecks arrapati e poi, siccome sempre e comunque more of the same, c'è lo psyco sheriff. Chissà se Bob abbia immaginato, quando cantava "I shot the Sheriff", che avrebbe potuto impallinare lo sceriffo nel culo. Ma tant'è. 
Dicevamo del peccato originale: già perché "Non violentate Jennifer" traeva consistenza dal suo uso sperimentale della violenza brutale e sessista. Poco ci faceva la critica al bigottismo e all'ammorbante istinto animalesco provinciale. Fanculo era uno dei tanti. Ma quel freddo voyeurismo documentaristico no. 
Quella protratta e asettica rappresentazione di uno stupro di gruppo, straniante al vomito, era qualcosa di unico e impensabile. Il messaggio arrivava forte sul mento. 
Perciò togliamoci subito il sasso del confronto: questo remake spettacolarizza tutto, indugia in modo cinematografico, ma sempre nello stesso modo taglia, cuce e si intimidisce anche solo a mettere a fuoco il sesso della protagonista. Tutto lo scomodo fuori campo. 
I veri bigotti siete voi!
Detto ciò va preso a sé e valutato come film(etto). 
Spogliato della carica scenica (e quindi sociale) dell'originale, rimane un Rape and revenge girato malissimo, scritto da schifo e recitato peggio. Ma almeno sfrutta un po' il materiale da cui attinge a piene mani (e qualche sequenza). 
Nella prima mezz'ora è lo spettatore, in primis, che vorrebbe seviziare la protagonista (blocco di tufo espressivo), che corre da spastica, non esprime un concetto uno di senso compiuto e fa cadere vino, acqua e il cellulare nel cesso (geniale espediente). 
Poi la riunione dei campagnoli che l'hanno notata: il capo è un manzo che tipo ci guadagna lei, ma pare che lui voglia usare metodi più primitivi e svezzare il ritardato del gruppo (almeno il valore della solidarietà). Dopo il discorso motivazionale e una serie di avvisi scenografici alla giovane scrittrice, il branco entra in azione.
Il gruppetto indugia sadicamente nel preparare il misfatto (quale immedesimazione possibile di fronte a queste macchiette? Quale spietato ritratto sociale?) e, toh, lei scappa. 
Arriva guarda caso dalle parti dello sceriffo che, però, è il sadico per eccellenza. Violenza di gruppo, tentano di seccarla, ma lei si getta nel fiume. 
Passa un mese e Jennifer torna per vendicarsi. 
Come da copione ci riesce. 
Se dicevamo di una prima parte pudica rispetto all'originale, non si può che sgranare gli occhi per l'elevata quantità di scene gore della seconda tant'è che, a un certo punto, sembra di essere dentro l'ennesimo "Saw-L'enigmista" (e la collocazione temporale di questo remake mostra chiaramente come il film si sia rifugiato dietro la gonnella del brand arcinoto). 
Gli americani sono sempre stati così: vituperano il sesso e ostentano la violenza. Ma, tutto sommato, funzionano nell'innestare la vendetta su un' ingegnosa legge del contrappasso (tanto ormai siamo completamente fuori realismo). 
C'è poi da annotare l'aggiunta dell'elemento mediatico a dare un tocco in più al remake: Jennifer è stuprata e seviziata a favore di camera...Bell'aggiunta rispetto all'originale eh? No. Triste menata. 
Regia, due parole: se nell'originale il regista sembrava essersi dimenticato la telecamera accesa, in questo remake gli stacchi di scena sono così repentini e continui da indurre il mal di testa e smontare la tensione. 
E come non farsi mancare l'occasione di ciccare tutti i dialoghi e i tempi drammatici? E la vagonata di scene inutili e grossolane (quelle con la famiglia dello sceriffo ad esempio)? 
Se ci mettiamo un po' di intrattenimento gore di qua, un po' di ritmo di là e ci tappiamo (volentieri) un po' il naso, tutto sommato alla fine ci si arriva, magari con un leggero appagamento. 
Ma niente impatto.
Niente realismo.
Fateci il piacere, cambiategli il titolo.
***
Explicit: 
Rudimentale, esagerato, spesso fuori fuoco. 
Eppure il cinema americano degli anni '70, così ardito e sfrenato nel mostrare l'essenza perversa dell'animo umano, ce lo sogniamo di questi tempi. Ed il filone del Rape and Revenge è una perfetta cartina di tornasole.
C'era la voglia e la forza di di sperimentare, di superare i reticolati non (solo) per mostrare, ma anche e sopratutto per raccontare sé stessi e la società. 
Oggi seppur abituati a violenze cinematografiche ben più credibili e sempre più esposte ai nostri occhi, pensiamo a brand di successi come "Saw" e Hostel, è (quasi) impensabile trovare titoli che abbiano tanta forza. 
Nell'America puritana è lecito ostentare la violenza.
La sessualità la si butta tranquillamente sotto al tappeto. 

Bob Ft. Ismail

giovedì 25 ottobre 2018

SPECIALE R&R (PARTE IV): "L'ULTIMA CASA A SINISTRA" (1972) di WES CRAVEN

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«Dovrete continuare a ripetervi: è solo un film... è solo un film» 
-Tagline del Film-

Troppo duro e crudo per resistere alla censura.
Nel Regno Unito la British Board Of Film Classification si rifiutò di riconoscere il certificato necessario per la proiezione nelle sale. Ed anche altrove non andò meglio. I censori si ritrovarono dinnanzi ad un un put pourri di violenza e scene sadiche sulle quali la macchina indugiava in modo inaccettabile. Da allora, nelle leggende popolari, aleggia l'idea che esista una versione integrale di questo film, sopravvissuta ai tagli artistici e fisici. Intendiamoci cari lettori, "L'ultima casa a sinistra" non è niente che nel 2018 non possa essere assorbito e digerito; perciò amanti del torture porn potrete rimanere un tantino delusi.
Ma facciamo un piccolo passo indietro.
Wes Craven è un giovane insegnante di filosofia alla John Hopkins University, un fortunello che fa ciò per cui ha studiato all'università. Ma quello accademico non è il suo mondo, il suo sogno è lavorare nel cinema. Lo possiamo immaginare, pieno di dubbi ed eccitato allo stesso tempo, lasciare il posto fisso per fare il più classico dei salti nel buio.
Il primo lavoro?
Il tuttofare per una casa produttrice di cinema erotico/porno, un lavoro di bassa manovalanza che gli permette però di apprendere i primi rudimenti di regia e montaggio. Giungono così i primi lavori dietro la camera da presa: pubblicità e naturalmente i filmetti pruriginosi.
Poi l'Epifania. Craven va in una piccola sala cinematografica a vedere un mediometraggio sulla guerra del Vietnam. E' un susseguirsi di immagini raccapriccianti che costringono a distogliere lo sguardo. Esce da quel cinema sconvolto, poi, una volta raccolte le sue emozioni, decide di incanalare quegli orrori in un film: nasce così "L'ultima casa a sinistra", tetra allegoria della fine dei movimenti pacifisti nonché atto di accusa/provocazione verso tutto quel pubblico cinematografico assetato di violenza.
Il modello è il Bergman de "La Fontana della Vergine"[LINK]: prende la sua trama, la proietta nella società contemporanea e lo libera di tutto ciò che di aulico c'è al suo interno. Ne "L'ultima casa a sinistra" non c'è alcuna redenzione, non c'è nessun Dio a cui affidarsi, rimane solamente un lerciume che contamina tutto e tutti, lasciando lo spettatore alla mercé di una sadica violenza. Agli inizi degli anni '70 ciò significa uno shock, tanto visivo quanto concettuale, anche per gli stomaci più forti e le menti più aperte.
Ma di cosa parla questa Ultima casa?
Mary, fresca 17enne, lascia i genitori, intenti nei preparativi per la sua festa di compleanno, e si reca in città assieme ad una sua amica, Phyllis, per assistere ad uno spettacolo. Le due giovani sono in cerca di un pizzico di divertimento in più e, nel tentativo di rimediare della marijuana, conoscono Junior, un giovane eroinomane che le porta nella sua casa; il ragazzo le promette che lì ha della roba buona da darle, un'erba appena giunta dalla Colombia. Quella di Junior è però una trappola ed ad attenderle nella casa c'è Krug, un criminale da poco evaso di prigione, che si nasconde lì con tutta la sua banda.  Il destino delle due è oramai segnato: vengono imprigionate, violentate ed uccise. Prima di fuggire, Krug e gli altri decidono di chiedere ospitalità per la notte, ma la porta a cui bussano è quella della casa di Mary.
Ancora oggi "L'ultima casa a sinistra" viene considerato uno dei film più controversi di sempre, ciò nonostante sia stato seguito da film più impattanti visivamente, pensiamo al "Cannibal Holocaust" di Deodato, o concettualmente come il "Non Violentate Jennifer" di Zarchi". 
Rivedendola oggi, l'opera di Craven ci appare datata, buffa (più o meno volutamente) in alcuni passaggi, piena di stereotipi ed espressione di una regia ancora grezza.
Ingenuo, pieno di errori e pretestuoso, eppure pioneristico, è "L'ultima casa a sinistra" che inaugurerà il filone Rape and Revenge, declinando una violenza che sfugge da possibili ricostruzioni psicologiche, un sadismo che è rappresentazione di quella totale e disumana forza primordiale di sopraffazione insita nell'uomo. C'è di più, Craven smonta e ricompone il genere ed attualizza la violenza, non più una forza estranea che colpisce ma espressione diretta della società contemporanea; neanche l'istituzione base della borghesia americana, la famiglia, si salva: è così morigerata, così ipocrita, così grottescamente assetata di sangue.
Craven pagò a caro prezzo il suo esordio e, come accaduto a Peckinpah, sarebbe divenuto un indesiderabile, uno a cui non dare manco uno spiccio per comprarsi un caffè. Con lo pseudonimo di Abe Snake si prodigherà nuovamente nel mondo del cinema erotico, girando nel 1975 "La cugina del prete", poi, solamente nel 1977, si troverà dietro la macchina da presa per "Le colline hanno gli occhi"; questa però è tutta un'altra storia.
***
Il Remake: "L'ultima Casa a Sinistra" (2009) di Dennis Iliadis
"L'ultima casa a sinistra" apre ufficialmente il ciclo dei remake legati alla tematica del rape and revenge. Uscito nel 2009 e diretto da tale Dennis Iliadis il film ha il coraggio, da riconoscergli, di confrontarsi con il cult di Wes Craven. Dal confronto questo remake ne esce chiaramente con le ossa rotte e, se rapportato all'originale, risulta essere un film a dir poco vomitevole. Ovviamente scherzavo sulla faccenda del coraggio, fu semplice brama di pecunia.
10 anni or sono era scoppiata già da un po' la mania di rifare film famosi anche a distanza di pochi anni dalla loro uscita; il tutto era dovuto a una mancanza palese di idee e di intraprendenza nell'ambiente hollywoodiano, cosa che spinse a cimentarsi in operazioni sicure, tra le quali appunto il vernissage di classiconi. Curiosamente, gran parte di questi rifacimenti, a scopo meramente commerciale, prendeva di mira opere frutto della corrente della Nuova Hollywood: come dire, un po' come il Che che lottò contro il capitalismo americano per poi finire stampato su milioni di t-shirt.
L'analisi sarà divisa in due parti: la prima sarà un confronto tra originale e remake, la seconda valuterà il film in sé.
***
Parte 1: Nella sua pretestuosità, "L'ultima casa a sinistra" di Craven era sporco, brutto e cattivo, un coacervo di cattivi ma cattivi per davvero, dei sadici nichilisti di gran compagnia. Ed, invece, il rifacimento firmato da Iliadis è bello bigotto.
In primis, il personaggio di Phyllis  (che nel remake prende il nome di Paige) è reso volutamente più trasgressivo: come dire, in fondo se lo meritava quel trattamento... Aveva solo da non pensare al pene di Justin e agli spinelli!
Mary è pura e casta anche qui, ma la novità è che nuota da dio (anche da morta).
I cattivoni...beh, non sono così cattivoni.
Junior (qui trasformatosi in Justin) è un bonaccione emo, non più tossico, ma semplice fattone (ammesso che in America sia percepita la differenza). Il personaggio di Sadie è semplicemente inutile e fastidioso, il Faina (qui Francis) sadicheggia in modo piuttosto commuovente, ma, alla fine, per due moine e una puncicata sulla schiena di Paige, paga con una fine truculenta.
Ma il meglio dello script è riservato a Krug: ebbene sì, da perverso leader, maniaco e burlone, in questo remake diventa il buon padre di famiglia. Talmente hanno voluto fare un film perbenista che pure i cattivoni sono equipaggiati di buone ragioni: le due ragazze vengono rapite e sono destinate alla morte, MA solo perché erano nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Prima differenza: ragazze non adescate nel motel da Justin, ma semplicemente sfigate perché mamma, papà e lo zio sono tornati prima. Paige viene uccisa a coltellate, niente stupro (differenza non da poco), ma solo per necessità di evitare la sua fuga e per punizione. Mari viene stuprata e sparata (mentre fugge nuotando in un lago), ma la scena dello stupro ha nulla dell'effetto disturbante dell'originale: Krug sfoga su di lei la frustrazione di essere stato sminuito nella sua virilità da Paige e la tensione per i molteplici atti di ribellione violenta degli ostaggi.
Tutto, per quanto orribile, sembra, in qualche modo, psicologicamente ricostruibile. Perciò, se i cattivi non sono rappresentati come dei sadici e se la violenza non è figlia dell'istinto di sopraffazione e dominazione insito nell'uomo, cosa differenzia questo film da un qualsiasi thriller? Tutto ciò su cui si basano i R&R viene qui completamente svuotato di significato.
E la scena della famigerata casa a sinistra?
Dura un fottio.
Dura quanto il film di Craven praticamente! 
I manigoldi arrivano, sono educati e manco vogliono trattenersi perché Krug non vuole disturbare (diligenza del buon padre di famiglia). Poi delle sorti della figlia i genitori capiscono dalla collana...Ok.. E...E... Dalla figlia!!
Già, perché Mari non è morta pistolettata in acqua.
Sembrava eh! Invece no, in realtà si è fatta una bella nuotata fino a casa ed è ancora viva. Pensa che brava che è stata la sua emorragia. Fanculo all'originale, non può essere così turpe questo remake, sia fatta vivere Mari.
La scena tra la madre di Mari e Francis a questo punto mi ha creato un po' di pensieri: sarà o no messa in scena come nell'originale? Con l'aria puritana che tirava ho subito pensato che, no, l'avrebbero stuccata. E difatti si assiste a minuti interminabili di dialogo trash in cui Aaron Paul si atteggia a seduttore psyco e la botulata di Monica Potter tergiversa alla ricerca del vino. Niente blowjob a denti stretti ed epifania sanguinolenta, ma, siccome in America il sesso vade retro ma la violenza yes we can, il povero Francis viene accoltellato, tritato, affogato e picconato (in quest'ordine).
Poi Sadie e Krug muoiono male, la figlia e Justin si salvano e tutti e 4 adesso potranno vivere come una famiglia felice. Ah, e il signor Collinwood, da bravo chirurgo, si avventura non in uno, ma in ben due interventi chirurgici domestici.
Fiuuuuu.
***
Parte 2: "The last house on the left" è girato da un buon mestierante dal momento in cui le scene action non sfigurano affatto nella loro realizzazione. La parte tecnica è qualitativamente sufficiente (montaggio, fotografia, sonoro e prove attoriali) e forse anche qualcosa in più. Un film che ha diversi momenti di buona suspense che, specie nella concitazione finale, tengono col fiato sospeso; per quanto riguarda la scena controversa, quella dello stupro, essa è girata davvero in modo sapiente: lungi dal mostrare, la sequenza risulta comunque ad effetto ed è gestita con grande raffinatezza registica.
Un film anonimamente inserito nella rete dei thriller televisivi si direbbe, SE NON FOSSE CHE trasmette un messaggio a dir poco inquietante. Ho accennato al punto sopra il fatto che, per come rappresentati, i cattivi sono razionalmente giustificabili per il loro agire e che, quindi, non siamo di fronte ad una violenza compiaciuta e fine a sé stessa; a ciò si aggiunge che, per scelte di copione, la vendetta dei Collinwood si esplicita in maniera feroce ed efferata, in pratica in maniera SADICA. Perciò, questo insignificante rifacimento giunge al paradosso di invertire i ruoli: i cattivi non sono sadici, i buoni si.
Quando Francis e Krug vengono praticamente torturati lo spettatore non prova vero appagamento, ma, anzi, ha l'impressione che sia un qualcosa di assolutamente sproporzionato: questo perché la violenza che ha subito anch'egli, immedesimandosi nelle due ragazze, non è accompagnata da quella gratuità che accresce un senso di ingiustizia e disorientamento totale, cancellabili solo con una pena riparatrice.
Oltretutto, è bene ricordarlo, la vendetta omicida mira a riparare il torto non di un omicidio, ma di uno stupro e di un TENTATO omicidio. Ma, siccome i buoni sono i buoni, ciò è ampiamente giustificato. Si rammenti che Craven, di proposito, volle creare un contrasto netto tra l'iniziale, tranquilla e morigerata, quotidianità della famiglia media americana e la brutalità della sua conversione finale, il tutto alternato ad un clima scanzonato e dissacrante. Da autore vero che approfitta del genere, stava prendendo per i fondelli l'istituzione borghese per eccellenza.
Mi ci potrei scommettere gli zebedei, invece, che la produzione di questo riadattamento, non si è minimamente posta il problema (se non proprio resa conto) che lo spettatore parteggerà per dei sadici giustizieri. Perciò questo è il messaggio che, sopratutto, lo spettatore medio americano recepisce dal film? Che la giustizia privata non solo è giustificata, ma può anche essere sproporzionata e compiaciuta? Stando così le cose diventa ancora più difficile stupirsi degli episodi di cronaca nera d'oltreoceano. Questo remake farà rivoltare Craven nella tomba per un bel po' di decenni [Continua...]

Bob Ft. Ismail

lunedì 8 ottobre 2018

SPECIALE R&R (PARTE III): "CANE DI PAGLIA", IL RIFLESSO DELLA CATTIVA COSCIENZA AMERICANA

⟸Parte II                         Parte IV⇒
«Quando la gente impreca contro il mio modo di trattare la violenza in pratica dice: 'Non Mostrarmela, non voglio sapere, e prendetemi un'altra birra dal frigorifero...'. Credo che sia sbagliato. e pericoloso, rifiutare di riconoscere la natura animale dell'uomo»
-Sam Peckinpah-

Chi è stato Sam Peckinpah?
Uno di quei cocciuti che tanto piace a noi.
Una vita a tirare avanti la baracca con sceneggiature e regie per la Tv, poi il grande salto nel cinema con il suo amato West. Qui un continuo braccio di ferro con la produzione: lui voleva fare il cazzo che gli pareva, quelli che ci mettevano i soldi preferivano un regista che portasse avanti il compitino senza troppi fronzoli.
Sam, il suo primo lungometraggio, "La morte cavalca a Rio Bravo"(1961), lo rinnegò: regia e montaggio vennero eseguiti sotto la strettissima sorveglianza dei produttori che inevitabilmente marchiarono il prodotto. 
Una prima piccola rivincita arrivò l'anno successivo con "Sfida nell'Alta Sierra", la storiella di due arzilli cowboy è vero, ma con un realismo che poco si addiceva al western americano. Poi ancora scazzi per "Sierra Charriba", tagliuzzato in post-produzione di ben trenta minuti.
Divenuto un indesiderabile, torna alla tv e qui ottiene il clamoroso successo con il serial "Noon wine". Al resto ci pensò il vento inarrestabile della Nuova Hollywood che apriva nuovi spazi di libertà per i registi americani. Siamo nel 1969 e gli zoccoli dei cavalli calpestano selvaggiamente i corpi inermi: "Il Mucchio Selvaggio" (1969) è Il western americano, anzi è la storia e l'anima del migliore cinema a stelle e strisce.
Sam Peckinpah è stato un innovatore del cinema d'oltreoceano, nonché fonte di ispirazione per le generazioni successive; chiedete a Scorsese e Tarantino. Il suo cinema portava un'ondata di violenza e realismo che Hollywood non aveva mai visto. Era quasi inevitabile che il californiano entrasse in questo speciale con un suo film.

"Cane di paglia-Straw Dogs" (1971) di Sam Peckinpah:
Lui, David (Dustin Hoffman), è un matematico americano ed ha avuto una borsa di studio per un progetto importante. Ha deciso di trasferirsi in Cornovaglia, nel paese d'origine della sua bella compagna, Amy (Susan George). Qui potrà, in tutta tranquillità, svolgere le proprie ricerche. 
Non c'è il clima arido e polveroso del vecchio West, è vero. Al suo posto troviamo verdi collinette attraversate dalle sinuose strade che ne disegnano il paesaggio. Anche il periodo non è quello giusto; siamo nei primi anni '70 carichi di istanze e rivendicazioni sociali. 
Ma la rivoluzione culturale è distante come non mai ed il selvaggio west lo si respira nell'aria. 
C'è il saloon dove i suoi luridi clienti comprano sigarette e bevono litri di birre. C'è l'uomo solo, il Maggiore, che tiene a bada gli animi ed è chiamato a far rispettare la legge. Siamo nella civile Inghilterra eppure si è in un qualsiasi paese di confine dove si lotta per la predominazione.
Ma torniamo alla giovane coppia. 
I due hanno preso una casetta in campagna che richiede delle riparazioni al tetto. Su richiesta della moglie, David ingaggia Charlie, l'ex fidanzato di Amy, ed i suoi compari. Sembra siano portati per i lavori in muratura. 
Lui studia e lei si annoia. 
Lui subisce le angherie dei maschietti, lei, stanca di un compagno incapace di imporsi, apre per bene i suoi occhioni verdi e fa un po' la civettuola. 
Lui va a caccia, lei viene stuprata.
"Cane di Paglia" ci prepara lentamente ad una furiosa lotta tra apollineo e dionisiaco, un assalto alla diligenza che cresce costantemente ed esplode con un'intensità inaudita; si tocca con mano l'essenza del Peckinpah fatto di rallenti e montaggi frenetici che esaltano la violenza caricandola di significati.
E "Cane di Paglia" mise a dura prova la critica ed il pubblico dell'epoca.
Alcuni dotti si affrettarono a sottolineare un eccessivo compiacimento nella messa in scena della violenza; poi, a complicare le cose, c'era la scena dello stupro con una Amy così ambigua, quasi divisa tra il terrore e la voglia di abbandonarsi al lato più istintivo e cadere tra le braccia di Charlie, l'uomo che incarna tutto ciò che non è il marito David. Il velo di ambiguità cade repentinamente, palesandosi (con l'arrivo del branco) un senso di disgusto che si ripercuoterà nel successivo incontro alla festa parrocchiale.
Dai dubbi alle etichette il passo fu breve. 
"Cane di Paglia" è un'opera misogina
Di più, la prima opera d'arte fascista d'America.
Forse però la realtà è più complessa.
Peckinpah un'operazione di questo tipo l'aveva già compiuta con il vecchio west
Il mito della frontiera veniva preso a martellate, divenendo un luogo abitato da personaggi in decadimento, sia fisico che morale; volti luridi che esprimevano il futuro capitalismo anarchico che imponeva la sua forza su terre e uomini.
Lo stesso avviene in "Cane di Paglia".
Il mondo occidentale civilizzato, sostenuto dal mito del progresso, non esiste e nasconde dentro di sé un furore primordiale. Così ad una società rurale timorosa verso "scioperi, rivolte e negri che si ribellano", risponde David, il miglior frutto dell'America. Egli è colto, educato, perbenista ed ipocrita. E' ben predisposto a girar la testa dall'altra parte, a sentirsi superiore agli altri e, quando è necessario, ad imporre il suo senso di giusto attraverso una forza primitiva e violenta.
"Cane di Paglia" è prima di tutto questo, un'opera pessimista che prende per il bavero lo spettatore e lo spinge ad una presa di coscienza dolorosa e non voluta. E' l'espressione di una natura umana irrimediabilmente animalesca. Anzi, «il riflesso della cattiva coscienza dell’America».

"Straw Dogs" (2011) di Rod Lurie:
10 anni or sono è scoppiata la mania di rifare film famosi anche a distanza di pochi anni dalla loro uscita. Ciò è dovuto, con tutta evidenza, ad una mancanza palese di idee e di intraprendenza nell'ambiente hollywoodiano. Curiosamente, gran parte di questi rifacimenti a scopo meramente commerciale, ha preso di mira opere figlie della  Nuova Hollywood: come dire, un po' come il Che che lottò contro il capitalismo americano per poi finire stampato su milioni di t-shirt.
Ciò è avvenuto anche con i R&R. La strada è stata inaugurata nel 2009 da Dennis Iliadis con "L'ultima casa e sinistra" ed è proseguita con "I spit on your grave" (2010). Ed in questo contesto, anche Sam Peckinpah ha avuto il suo figlio (il)legittimo.
***
"Strew Dogs" (2011) di Rod Lurie è una pedissequa ricalcatura delle linee narrative dell'originale.
Per questo remake si punta su un cast di volti noti: James Marsden, Alexander Skarsgard, James Woods e Kate Bosworth, giusto per citarne alcuni.
Difficile accettare la facciacazzi di James Marsden, ma bisogna ammettere che fa il suo e quegli occhietti blu gli si illuminano al momento giusto; Kate Bosworth? Neanche quello. Skarsgard e Dominic Purcell, rispettivamente nella parte del ganzo uomo Alpha di paese l'uno e del ritardato mentale l'altro, andrebbero quasi scambiati di ruolo, senti un po' che ti dico.
Per fortuna ad evitare un gran miscasting ci pensa quell'acqua ragia di James Woods, perfettamente a suo agio nel ruolo di un ex coach ubriacone e violento.
A sto giro non sono più le fredde e nebbiose brughiere della Cornovaglia ad essere protagoniste, ma il polveroso e torrido Mississipi. Questo cambia un bel po' la faccenda, perché si perde uno dei tratti peculiari dell'originale e per l'ennesima volta si vira marcatamente verso una critica feroce della provincia americana bigotta e violenta. Stavolta il West c'è per davvero, i luoghi sono quelli, i redneck pure. Stranamente rimane il cottage stile britannico paro paro a quello dell'originale, il che ovviamente non ha alcun senso in un contesto così diverso.
Differenze dall'originale? Che sia un coach e non un maggiore il metronomo di quella violenza, costantemente e sottilmente percepibile e pronta ad esplodere, o che il personaggio di Charlie si diverta a beccare verbalmente David (dando vita a un dissing) poco fa. È un'opera completamente derivativa che ricalca esattamente l'originale scena per scena. Addirittura Rod Lurie riproduce esattamente il montaggio incrociato tra la scena dello stupro e quella della caccia. Più di così...
C'è da dire che, in questo remake, si decide di accentare in modo ben preciso l'ambiguità dell'originale, rappresentata dal personaggio di Amy: il film del 1972 mostra, in modo più smaccato, l'attrazione di Amy verso Charlie e, quando si consuma il rapporto sessuale, appare chiaro come ci sia un certo godimento da parte della protagonista, subito poi trasformato in orrore per la piega che assume successivamente la questione.
L'Amy di "Strew Dogs", invece, non fa NIENTE (se non in una stupidissima scena stile peep show) per legittimare le convinzioni e la determinazione di Charlie e i suoi amici ed, anzi, si ribella apertamente e violentemente alla crescente prevaricazione subita.
Questa differenza non va che a favore della visione cruda di Peckinpah, il quale utilizza l'ambiguità sessuale di Amy per sottolineare ulteriormente una verità ineluttabile dell' istintività umana: in modo innegabile, prima che affiori la sua parte razionale e autoconservativa, Amy si abbandona volitivamente al più forte, sfogando il suo atavico, e radicato nel profondo, istinto di eterodominazione femminile, ormai represso e compresso nel rapporto monotono e velleitario con David. Solo con l'affermazione brutale del suo ruolo di capobranco David riesce a mostrare il suo valore, in barba al ruolo sociale che ricopre e che, già ampiamente, lo legittimerebbe su una comunità di campagnoli.
Questa operazione di vernissage sicuramente ha i suoi pregi rispetto alle zozzerie che hanno imperversato negli ultimi anni. Resta il fatto che l'originale non necessitava di un remake più cinematografico, ma anche in questo caso bisogna astenersi da eccessivi raffronti.
Il film è girato molto bene, abile nel creare tensione e nell'avere un certo impatto sullo spettatore: risulta sicuramente un prodotto di qualità.
Per i pigri o i più giovani può essere una buona alternativa, moderna e restaurata, per esplorare la tematica spinosa che sta alla base del libro da cui sono tratti i due film [continua...].

Bob Ft. Ismail

lunedì 24 settembre 2018

SPECIALE R&R (PARTE II): DAI RUGGENTI ANNI '20 A INGMAR BERGMAN

⟸Parte I                         Parte III⇒

Siamo partiti dalla fine, dal "Revenge" [LINK] di Coralie Fargeat che attualmente imperversa nelle nostre sale; ora però bisogna fare un balzo all'indietro, muoverci tra le pieghe della storia ed immergersi in una Hollywood in bianco e nero che soccombe agli scandali ed alle bollette. Sembra strano ma è solo volgendo lo sguardo così lontano che si può capire la nascita e l'evoluzione del filone cinematografico più ambiguo e discusso di sempre.
***
Siamo nei 60s, anni difficili per Hollywood. 
Il peplum "Cleopatra" sta mandando con il culo per terra un gigante come la Fox: scenografie colossali e costumi sfarzosi che aumentano di giorno in giorno. La Taylor che fa le bizze. 44 milioni di dollari spesi contro i 2 inizialmente previsti. 6 ore di film, ridotte a 4 contro il volere del regista Joseph Leo Mankiewicz. Ci vogliono un paio d'anni per rientrare della spesa ed iniziare a guadagnarci qualcosa, e ciò nonostante che il film sia un successo planetario clamoroso. E se alla Fox va di schifo non è che agli altri stiano meglio.
Oltre l'aspetto economico c'è una questione squisitamente cinematografica che trae origine da una tediosa storia, risalente ai ruggenti anni del proibizionismo, fatta di giudici, codici e morti.
Per prima arriva la Corte Suprema federale che nel 1915 esclude il cinema dalle tutele del I Emendamento. Ah gli States, la culla della libertà. Poi, a complicar le cose, giungono omicidi e scandali.
Il 5 settembre del 1921, durante una festicciola messa su dalla star delle comicità americana, il pingue Roscoe Arbuckle, muore la giovane attrice Virginia Rappe. Forse la causa è un mix letale di alcolici e stupefacenti. Forse la ragazza ha subito una violenza carnale. E' certo, se si considerano valide le parole del vice-medico legale di San Francisco, Micheal Brown, che ci sia stata un'attività di copertura con tanto di distruzione di prove. 
L'indiziato principale è Roscoe, monta lo scandalo e gli Yankee reagiscono a modo loro: alcuni inneggiano alla tanto cara pena di morte, i più estrosi decidono di impallinare tutti gli schermi su cui si osa proiettare le comiche di Roscoe.
I legali dell'attore in un primo momento si battono affinché l'accusa di omicidio volontario venga declassato a preterintenzionale. Poi, con l'inizio del processo, cambiano versione: Arbuckle non ha fatto nulla, anzi se guardate bene la storia è quella Virginia ad essere stata una poco di buono, una che andava con tutti. Se un omicidio non bastava, è il contorno a rendere ancor più disgustosi gli eventi.
La giustizia condanna in un primo momento Roscoe per omicidio e violenza carnale, poi si rimangia tutto e lo assolve. Seppure tornato ad essere un uomo libero, per Roscoe è finita: le folle lo odiano, la Paramount ha mandato al macero tutti i suoi film non ancora distribuiti e nessuna casa produttrice lo vuole. Arbuckle cade nell'alcolismo e, pochi anni, dopo muore d'infarto.
Poco dopo Virginia, è il febbraio del 1922, la morte bussa alla schiena dell'attore/regista William Desmond Taylor sotto forma di una pallottola. Seguono sospetti e chiacchiericci su numerose star dell'epoca. Anche qui nessun colpevole accertato. Ancora qualche mese e muore un'altra stella di Hollywood: Wallace Reid; la causa un amore troppo stretto con la morfina. 
Droga, morti sospette ed omicidi. 
Gli scandali si sa, richiedono delle risposte, ed i principali studi cinematografici decidono di ripulirsi la coscienza stilando dei regolamenti interni a cui attenersi; poi fanno di più, aderiscono volontariamente al Codice Haysinnovativo strumento che indica la strada da seguire per girare un film: niente sesso, nessun accenno a malattie veneree o devianze sessuali, niente omosessualità, niente alcol, droghe e violenza. Via dai cinema a stelle e strisce tutto ciò che è considerato immorale. 
I registi avrebbero dovuto ingegnarsi per non essere puniti dalla becera mentalità puritana.
Ecco cari lettori, vi chiederete il perché di questo salto indietro nel tempo. 
La risposta è semplice e per capirla bisogna fare nuovamente un passo avanti e ritornare ai tempi di "Cleopatra". Si lo sappiamo, la nostra è una narrazione fatta di semplificazioni e salti temporali che faranno storcere il naso a chi ne sa più di noi; ma non possiamo tediare ulteriormente quei quattro lettori che ci leggono.
Se il cinema americano, nel secondo dopoguerra, si ritrova imbrigliato nei legacci dell'autocensura e cade in un vortice di schemi ripetuti, quello europeo si rinnova profondamente. La Francia esporta quella meravigliosa creatura che è la Nouvelle Vague. L'Italia propone la sua commedia ed il neorealismo. Poi gente come Leone, Damiani, e Corbucci, liberano il western dalla retorica americana: al posto di eroi senza macchia trovavano spazio reietti che fanno della vendetta e della rivoluzione un ideale irriducibile. La corsa verso il west diventa una fotografia lurida, cadenzata da inimmaginabili esplosioni di violenza.
Il cinema del vecchio continente pulsa di vitalità e fa una concorrenza spietata. Poi ci si mette di mezzo anche la televisione che entra prepotentemente nelle case degli americani e sta per divenire la prima forma di entertainment.
Bisogna fare qualcosa per salvare Hollywood. 
Bisogna rinnovarsi.  
Arrivano opere che segnano il cambio di passo. 
"Il Laureato" che porta alla fama un Dustin Hoffmann che rappresenta un'intera generazione. "Gangster Story", firmato da quella vecchia volpe di Arthur Penn, che propone la violenza della società americana. E poi lui, "Easy Rider" [LINK], così carico della controcultura della contestazione, che ci lascia con un grido di rabbia bloccato nella gola e segna l'epilogo del sogno americano.
Poi, per mezzo di una noiosissima questione legale di cui non c'importa na sega, i produttori mandano a fanculo Hayes ed il suo codice. 
Hollywood finalmente osa: dà fiducia ad un'allegra combriccola di giovani registi/attori che sono cresciuti con il cinema europeo; tirano su, con pochi spicci, opere che fanno irrompere sulla scena la violenza, il sesso, la guerra e la demistificazione del mito americano. Nasce così il cinema d'autore americano, un' un'atmosfera creativa che sarà sintentizzata nel nome di Nuova Hollywood. Roba perfetta per il politicizzato pubblico giovanile americano. 
E' in questo clima che inizierà a muoversi il Rape and Revenge, sguazzando tra rednecks e tabù da sfondare, un percorso che asseta i palati più truculenti e, sopratutto, vuole mostrare il volto più disturbante della società occidentale. 
E' Curioso poi che il canovaccio dello stupro/vendetta provenga da un film del 1960 firmato da quel genio di Ingmar Bergman...
***
"La fontana della vergine-Jungfrukällan"(1960) di Ingmar Bergman:
«Ma tu vedi, Dio! Tu vedi, vedi la morte di un innocente, vedi la mia vendetta e non l'hai impedito. Io non ti capisco! Eppure adesso chiedo il tuo perdono».
-Töre-

Siamo nel 1960 ed il medioevo torna a splendere sulla pellicola in B/N.
Bergman per questi lidi ci era già passato tre anni prima con "Il Settimo Sigillo", film geniale che è molto di più di un uomo che si gioca le sue ultime chances di vita in una partita a scacchi con la morte. 
Ma torniamo a noi. E' il 1960 ed è il turno de "La fontana della vergine", la riproposizione di una leggenda del XIV secolo che ci conduce in una Svezia ancora in bilico tra paganesimo e cristianesimo.
Töre (Max Von Sydow), un ricco proprietario terriero, insiste affinché la figlia Karin porti dei ceri alla Madonna, come da tradizione. La giovane, accompagnata dalla Ingeri, serva pagana e disonorata, si mette in viaggio con il suo cavallo, per attraversare la foresta e giungere alla chiesa. Qui Karin incontra dei pastori che la irretiscono, violentano ed infine uccidono. Ingeri non ha potuto né voluto far nulla, bloccata dalla paura e dall'invidia che prova verso la giovane ragazza. Gli assassini, la sera, giungono nella casa del padre che scoprirà l'accaduto e mediterà vendetta.
Il dado era tratto. O meglio lo sarebbe stato nei primi anni '70. Wes Craven prenderà Karin, Töre e tutti gli altri, li porterà nella società dei giovani contestatori e dell'emancipazione femminile, e darà alla luce "L'ultima casa a sinistra": sarà il primo dei tanti figli, più o meno legittimi, dell'opera di Bergman.
Nella "Fontana della Vergine" c'è il plot del R&R. Non solo, anche la scelta stilistica fatta dal regista svedese è fondamentale: le violenze avvengono con un realismo impensabile per l'epoca, una potenza espressionista che ci piazza davanti un urlo di dolore disumano davanti agli occhi.
"La fontana della vergine", così come i futuri figliocci, è basico, lineare e brutale.
Poi però, la Vergine, vive anche di una profondità tipicamente bergmaniana, un susseguirsi di simboli scuri ed angoscianti in cui riecheggiano alcuni temi della sua narrazione:il rapporto tra l'Uomo ed un Dio lontano ed imperscrutabile, colpevolmente silenzioso dinnanzi al mistero del male; il solenne Töre che si purifica con un rito pagano, si trasforma in un giudice supremo ed aggiunge al finale quella crudeltà che non ti aspetti. Nel proseguo della sua filmografia, il male diverrà un mistero insondabile e si trasformerà in un ponte che condurrà Bergman verso l'assenza/abbandono di Dio. Ma questa è tutta un'altra storia [Continua...].

Bob Ft. Ismail