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lunedì 11 giugno 2018

MADE IN NETFLIX #2: "CARGO" DI YOLANDA RAMKE E BEN HOWLING

Sette minuti di quasi assoluto silenzio. Un'apertura claustrofobica a bordo di una berlina incidentata da cui fuggire. Fuori di essa la desolazione degli spazi vuoti di un presente post-apocalittico.
"Cargo" viene presentato nel 2013 al Tropfest Australia, uno dei festival più importanti per i cortometraggi, e da allora il successo, di critica e pubblico, è cresciuto sempre di più. Ed è tutto meritato, va detto.
A tirar su l'idea con due spicci c'è la bionda Yolanda Ramke e l'occhialuto Ben Howling, due che circa dieci anni fa si sono conosciuti sul di lavoro nelle vesti di autori del Big Brother australiano. Poi, visto che pecunia non olet, hanno continuato a mettere mano su altra spazzatura televisiva come la versione australiana de La pupa e il secchione ed X Factor.
Ma solo lavoro e niente divertimento rendono Yolanda e Ben dei ragazzi annoiati. I due hanno una passione in comune: la settima arte. Hanno gusti affini ed entrambi si dilettano nei cortometraggi. Diventano amici e mentre collaborano per un festival, non ci importa quale, ai due viene l'idea: un soggetto semplice ed incisivo che parte da quella berlina bianca bloccata nella vegetazione australiana.
Un uomo, seduto sul sedile passeggeri, riprende i sensi. Dietro, nel suo seggiolino, c'è il figlioletto neonato. Sta bene. Accanto a lui, al posto di guida, la sua compagna si è trasformata in una zombie!
"Cargo" è una storia di morti viventi, quei triti e ritriti esseri dalla carnagione cianotica e dal viso pustoloso, che vagano per città semi distrutte alla ricerca della succosa carne umana. Un terreno minato che, con il suo mix di effetti e maquillage, può condurre facilmente ad esiti quanto mai scontati.
Ed invece i 7 minuti di "Cargo" spezzano ogni pregiudizio di sorta; dà allo spettatore la giusta adrenalina; la storia, quella del padre che cerca di salvare il proprio bimbo, tocca le corde emotive dello spettatore; e visto che anche l'occhio vuole la sua parte, il corto si fa apprezzare per un make-up quanto mai credibile. E vuoi che in giro non ci sia una produzione assetata di denaro desiderosa di metter su una versione extended?!

Il film:
Dal corto di cui sopra è stato tratto un lungo brodo direttamente fruibile su Netflix dal 18 maggio 2018. E meno male che si è evitato di occupare inutilmente sale cinematografiche, che poi, i grandi distributori ce lo avrebbero rinfacciato, magari facendo poi pagare lo scotto a produzioni (sempre indipendenti) di qualità superiore. Poi, ovviamente, sullo sfondo, procede incessante l'inesorabile risucchiamento su piattaforma online dei prodotti cinematografici.
"Cargo" riprende la struttura narrativa del suo corto di riferimento, senza modificare le parti essenziali del plot, ma estendendolo con qualche contenuto e qualche approfondimento qua e là: in sintesi trattasi di un'operazione di stretching narrativo.
Perciò, da questo punto di vista, ne esce, solitamente, nei casi di opera direttamente derivata da un corto, un qualcosa di pedissequamente ricalcato in certi punti ed in qualcosa di totalmente diverso in altri.
Nella fattispecie, il corto mostrava semplicemente il trittico famigliare classico (madre, padre, pargolo) in uno scenario australiano (ultimamente pare di tendenza) post-contagio. Il film, invece, innesta alcuni personaggi centrali, i quali portano con sé annesse tematiche.
Abbiamo, innanzitutto, la bambina aborigena dispersa nell'outback, la quale non si rassegna a considerare quell'essere infetto come un qualcosa di diverso dal padre che era. Sulle sue tracce c'è la tribù di appartenenza, capeggiata dal Wise Man anziano aborigeno di turno. Oltre ad articolare la trama, tale aggiunta conferisce un tono mistico al film (come resistere alla tentazione di filosofeggiare con gli aborigeni?) e si prende in carico il solito messaggio di sensibilizzazione verso la minoranza etnica in estinzione, senza per'altro eccedere nei moralismi o nelle idealizzazioni.
Perciò, a parte alcune inutili licenze di stile, bisogna dargliene atto. Ma sicuramente la ricerca di un contatto panico con la natura non viene espressa in un modo tale da trasportare la visione. 
Non si può poi prescindere dal villain (Vic); come da tradizione di genere il pericolo principale è rappresentato non dalla massa di infetti, ma dall'uomo, in questo caso un bifolco dal grilletto facile, che ha rielaborato un concetto tutto suo di sopravvivenza. Ma anche sotto questo aspetto "Cargo" ha il pregio di umanizzare la brutalità di chi, di fronte al caos dilagante, si è spogliato di ogni senso di colpa e si trascina con la sola forza dei suoi istinti. Il personaggio di Vic non fa che rispondere costantemente ai suoi bisogni primari, senza curarsi minimamente di calpestare il prossimo.
Ma in fondo ci viene mostrato come sia molto umano il suo attaccamento alla vita e a tutto ciò che possa essere bramato dall'uomo; la redenzione non può che essere dietro l'angolo. 
La vera particolarità di "Cargo" sta nella coerenza assoluta nel non voler mostrare: gli infetti non sono mai al centro della scena, sono relegati sullo sfondo della messa in scena ma anche della trama e, spesso, le loro azioni avvengono fuori campo. In generale il film evita di immolarsi alla violenza, sempre molto pervasiva e sensazionalistica nei film di settore (i Romero in primis, ma anche i recenti "28 giorni dopo" e "28 settimane dopo"). Ed anche l'accento sul macabro, presente nel corto e nel poster del presente film (ah il marketing!), viene edulcorato, specie riguardo al make-up degli infetti. 
Poi però ci pensa la regia di Howling e Ramke (chissà se si offende la seconda per non essere mai citata per prima) a banalizzare il film: scene senza senso, scene senza scopo, ritmo spezzettato e naufragante. Davvero si fa fatica a mandare giù l'inutilità di alcune sequenze e la banalità di altre: ecco che allora la morte di un personaggio viene resa in un modo semplicemente comico e grossolano, laddove doveva rappresentare un momento altamente drammatico; o, ancora, si indugia sull'elemento patetico e ridondante. Per non parlare poi di una scena verso la fine della pellicola, che vede protagonista un uomo e 6 proiettili; lasciamo allo spettatore lo sfizio di contorcersi. 
"Cargo" era semplice e intuitivo ma davvero riuscito come corto, commovente e adrenalico. Cosa che non riesce ad essere la sua emanazione cinematografica: dispersivo, a tratti fastidiosamente melenso, diretto stancamente e poco stimolante nelle sue novità. Sembra poi molto fine a se stessa la scelta di mettere in risalto la presenza, piuttosto stilizzata, degli aborigeni.
Resta la godibilità di un prodotto di settore che si avvale del viso sofferente di Martin Freeman e che ha la capacità di far empatizzare, almeno in parte. 
Niente di nuovo sotto il sole australiano. 

Habemus Judicium:
Bob ft. Ismail

lunedì 7 maggio 2018

A TUTTO CORTO #3: "KUNG FURY" (2015) DI DAVID SANDBERG

«Con gli anni '80 avete rotto il cazzo/che poi hanno rotto il cazzo già dagli anni '80» canta Giancane nella sua "Limone"; e noialtri, che quotidianamente tocca sorbirci un ritorno stucchevole del peggior plasticume di quegli anni, non possiamo che stare dalla sua parte. Un male che non conosce confini, parte dalla musica che scimmiotta Stadio ed affini, passa per mode inguardabili e giunge nel cinema, dove, anche il padre-padrone di Hollywood, Steven Spielberg, si spinge a donare mal di testa agli spettatori con condensati nostalgici pensati per tutti i fans/nerd del globo terracqueo (ogni riferimento a "Ready Player One"[LINK]è puramente casuale).
Poi però in mezzo ad un mare di narrazioni tossiche e melmose sbuca fuori un progetto curioso tutto votato a quegli anni, un piccolo riquadro di tempo della durata di 31 minuti, in cui si condensa un delirio puro, frivolo ed intelligente, che gode di un'estetica esagerata, della musica sinthwave e della voce di David Hasselhoff.
Tutto comincia nel lontano 2013, attraverso una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Kickstarter. Viene pubblicato un trailer e nel giro di neanche 24 ore si raggiunge l'obiettivo dei 200000 mila dollari. Passa un mese e si arriva a 630000 $, cifra di tutto rispetto per chi si vuole divertire in uno studiolo armato di green screen. Dietro a tutto ciò c'è una sola persona (più una manciata di attori), David Sandberg, che assume nello stesso tempo le vesti di scrittore, regista e, udite udite, protagonista. Due anni di duro lavoro, in cui far quadrare i conti e dar vita ad un prodotto di buona fattura.
La storia? Una sconclusionata magnificenza della quale meno si parla è meglio è; si rovinerebbero gli esilaranti spunti creativi disseminati in lungo e largo da Sandberg.
Miami, 1985. Un detective viene colpito da un fulmine e morso da un cobra, ha un trip da arti marziali e scopre di essere il prescelto; diviene l'abominevole uomo del kung fu, un concentrato di poteri sovrannaturali che userà per contrastare i criminali della città. Nel frattempo un malvagio baffuto del quale quasi più nessuno ricorda le gesta (Hitler), grazie ad un viaggio nel tempo, giunge nel presente e fa stragi di persone. Al prescelto non resta che viaggiare a sua volta nel tempo, andare nel passato e fermare il temibile Fuhrer.
Pochi dialoghi e tutti azzeccati, cadenzati da battute rapide e taglienti (pensiamo ai due nazisti tarantinati), e tanta, tantissima azione.
"Kung Fury" è una mezz'ora di pieno spasso in cui si frullano gli stereotipi dell'action movie e dello sci-fi anni '80 e primi '90; il protagonista è il perfetto cliché dell'eroe: una voce bassa alla Stallone, un taciturno dalla battuta pronta che si lancia in continue mosse marziali esaltate dagli effetti speciali; dominano le ambientazioni notturne e tenebrose pervasa da bande colorate e sui generis; la resa grafica da Vhs, quei maledetti nastri magnetici che si rovinavano inesorabilmente; ed ancora inserti simil-spot pubblicitario made in U.S.A. E' puro citazionismo maledettamente ironico, un'omaggio ad un periodo dominato da un'estetica inconsistente, un viaggio (equilibrato) nel nonsense e nel patinato con cui prendere in giro la riscoperta di quegli anni.
In breve tempo il mediometraggio è diventato virale, una vagonata di visualizzazioni guadagnate in uno schiocco di dita; tutte meritatissime, va detto. Ed al successo di pubblico si è aggiunta una prestigiosa proiezione al Festival di Cannes.
In queste settimane è in lavorazione una versione cinematografica, una grande produzione che godrà dei nome di Micheal Fassbender, Arnold Schwarzenegger (nei panni del Presidente degli Stati Uniti) e del solito Hasselhoff. E' difficile immaginare come potrà essere. La speranza è che si riuscirà nell'ardua impresa di mantenere lo spirito anarchico e fuori di testa incontrato qui.

Habemus Judicium:
Ismail

giovedì 22 febbraio 2018

A TUTTO CORTO #2: PAPERINO, BUGS BUNNY, IL MEIN KAMPF E GLI ALTRI. I CORTI DI PROPAGANDA DURANTE LA WWII

Da "Der Fuehrer's Face" (1943) di Jack Kinney
La sveglia che saluta romanamente. Croci uncinate che arredano ogni cosa. Paperino che dalla cassaforte tira fuori un chicco di caffè, si taglia del pane di legno e si gode una rapida lettura del Mein Kampf. Ma che succede al mondo Disney?
Servivano i quattrini semplice. In Europa, in pieno conflitto, non si potevano più esportare le produzioni cinematografiche ed il governo aveva bussato alle porte con una cassa piena di soldi. La proposta era semplice: si dovevano produrre cartoon che educassero gli americani alla guerra e che aiutassero a sconfiggere i nemici anche attraverso l'uso dei Mass Media. E quegli eroi disegnati, che le masse avevano imparato ad amare, erano perfetti.
Arrivano così i primi corti per rallegrare i militi al fronte. Per l'occasione i disegnatori prendono il personaggio più popolare, Paperino, gli affiancano una canaglia, Pietrone Gambadilegno, e lo piazzano all'interno di una base militare. Il risultato una lunga sequela di gag.
A farla da padrone è Jack King che firma alcune delle opere più celebri; "The Vanishing Private" (trad: "Il segreto Sparito"), distribuito nel corso del 1942, dove Paperino è alle prese con una vernice che rende invisibile gli oggetti e manda ai matti il sergente Gamba. L'anno successivo è la volta di "The Old Army Game" (trad: Il vecchio gioco delle armi") dove Pietrone andrà su tutte le furie per una fuga notturna dalla base militare del papero, il quale ritroveremo mutilato e con una pistola puntata sulla tempia in uno stato di delirio/disperazione; insomma non proprio la Disney a cui siamo abituati).
Sempre di Jack King è "Donald Gets Drafted" (Trad:"Paperino sotto le armi"), ossia come Paperino entrò nell'esercito. L'opera è di King è vero, ma l'influenza della mano di Carl Barks, ossia il padre dei paperi, è fortissima: scrive la sceneggiatura, firma il testo della canzone di apertura e disegna le ali di manifesti che Paperino vede lungo la strada mentre si reca all'ufficio di arruolamento.
Carl è un convinto pacifista. E' fermamente contrario all'intervento bellico degli States e non vede di buon occhio la virata militarista della Disney. E "Donald Gets Drafted" è lo specchio di ciò, un corto che deride apertamente la retorica e le politiche governative.
In scena viene portato lo scontro tra reale e sua rappresentazione. Da un lato, quei manifesti che promettono al soldato una vita glamour, fatta di onori, successi e belle donne. Dall'altro ciò che lo attende realmente: compiti ingrati ed un'insensata disciplina. Nel mezzo un'incredibile e divertente visita medica, in cui si vede quanto l'intento non fosse quello di valutare l'idoneità del soggetto quanto di accettare più reclute possibili.
Di tenore simile a questi lavori c'è "Private Pluto" (trad. "La recluta Pluto"), dove, durante l'addestramento militare del cane giallo, fanno la loro prima comparsa due odiose carognette: Cip e Ciop.
Si è in guerra è vero, ma questi lavori sono in pieno stile Disney: pieni di gag, bonari e mai con riferimenti troppo duri ed espliciti al clima che respirava in quei giorni.
Da "Victory Vehicles-I mezzi per vincere" (1943) di Jack Kinney
Si intrattengono le truppe quindi, ma a cambiare è anche lo stile di vita dell'americano medio.
E chi può spiegarlo alla popolazione? Facile, il buon Pippo in "Victory Vehicles" ("I mezzi per vincere"), un coacervo di gag ed ironia, a firma Jack Kinney, uscito nelle sale il luglio del 1943.
L'antefatto è il razionamento di petrolio, gomma e metalli, ossia tutti quei materiali che erano fondamentali per l'industria bellica. Il risultato è un Pippo alla ricerca di infiniti modi alternativi con cui spostarsi nelle grandi città senza auto. Intendiamoci tutte idee stupide ed inutilizzabili, nel pieno stile del cane antropomorfizzato, che ci portano alla soluzione regina: il pogo-stick.
Anche qui la guerra è sfumata, e per di più, come accaduto con l'arruolamento di Paperino, si respira quell'ironia che sembra mettere alla berlina le scelte governative nonché gli stessi corti di propaganda.
Ben diversi nel tono sono "The New Spirit", "The Spirit of 43" ed "Out of the Frying Pan Into the Firing Line".
Nel primo è il papero per eccellenza a farla da padrone, quanto mai ritroso nel pagare le tasse.
Ma una radio gigante, quasi antropomorfizzata, gli ricorda che la nazione ha bisogno di lui, delle sue «tasse per battere l'Asse». Paperino si convince, esce di casa a velocità supersonica, con un turbinoso coast to coast, giunge a Washigton a dare la sua parte.
E questa roba funziona! Si stimarono circa 60 milioni di spettatori; e c'è di più, una buona fetta di quegli spettatori si convinsero dell'importanza di dare il proprio aiuto alla nazione attraverso il pagamento delle imposte. Bye Bye evasione!
Passa un anno ed il copione del '43 è quasi identico. Sempre Paperino a farla da padrone. Un mucchio di banconote in tasca ed ancora il dubbio: godersi i propri guadagni o risparmiare per poter fare la propria parte nella guerra?
Stavolta non c'è nessuna radio, bensì due personaggi a contenderselo. Da un lato un dandy che invita allo scialacquo. Dall'altro un risparmiatore in kilt che quando lo vidi la prima volta mi fece sobbalzare dalla sedia: quello è Zio Paperone, o perlomeno il suo archetipo, che muove i primi passi nel mondo dei paperi (la prima comparsa ufficiale dello Zione avverrà nel corso del 1947).
Paperino è indeciso, poi però sul volto del bellimbusto compaiono dei baffetti inconfondibili e capisce quale è la giusta strada da seguire. I due Spirit sono un'incessante sequela di battute: «cedere alle tentazioni o fare buone azioni»; «per ogni dollaro sottratto alle tasse perderai un pò di dignità»; ed ancora, «spendere per l'asse o risparmiare per le tasse...»?
Poi ci si ritrova catapultati in un finale a dir poco muscoloso.
Fabbriche operative notte e giorni, metalli che si fondono, altoforni, cannoni, incrociatori giapponesi colpiti ed affondati, cimiteri di aerei nazisti abbattuti e la 5a del Ludovico Van che fa capolino. Diamine. Una propaganda becera, sciovinista ed imperialista ma messa su dannatamente bene!
Ma la guerra interessa tutti, anche l'altra metà del cielo.
Ed ecco che in "Out of the Frying" a parlare alle casalinghe ci pensa Minnie (coadiuvata dallo scodinzolante Pluto); ci ricorda che il grasso da cucina non deve esser sprecato; ci mostra un'immagine bizzarra in cui questo viene versato in un imbuto e ne esce sotto forma di proiettile; ci spiega che questo contiene glicerina, e quindi è un' importante risorsa per dare una sonora pedata nelle terga ai nazisti ed aiutare anche il suo Topolino che vediamo in foto, sorridente, al fronte. Ed anche qui fa capolino la stessa potenza bellica incontrata in precedenza, fatta di cannoni che sparano per la libertà a non finire...
Va però detto che non tutti i corti nati in quel periodo si contraddistinguono per la qualità. Talvolta si ricicla roba vecchia; avviene con "All Togheter", una parata, o meglio un'accozzaglia di personaggi ritagliati da altri lavori ed incollati per invitare il pubblico ad acquisire i titoli di guerra canadesi; oppure "I tre porcellini" con un lupo nazistizzato ed i mattoni che si trasformano in solidi titoli di stato a stelle e strisce.
Da "Der Fuehrer's Face" (1943) di Jack Kinney
Ed in questo marasma creativo ci sono delle vere icone dei corti di propaganda.
Tra questi c'è "Der Fuehrer's Face" (1943), l'opera con cui abbiamo aperto questo post e con il quale Paperino si portò a casa il suo primo ed ultimo Oscar nel 1944. La Faccia del Fuhrer è da vedere ed avere per il suo valore artistico e storico, c'è poco da fare e dire.
Una piccola banda musicale irrompe nella scena. Si vede Hiroito. Mussolini alla grancassa. Goering che suona l'ottavino. Goebbels al trombone. Himmler al rullante.
Tutto è stereotipato, grottesco ed esilarante. Dalla marcetta anglo-tedesca che deride l'ideologia nazi-fascista ed il suo culto verso il capo, alle fattezze dei personaggi dai tratti esagerati, sino ai movimenti sincopati e astrusi  (ah, quel tondeggiante Goering che sculetta sorridente). Tutto attorno un ambiente ornato da croci uncinate in cui anche gli animali si dilettano nel saluto romano.
E dopo la sveglia, si passa alla giornata giornata tipo di un Paperino alle dipendenze dell'industria bellica nazista, cadenzata da un'infinita catena di montaggio dove, tra un proiettile e l'altro, è costretto a vivere un slancio esilarante nei continui omaggi al Führer. Segue una ginnastica astrusa, perché si sa che il culto del corpo viene subito dopo quella del capo, ed il riposo dinnanzi ad un poster delle Alpi Bavaresi, capace di donare sempre grandi emozioni.
Inevitabilmente giunge l'alienazione, un'allucinazione potente che mette alle strette l'ideologia nazi-fascista e porta al risveglio nella più classica esibizione di patriottismo made in USA.
Divertente ed incisivo. E bravo il nostro papero, e bravo anche il regista Jack Kinney...
Ma la Disney decide di fare un ulteriore balzo in avanti: avvertire il pubblico delle tecniche di manipolazione adottate dai nazisti. Nasce così un'ideale trilogia sul tema.
E' il caso di "Reason and Emotion", uscito nell'agosto del 1943 e firmato da Bill Roberts (tra gli autori di "Dumbo", "Bambi" e "Fantasia", mica bruscolini). L' idea di base è geniale.
Veniamo catapultati nella mente di un pargoletto dove troviamo una sorta di abitacolo automobilistico, dotato di un volante e due posti a sedere. Al suo interno vivono due esserini. Alla guida c'è un omino distinto, occhialuto ed un po' secchione, ossia la Ragione; sul posto passeggero, sempre pronto a ribellarsi e prendere il comando, c'è un cavernicolo caciarone e godereccio, l'Emozione (nella versione femminile una nanerottola sexy tutte curve).
Pochi secondi e si viene catapultati nell'antenato di "Inside Out"...
Ma in "Reason and Emotion" non c'è solo fantasia, sorrisi e disimpegno.
Al centro del pensiero di ogni americano c'è la guerra, la paura portata da Perl Harbour, il timore di ritrovarsi un nemico, sino a ieri separato da un oceano, dentro casa. Ed «in questi tempi difficili, ci spiega il narratore, è importante più che mai il controllo del conflitto tra ragione ed emozione».
Ed ecco tornare la figura di Hitler, con la sua politica tutta tesa a far predominare l'emotività sulla ragione, attraverso il ricorso alla paura, l'odio e l'orgoglio ariano; una prospettiva in cui di intravede solo guerra e macerie. E quale sarebbe la via di fuga a questa sciagura? Semplice, mettere l'emotività al servizio della ragione, unire i due elementi per la lotta contro il nemico pubblico.
Da "Education for Death" (1943) di Clyde Geronimi
Nel dicembre del '43 tocca a "Chicken Little" (Trad. "Questione di Psicologia") parlare di manipolazione. La protagonista è una Volpe che, con l'aiuto di un libro di psicologia, cerca di far cadere in trappola un pulcino e rimediare così una prelibata cena. Il finale, nonostante il narratore ci rincuori sino ad un attimo prima, è più tetro che mai. La volpe irretisce l'intero il pollaio e si sbrana tutti. E per quale ragione i disegnatori avevano dato vita ad un corto con un finale così drammatico?
La risposta è semplice, la volpe simboleggia il nazismo. E ciò, nella prima fase di scrittura del soggetto, era ancor più evidente. Al posto del manuale di psicologia, ci sarebbe dovuto essere il Mein Kampf; a suggellare il finale drammatico si era optato per un cimitero militare con le svastiche al posto delle croci.
Ma il III Reich quando inizia ad interessarsi dei bambini tedeschi?
E' la domanda che si pone alla base di "Educazione alla morte", opera di Gregor Zimmer, educatore tedesco fuggito negli States prima che Hitler mettesse in pratica l'espansionismo territoriale.
Un saggio con interviste e commenti sul modello scolastico nazista, fatto di riti e rigida educazione. La più celebre inchiesta sul sistema educativo della Germania di Hitler, documento utilizzato anche durante il Processo di Norimberga.
E da questo spunto, il regista italo-americano Clyde Geronimi, gira "Education for Death", distribuito nel gennaio del 1943; il protagonista è il piccolo Hans, nato e cresciuto sotto la croce uncinata e del quale si seguono le sorti.
C'è lo humor, come ci si può aspettare da una produzione della Disney, datoci da una corpulenta Bella Addormentata wagneriana (la Germania), tratta in salvo da cavaliere senza macchie e senza paura (Hitler), che la toglie dalle grinfie di una perfida e rugosa strega (la Democrazia).
Ma il divertimento dura pochi attimi; il resto è plumbeo, scuro, a tratti asfissiante. Quel mix di paure e pessimismo, che negli altri lavori era stato arginato, in "Education for Death" diviene centrale, uno strumento di analisi attraverso cui si giunge ad una drammatica risposta: il regime si interessa dei bambini sin dal loro concepimento.
Vediamo così in successione i genitori del piccolo Hans recarsi da un tenebroso funzionario governativo; dover dimostrare la loro appartenenza alla razza ariana; scegliere uno dei nomi approvati dal governo per i nuovi nati; temere la deportazione del figlio a causa di una malattia che lo ha colpito. Seguiamo poi Hans a scuola, una situazione che corre lungo i binari del grottesco, dove apprende l'insegnamento principe: la prevaricazione sul più debole; poi i libri proibiti da Goebbels dati alle fiamme; le parate coreografiche; l'arrivo della maturità, l'Hans uomo trasformatosi in un perfetto automa depensante a servizio del regime, una macchina che ha come unico destino la morte e la devastazione.
"Education for Death" ha una potenza espressiva che, prima della visione, si fa fatica solo ad immaginare.
Da "The Ducktators" (1942) di Norm McCabe
Ma non c'è solo la Disney a scendere in campo. Ci sta Braccio di Ferro che cerca di salvaguardare un carico di spinaci diretti via mare in Inghilterra, combattendo contro giapponesi fastidiosamente stereotipati.
Ci sono poi Bugs Bunny e soci che portano la loro follia nella lotta contro il nazismo.
In "Plane Daffy" (Trad. "Duffy all'attacco") l'anatroccolo nero dei Looney Toons, qui misogino per sua stessa ammissione, si propone per una missione: portare a destinazione un messaggio segreto importantissimo.
Chi ci ha provato prima di lui, il Piccione 13, è caduto tra le braccia di una fascinosa spia tedesca (la parodia di Mata Hari) che lo ha sedotto, drogato ed estorto il segreto che portava con sé. La fine del Piccione 13 è stata tragica, il suicidio, unica soluzione per il senso di vergogna provato.
Nonostante il suo odio verso l'universo femminile, anche Duffy cade nelle trame della bella spia riuscendo però, dopo una fuga in pieno stile Looney, ad inghiottire il messaggio.
La conclusione? Si scopre il messaggio («Hitler è una carogna») e la premiata ditta Goebbels/Goering muore suicida, davanti agli occhi divertiti dell'anatroccolo nero.
Sempre il buon vecchio Duffy è protagonista del divertentissimo "Commando Duck" (diretto dal solito Jack King), dove si prende gioco di un colonnello nazista che manda pazzi e si prende la briga di dare una martellata in testa allo stesso Hitler, intento a parlare di superiorità della razza in un comizio.
E che dire di "Ducktators" (agosto 1942)? Un corto folle!
In un pollaio due anatre (Hitler e Hiroito) ed un'oca (Mussolini) decidono di espandere il loro potere. Ci ritroviamo dinnanzi ai comizi dal balcone del Duce e a quelli carichi di pathos delirante di Hitler. Si deridono le loro movenze, gesti con cui si vuole rimarcare la stupidità delle loro idee e degli inetti che hanno deciso di seguirlo. Si corre così verso un finale caciarone, con botte da orbi ed un ritorno all'ordine rappresentato dalle teste dei tre trasformate in trofei di caccia (questa parte censurata nella versione distribuita in Italia). In coda segue il consueto invito all'acquisto i titoli di guerra.
I lunatici sono attivi tanto quanto i colleghi della Disney, mostrando però quella cattiveria connaturata al loro essere perennemente fumati e sopra le righe.
Da "Tokio Jokio" (1943) di Norman McCabe
A volte ciò porta a risultati dubbi.
Un esempio? "Tokio Jokio" (maggio 1943).
Costruito nello stile del mockumentary, il regista Norman McCabe ci presenta una serie di situazioni con cui mette alla berlina il nemico giapponese.
Bene, come lo si può considerare? Un corto di livello infimo in cui emerge un becero razzismo nei confronti degli orientali? In alcuni passaggi è questa la sensazione che si prova.
Uno sguardo quanto mai perfido, in buona parte fondato su gag fisiche e pessimi giochi di parole.
I giapponesi sono più che mai stereotipati. Tutti bassi coi dentoni, incapaci nello sport e nell'uso dell'ingegno; hanno poi quel modo di fare, quella cortesia che non può essere di questo mondo; e poi cosa dire di quel modo di parlare? Ridicolo no?
Ci sono poi passaggi durissimi. Su tutti l'immagine fissa su una sedia elettrica in funzione, che un cartello ci avvisa essere destinata all'ammiraglio giapponese Yamamoto.
Insomma si può anche ridere, ma a denti strettissimi, consapevoli quanto alcuni passaggi oggi siano difficilmente digeribili e di quanto la cattiveria mostrata non sia sostenuta da intelligenza e sagacia. "Tokio Jokio" appare completamente fuori fuoco, mancando il reale bersaglio della satira: il militarismo giapponese.
Unica parte riuscita è il veloce sguardo sugli altri due dell'Asse, con un Hitler stupito della cartolina inviata da Rudolph Hesse da un campo di concentramento ed un Mussolini che se ne sta, triste e solitario, su una colonna dei Fori a giocare con uno yo-yo.
Un discorso analogo può essere per "Bugs Bunny Nips the Nips".
Il sarcastico coniglietto giunge su un'isoletta per mezzo di una cassa. Un paradiso terrestre che ben presto, a causa della massiccia presenza di giapponesi, si trasformerà in un inferno; tutti questi nanerottoli tra i piedi, stupidi, creduloni, asserviti al capo e che parlano una lingua del tutto incomprensibile.
Bugs li farà impazzire regalando gelati esplosivi e travestendosi da generale prima e donna poi. Ed in mezzo alle numerose gag, l'adorabile coniglietto non mancherà di apostrofarli come "facce da scimmia" o "slant eyes". Questi lunatici ci sono andati davvero pesanti...
Ma non sono solo gli States ad usare l'animazione per fare propaganda.
Lo fa il Giappone già nel lontano 1934 con uno scontro epico tra Momotaro, un eroe delle fiabe, ed una tremebondo Topolino; qui il ratto della Disney è diverso da come ce la ricordiamo. E' Brutto, sporco e cattivo, un'imperialista armato di mazza e con un piccolo esercito al seguito che mira a conquistare un'isoletta abitata da pacifici animaletti.
E Momotaro lo si rivedrà in due lungometraggi finanziati dal ministero della marina ("Momotaro l'aquila dei mari" del 1943 e "Momotaro il divino marinaio" del '44), divenendo un eroe epico che condurrà i giapponesi alla vittoria e ristabilendo la tanto sospirata pace tra i popoli.
"Momotaro vs Mickey Mouse" (1934) di Komatsuzawa Hajime
E che la Germania nazista abbia fatto della propaganda un suo punto di forza non è chissà questa gran scoperta. A parlare ci sono gli interventi del Ministero della Propaganda guidato da Goebbles, un'opera vasta che colpisce libri, cinema (penso al quanto mai odioso "Ebreo Errante"),giornali, teatro e fumetti.
Non mancano interventi propagandistici nel campo dell'animazione; alcuni di questi sono andati persi; altri invece sono divenuti veri e propri oggetti da museo. Tra quelli facilmente reperibili sul Tubo ci sta "Nimbus Libéré", prodotto nel corso del 1944 e destinato alla Francia occupata.
Da Londra, uno speaker radiofonico ebreo, terribilmente stereotipato, annuncia ai francesi l'arrivo degli alleati. Tra gli ascoltatori c'è un giubilante professor Nimbus (personaggio molto noto a quei tempi per delle strip sui giornali) con la sua famiglia. Quella notizia ha il sapore di libertà, il ritorno alla vita normale.
Stacco e ci ritroviamo dinnanzi ad uno squadrone dei cieli, guidato da alcuni dei personaggi più famosi dell'animazione americana: Popeye, Pippo, Paperino, Topolino ed gatto Felix; alle loro spalle una serie di bombe con su scritto made in USA.
La liberazione, come potrete immaginare, assume toni tragici: le bombe vengono sganciate sui civili, ed una di queste cade sulla casa dei Nimbus distruggendola. Tutto è ridotto in macerie, tranne la radio, ancora in funzione, simbolo di false speranze. Un angelo della morte scende dall'alto, si poggia sul cumulo di macerie, liberando una risata quanto mai sinistra.
E l'Italia in tutto ciò?
Beh anche il regime fascista è dotato di un ministero apposito: il MinCulPop.
Le conseguenze? Uno stretto controllo dei mezzi di informazione ed un utilizzo imponente e mirato di cinegiornali e film di propaganda. Ma a Mussolini interessa anche l'animazione e decide di commissionare numerosi lavori a Luigi Pensuti, l'autore italiano per eccellenza.
Molte delle sue opere sono andate perdute, ma tra quelle che facilmente visionabili c'è il curioso:"Dottor Churkill". L'inizio è involontariamente comico: "Nella grande metropoli di 'un'isola lontana, che si allunga sul mare come un grosso ragno dagli immani tentacoli, c'era un sinistro castello,[...] popolato dai più ripugnanti animali notturni"; un linguaggio tronfio, ridondante e carico della retorica del parlar italico. Il protagonista è un Churchill rivisto in chiave stevensoniana, un essere mostruoso che solo grazie ad una pozione, a base di democrazia, riesce ad assumere sembianze umane. E solo quando il suo aspetto è accettabile, vaga a bordo di un aeroplano che soffre di flatulenza, andando di paese in paese per depredare le ricchezze di popoli laboriosi e pacifici. Una trama quanto mai faziosa, con cui mostrare a grandi e piccini il giusto disprezzo per la perfida Albione...
E con l'Italia giungiamo alla fine di questa lunghissima carrellata di opere (sommaria e parziale), uno di quei post che mette a dura prova sia chi lo scrive, sia quei pochi eroici lettori che giungono sino alla fine.
La Seconda guerra mondiale mostrava la forza di una nuova arma che era stata sperimentata a pieno nel ventennio precedente: i Mass Media. Questi, osserveranno i filosofi della Scuola di Francoforte (in particolare Adorno e Horkheimer), diventeranno parte integrante della società contemporanea, lo strumento d'eccellenza per incidere e plasmare le coscienze individuali (ma questa è tutta un'altra storia che a questa pagina poco compete ma che invitiamo a valutare).
Un giorno molto lontano (la mia testa necessita di un pò riposo), si tornerà per questi lidi, approfondendo ciò che è stato solo accennato, parlando di ciò che scientemente non è stato inserito.
Alla prossima.

Ismail

giovedì 8 febbraio 2018

A TUTTO CORTO #1: TRE PROPOSTE SCI-FI

Papparappapà! Signore e signori che squillino le trombe.
Con l'arrivo di febbraio inauguriamo una nuova rubrica interamente dedicata a quel condensato di idee quali sono i cortometraggi. Per questa prima puntata ci dirigiamo nel mondo sci-fi con un terzetto niente male. Non resta che augurare a tutt* una buona lettura. 

"There Will Come Soft Rains" (1984) di Nazim Touliakhodjaev:
Tutto ebbe inizio con "There will Come Soft Rains", poesia in cui Sara Teasdale si immaginava uno scenario post-apocalittico senza più umanità. Poi, nel 1950, venne l'omonimo racconto di Ray Bradbury , che, con ironia e leggerezza, trasformava in parole la sciagura di Hiroshima.
Nel 1984 arrivò un regista russo dal nome impronunciabile che decise di animare il racconto.
E' l'ultimo giorno del 2026 e ci ritroviamo in una casa completamente meccanizzata capace di svolgere ogni normale mansione domestica. Pulisce, cucina, sparecchia e funge pure da adorabile sveglia. Quello che si vede però è un non luogo. Si vedono futuribili letti a forma di capsule, tute anti-radiazioni appese alle pareti ed una finestra rotta dalla quale si vede l'inverno nucleare. Attorno agli oggetti solo un cerimoniale vuoto senza più divinità.
"There Will Come Soft Rains" è un corto cupo e plumbeo intriso di tutte quelle angosce che accompagnarono la Guerra Fredda, una visione che ancora oggi spiazza lo spettatore.
Voto: 3/5
Lingua: Sottotitoli in inglese (dialoghi semplici)
Link: https://www.youtube.com/watch?v=5LNHYz89sNc&t=300s

"BlinkyTM" (2011) di Ruairi Robinson:
Del lotto il mio preferito. 
Uno script interessante ed un' infornata di effetti speciali tirati su con la sommetta di 50000 dollari.
Ci ritroviamo in un futuro non molto lontano in cui le intelligenze artificiali sono ormai una realtà. Tra i vari robot lanciati sul mercato c'è il Blinky, un barattolo che ricorda un C1-B8 antropomorfizzato, l'upgrade del miglior amico: gioca, tiene compagnia e si diletta anche nelle faccende domestiche.
Un ragazzino lo riceve come regalo ma ben presto, come spesso accade con i giochi, inizia a stufarsene. Nel frattempo la sua bella famigliola piccolo borghese mostra alcuni scricchiolii interni.
Un corto sull'incomunicabilità familiare? Solo in parte; in realtà "Blinky" ripropone in salsa sci-fi la dicotomia tra bene e male, tra lo scegliere di essere o meno cattivi.
Il bimbetto scontento del mondo che lo circonda, inizia a maltrattare il piccolo Blinky. Comandi contraddittori, oggetti lanciati addosso, ordini che lo costringono in estenuanti conti alla rovescia da da 999999 sotto una pioggia incessante. E lui, quel cassonetto metallico, sorride e risponde sempre No Problem.
Il finale? Un'impennata cattiva, cinica e perfida.
Dieci minuti perfetti (o quasi), "BlinkyTM" è robetta notevole.
Voto: 4,5/5
Lingua: Disponibile con sottotitoli in italiano.
Link:  https://www.youtube.com/watch?v=g_D_s7Od8oc

"Human Form" (2014) di Doyeon Noh:
Un clima spettrale, silenzi che acuiscono il senso di solitudine ed una serie di volti tutti uguali; "Human form", cortometraggio made in Corea, è uno dei esperimenti più curiosi in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi. La protagonista è una giovanissima ragazza che desidera con tutta se stessa un intervento di chirurgia estetica con cui cambiare i tratti somatici del viso.
La ragione? Diventare come tutti gli altri.
Uno soggetto notevole che ci mette difronte al tema del diverso e dell'omologazione sociale, un lento flusso narrativo in cui l'identità e 'individualità si smarriscono.
Voto: 4/5
Lingua: Disponibile solo con sottotitoli in inglese; nonostante ciò i non molti dialoghi sono facili da seguire anche per chi non ha particolare dimestichezza con la lingua
Link: https://www.youtube.com/watch?v=6lgf30wFOlA
Ismail