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lunedì 29 ottobre 2018

"DRIVE IN-LA TRILOGIA" DI JOE R. LANSDALE

«Dopo di che, i cadaveri dei giustiziati sono scomparsi più in fretta degli scrupoli di coscienza di un maniaco sessuale»

Ad un certo punto della lettura vi imbatterete in un mare di lamiere e fango, con tanto di cartello in entrata che vi darà il benvenuto: eccovi nella Città di Merda. Ai lettori che ci saranno giunti sarà ben chiaro di trovarsi dinnanzi ad un opera che è perfettamente sussumibile in questo termine: "Drive In" è una trilogia eccessiva, volgare, in alcuni momenti gratuita ed in altri quasi cervellotica, piena zeppa di quegli effettacci da Z-movie fatti di figuranti con tute da mostro adornate da zip sulla schiena in bella vista. Non c'è niente di più finto eppure tutto è tangibile: "Drive in" è una melma appiccicosa in cui si rimane invischiati.
Colui che condivide con me questo spazio della blogosfera, parlando di Takashi Miike ha scritto: «quando ci si interroga sul valore artistico della sua opera, bisogna scegliere, senza mezze misure, due estremi opposti: considerarla spazzatura o massima espressione dell'ingegno umano. [...] tutta la filmografia del regista corre sulla doppia lama degli opposti, senza che l'uno possa scindersi dall'altro: non potremmo prendere in considerazione l'idea di giudicare Miike un genio, senza parimenti considerarlo come un artigiano di pessimo gusto». 
Ecco, Miike è giapponese e Lansdale è texano, uno gira film l'altro scrive libri, sembrano avere poco da spartire tra di loro eppure per entrambi si possono utilizzare le stesse parole.
Ma chi è questo yankee dalla lingua lunga?
E' un patito delle arti marziali, questione di non proprio secondo piano che capirete nel corso della sua lettura. E' uno che scrive a ritmi incredibili, per farsi un'idea basta fare un salto su wikipedia: una quarantina di romanzi all'attivo, una mole di racconti che è impossibile solo contare e, giusto per non farsi mancare niente, qualche sceneggiatura ed una manciata di graphic novel. 
Lansdale è una bestia rara della letteratura contemporanea, uno che incuriosisce e sfugge da ogni etichetta, si muove libero tra i generi mescolando il classico con il moderno. Lo fa con un'entusiasmo ed un divertimento che si respira pagina dopo pagina. E, nel suo inventare, sguazza nel putrido, superando i confini del sentir comune: il richiamo dell'immagine di un feto usato come randello, che beccai in un suo breve racconto, credo possa bastare per far capire chi si ha di fronte. Ma attenzione, Lansdale non è un provocatore che impasta immagini schifiltose giusto per scandalizzare; o almeno non è solo questo.
Ma vediamo brevemente la trama del "Drive-in": quattro amici, Jack, Bob, Randy e Willard, decidono di trascorrere il loro venerdì sera all'Orbit, un drive-in che trasmetterà lungo tutta la notte 5 film horror: "Ho fatto a pezzi la mamma", "La casa", "La notte dei morti viventi", "Utensili per l'omicidio" e "Non aprite quella porta". Tra giovani che sgranocchiano pop corn sanguinolenti e coppiette che fanno saltellare auto, fa la sua comparsa una cometa rossa che sovrasta l'Orbit e pare sorridere ai presenti. Dopo il suo passaggio una materia oscura, solcata da fulmini blu, si staglia tutt'attorno al drive-in: chi prova ad oltrepassarla viene sciolto. 
In poche pagine l'incubo si fa realtà, ritrovandoci in una storia cadenzata da immagini post-apocalittiche, appellativi e massime irresistibili con cui il Nostro costruisce un non-sense (che poi tanto non-sense non è) tragicomico al quale difficilmente si può resistere.  Quello che accadrà nelle pagine a seguire avrà il sapore dell'incredibile.
Il "Drive-in" di Lansdale è un'opera profondamente cinematografica: lo è per le ambientazione, per le citazioni, per i twist che si ricorrono tra di loro.
Lo si percepisce nell'attenzione verso una piccola comunità alla cinema western, perfetto luogo d'analisi dei comportamenti umani.  Viene naturale immaginare, mentre si legge, le esplosioni di violenza ed i volti luridi di Leone e Peckinpah. Nella notte infinita e nelle individualità che si sciolgono nella massa, elementi che sembrano uscire direttamente dalle sequenze horror di Romero o dal neo-noir Carpenteriano. E che dire delle trasformazioni dei corpi, dell'immagine cine-televisiva che si fa reale e di una nuova chiesa catodica? Il "Videodrome" di Cronenberg sta dietro l'angolo. 
Ed in questo mash-up orrorifico si percepisce la migliore tradizione del romanzo di formazione con quella duplice propensione di vita/morte che J.R. portata alle estreme conseguenze. 
C'è la sua passione per il cinema ed una storia folle che è una e propria calamita per il lettore quindi; poi c'è il Texas (e gli U.S.A.) con il suo carico di contraddizioni, un mondo così profondamente cristiano eppure perennemente sul chi va là, timoroso verso tutto ciò che è estraneo, sempre pronto a comunicare a forza di colpi di fucile. 
Ecco il "Drive-in" è una cloaca colma di liquame, lo specchio di una società così progredita, così civile, così legata ad animaleschi istinti di predominazione. E' una letteratura orgogliosamente di serie B e perfida che nulla ha da invidiare ad ipotetici fratelli maggiori. 
Questa merda è un materiale quanto mai prezioso.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 13 agosto 2018

"LA BAMBINA CHE AMAVA TROPPO I FIAMMIFERI" (1998) DI GAETAN SOUCY

«Essendo io il segretariano quel giorno, avevo il diritto d'indulgiare a uscire dal letto dei campi dopo una notte all'addiaccio e mi ero appena messo a tavola davanti all'incunabolo quand'ecco che fratellino scende da basso».
Segretariano, incunabolo, addiaccio. Seguiranno misteriosi Giusti Castighi, teche e donne da collocare tra le Puttane o le Sante Vergini.
Poche righe e ci ritroviamo in un mondo altro, cadenzato da una scrittura sopraffina che mescola un linguaggio arcaico a sconcezze, un neo-volgare che ci pone in un tempo indefinito che può essere oggi o l'alto medio evo.
Il luogo è anch'esso indefinito, una grande casa, circondata da campi con una pineta fitta che le si staglia dinnanzi e la isola da ogni forma di civiltà.
I protagonisti sono due, anzi tre.
Padre è un'entità evanescente. E' morto nella pagina bianca, prima ancora che l'inchiostro abbia iniziato a tracciare la storia, eppure impera moralmente e fisicamente. E' stato un uomo violento, un Dio folle e dispotico che ha generato due figli, gli ha imposto il proprio codice etico-religioso, li ha salvaguardati da ogni contatto con l'esterno rendendoli dei selvaggi.
Ciò che sanno i due fratelli della vita lo hanno appreso dalla bocca del padre o dai poemi cavallereschi presenti in libreria. La morte di Padre è quella del dio nietzschiano, il crollo dei valori e del senso delle cose che li costringerà a prendere in mano le redini della vita. E uno dei due fratelli, quello più portato alla parole, ci scriverà in prima persona la (sorprendente) storia.
"La bambina che amava troppo i fiammiferi" è un tumulto che scuote la coscienza del lettore, un thriller dalle tinte grottesche e macabre che non smette mai di stupire.
Secco quanto la "Trilogia della città di K." (LINK) della Kristoff (con il quale condivide la forza straniante e spersonalizzante della violenza), Gaetan Soucy centellina gli indizi con parsimonia ed edifica una nebulosa narrativa in cui ci si smarrisce. Sono i piccoli dettagli a fare la differenza, fatti accennati, lasciati e ripresi, che mettono alle corde il lettore portandolo a vivere la meraviglia del sublime all'interno di un orrido mistero che sembra non aver mai fine.
Un ultimo consiglio cari lettori. Come avrete notato, non ho messo (come mio solito) la copertina del libro. Il motivo è semplice, questa dice troppo. Fate una cosa, andate dal vostro libraio di fiducia (o mandate un ambasciatore al vostro posto) e fatevi mettere una fodera di carta come si faceva ai tempi della scuola. Sarà necessario per non rovinarvi questa festa della lettura.

Habemus Judicium:
Ismail

giovedì 14 giugno 2018

"TRILOGIA DELLA CITTA' DI K." DI AGOTA KRISTOF

«[...] il verbo amare non è un verbo sicuro, manca di precisione e di obiettività. Amare le noci e amare nostra madre, non può voler dire la stessa cosa. La prima formula designa un gusto gradevole in bocca, e la seconda un sentimento.
Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe: è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedele dei fatti»

Siamo in guerra, in un luogo qualunque dell'est europeo. La grande città è schiacciata dai bombardamenti ed una madre, rimasta sola con i suoi due gemellini, non sa più cosa fare. 
Come unica speranza c'e la nonna dei due piccoli; lei abita nella piccola città e lì il conflitto è lontano. L'anziana donna è però l'ultima persona a cui pensare di lasciare dei bambini, è brutta, sporca e cattiva, un' avara e violenta che i suoi compaesani usano chiamare la strega.
Per la madre non c'è altra alternativa, i suoi gemelli dovranno andare lì e resistere alle angherie dell'anziana donna. 
"Il Grande Quaderno" quando uscì nel lontano 1986 fu una potente scudisciata sul mondo della letteratura, una prosa secca e tagliente per un racconto che pulsava perfidia e cinismo ad ogni rigo.
Dietro l'opera una signora nessuno, Agota Kristof, una scrittrice magiara di lingua francese che si era dedicata alla poesia da giovanissima ed alla scrittura di qualche spettacolo teatrale. Nel mentre una vita da esule. La sua Ungheria l'aveva abbandonata nel 1956 a seguito dell'invasione sovietica. Il primo marito, un professore di storia sposato a 18 anni, temeva di finire in carcere e di rimanere lì non aveva alcuna voglia; di quel matrimonio e della fuga successiva la Kristof se ne sarebbe pentita, «due anni di galera in Urss erano probabilmente meglio di cinque anni di fabbrica in Svizzera».
Ma lasciamoci alle spalle le questioni biografiche e torniamo al caso letterario.
Il "Grande quaderno" è difatti solo l'inizio. Nel 1988 viene pubblicata "La Prova" e nel 1991 "La Terza Menzogna", gli altri due tasselli della "Trilogia della citta di K.".
Bastano poche righe e si rimane imbrigliati in un vortice dal quale non è più possibile fuggire.
"Il grande quaderno" altro non è che il diario tenuto dai due gemellini nella loro nuova dimensione di vita. Un racconto cadenzato da fatti e persone, colpi secchi e ben calibrati che ci trascinano verso la normalità dell'orrore.
E' un austero processo di disumanizzazione, opera di quel conflitto che rimane minaccioso sullo sfondo ed in cui l'umanità e l'amore diventano ostacoli per un unico bisogno primario: sopravvivere; non importa che per raggiungere tale scopo si debbano prevaricare i corpi altrui.
Ne "La prova" e "La terza menzogna", mutano temi, stile e prospettive. I pensieri si articolano, non limitandosi più solo ai fatti, così come il tema della guerra lascia spazio alla solitudine ed a quel sentirsi esule. Eppure rimane vivo quel turbine scioccante accarezzato nel primo libro, acuito da una Kristof che si prende gioco del lettore mescolando continuamente le carte in tavola.
Capolavoro.
Una parola da tenere sempre a debita distanza.
Un suo abuso ne svilirebbe la portata.
Stavolta lo possiamo tirare fuori dalla naftalina, qui il suo impiego è pienamente legittimo.
Lo è per la prosa, immediata e visiva, che è degna dei migliori.
Lo è per il contenuto, una favola nera fatta di ombre e fantasmi che muove da un determinato contesto storico, se lo scrolla di dosso e ci pone dinnanzi ad un disfacimento esistenziale universale.
Lo è per quel cinismo ai limiti del surreale, che perfettamente rende la naturalezza del male, una forza incontrollabile che giunge senza preavviso sconvolgendo le esistenze.
Lo è perché "La trilogia della città di K." colpisce alla pancia e ti entra sotto la pelle.

Habemus Judicium:
Ismail

giovedì 31 maggio 2018

"MATTATOIO N. 5 O LA CROCIATA DEI BAMBINI" DI KURT VONNEGUT

La città di Dresda dopo i bombardamenti
«Tra le cose che Billy Pilgrim non poteva cambiare c’erano il passato, il presente e il futuro»

Dresda non era un obiettivo. Di più, Dresda era percepita come città aperta.
La guerra aveva messo in ginocchio la sua cittadinanza, ma gli echi delle bombe erano rimasti relativamente distanti. Si poteva almeno provare a continuare la vita di tutti i giorni. Poi però il fronte orientale iniziava ad avvicinarsi. C'era il rischio che Berlino spostasse mezzo milione di militari nell'est del paese per bloccare l'avanzata russa. Gli alleati dovevano bloccare ogni mezzo di comunicazione e trasporto. Dresda diveniva un obiettivo. Tra il 13 ed il 15 febbraio del 1945, la cittadina tedesca venne sorvolata da centinaia di aerei della Raf, seguiti dai micidiali B-17 americani. Migliaia di bombe lasciarono una scia di macerie e morte.
E cosa centra tutto ciò con un romanzo sci-fi?
Centra perché Kurt Vonnegut era stato fatto prigioniero dall'esercito tedesco ed in quelle ore si trovava a Dresda; c'è di più, era in una grotta, ricavata sotto un mattatoio.
Centra perché la fantascienza, sostenuta dall'ironia e da un tratteggio folle, diviene uno specchio distorto e pulsante attraverso cui mostrare ciò che altrimenti sarebbe impossibile da raccontare. Perché, come ammette lo stesso Vonnegut, a volte fermarsi e guardare indietro verso la storia, può tramutarci in statue di sale.
"Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini" è una strana creatura, un libricino di neanche di 200 pagine in cui si nascondono contenuti e pensieri di una saggezza sottile che mira alla sopravvivenza.
E' lo stesso io di Vonnegut ad aprire il romanzo, una ricostruzione dei ricordi e delle ombre dei bombardamenti. Poi l'io narrante scompare, si scioglie nella fantasia e ci conduce verso il protagonista: Billy Pilgrim.
Billy è un uomo normale che gode di un benessere economico che mai avrebbe pensato da giovane. Ha una moglie, un po' corposetta e amante del cibo, due figli, ed una casa borghese.
Billy è stato una delle tante vittime della seconda guerra mondiale. Totalmente incapace a sopravvivere ad un conflitto, si è ritrovato sul fronte come assistente del cappellano; qui durante la campagna delle Ardenne, viene catturato dai tedeschi, fatto prigioniero e costretto al lavoro coatto a Dresda.
E' un uomo normale Billy, ma solo se ci limitiamo ad uno sguardo superficiale.
Egli ha il dono di viaggiare nel tempo, salta involontariamente da un momento all'altro della propria vita. In più ha fatto un incontro speciale. E' stato catturato da alcuni alieni che lo hanno fatto diventare la principale attrazione in uno zoo.
Ci ritroviamo smarriti tra continui salti temporali, un puzzle intricato che ricostruisce la vita del nostro non-eroe. E quella Dresda, primo motore della narrazione, si avvicina e si allontana come uno spettro.
"Mattatoio n. 5" è un apparente caos, una tentata fuga da un dramma che rimarrà sempre appiccicato addosso al narratore; e ciò incide lo stesso approccio di scrittura che intervalla fasi grottesche e più scanzonate, ad altre che si spingono verso un realismo più crudo.
Siamo dinnanzi ad un romanzo che, come il suo protagonista, è semplice solo in superficie.
Nella lettura emerge un fascio infinito di impulsi che aprono inevitabilmente a mutevoli prospettive interpretative. E non poteva essere altrimenti visto i temi affrontati; Dresda conduce a ragionamenti su morte, guerra, destino e tempo, forze ineluttabili che travolgono l'esistenza umana e non lasciano spazio ad alcuna spiegazione. In assenza di risposte non rimane che la resilienza, uno stoicismo che suggerisce l'accettazione dei drammi, che tanto sempre ci saranno, ed il saper vivere a pieno i momenti felici.
Finita la lettura rimangono input, pensieri, idee vaghe e distorte, stimoli di un libro complesso ed appagante.

«La morte è una necessità invincibile e uguale per tutti: chi può lamentarsi di trovarsi in una condizione a cui nessuno può sottrarsi?»
-Seneca-

Habemus Judicium:
Ismail

giovedì 12 aprile 2018

"NELLE MANI GIUSTE" (2007) DI GIANCARLO DE CATALDO

«[...] Non si trattava che di estrarre, attraverso un paziente lavorio maieutico, il peggio che gli italiani si portano dentro da sempre. In passato l'impresa era riuscita a fascismo.»

Non è all'altezza di "Romanzo criminale".
Giancarlo De Cataldo come ha potuto solo pensare di fare un seguito? Oramai il Libanese, Nembo Kid, il Freddo e compagnia bella, o sono cibo per vermi oppure uomini oramai isolati e deboli.
E poi cosa dire di Nicola Scialoja? Come può tenere botta senza la continua tensione con il Vecchio?
Manca il coro, manca l'animo da strada che tanto aveva appassionato noi lettori.
Quel mondo doveva essere lasciato lì dov'era. Questa è solo un'operazione commerciale con cui cavalcare il successo dell'illustre precedente. "Nelle mani giuste" non suscita alcun interesse.
O almeno è questa l'opinione di quell'ammasso informe di recensioni che, dal 2007 ad oggi, hanno imperversato su internet. E visto che le cause perse mi piacciono, qualche tempo fa mi sono fiondato in libreria per accalappiarmi una copia.
Intendiamoci, De Cataldo decidendo di creare un seguito (attenzione "Nelle mani giuste" può essere letto indipendentemente dal primo) mostra un gran coraggio. Quello di sottoporsi agli inevitabili paragoni con una pietra angolare della nostra più recente letteratura, capace di entrare nell'immaginario collettivo anche grazie ad un film (mediocre) ed ad una ottima serie tv.
Ma di cosa parla questo romanzo?
Al centro della narrazione c'è l'Italia dei primi anni '90 scossa dal terremoto di Tangentopoli: Craxi fugge dall'hotel Raphael sotto un fitto lancio di monetine; la DC è prossima alla liquefazione; i comunisti si apprestano a vincere le elezioni dopo decenni di confino all'opposizione; la destra si dirige verso Fiuggi per ripulire anima e corpo, ed intravvede in un noto imprenditore di Arcore l'uomo giusto per vincere. Dietro Cosa Nostra cerca di capire dove andrà il potere e nel contempo gioca a braccio di ferro con lo Stato inaugurando una nuova strategia della tensione.
Il protagonista è sempre Nicola Scialoja, non più nei panni del commissario stradaiolo, ma in quelli di un nuovo vecchio che, da dietro dietro la scrivania, dirige i servizi segreti. Riappare poi il suo amore di sempre, oramai libera dal Dandi, Cinzia Vallesi per tutti Patrizia. E dietro di loro un nuovo cosmo in movimento. Un killer romantico. Un imprenditore discusso, Ilio Donatoni, che ha scalato l'azienda del Fondatore. Stalin Rossetti, un ex Gladio ritiratosi a vita privata, che cerca di scompigliare i nuovi e poco graditi equilibri politici.
E poi, poi c'è il miglior De Cataldo che, attraverso quel suo stile asciutto e diretto, prende la storia, l'intreccia, e ci propone uno sguardo verosimile (e non per forza reale) sulle zone grige della politica italiana. Un affresco di uomini e fallimenti, un preludio perfettamente orchestrato del paese che di li a poco avremmo scoperto.
Trattare gli eventi in questo modo, dare profondità a date e fatti, rendendoli appetibili e ricchi di suspense, è cosa che non riesce a tutti. E la percezione di ritrovarsi dinnanzi ad un gran lavoro la si ha già dal prologo, una potenza d'immagini che nulla (o quasi) ha da invidiare all'urlo di apertura di "Romanzo Criminale".
Si fa difficoltà a comprende la cattiva reputazione che "Nelle Mani Giuste" si è fatto. Forse ciò sta nel profondo e necessario cambio di direzione dato da De Cataldo. Se in "Romanzo Criminale" a farla da padrona erano le strade, qui dominano gli interni, i palazzi di potere. Si lascia una moltitudine di luoghi e persone in favore di un approccio più ristretto ed intimo. E i cambiamenti spesso a noi lettori non piacciono; ci facciamo prendere da uno spirito termidoriano, ci abituiamo agli schemi, cerchiamo rassicurazioni nel loro ripetersi, sempre pronti a spedire lettere minatorie al Conan Doyle di turno che decidesse di uccidere la sua creatura più famosa per dedicarsi ad altro...

Habemus Judicium:
Ismail

giovedì 21 dicembre 2017

"LA CHIMERA" (1990) DI SEBASTIANO VASSALLI

« Non erano gente malvagia, né sanguinaria. Al contrario, erano tutti brava gente: la stessa brava gente laboriosa che nel nostro secolo ventesimo affolla gli stadi, guarda la televisione, va a votare, e, se c'è da fare giustizia sommaria di qualcuno, la fa senza bruciarlo, ma la fa, perché quel rito è antico come il mondo e durerà finché ci sarà il mondo».

Il lavoro nei campi di riso era il peggio del peggio.
Ore ed ore con la schiena curva, le gambe ammollo, un'afa insostenibile e nuvole di zanzare tutte intorno.
I risaroli scendevano dalle loro montagne in primavera, dei miserabili spesso messi in catene e sottoposti alla rigida sorveglianza di coloro che erano andati a reclutarli nei villaggi.
Per quel lavoro dovevano firmare un contratto con cui perdevano volontariamente la loro libertà, una schiavitù temporanea ma completa dalla quale era preclusa ogni possibilità di fuga; se ci avessero provato,  c'era la presenza ingombrante dei Fratelli di Cristo, sempre vigili e pronti a recuperarli.
Immagini che nulla ci dicono rispetto alla storia narrata, ma che molto ci fa capire dell'opera dinnanzi alla quale ci si trova: un romanzo storico, che fa riemergere dal passato volti, figure ed eventi, tutte chiavi con cui interpretare un presente confuso e caotico.
"La Chimera", un curioso titolo che si riferisce al granitico osservatore della valle, il monte Rosa, fu l'opera che consacrò Vassalli portandolo alla finale del Premio Campiello ed alla conquista dello Strega.
Scorrono le prime pagine e veniamo catapultati nel 1590 a Zardino, paesino del novarese cancellato della storia, dove, in una fredda notte di gennaio, fa la sua comparsa Antonia, una neonata dai capelli nero corvino, lasciata nella ruota degli esposti della Casa di Cura di San Michele.
Allevata ed educata con metodi rigorosi dalle suore del Convento, all'età di dieci anni vede arrivare una simpatica coppia con in dote il gran sedere della dama e tanti deliziosi biscottini. Sono i Nidasio, i quali, a scapito delle prassi del tempo, decidono di adottare lei, una bimba: Antonia può finalmente uscire da lì e vivere il mondo.
Cresce, si fa bellissima ed intraprendente, una giovinetta con il coraggio di esprimere le proprie idee e di prendersi la briga di rifiutare la mano dei tanti spasimanti; ma, e c'è sempre un ma, che futuro potrà mai avere in un paesino pieno di orribili comari pronte a dire la loro su ogni cosa?
Vassalli prende a pretesto la storia di Antonia e ci propone, attraverso una scrittura piena e corposa,  che accudisce il lettore, uno sguardo sul secolo dell'intolleranza, fatto di fascine, untori e streghe.
Nelle righe del libro tornano a vivere il vescovo di Novara Bascapè, il cardinale Borromeo, la Santissima Inquisizione con i suoi metodi persuasivi di indagine, il Caccetta (un Don Rodrigo storico), la gente delle risaie, i pittori di edicole, i preti di campagna. Si respira il clima politico, sociale e religioso dell'Italia della Controriforma, fatta di francesi e spagnoli che si contendono i territori nel completo disinteresse dei popoli, e di Papi ed altri prelati che seguono i loro interessi dietro una croce,  che cela e protegge ogni cosa.
Si è al cospetto di un'opera rigorosa, una sorta di Promessi sposi 2.0, che si protende lungo trame storiche ricchissime; un romanzo denso che, nonostante le anticipazioni di trama e le molte digressioni che potranno limitare il pathos e l'empatia ad alcuni, riuscirà ad avvolgere ed appassionare tutti gli amanti del genere.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 20 novembre 2017

"SIGNORI BAMBINI" (1997) DI DANIEL PENNAC

Scena tratta da "Messieurs les enfants" di Pierre Boutron
« I bambini cominciano tutti con la metafisica, gli adolescenti continuano con la morale, e noi adulti finiamo con la logica e la contabilità »

Che Daniel Pennac sia un autore dalla grandissima creatività non è questa gran scoperta.
Il tratteggio comico e surreale attraverso cui costruisce le sue narrazioni sono un marchio di fabbrica che ha accompagnato tutta la sua produzione, un mondo immaginifico in cui tutto diviene possibile, ed ogni ruolo risulta essere scambiabile. Ed anche in questo caso il caro professore d'oltralpe non si smentisce.
Edito da Feltrinelli nel 1997, "Signori Bambini" è un piccolo romanzo di neanche 200 pagine pubblicato in contemporanea con "Messieurs les enfantes", film del regista e suo amico Pierre Boutron. All'origine di tutto ciò c'è una scommessa architettata dai due e della quale ci mette al corrente Pennac nella dedica iniziale del libro: partire da un soggetto comune e scrivere/girare la stessa storia senza leggere/visionare il lavoro dell'altro.
Ci troviamo così in una classe di II media ed il terribile Crastaing, un occhialuto professore che ha terrorizzato generazioni di mocciosetti, tiene la sua lezione di francese. Dall'altra parte della barricata sono assiepati gli alunni impauriti, tutti con la testa bassa incapaci di sostenere lo sguardo di quello che rappresenta il loro peggior incubo. Per Crastaing ogni giorno scorre alla stessa maniera, «una vita intera a passata a slittare su occhi che scivolano via».
La vita di tre di questi imberbi sta per essere sconvolta per sempre.
Nel bel mezzo della consegna dei compiti, Joseph Pritsky viene colto sul fatto. Dalle sue mani, il professore vede scivolare un foglio di carta dove compare una vignetta dal sapore «neo-post-sessantottino attardato» con su scritto «Crastaing farabutto, pagherai caro pagherai tutto»
Silenzio.
Joseph impaurito si trasforma nel peggiore delatore immaginabile, ammette che la vignetta non è opera sua e che glie l'ha passata il suo amico e compagno di banco Igor Laforgue. Da dietro un ragazzo di seconda generazione, Nourdine Kader, il quale teme di tenersi questa etichetta a vita e passarla per via ereditaria ai suoi posteri, per sentirsi un po' più integrato si lancia nel mucchio e si autoaccusa paventando una sua corresponsabilità nel fattaccio.
Il coraggio e la solidarietà porta sempre a delle conseguenze ed i tre, per punizione, si ritrovano sulle spalle un tedioso tema dalla curiosa traccia: una mattina ti svegli e ti accorgi che durante la notte sei stato trasformato in adulto ed i genitori in bambini.
Ed è così che in una manciata di pagine dallo scambio ipotetico si passa a quello reale; si apre un flusso narrativo fatto di (dis)avventure tinte di giallo, alle quali i tre giovinastri dovranno trovare una soluzione meno infantile possibile.
E' un romanzo dolce e favolistico che muove da un mondo dominato da stereotipi (il professore temuto e cattivo, il ragazzino straniero, la coppia di amici discoli) dai quali, almeno inizialmente, è lecito aspettarsi ben poco; ma Pennac non è un autore come gli altri, dà pieno sfogo alla sua creatività ed alla verve umoristica e, con improvvise virate, ci ribalta completamente la scena.
Per bocca di un narratore sui generis, un uomo in pigiama seduto su una tomba di Père-Lachaise, ci cala in una variopinta tribù di personaggi che, con lo scorrere delle pagine, acquistano una profondità inaspettata e portano nel romanzo temi seri ed amari; e Pennac, manco a dirlo, lo fa con una semplicità e capacità disarmante.
Lo stile è come sempre diretto ed immediato, un accavallarsi caotico di discorsi diretti, indiretti e soliloqui (messi rigorosamente tra parentesi), un ritmo trascinante che tiene incollati alle pagine.
"Signori bambini" è un piccolissimo e divertente romanzo di formazione consigliato ai giovani di tutte le età vogliosi di riscoprire che «immaginazione non significa menzogna».

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 13 novembre 2017

"NEL GUSCIO" (2017) DI IAN MCEWAN

«Abbiamo costruito un mondo troppo pericoloso e complesso per poterlo governare con il nostro temperamento attaccabrighe. In simili condizioni disperate, cederemo alla deriva sovrannaturale.
Si fa sera in questa seconda Età della Ragione. Siamo stati magnifici, ma ormai è finita. Una ventina di minuti. Clic.
In preda all'ansia, giocherello col mio cordone ombelicale. Mi fa da scacciapensieri.»

E' il 2015 e siamo nella campagna del Gloucestershire.
Qui c'è un cottage dove, da qualche anno, si è trasferito Ian McEwan. La sua caotica ed amata Londra ha lasciato il posto a spazi sconfinati dominati da sinuose provinciali che tagliano campi e prati. Dentro la casa un soggiorno con un divano; Ian chiacchierava amabilmente con la nuora Rosie prossima al parto. Si parla del bambino in arrivo come ovvio che sia e McEwan percepisce la presenza di una terza persona.
Uno spunto interessante, deve aver pensato. Passano un paio di mesi e si lancia nella scrittura (1).
"Nel guscio" è un libro Shakesperiano dal linguaggio ricco e ricercato (un grazie a Susanna Basso per lo splendido lavoro di traduzione) costruito attraverso un lungo flusso di pensieri in cui si prendono e rimpastano gli schemi dell' "Amleto".
A far gola non c'è però il Regno di Danimarca, bensì una palazzina fatiscente dall'altissimo valore economico ereditata da un improvvido padre. Nessun trono quindi ma il marciume è tangibile come non mai: pavimenti collosi, corrimani che si staccano dalle pareti, una coltre polvere lungo le scale, piatti incrostati e sacchi della spazzatura che diventano giardini pensili per le mosche.
Ed inevitabilmente giunge il Dubbio: essere o non essere, amare o non amare, sentirsi o meno conniventi di ciò che accade.
L'azione narrativa viene portata avanti attraverso il solo senso dell'udito, un perenne origliare da parte del narratore, un feto immerso nel caldo liquido amniotico ma già pienamente cosciente. A testa in giù, in attesa del grande giorno, ascolta voci, dialoghi e podcast, degusta vini, immagazzina dati, ragiona, suppone trame e risvolti, immagina colori e fattezze di ciò che lo circonda.
Ben presto scoprirà che il suo futuro non sarà dei più tranquilli: l'anaffettiva madre Trudy ha intrapreso un rapporto fedifrago con lo zietto Claude e nel contempo, questi, si adoperano nella pianificazione dell' omicidio del suo paparino.
McEwan non si inventa nulla, segue itinerari già tracciati, eppure assembla una detective story fresca e cinica, che vive di contrapposizioni e non mostra mai il fianco ai nobili precedenti.
Poteva essere un gran bel buco dell'acqua, invece ci ritroviamo 173 pagine di distacco emotivo che imbriglia la ragione del lettore.
L'audacia paga.

Habemus Judicium:
Ismail




d
Note:
(1) Cfr. Paola Zanuttini, "Ian McEwan, 'Il guscio' e il suo amletico protagonista", in "Il Venerdi"(Link)

lunedì 30 ottobre 2017

"54" (2002), WU MING:

« Non c'è nessun "dopoguerra". 
Gli stolti chiamavano "pace" il semplice allontanarsi del fronte. 
Gli stolti difendevano la pace sostenendo il braccio armato del denaro. 
Oltre la prima duna gli scontri proseguivano ». 
-Incipit-                        

Una gran bella sorpresa questo "54".
Un romanzo, scritto a cinque mani, tanto ampio, ricco, dettagliato e documentato, quanto sorprendentemente coeso e fluido.
E bravi i Wu Ming, ancora una volta hanno fatto centro.
Dietro questo curioso nome, un'espressione cinese che significa anonimo, c'è un gruppo di autori di romanzi collettivi e solisti a carattere storico, come l'epocale "Q", la loro prima fatica edita nel '99 firmata con lo pseudonimo di Luther Blissett, "L'invisibile ovunque" ed il qui trattato "54".
I Wu Ming sono scrittori dediti alla sabotaggio, si calano nelle maglie della storia ed, attraverso un'incredibile miscellanea tra reale e fiction, fanno emergere prospettive mai banali con al centro chi dalle vicende ne è uscito sconfitto (1).
Fatte le dovute presentazioni passiamo a questo "54", opera edita per Einaudi nel 2002.
Raccontare la trama è un opera improba.
Si susseguono una marea di luoghi: Bologna, Dubrovnik, Palm Springs, Napoli, Mosca, Indocina, Costa Azzurra, Trieste.
E con essi così tanti personaggi che sembra quasi di ritrovarci in un film di Altman.
Salvatore Lucania, noto ai più come Lucky Luciano, lasciati gli States è tornato in Italia a fare il piccolo imprenditore; a Napoli ha aperto un negozio di lavatrici e, tra una puntata e l'altra all'ippodromo di Agnano, si diletta a gestire il traffico dell'eroina proveniente dall'estremo oriente. Al suo fianco il fidato e spietato braccio destro, Steve «Cemento» Zollo, un attento calzolaio che confeziona scarpe in calcestruzzo su misura; se si vuol sapere qualcosa in più sul suo proposito, si vada a chiedere a quella mezza dozzina che si trova sul fondo della baia di Hudson, a New York.
C'è Cary Grant, il divo di Hollywood.
Disgustato dalla violenza della caccia alle streghe inaugurata dal Maccartismo, sfugge dalla routine quotidiana lanciandosi in una bizzarra attività di spionaggio al servizio di sua maestà che lo porterà ad incontrare un uomo non poi così diverso da lui: Tito.
Incontriamo poi un certo Robespierre Capponi, per tutti Pierre, il re della filuzzi, il miglior ballerino di Bologna dotato di un frullone incredibile, amante, fratello e figlio, un po' Telemaco ed un po' Ulisse, alla ricerca di qualcosa e qualcuno.
Ed infine di tanto in tanto, nell'alternarsi delle pagine, sbuca fuori un televisore americano prodotto dalla fantomatica MacGuffin (si chieda ad Alfred Hitchcock in tal proposito), spento, mezzo vuoto e non funzionante, eppure strumento/personaggio che osserva il mondo attorno a sé e dà sviluppo, a suo modo, alla trama; il caro televisore, che tanto fa disperare i suoi possessori, è qualcosa di più di un semplice oggetto inanimato e si erge a pieno titolo a ruolo di co-protagonista.
Tre le storie principali che si intrecciano e numerose sottotrame che vengono ad innestarsi su di esse.
In ordine sparso incrociamo Alfred Hitchcock, Grace Scally, lo scontro tra le correnti Dc in Italia e quelle interne ai comunisti Jugoslavi, quel giocatore compulsivo dell'imperatore indocinese Bao Dai, spie russe, FBI, contrabbandieri, Fausto Coppi che è più quello di una volta, i tipi da Bar, buffoni di corte, gli irredentisti ed un piccione viaggiatore che, forse per merito del magnetismo, riesce ad orientarsi anche a centinaia di chilometri da casa.
Alcuni potranno rimanere spiazzati all'inizio del romanzo.
Figuriamoci lo sono rimasto io nello scrivere il lungo elenco di protagonisti/comparse nel tentativo di riuscire a dare un'idea, seppur vaga, del plot.
"54" ci lancia addosso una gragnuola di personaggi, nomi, immagini e situazioni da conoscere ed inquadrare, un mondo infinito, ignoto e caotico. Siamo dinnanzi ad un racconto funambolico in cui il caos, solo apparente, va a converge in un ordine che si raggiunge freneticamente.
I Wu Ming trovano un equilibrio eccezionale.
Danno vita ad un romanzo corale e cinematografico, capace di dar libero sfogo all'immaginazione e farci vedere i volti, le case ed i paesaggi raccontati; aprono lo sguardo su un anno, il 1954, tanto poco considerato quanto ricco di eventi fondamentali per gli sviluppi futuri del secolo breve, un impianto contenutistico in grado di sottolineare con forza la differenza che intercorre tra la realtà e la sua rappresentazione.
Significativo per i contenuti quindi, ma anche avvincente grazie a quel tourbillon di emozioni che riesce a trasmettere. Ecco "54" è uno di quei romanzi che ti fa dannare, ti mette alla prova togliendo le ore di sonno e spinge alla ricerca di ritagli di tempo via via crescenti. Ed una volta giunti all'ultima pagina, consapevoli di non poter più rincontrare i nostri, ti lascia quella (piacevole) nostalgia.
Come spesso accade dopo aver chiuso una loro opera, mi ritrovo a girovagare sul web.
Scandaglio e rovisto tutto ciò che riesco a trovare.
Il fine? Capire il confine tra storia e fiction, scoprire quanto quest'ultima sia frutto della sola inventiva o possa avere analogie e verosimiglianze con una realtà dimenticata.
C'è poco da dire, "54" incanta ed i Wu Ming si mostrano per quel che sono, il miglior fenomeno letterario italiano degli ultimi 20 anni.

«Adesso era una casa. Qualcuno aveva davvero bisogno di lui, alla buon'ora»

Habemus Judicium:


Ismail




Note:

(1) Per chi volesse approfondire e saperne di più, consiglio di andare a spulciare il loro  Blog/comunità Giap [LINK].

giovedì 12 ottobre 2017

"A VOLTE RITORNO" DI JOHN NIVEN

« Dio si avvicina, appoggia il caffè su una cassa da imballaggio e prende un dossier a caso. 
C'è scritto 'XVIII SECOLO: TRATTA DEGLI SCHIAVI'. Schiavismo: questo Dio lo conosceva bene, purtroppo. Quei bastardi dei faraoni ne andavano matti. Ma la tratta degli schiavi? - Che cazzo è la 'tratta degli schiavi'? - domanda Dio mentre apre il dossier corrucciato ».

Operosi animaletti questi umani.
Questo il pensiero di Dio quando decise di prendersi 7 giorni di vacanza (circa 5 secoli terrestri) per andarsene a pesca di trote. Dio aveva lasciato il suo ufficio in pieno Rinascimento con Galileo che infilava il suo naso tra i satelliti di Giove e nei teatri vittoriani veniva rappresentato i Re Lear.
Una pacchia!
Torna e trova tanti faldoni, alcuni su carta, altri su una serie di nuovi supporti appena inventati come Dvd ed Hard Disk.
Non c'è che dire sono davvero ingegnosi quegli animaletti.
Poi però la doccia fredda, un mix di incazzatura e depressione per il buon Dio.
La tratta degli schiavi, genocidi, preti che incitano l'assassinio dei medici abortisti, il pianeta ridotto uno schifo con un subcontinente di materiali plastici nel Pacifico ed in più dei mentecatti che in suo nome godono nel lapidare omosessuali, adulteri ed infedeli.
C'è solo una soluzione rimandare suo figlio Gesù, un fattone rockettaro, tra gli uomini, a New York, e da qui veicolare l'unico vero comandamento: Fate i Bravi.
Un'idea di fondo intrigante, ricca di spunti divertenti e da cui poter far sviluppare riflessioni tutt'altro che scontate. "A volte ritorno" è un libro ironico che traspone Cristo nella modernità attraverso un racconto che vive di analogie con il Vangelo: Egli si circonda di persone ai margini della società (diseredati ed ex-tossici), incontra una nuova Maddalena e vive gli attriti più forti con chi si fa portatore della vera fede.
Niven, per ampi tratti del romanzo, trova le giuste alchimie.
Ci si gode una gustosa e dissacrante umanizzazione di Dio, Gesù, Santi e Profeti, alle prese con una complessa riunione di emergenza da cui far uscire la soluzione per risolvere i problemi della Terra.
Poi però appaiono delle crepe.
Lo scrittore scozzese fa un uso smodato, e spesso gratuito, del turpiloquio, che, se inizialmente spiazza e diverte, alla lunga, mancando una precisa contestualizzazione, appare un po' ripetitivo; caro Niven mettere continuamente in bocca all'angelo/divinità di turno parole come negro, cazzo, frocio non è sempre e necessariamente divertente.
Sono 380 pagine di alti e bassi, conditi da monologhi poco incisivi e da uno stile non così eccelso.
La sensazione peggiore leggendo è che ad un certo punto sembra quasi che ci si sia dilungati troppo nella scrittura. Viene il dubbio di trovarsi dinnanzi ad un'idea di partenza (o ad uno scrittore) più indicata ad un racconto piuttosto che ad un romanzo e che lo sviluppo di quasi 400 pagine sia giunto più su logiche economiche della casa editrice.
Verso la fine giunge una nuova impennata, "A volte ritorno" prende la via del thriller, la lettura trova nuova linfa ed anche lo stile e contenuti giovano della virata; quando si finisce l'ultima pagina si prova anche un discreto piacere.
Cosa si può dire in sintesi di "A volte ritorno"?
Che è un romanzo non a fuoco, di una furbizia fastidiosa che svilisce irrimediabilmente la carica dissacrante, che in più riprese si lascia posare in qualche anfratto casalingo a prendere polvere.
E dello scrittore?
Che è rimandato a settembre!

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 18 settembre 2017

"IL PARADISO DEGLI ORCHI" E ALTRE STORIE: LA TRIBU' DI PENNAC

«L'epilessia è una malattia comune, benigna, che colpisce persone come si deve, guarda Dostoevskij...» 
-Benjamin Malaussène-

Neanche tre righe e Pennac ci presenta subito l'eroe (?) del romanzo, tale Benjamin Malaussène, di mestiere capo espiatorio dei Grandi Magazzini: è l'addetto alle strigliate del capo dinnanzi ai clienti che si lamentano per il malfunzionamento dei articoli venduti. Il fine della sua mansione? Muoverli a compassione e spingerli a ritirare il reclamo. Manco a dirlo il mestiere gli rimarrà attaccato alle calcagna.
Si girano poche pagine, 4 o 5, ed un suono sordo percuote i nostri timpani: l'esplosione di una bomba risveglia le coscienze del popolo in preda al delirio da shopping pre-natalizio. Un delitto, il primo di una serie, che condurrà alla scoperta degli orrori di un misterioso Tempio del benessere
"Il paradiso degli orchi" è un giallo intricato, ricco di ironia e colpi di scena, una robetta così paracula e ben scritta che è impossibile togliergli gli occhi di dosso.
Benjamin è tutto ciò che non è l'eroe, fa un lavoro da schifo ed è pure modesto, spesso si mette da una parte per lasciare spazio ad un coro di voci sorprendente. Questo perché dietro, attorno e davanti a Ben, c'è una famiglia che raccoglie le stranezze e le doti più incredibili che si possano trovare. Una vagonata di giovinotti/e senza padri e con una madre che fugge continuamente di casa con il nuovo amore della vita, e ritornare, ogni volta, con un nuovo fratellino.
Aggiungiamoci degli arabi affettuosi, una misteriosa guardia notturna serba, un gruppo di poliziotti usciti diretti da qualche serial televisivo degli anni '70, una Zia sensuale che manco Charlize Theron ed un cane puzzolente che ricorda tanto Dostoevskij.
Il risultato è la Tribù Malaussène, un gruppo chiassoso e divertente, in perenne espansione come il socialismo nell'Emilia degli anni '70, che aiuterà il nostro Ben a capirci qualcosa su quello che sta succedendo ai Grandi Magazzini.
Per noi lettori Il Paradiso è freschezza pura con cui sbellicarsi di risate, un contenuto irresistibile scritto con uno stile folle quasi quanto i suoi personaggi, un garbuglio di pensieri e dialoghi che non stancano mai. 
"Il paradiso degli Orchi", seppur sia conclusivo e non lasci nulla aperto, aprirà ad una sequela di copertine coloratissime con personaggi sbilenchi e titoli stralunati: "La Fata Carabina", "La Prosivendola", "Signor Malausséne", più lo spin-off "La passione secondo Thérèse" incentrato su una delle sorelle di Ben.
E negli epigoni il professor Pennac non sfigura mica, a differenza di tanti suoi colleghi che si infognano in cicli di romanzi con schemi via via sempre più ripetitivi e noiosi, inventa e rigenera ciò che c'era, trovando ogni volta il perfetto connubio ironia/suspense.
Il ciclo di Belleville me lo mangiai e provai tanta nostalgia quando finii la serie. Questo pomeriggio sono uscito dalla libreria, felice come un bambino che pregusta di scartare un gioco tanto desiderato ed appena comprato. Ora sulla mia scrivania, mentre scrivo questa recensione, c'è la nuova fatica sulla Tribù, "Il caso Malaussène: mi hanno mentito", uscito pochi mesi fa. 
Visto che fremo di scoprire cosa sia successo negli ultimi 15/20 anni vi lascio, speranzoso che la fantasia di Pennac abbia dato alla luce qualcosa in grado di stupire nuovamente.

Habemus Judicium:

Ismail