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lunedì 18 giugno 2018

"IL LABIRINTO DEL FAUNO" (2006) DI GUILLERMO DEL TORO

«Tanto tempo fa, nel regno sotterraneo, dove la bugia, il dolore, non hanno significato, viveva una principessa che sognava il mondo degli umani...»


E che Guillermo Del Toro nutrisse interesse verso il franchismo lo si era già capito nel 2001 con "La spina del diavolo", una ghost-story in cui si avvertivano gli echi della guerra civile.
Poi arrivarono le sirene di Hollywood, e con loro due grandi successi commerciali, "Blade II" e "Hellboy", inframezzati dal gran rifiuto...amico Cuaron, fallo tu "Il prigioniero di Azkaban", che io ho altro a cui pensare...
Guillermone si era fatto un nome nel giro giusto, si ritrovava con una bella quantità di spicci in tasca e dietro di lui un gruppetto di colleghi e produttori pronti ad investire.
Siamo nel 2006 e finalmente si può chiudere il cerchio e rituffarsi nelle pieghe della storia.
Spagna, 1944. La guerra civile è ufficialmente conclusa ma sui monti ci sono ancora gli ultimi irriducibili, bestiacce che hanno fatto della resistenza un ideale irriducibile. Vanno schiacciati in ogni modo, ne va della pacificazione e normalizzazione della nuova Spagna del Caudillo.
Qui conosciamo Ofelia, bimbetta tutta fantasia e libri, che assieme alla madre sta andando in un avamposto militare. Li ad attenderle c'è Vidal, uno spietato capitano dell'esercito franchista e fresco maritino di Carmen. Ofelia si ritrova immersa in un conflitto durissimo e la via di fuga gli viene concessa da un misterioso fauno che la mette alla prova.
Guillermo esagera: facce fracassate a colpi di bottiglia e fauni, fate e gambe in cancrena.
Com'era quel modo dire? Less is more?!
Per Guillermo nostro manco pe' niente, more is more ebbasta!
Con "Il labirinto del fauno" scompiglia le carte, mescola storia e fantasy, proponendoci un Alice nera, che tra una prova e l'altra dovrà cercare di non annegare nel mare di violenza.
Ci troviamo dinnanzi alla guerra vista con gli occhi di una bimba, scelta paraculetta capace di dialogare con il più ampio ventaglio di spettatori, dalla casalinga di Voghera allo studentello simil-intellettuale da prendere a ceffoni. Nessuno è escluso. Ed intendiamoci questo è un immenso pregio, assolve alla funzione principe dell'arte popolare per eccellenza.
Scelta da vecchio volpone quindi e neanche troppo nuova a vedere il vero. L'approccio fantastico e fanciullesco lo aveva già portato sui grandi schermi Benigni con "La vita è bella"; nella letteratura, quella lontanissima parente della sceneggiatura, c'è l'esempio della Kristof con la "Trilogia della città di K."[LINK]; e, tornando alla settima arte, c'è chi ha scelto come sguardo altro lo scemo del villaggio ("Train de Vie").
Niente di originale (forse), eppure Guillermo sorprende.
I due piani cinematografici si incontrano e si inseguono l'un l'altro, divenendo forze complementari. Mai e poi mai avrei immaginato di trovare una ricostruzione così rigorosa del regime franchista attraverso sviluppi fantastici. Così come pensare di volare in mondi immaginifici partendo da un  contesto storico così drammaticamente reale.
"Il labirinto del fauno" è un film da vedere ed assaporare, una pellicola che rovescia il rapporto adulto/bambino; tocca le corde dell'animo ed emoziona, dando in pasto allo spettatore la storia di una bimbetta che ci ricorda la bellezza della fantasia, libertà irrinunciabile ed unica arma per difendersi l'ineluttabilità della storia.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 26 febbraio 2018

"I CANCELLI DEL CIELO" (1981) DI MICHEAL CIMINO

E perché vi ha fatto schifo amici americani del 1980? 
E perché quella nomination ai Razzie Awards? 
La lavorazione di "Heaven's Gate" è la la leggenda per eccellenza di Hollywood. Ancora oggi se ne parla come di uno spauracchio ed è divenuta espressione comune per definire una catastrofe produttiva. Ma quali furono le cause che portarono a tale nefasta considerazione?
Tutto, a quanto pare, ruota attorno alla personalità maniacale e ossessiva di Michael Cimino. Pare che il regista impose ciak infiniti per ogni scena, ritmi e condizioni quasi disumani, la macchinosa costruzione di scenografie e la demolizione delle stesse nel giro di una storta di naso, e un set la cui conformazione cambiava continuamente anche solo in base ad invisibili minuzie su cui si era fissato Cimino. 
Ma, se si parla di leggendaria gestazione, non basta quanto accennato. Partiamo dal fatto che Cimino era all'apice della popolarità, dopo aver sbancato, giusto pochi giorni prima, gli Oscar (5 su 8) con "Il Cacciatore". Siamo nell'epoca di quell'allineamento storico che fu la New Hollywood: produttori avidi si, ma che danno carta bianca agli  emergenti registi più talentuosi nel gestire le riprese dei film. Il ragionamento è: il film costerà tanto perché sarà girato con cura e maestria, secondo la visione di un grande autore. Ma non importa, perché il pubblico, proprio per questo, apprezzerà e accorrerà in massa al cinema.
Perciò, anche nel caso de "I Cancelli del Cielo", viene data piena libertà al regista. Solo che bisogna fare i conti con Cimino l'irriducibile. Le prime frizioni con la produzione si creano per la scelta di Isabelle Huppert: Cimino la impone a qualsiasi costo, nonostante non abbia convinto il suo provino, in cui l'attrice ha mostrato poca personalità e una conoscenza dell'inglese livello Magic English.
Il budget stabilito è inizialmente sui 4 milioni di dollari, ma per i motivi di cui sopra, lievita rapidamente a 8, poi a 20, poi a 40... In breve tocca i 44 milioni di dollari, cifra mai spesa nella produzione di un film, fino ad allora.
Il fatto è che la produzione si trova ad avere scashato già bei milioni e non può a quel punto fermare tutto, il film deve essere finito. È in ostaggio del regista. D'altro canto Cimino, tutt'altro che ammorbidito dalle pressioni esterne, ad un certo punto, anzi, chiude addirittura il set a produttori e giornalisti.
Quando le riprese terminano comincia l'incubo del montaggio: il film ha una durata di 5 ore e mezza. La produzione inizia a imporsi seriamente e Cimino, finalmente, si piega al volere dei superiori e passa mesi in sala di montaggio, fino a ridurlo a 3 ore e mezza. Bene, si arriva ad un'anteprima a New York. Il film annoia il pubblico e diviene facile bersaglio della critica statunitense. Viene sospesa la distribuzione.
Cimino va di nuovo in sala di montaggio e il risultato sono 145 minuti di pellicola.
Ridistribuito, il film diventa un flop clamoroso, stroncato da pubblico (3 milioni e mezzo di incassi) e critica americana. Bisogna dire che, invece, nel vecchio continente, si grida al capolavoro, ma, ormai, la macchina del fango ha portato a 40 milioni di perdite per la United Artists e al suo (quasi) fallimento.
Come se non bastasse, la New Hollywood termina il suo cammino esattamente qui: memori di questo disastro, d'ora in avanti i produttori metteranno un freno alle libertà creative dei registi, aumentando pressioni e ingerenze durante le riprese. Addio grandi budget al servizio dell'arte.
Infine, lo stesso Cimino rimase talmente deluso dagli eventi, che per 30 anni si addosserà le colpe del fallimento ed eviterà anche solo di pensare al suo bambino. Solo nel 2012 rivaluterà la sua opera e, finalmente, la presenterà al Festival Lumière a Lione con un montaggio effettuato secondo quella che era la sua idea originale.
Ora... Si è speculato tanto sul perché tutto sia andato così storto e alla deriva. Ma non vogliamo qui approfondire queste tesi, anche fantasiose, ma concentrarci sul film. Di sicuro due domande, dopo averlo visto, bisognerebbe farsele: come ci si può accanire contro una meraviglia del genere?
L'ambizione dell'opera risulta già dall'Incipit del film ad Harvard: ci sono campi lunghi riempiti da centinaia di comparse, scenografie certosine e maestose, e la messa in scena di un ballo, coordinata alla perfezione. Un'ellissi temporale di 20 anni sposta il film nel Wyoming.
Il protagonista è Averill (interpretato da Kris Kristofferson) maresciallo della contea di Johnson. Qui i poveri immigrati europei appena arrivati nella regione sono in conflitto con i ricchi baroni del bestiame organizzati nella Wyoming Stock Growers Association; i nuovi arrivati a volte rubano il bestiame per necessità. Nathan Champion (interpretato da Christopher Walken) è amico di Averill ed è assoldato dai baroni per vigilare sul bestiame ed uccidere i ladri. Nel corso di una riunione del consiglio, il capo dell'associazione, Frank Canton, informa i membri, tra cui Irvine (interpretato da John Hurt), dei piani di uccidere 125 coloni come ladri e anarchici.
Altro personaggio chiave è la tenutaria di un bordello, Ella (interpretata da Isabelle Huppert), oggetto dell' amore sia di Averill che di Champion. Anche lei è nella death list. Lo scontro è inesorabile.
Oltre ai nomi citati fanno parte del cast future stelle e volti noti come Jeff Bridges, Mickey Rourke, Willem Defoe (non accreditato comunque), Brad Dourif, Geoffrey Lewis e Anna Levine.
Presa di per sé la trama è racchiusa in uno scontro sanguinario e nelle sue premesse, il tutto inframezzato da un classico triangolo amoroso.
Non ci sono sussulti né colpi di scena: è un lento ed inesorabile avvicinarsi al bagno di sangue.
Isabelle Huppert si esprime in un inglese stentato e poco convinto, pur nella rigidità delle sue battute prefissate, ma la sua bellezza naturalmente esposta e il suo sguardo conturbante riescono comunque a suscitare potenti vibrazioni.
Tecnicamente parlando cosa aggiungere? 
Ogni sequenza è un pullulare di comparse, oggetti e abiti d'epoca, scenografie imponenti e paesaggi incantevoli.
Cimino a volte indugia un po' troppo su alcune sequenze (e sicuramente le parti che vedono protagonista Ella sono un po' più deboli); poi come al suo solito dà  grande spazio alle scene di ballo, qui numerose.
Ma la forza visiva di alcune sequenze colpisce ancora a distanza di 38 anni: Cimino alterna, nel riprendere, la caratteristica crudezza e minimalismo nel rappresentare la violenza, alla solennità dei campi lunghi dei paesaggi di frontiera.
In ciò è coadiuvato da una fotografia patinata, che sottolinea i cromatismi della natura negli ambienti esterni, gioca con gli effetti di luce in quelli interni, e verso la fine immerge lo spettatore in una coltre di fumo e polvere; l'immagine assurge ad una sorta di inferno in terra, coprendo e fagocitando una moltitudine di personaggi confusi nella mischia e resi indistinguibili.
"I cancelli del cielo" è un'epopea sommessa e fatalmente tragica.
Un film che, nonostante la brutalità e la primitività di alcune scene, riesce a trasmettere una grande nostalgia nello spettatore, per un'epoca che non ha mai vissuto e che si presenta così attraente.
La verità è che siamo di fronte a un'eredità di rara preziosità, una produzione mastodontica e sopraffina che, nonostante i tagli e lo stupro reiterato dei montaggi, racchiude un periodo storico in tutta la sua consistenza, grazie alla millimetrica accuratezza della sua ricostruzione: la storia non è un film in costume, non è un'opera manieristica; la storia, specie quella dell'America del melting pot, della mescolanza di etnie, di cui tanto ne vanno fieri i sostenitori dello stile di vita americano, è fatta di sangue, merda e sperma. È mossa dalla cupidigia di un uomo, dall'ambizione di un altro e dall'avidità di un altro ancora. Alla fine, a rimetterci tutto sono sempre i più deboli.
"Maledizione! Diventa pericoloso essere poveri, in questo Paese. Non ti pare?
Lo è sempre stato".
E i geni restano incompresi? 
No, non più.
So long, Michael.

Habemus Judicium:
Bob Harris

giovedì 25 gennaio 2018

"ULTIMO SAMURAI" (2003) DI EDWARD ZWICK

Nel 2003 esce nelle sale cinema "L'ultimo Samurai", ovvero la storia di come Tom Cruise è così figo da aver timbrato sia la battaglia di Little Big Horn sia quella dei Samurai contro il capitalismo che avanza.
Ovviamente, in entrambe le occasioni, sempre sugli scudi e bello impettito e, ovviamente, uscendone da figo, ma, soprattutto, con due graffietti, mentre gli altri stronzi correvano verso il suicidio agonizzanti e in preda a deliri di onnipotenza.
Il film comincia con il generale Tom reduce dalla guerra/massacro degli indiani che si ricicla a promuovere fucili per la Winchester ed è perennemente ubriaco.
Cazzo! Un film che ridicolizza la figura di un alto grado dell'esercito!
Cioè, ci mostra come la guerra sia uno stupido gioco di potere che manda al macello dei burattini e rende dei reietti i reduci che hanno la fortuna di sfangarla... Questa si che è una bella critica!
...E invece no!
Tommy non ha nulla contro la guerra, cioè, si sente in colpa perché ha notato che, forse, gli indiani hanno fatto la parte degli agnelli sacrificali e i suoi capi erano dei beceri imperialisti. A questo punto non è un povero ubriacone. Eh no, diventa automaticamente il bello e dannato, genio e sregolatezza e, quel cicchetto, fa anche molto figo, a pensarci bene.
Comunque arrivano dei tizi che gli propongono alte cifre per andare in Giappone ad addestrare l'esercito dei capitalisti. A sto punto Tommaso si scorda della sua crociata no global e della sua critica all'imperialismo e cede al vile denaro giapponese.
Ricapitolando, abbiamo Tom alias capitano Algren; Mr. Graham, sua spalla buffa deputata al ruolo; Omura, cioè un CiccioGiapu, primo ministro dell'imperatore, quello cattivo cattivo che ha messo su la spedizione; infine, il colonnello Bagly, cioè il rivale di Algren, anche lui reduce assoldato da Omura, ma stronzetto e spietato, che, durante il film, punzecchia Algren che manco la capo Cheerleader con la sfigata del college.
L'allegra comitiva arriva in Giappone e parte l'addestramento.
A un certo punto c'è un'imboscata dei Samurai, che fanno il culo agli uomini di Omura non ancora addestrati per bene. Tommy, manco a dirlo, combatte come un toro, senza mollare un centimetro, pur essendo uno contro tutti. Manco a dirlo, la sfanga anche stavolta con una pacca sulla spalla.
Fatto sta che viene catturato dall'esercito di Samurai guidati dal nobile Katsumoto, interpretato da Ken Watanabe, che ha un figlio mongoloide. Costui, ben lungi dal giustiziare Algren, o anche solo dal semplice imprigionarlo, gli fornisce un ryokan in cui vivere.
Casualmente, è lo stesso ryokan in cui abitava uno dei samurai uccisi da Tommy, adesso occupato dalla vedova e dai figli. La famigliola la prende subito bene però: i figli del defunto vedono già Tommaso come un padre meraviglioso e la vedova, Taka, dopo aver fatto un po' la difficile, se lo stratromba.
La vita nel villaggio dei Samurai procede bene: Katsumoto si prende bene del trascorso di Algren, dopo essere venuto a conoscenza del suo passato e del suo legame con il generale Custer e si lascia andare in lunghi dialoghi con il nostro beniamino, in un inglese degno di un madrelingua, seppur imparato in pochi giorni; per di più Algren viene istruito all'arte del Kendo e, con la stessa prodigiosa velocità di Katsumoto, diventa un Super Samurai in pochi mesi.
Ad una certa c'è un attacco di Ninja cazzuti,  assoldati da Omura,  al villaggio di Katsumoto. Questi si nascondono e si muovono nell'ombra bardati e pitti  di nero. Insomma, i classici Ninja. Peccato che vengano quamati da chevelodicoafa Tommy e,  dopo pochi minuti, hanno praticamente stirato le zampe tutti, senza peraltro aver seccato quasi nessuno e con Algren che se li beve facile facile. Lo scontro kitsch da z-movie Samurai-Ninja termina con un rotondo 3 a 0.
Ma il rumore del nemico si leva nell'aria e lo scontro è alle porte.
Tommy decide di sposare la causa dei Samurai e assurge subito al rango di braccio destro di Katsumoto. Poi, dopo aver fottuto la vita e la moglie al povero Samudead, gli fotte pure l'armatura e si presenta, così bardato, allo scontro.
Per farla breve... Algren infilza Gelby (glielo aveva promesso) e muoiono tutti i Samurai, tranne... Vabbè.
Katsumo, ormai in delirio totale, incarica Algren di dire all'imperatore che erano morti per lui. Algren prende seriamente l'incarico e riferisce all'imperatore, che è un bamboccione lievemente autistico. Questi infine caccia Omura e si rende conto del sacrificio di Katsumoto.
Il film si chiude con Tom che fa ritorno al villaggio per dare altri due colpetti a Taka: in sottofondo le note, malinconiche ed orientaleggianti, di Hans Zimmer.
Nel frattempo Edward Zwick è tornato a fare filmacci testosteronici di terza scelta.
Amen.

Habemus Judicium:
Bob Harris

mercoledì 8 novembre 2017

"OTTOBRE" (1927) DI SERGEJ EISENSTEIN: I DIECI GIORNI CHE SCONVOLSERO IL MONDO

« ...e un film di Eisenstein sulla rivoluzione »

Sono trascorsi quasi dieci anni da quella notte d'ottobre. Il governo provvisorio post-zarista veniva rovesciato ed i Soviet di contadini ed operai prendevano tutto il potere. 
L'URSS si prepara ad una celebrazione in pompa magna da suggellare con l'opera popolare per l'eccellenza: il cinema.
Le alte sfere del partito scelgono Eisenstein, è lui l'uomo giusto.
Sergej è giovane, ha solo 29 anni, ma è già la figura di spicco del movimento russo: innovatore teorico della settima arte, alle sue spalle ha un capolavoro come "La Corazzata Potemkin" (1925). Gli commissionano il film, garantendogli un'ampia libertà artistica e la messa a disposizione di tutti i mezzi necessari per una grande produzione.
Il risultato: 3800 metri di pellicola che fanno però storcere il naso ai committenti.
"Ottobre" è troppo sperimentale, ha un'esagerata vocazione estetica. Non è nulla di ciò che avevano immaginato dai pragmatici vertici; operosi ometti, questo non lo si può negare, ma dal dubbio gusto cinematografico.
A ciò si aggiunge un altro elemento disdicevole
Eisenstein ha buttato nella mischia gente indesiderata come Trotsky e Zinov'ev; ma i tempi della rivoluzione erano finiti, era iniziata l'epoca dello stalinismo che non avrebbe lasciato alcuno spazio ai nuovi nemici interni, figuriamoci nell'opera nata per omaggiare la giovane nazione.
Morale della favola: i metri di pellicola passano da 3800 a 2200 e la prima proiezione giunge solo nel gennaio del 1928, oramai fuori tempo massimo rispetto alla data simbolo.
Ma scendiamo nel dettaglio ed iniziamo dalla trama.
Siamo a Pietroburgo nel febbraio del 1917; lo Zar viene deposto dal popolo russo, messo in ginocchio dalla fame e dalla guerra, e sostituito da un governo provvisorio a maggioranza liberale.
Ma la caduta del vecchio regime non porta a grandi miglioramenti ed il nuovo esecutivo decide di proseguire le attività belliche creando ulteriore malcontento.
Lenin capisce che i tempi sono maturi, lascia l'esilio svizzero e torna in Russia con l'obiettivo di riorganizzare i bolscevichi e portare avanti il processo rivoluzionario. Si seguono così tutti gli eventi che porteranno alla presa del Palazzo d'Inverno, una struttura documentaristica in cui far compenetrare storia e fiction.
Sono 102 minuti di potenza visiva illimitata, un montaggio frenetico ed impattante che accosta figure contrastanti eppure legate concettualmente tra di loro. Eisenstein mette in pratica il suo montaggio delle attrazioni e scardina l'ordine spazio/tempo: il suo obiettivo è attivare i sensi dello spettatore spingendolo ad una riflessione allegorica sui fatti.
Così il menscevico ed assetato di potere Kerenskij, viene accostato ad un pavone meccanico prima, ad una statua di Napoleone poi.
E cosa dire del dipinto, osservato dal bolscevico nel palazzo d'inverno, che raffigura Cristo intento a benedire il Zar? Associazione dal sapore anticlericale tesa a sottolineare la rottura con la vecchia (e controrivoluzionaria) arte apportata al cinema, nuova espressione delle masse.
Sono tantissime le immagini che si imprimono nella mente dello spettatore: la monumentale caduta della statua dello zar Alessandro III; la sanguinaria repressione delle manifestazioni di Luglio con i ponti di Pietroburgo che si alzano con i cadaveri ancora a terra ed il cavallo esanime che rimane sospeso nell'aria. E' un sovraccarico espressivo che scompone/ricompone la lotta tra il capitale ed il socialismo.
E per i 102 minuti non c'è alcun protagonistaLenin si intravede soltanto, magari coperto da una bandiera rossa mentre parla ai suoi oppure mentre si finge un mezzo vagabondo per non essere arrestato. Al centro della scena ci sono le masse: sono i volti segnati di operai, soldati, operai e contadini ad essere protagonisti.
Tutto ciò non piacque al governo sovietico. Di questo non si può che essere felici. Al posto di una scialba pellicola di propaganda, che oggi vivrebbe di un lontano afflato dal sapore nostalgico, ci ritroviamo questo "Ottobre", film seminale ed esteticamente magnifico, libero dalla retorica degli apparati e carico dell'ideologia di Eisenstein.
"Ottobre" è una stupenda testimonianza artistica di quei giorni che sconvolsero il mondo, una deriva sognante che voleva realmente capovolgere il mondo.

Habemus Judicium:
Ismail

mercoledì 24 maggio 2017

"LA NOTTE DELLE MATITE SPEZZATE": IL DRAMMA DEI DESAPARECIDOS (PARTE II)


⟸Parte 1                         Parte 3⇒
«Si informa la popolazione che da oggi, 24 marzo 1976, il Paese è sotto il controllo operativo della Giunta di Comandanti Generali delle Forze Armate». 
-1° comunicato della Giunta Militare- 


Parliamo tanto di cinema e fra le varie recensioni che pubblichiamo sul blog, capita di scriverne alcune con lo scopo di andare oltre la mera valutazione artistica dell'opera e scavare più a fondo nel suo significato storico-politico.
Qualche tempo fa facemmo questa operazione prendendo spunto da "La morte e la fanciulla" [Link], film del 1994 di Roman Polanski, per aprire uno spazio tematico dedicato ai desaparecidos ed agli avvenimenti politici che sconvolsero il l'America Latina fra gli anni '70 e '80. Oggi riprendiamo quel percorso, partendo come allora da un film: "La notte delle matite spezzate" (1986) di Héctor Olivera.
***
La Plata, Argentina, 1975.
Un gruppo di studenti delle scuole superiori dà vita a proteste e manifestazioni per ottenere il Boleto Estudiantil, un tesserino studentesco che garantisce riduzioni per l'acquisto di libri didattici e biglietti dell'autobus.
Le rimostranze sembrano aver buon fine: il Boleto viene concesso; nel frattempo dai telegiornali iniziano ad emergere notizie sconcertanti relative a misteriose scomparse di attivisti politici [1].
Passa poco meno di un anno, è il 24 marzo del 1976 ed arriva il golpe: Isabelita Peron, Presidente della Repubblica argentina, viene deposta dall'esercito ed il governo democraticamente eletto è sostituito da una giunta militare con a capo il generale Rafael Videla; e con essa arrivano le prime prime intimidazioni: sospensione di professori, arresti arbitrari e la scomparsa di 3 studenti.
Si giunge così al 16 settembre 1976, la data che segna il punto di non ritorno. Nel cuore della notte uomini incappucciati appartenenti alle forze militari irrompono nelle case di alcuni studenti che parteciparono alle manifestazioni per il boleto. Li sequestrano e di loro si perdono le tracce. Sparisce ogni forma di legalità; i familiari si mettono alla ricerca dei loro cari scontrandosi contro un muro di gomma ed omertà innalzato dalle autorità pubbliche.
Il film di Olivera è questo, il racconto (crudo) della desaparición di molti giovani, rei di attività atee ed antipatriottiche, una cronaca che proietta lo spettatore negli orrori del regime di Videla.
Da un punto di vista artistico il film è tutto tranne che perfetto, non gode della migliore recitazione e la stessa scrittura ha degli elementi che cadono nel retorico e nel grottesco (un esempio lampante sono i carcerieri estremamente stereotipati).
Ma allora perché abbiamo deciso di citare prima e di trattare poi questo film?
Per capire il valore dell'opera bisogna valutare il contesto storico-politico in cui operò Olivera. Le riprese vennero fatte nel corso del 1986, in un clima tutto tranne che pacificato. La giunta militare era stata deposta da meno di 3 anni ed il nuovo governo, per paura di nuovi colpi di coda, aveva emanato due leggi ( la cd. legge del punto finale e la legge dell'obbedienza dovuta [2]) con lo scopo di sollevare dalle responsabilità penali molti di quei militari e poliziotti che perpetuarono torture, detenzioni illegali e desaparición.
Il merito de "La notte delle matite spezzate" è da rintracciare prettamente sul piano civile, essendo tra le prime opere sul tema, nonché importante input di riflessione.


Frammenti di Storia: le matite nel contesto storico-politico argentino
« Prima elimineremo i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, successivamente quelli che resteranno indifferenti e infine gli indecisi. » 
-Generale Saint-Jean, governatore de facto della provincia di Buenos Aires-

La storia delle matite spezzate rientrava in un contesto che coinvolse buona parte dell'america Latina.
Molti furono i paesi funestati da regimi militari (Uruguay, Cile, Brasile, Paraguay, Etc.) che imposero una durissima repressione fatta di arresti arbitrari, omicidi e torture [3].
In Argentina le forze militari e di polizia, tra il 1976 ed il 1983, sequestrarono, interrogarono e torturarono decine di migliaia di persone. Di questi circa 30000 non se ne seppe più nulla. Si era inaugurata la cd. Guerra Sporca un'operazione volta a minare le fondamenta di tutte quelle organizzazioni politiche, sindacali, religiose e studentesche che potessero interferire in qualsiasi modo con la nuova linea politica.
L'azione, dapprima diretta verso guerriglieri peronisti e comunisti, si allargò a macchia d'olio. Essere bollati come terrorista, marxista ed antipatriota divenne piuttosto semplice. Nelle liste degli scomparsi finivano anche i semplici simpatizzanti di movimenti di opposizione ed argentini che non erano mai stati coinvolti in attività contro il regime.
L'attività governativa di repressione, forte dell'esperienza cilena di Pinochet, si svolse in totale segretezza; coloro che venivano sequestrati da forze militari e paramilitari, non venivano registrati in alcun registro di polizia risultando così semplicemente come scomparsi.
Le ragioni di questa condotta erano molteplici: salvaguardare l'immagine del paese che di li a poco avrebbe anche ospitato i mondiali di calcio (1978), rendere insostenibile l'ondata di terrore percepita dai dissidenti rimasti in libertà e garantirsi un'ampia libertà d'azione nel trattamento dei prigionieri [4].
Per molti dei detenuti, il governo militare optò per voli della morte, una pratica disumana scandita sempre dallo stesso iter; si radunavano i desaparecidos presenti nel centro detentivo; veniva comunicato a loro il trasferimento in un carcere dell'Argentina del sud per il quale si necessitava una vaccinazione; si iniettava ai reclusi il tiopental sodico, un medicinale con cui addormentali. Questi, vivi ma non coscienti, venivano caricati su un camion, portati al più avvicino aeroporto, imbarcate su un aereo per poi essere gettati in mare trovando così la morte.
Verso la fine del 1983 il governo militare, dopo la sconfitta nella guerra delle Falkland e su pressioni sempre più forti della popolazione, fu costretto ad indire delle elezioni. La Conadep (Comisión Nacional sobre la Desaparición de Persona) creata dal presidente argentino Raul Alfonsin, con i suoi rapporti sui desaparecidos, permise l'apertura di processi a capo di circa 2000 appartenenti all'esercito e polizia per la commissione di sequestri, torture ed omicidi.
Come già detto in precedenza però, il governo, per paura di un nuovo golpe, garantì una sostanziale impunità ai criminali, per mezzo di due leggi prima e di un indulto poi. Questa situazione mutò solamente nel 2005, quando la Corte Suprema argentina dichiarò l'illegittimità della legge del punto finale e quella dell'obbedienza dovuta, permettendo la riapertura dei processi.

Habemus Judicium:

Ismail





Note:
(1) Già prima del golpe militare, sotto la presidenza di Isabelita Peron, ci furono numerose scomparse di numerosi attivisti politici (se ne contano circa 500)
(2) Le due leggi fermarono molti dei processi che già si erano avviati. 
La Legge del punto finale prevedeva l'estinzione delle azioni penali rivolte a quelle persone che avessero commesso delitti legati all'azione politica sino al 10 dicembre del 1983. Si escludeva dall'applicazione della legge al sequestro dei figli neonati delle prigioniere dati in adozione alle coppie di militari.
La Legge dell'obbedienza dovuta sollevava la responsabilità dei militari, senza la possibilità di prova contraria A questi due interventi normativi si aggiunse, nel 1989, un indulto che abbreviò le pene comminate da quei processi che non furono bloccati dalle due leggi.
(3) Cfr. Operazione Condor.
(4) La mancanza di notizie spinse le madri degli scomparsi, consapevoli della responsabilità della Giunta, a dar vita ad una protesta silenziosa consistente in una marcia. La più importante si svolgeva ogni giovedì a Buenos Aires a Plaza de Mayo dove le donne portavano con se l'immagine ed il nome del caro scomparso su un cartello od un fazzoletto bianco. 
Anche questa forma di protesta venne repressa dalla giunta; si stima che le donne di Plaza de Mayo sequestrate ed uccise furono 720.


lunedì 10 aprile 2017

"PERSEPOLIS" (2007) DI MARJANE SATRAPI E VINCENT PARONNAUD

«Mi ricordo! A quell'epoca conducevo una vita tranquilla e senza storie. 
Una vita da bambina. Andavo pazza per le patatine con il ketchup. Bruce Lee era il mio eroe preferito, portavo le Adidas ed avevo due ossessioni: potermi radere un giorno le gambe e diventare l'ultimo profeta della galassia»
-Marjane-

Persepolis” è un romanzo di formazione, lo sguardo sofferto, onesto ed ironico di Marjane Satrapi sul rapporto di amore ed odio tra lei ed il suo paese, l'Iran. In un'ora e mezza di pellicola, catturata in uno splendido B/N dominato da tratti stilizzati e ombre, viene condensata la storia recente del paese: la Persia di quello stronzo dello Scià; la rivoluzione carica di speranze e libertà; poi l'arrivo degli ayatollah e la nascita della repubblica islamica; seguiranno imposizioni sul vestiario, la censura che si spingerà a colpire anche l'arte, arresti arbitrari, esecuzioni e guerre insensate scoppiate per motivi che nessuno ricorda.
E' un racconto diretto in primo luogo a noi occidentali, sempre più incapaci a comprendere il diverso ed emanciparci dai pregiudizi, quasi mai interessati a sapere cosa accade aldilà dei nostri confini geopolitici. E non annoia mai, perfettamente sostenuto dallo sguardo limpido e carico di rabbia fanciullesca della Marjani bimba prima, e da quella ironia che contraddistinguerà la donna che sarà.
Ed è proprio l'intelligenza e la freschezza della sceneggiatura ad essere il punto forte di questo "Persepolis", capace di donarci sequenze memorabili: l'uscita dalla depressione a suon di "Eye of the tiger", i dialoghi tra Marjane e la nonna o quelli con Dio e Marx, la guerra tra Iran ed Iraq etc. La stessa musica rock contribuisce a dare unità e forza al racconto, divenendo specchio della politica liberticida del governo e simbolo dell'irriducibile voglia di emancipazione della ragazza.
Marjane ci prenderà per mano, proteggendoci dalle brutture della tirannide.
In un'intervista rilasciata qualche anno fa, la Satrapi raccontò che ci furono dei corteggiamenti da Hollywood: volevano fare di "Persepolis" un film con Brad Pitt e Jennifer Lopez.
La storia andò diversamente ed è stato un bene.
Al posto del kolossal a stelle e strisce arrivò questo film d'animazione, una visione soggettiva e fuori dagli schemi che dà vita ad un personaggio universale in grado di abbattere tutti i confini.
Sono 95 minuti che lasciano il segno.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 29 agosto 2011

LA MORTE E LA FANCIULLA: IL DRAMMA DEI DESAPARECIDOS (PARTE I)


Fra le varie recensioni cinematografiche che pubblichiamo sul blog, capita talvolta di scriverne alcune con lo scopo di andare oltre la mera valutazione tecnico-artistica dell'opera, per scavare più a fondo nel suo significato storico e sociale. 
Il film di cui parlerò oggi è "La Morte e La Fanciulla" opera del 1994 di Roman Polanski.
La trama è semplice: una donna, Paulina Escobar, interpretata da Sigourney Weaver, aspetta il marito nella sua casa di campagna in Cile. Questi vi arriva accompagnato da un distinto signore.
Il marito, Gerardo, è in lizza per divenire nuovo Ministro della Giustizia sotto il nuovo regime presidenziale ed è un avvocato a capo dell'inchiesta sui crimini del regime precedente.
Paulina però sembra come impazzire di fronte alla figura dello sconosciuto interpretato da Ben Kinglsey. Ella è convinta che tale uomo, il medico Miranda, di cui ricorda perfettamente la voce, l'odore e l'abitudine di ascoltare l'opera di Schubert "La Morte e la fanciulla", sia responsabile delle torture da lei subite anni addietro, durante il periodo della Guerra Sporca. Approfitta di un momento di dialogo fra i due uomini per rubare e catapultare giù da una scogliera l'auto di Miranda. Una volta addormentati i due, lega il dottore: se lui non confesserà il suo crimine Paulina lo ucciderà. Avrà ragione lei? Oppure nel suo delirio si sta accanendo con un pover'uomo che sembra avere un aria confortante e che nega fermamente ogni crimine attribuitogli. 
Partendo da questa premessa si sviluppa un film interamente girato all'interno della casa della coppia. Bravissimi gli attori: Kinglsey è un maestro dell'ambiguità e il merito della riuscita dell'opera è sua. La tensione, infatti, è tutta incentrata sul cercare di capire se le accuse siano vere o false e Polanski è bravissimo nel mantenerla alta nell'angusto spazio narrativo.
La Weaver è perfetta nella parte di una donna forte e fragile allo stesso tempo, alle prese con lo spettro di un passato terribile da cui non si riprenderà mai completamente. Ottima nell'esprimere tale stato e, ancora di più, è abile nel creare il pathos della rievocazione di quei momenti. 
Quello che ci lascia un film del genere è uno spunto di riflessione necessario. Un interesse per ciò che è stato, da integrare con altre opere in grado di aiutare a capire ancora una volta come andarono i fatti e quali malvagità possa perpetrare l'animo umano. Basti pensare a "Garage Olimpo"[LINK] di Marco Bechis o a "La notte delle matite spezzate"[LINK] di Hector Olivera.
Tornando per un momento all'opera di Polanski la riflessione che mi spinge a fare è la seguente: a compiere i crimini peggiori spesso sono persone che tutti noi considereremmo buone, tranquille ed innocue, alle quali vizi o inclinazioni però portano in situazioni estreme, a compiere azioni turpi.
Tutto ciò fa venire i brividi.
Come nacquero le vicende dei Desaparecidos, delle Madri della Plaza De Mayo e della Guerra Sporca bisogna risalire alla cosiddetta Operazione Condor. Tale operazione, progettata e sostenuta dal governo USA, mirava a distruggere e destabilizzare le correnti socialiste e comuniste sudamericane.
Per attuare ciò vennero finanziate Squadre della Morte che avevano il compito di rapire torturare e infine uccidere gli oppositori politici, spesso semplici dissidenti, perfino adolescenti.
Come è stato a suo tempo descritto con minuzia negli Archivi del Terrore andava di moda rapire e portare in luoghi sotterranei i malcapitati, per poi sottoporli a sevizie di ogni tipo; si passava dalle minacce allo stupro, sino all'uso di scariche elettriche.
Se già questo può sembrare spaventoso, va aggiunto che quasi mai i prigionieri venivano rilasciati: dopo essere stati sedati, venivano caricati su aerei e gettati più o meno incoscienti in mare: erano i cosiddetti Voli della morte.
Ma non è ancora finita: gli aguzzini erano anche degli sciacalli insaziabili, che depredavano le case dei Desaparecidos e ottenevano diritti su ipoteche in modo coattivo dai parenti.
A tanto si spinge la cattiveria umana?

Habemus Judicium:


Bob Harris

domenica 17 luglio 2011

GENOVA DIECI ANNI DOPO (PARTE I): "BELLA CIAO, GENOA SOCIAL FORUM-UN ALTRO MONDO E' POSSIBILE"


Io e Bob torniamo a casa, ebbri e carichi di alcol.
Si ferma da me qualche giorno prima di andarsene nel suo bucolico meridione.
Questa sera troppe facce, troppi saluti, troppi brindisi.
Accendiamo la tv alla ricerca di qualche film da vedere.
Mettiamo Rai 4, che di notte spesso spaccia qualcosa di interessante, e sta iniziando qualcosa proprio ora. Le prime immagini sono dedicate al fatto più drammatico, la morte di Carlo Giuliani; poi è il tempo del bliz alla scuola Diaz, il media center dei convulsi giorni del G8 di Genova. Ed a ritroso si torna sulle manifestazioni, sulle cariche, sugli scontri di piazza che hanno preceduto ogni evento.
Assistiamo ammutoliti a "Bella Ciao-Genoa social forum-Un altro mondo è possibile", documentario diretto da Marco Giusti, Roberto Torelli e Sal Mineo, pseudonimo dietro il quale si nasconde Carlo Freccero, nel 2001 direttore del TG2.
"Bella Ciao" nasce per la tv, un docu-film con cui mostrare il fallimento di una proposta internazionale, ridottasi in una mera questione di polizia prima e di processi complicati poi. La rete era già stata decisa, Rai 3. Poi però in televisione non ci arriva mai. Il tema trattato era forse ancora  troppocaldo, oppure qualcuno in alto deve aver pensato che fosse un lavoro troppo schierato politicamente. Fatto sta che verrà presentato fuori concorso a Cannes nel 2003, rimanendo inedito per la tv nazionale per una decina d'anni.
La sua visione è durissima, un mosaico composto da materiali girati sul campo da giornalisti Rai ed indipendenti, completamente privi di commenti se si esclude la scelta di alcuni brani musicali, un format alla Blob che lascia spazio alle violenze sui corpi inermi.
"Bella Ciao" restituisce una piccola verità e lo fa senza mai essere didascalico. Ci riporta nelle vie assolate di Genova, facendoci percepire gli errori nella gestione dell'ordine pubblico da parte delle F.d.O.; da un lato il blocco nero libero di agire indisturbato; dall'altro le cariche ingiustificate a cortei autorizzati.
Si rimane allibiti dinnanzi ad una bolla che non può essere propria di un paese democratico
E su questa bolla porremo le nostre attenzioni.

S.v.
Thomas 

P.s.
Link agli altri post sul tema:
Genova dieci anni dopo:cronaca della carica di piazza Manin (Parte II)
Genova dieci anni dopo: l'irruzione nella scuola Diaz (Parte III)
Genova dieci anni dopo: la caserma Bolzaneto ( Parte IV)
Di seguito alcune riprese della troupe del TG1 utilizzate nel documentario:




sabato 9 luglio 2011

IDI AMIN: "L'ULTIMO RE DI SCOZIA"


Un gigante di due metri, nero e dal viso bonaccione si presenta alla corte della regina Elisabetta di Inghilterra: in mano ha un casco di banane e, porgendolo simbolicamente, afferma che servirà a sfamare il popolo inglese, all'epoca (siamo negli anni 70') in piena crisi economica e lavorativa. 
Il gigante si chiama Idi Amin ed è il presidente dell'Uganda
Questo aneddoto rende perfettamente l'idea di che tipo di persona possa essere. 
Una figura carismatica, possente e prepotente. 
E' incredibile come pochi giovani conoscano una delle figure più controverse ed efferate del ventesimo secolo. A conti fatti Idi Amin ha rappresentato, seppur in proporzione minore, quello che rappresentarono Hitler e Stalin per Germania e Russia, o se preferite Saddam Hussein, Batista, Pinochet, Videla, Barrientos e compagnia bella. Un dittatore, un despota, ma, soprattutto, un bambino capriccioso e arrogante. Bambino di spietatezza disumana e brutalità spaventosa.
Personaggio misterioso, di lui si hanno fin troppe informazioni contraddittorie a partire dalla data e luogo di nascita: 1924 o 1925, chi lo sa, per il dove forse a Kampala. La sua grossa statura fisica unita al suo peso lo predispongono fin da piccolo a una carriera da peso massimo di pugilato, divenendo campione Ugandese dal 51 al 60. 
Dopo lavoretti saltuari, si arruolò nell'esercito britannico, divenne soldato della King's African Rifles, corpo militare dei possedimenti coloniali britannici e arrivò al grado di effendi, ufficiale di sicurezza, il più alto grado conferibile ad un africano. 
Lui dichiarò di aver preso parte alla seconda guerra mondiale, cosa assai improbabile e, da più parti, smentita. Niente di strano, la complessa personalità di Amin comprendeva la berlusconiana caratteristica di sparare stupidaggini e spacciarle per verità. Mentire era nelle sue corde, come quando affermava che le ragazze che entravano nella sua tenda e con le quali veniva sorpreso dai commilitoni erano sue Dada, cioè sorelle, in ugandese: da qui il soprannome che porterà sempre con sé affiancato al suo nome, Idi Amin Dada. 
Tornato in Uganda diviene sottotenente e, in quegli anni (siamo tra il '61 ed il '62), beneficia dell'indipendenza ugandese e del regime instaurato da Obote, scalando ulteriori posizioni nell'esercito (da capitano a generale, fino a comandante dell'esercito). 
Amin era uomo di fiducia di Obote. Con lui si diede al redditizio contrabbando di oro, caffè ed avorio. Capirete, quindi, che, fin dagli inizi, l'animo del giovane gigante era facilmente corruttibile e concupiscente. 
L'idillio fra i due era però destinato a rompersi: Amin era ambizioso e puntava a scalzare Obote dal trono: iniziò a reclutare membri delle etnie Nubiane, per comporre un suo esercito personale. E' evidente il suo intento di preparare il classico colpo di stato militare, tanto in voga presso regimi fragili e instabili  dell'Africa. L'occasione fu la notizia, appresa da Idi, dell'intenzione di Obote di farlo arrestare per essersi appropriato di stanziamenti di armi.
Giunse così il golpe ed il 25 gennaio 1971 sale al potere. Col senno di poi le reazioni entusiastiche dei governi occidentali  (Gran Bretagna, Stati Uniti ed Isreale in primis) che ne seguirono, oggi hanno l'amaro sapore della beffa. 
Amin avrebbe egregiamente dimostrato di essere ben diverso da quel buon giocatore di calcio descritto dal Foreign Office britannico. Diciamo che, più che altro, a calcio ci giocava con le teste degli oppositori politici. Teste che non scarseggiavano di certo, essendo operative, e sotto il suo strettissimo comando, le Squadre Della Morte, un gruppetto ben selezionato con il compito di scovare, torturare e annientare oppositori politici e intellettuali dissidenti. Amin ebbe a dire a riguardo: «I miei nemici? Li faccio a pezzi e li do in pasto ai coccodrilli e i loro peni li attacco alla cintura »
In mezzo a tutto ciò vennero compiuti i peggiori crimini: genocidi, persecuzioni razziali (nei confronti dei gruppi etnici degli Acholi, Lango e Indiani, per citarne alcuni) e religiose, donne e bambini compresi. 
Tant'è che, come dichiarò Henry Kiemba (a lungo ministro della sanità del Paese) nel suo libro A State Of Blood, ormai Amin non si preoccupava neanche di far seppellire i cadaveri delle persone uccise; li lasciava ai coccodrilli, i quali, udite udite, affermava di controllare con il pensiero: non può non starvi simpatico un personaggio così, con quel bel faccione paffuto. 
Era un colorito folle omicida, un tantino megalomane. 
Fatto sta che l' International Commission Of Jurists ha documentato oltre 800 mila uccisioni. 
Niente male. Si dice che fece uccidere persino uno dei suoi innumerevoli figli (era poligamo) ed è certo che fece uccidere una delle sue mogli, colpevole di averlo tradito; il come è terribile: la fece a pezzi, la ricucì (scena presente nel film "L'ultimo Re Di Scozia" anche se in parte falsa; nella pellicola, per dare un impatto visivo più sconvolgente, gambe e braccia vengono ricuciti invertiti), e fatta trovare nel bagagliaio di un auto.
Molti sostengono fosse cannibale
C'è un episodio che viene ritenuto abbastanza credibile: durante una riunione del consiglio dei ministri ugandese, il ministro del bilancio tentava di spiegare a Sua Eccellenza le difficoltà a far quadrare i conti. Amin sosteneva che era solo una questione di numeri, mentre il ministro ribatteva che la finanza era qualcosa di diverso fatto fa variabili complesse. 
Al termine della discussione, Amin chiamò il suo ex professore di matematica, lo uccise e gli mangiò il cervello. Ora finalmente avrebbe compreso il bilancio. 
E tutti quelli che non consumava sul momento, leggenda vuole, se li pappava con calma dopo averli conservati in frigorifero. Insomma, Hannibal Lecter al confronto sembra uno naif e ingenuo rispetto al sadismo brutale di Big Daddy (si, si faceva chiamare proprio così). 
Le stravaganze di Idi, se così vogliamo chiamarle, vennero accolte con ironia ed ilarità dall'opinione britannica ed occidentale in generale. Veniva dipinto come un buffone narcisista. Ci si fermava alle innumerevoli medaglie che ostentava sulla sua camicia ed ai numerosi titoli che si autoconferì: "Sua Eccellenza il Presidente a vita, Feldmaresciallo Al Hadji Dottor Idi Amin, VC, DSO, MC, Signore di Tutte le Bestie della Terra e dei Pesci del Mare e Conquistatore dell'Impero britannico, in Africa in Generale e in Uganda in Particolare". Ci si limitava a rappresentarlo come un grosso omone animalesco, fatto che lo connotava come personaggio comico ed eccentrico. 
Ma dopo le confessioni del ministro della sanità, i pochi che continuavano a vederlo in questo modo, ebbero ben poco da riderci su. 
L'espulsione degli asiatici presenti in territorio ugandese fu il nuovo botto che scandalizzò l'opinione pubblica mondiale. Le relazioni con l'occidente si fecero tese. La scelta ebbe anche ricadute disastrose sull'economia: i 50 mila asiatici espulsi si occupavano di piccole e medie imprese ugandesi.
Ma che ci volete fare? 
Ad Amin lo aveva detto Allah di cacciarli. 
Eppoi secondo lui gli asiatici ciucciavano latte dalla mammella della vacca Uganda senza apporre contributo al suo benessere economico. 
L'arroganza e supponenza di Amin lo spinsero a caricare a testa bassa un po' dappertutto. Big Daddy attaccò il Kenya rivendicandone parte dei territori e fu persuaso a desistere dal suo proposito solo dopo aver constatato che, lungo il confine keniota, erano stata disposte ingenti truppe e mezzi corazzati. 
Non pago troncò i rapporti con Israele, sostenendo apertamente l'OLP palestinese. Riguardo ad Israele disse: «Hitler ha fatto bene ad uccidere sei milioni di ebrei». 
L'allontanamento di Israele fu seguito da una politica di avvicinamento alla Libia ed all'URSS. Seguì il conseguenziale gelo con Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. 
La rottura con la Gran Bretagna portarono Amin ad autoconferirsi un altro titolo: si autoproclamò ultimo Re di ScoziaPerché mai, ci si può chiedere. 
Bene, come soldato coloniale, Idi era stato agli ordini di ufficiali scozzesi, maturando nel tempo una forte simpatia per il popolo e la cultura scot. Spiegazione più semplice non si può trovare.
Ed ecco parate militari e manifestazioni ufficiali in kilt e cornamusa, un mondo straniante ed imbarazzante se associato ad un paese africano. Sicuramente però per il dittatore ugandese era l'ennesima occasione di ostentazione e appariscenza, poteva rimanere al centro della scena.
Il tracollo era però vicino. 
E' quasi unanime che l'avvenimento centrale per la caduta del suo regime fu il dirottamento di un volo Air France; siamo nel 1976 ed a bordo c'erano una cinquantina di delegati israeliani. 
A una prima fase di negoziazioni fallimentari, in cui fu proposto di rilasciare solo gli ostaggi non israeliani, seguì una seconda in cui vi fu l'intervento delle truppe di Israele (gente d'azione, molto più a loro agio con in mano un fucile che con una Bibbia) che portò alla liberazione degli ostaggi, salvo qualche trascurabile perdita umana. La classica goccia che fece traboccare il vaso fu il tentativo di Idi di invadere la Tanzania. Da qui la sua deposizione. L'esercito tanzaniano, assieme ad alcuni ribelli ugandesi lì rifugiatisi, prese Kampala, la capitale dell'Uganda. Le perdite per la Tanzania furono di un carro armato. Non un carro armato vero eh...probabilmente solo un modellino appartenente al figlio di qualche soldato.
Amin fuggì e trovò rifugio in Arabia Saudita, vivendo grazie ad uno stipendio governativo gentilmente concesso e senza farsi un giorno di carcere per i crimini commessi; qui vi morì nel 2003 per grave complicazione da insufficienza renale.
Ah, dimenticavo. 
Tentò di tornare in Uganda nel 1989 e riprendersi il trono, ma fu fermato in Zaire e convinto dal presidente Mobutu a fare dietro front. Così trascorse gli ultimi anni di vita in esilio a guardare film della Disney, che tanto gli piacevano, e a sognare la sua morte, che lui più volte aveva annunciato essergli apparsa in una delle sue fantasiose visioni, probabilmente dovute (si ipotizza) a neurosifilide
l regno di Idi Amin Dada fu caratterizzato dalla violenza più selvaggia, dalla furia e dalla prevaricazione sul più debole; a farne le spese furono centinaia di migliaia di innocenti. 
Nonostante ciò, è incredibile constatare come ancora molte persone vedano Amin come il messia dell'Uganda se non dell'Africa intera. Sarebbe troppo facile insistere col dire che sono degli sciocchi e che lui era solo un folle maniaco. In realtà il progetto di Amin di un'Africa libera dal potere occidentale era un proposito giusto e ammirevole. E di fronte all'Apartheid ed al colonialismo non poteva che suscitare entusiasmo tra la popolazione; a suo modo poteva rappresentare quell'Africa che osava sfidare apertamente le grandi potenze occidentali e gli invasori (seppur, a conti fatti, ciò è accaduto solo su un piano meramente dialettico). A ciò si aggiunge il raggiungimento di un benessere inconsueto per una parte di un continente in perenne crisi politica ed economica. I mezzi utilizzati furono però spaventosi.
***
Nel 2006, tre anni dopo la morte di Idi Amin Dada, è uscito il film ispirato alla sua vita: "L'ultimo Re Di Scozia" diretto da Kevin Macdonald. 
Il film, che ha come protagonista il medico personale del dittatore (personaggio di fantasia interpretato da James McAvoy), segue le vicende che vanno dall'instaurazione del governo di Amin fino alla presa degli ostaggi del volo Air France. 
Essendo protagonista un personaggio mai esistito, necessariamente parte degli episodi narrati sono inventati, anche se, spesso sono il frutto di un collage di eventi reali (un esempio è l'episodio della moglie di Amin). E non è un caso che la scelta di dirigere il film sia caduta su un esperto regista di documentariPerciò, anche se romanzato, il film è uno strumento eccezionale per comprendere di più la personalità di Idi. 
Il cast è fondamentale nella resa finale: McAvoy non è semplicemente bello, è bravo ed il suo futuro da attore di livello mondiale sembra assicurato. Ed ottime sono le prove del resto del cast. 
Discorso a parte per Forest Whitaker (nelle vesti di Amin). A riguardo vi dico solo che "L'ultimo Re di Scozia" ha vinto tutto grazie alla sua interpretazione: Oscar, BAFTA e Golden GlobeE pensare che all'inizio non era stato preso in considerazione per la parte, essendo considerato un attore bonaccione e intellettuale. Il provino per la parte però smentì tutti, in primis il regista, fra i più scettici. 
Whitaker restituisce perfettamente l'immagine di un uomo dall'aria buona e giocherellona, come Idi era, eppure tirannico e feroce. Entrambi, l'attore e il personaggio storico, hanno un viso paffuto e bonaccione, seppur con una diversa sfumatura: quella di Amin era uno sguardo truce, Whitaker riesce ad aggiunge un velo di perversione infantile
Un pezzo di storia dell'umanità è stato scritto col sangue: "L'Ultimo Re di Scozia" ce lo ricorda egregiamente, aiutandoci a comprendere le possibili dinamiche che il potere può innescare.

Habemus Judicium:
Bob Harris