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domenica 5 agosto 2018

"BIANCA" (1984) DI NANNI MORETTI

«A casa mia succedono cose strane. Le piante, io le annaffio ma loro muoiono lo stesso. La frutta marcisce. I muri, sembra che avanzino»
-Michele Apicella-

Con "Bianca" Nanni Moretti entra nell'olimpo del cinema italiano e si impone definitivamente quale autore con la A maiuscola. Lo fa portandosi dietro Michele Apicella (il cognome è quello della madre da nubile), l'alter ego che resisterà sino a "Palombella Rossa" (1989) e nel quale riversare dubbi, nevrosi ed amnesie.
In "Bianca", Michele è un giovane professore di matematica; da poco si è stabilito in una nuova casa a Roma e qui fa conoscenza con i suoi vicini: Massimiliano (interpretato da un giovanissimo Vincenzo Salemme) ed Aurora, una giovane coppia alle prese con i problemi di tutti i giorni, e Siro (l'immenso Remo Remotti), un anziano signore amante delle donne e della bella vita. Michele troverà l'amore nella professoressa di francese, Bianca (Laura Morante). Sullo sfondo una serie di delitti che sconvolge la quotidianità del suo palazzo.
In poco più di un'ora di film, Moretti riesce a condensare tutta la freschezza e la vitalità del suo pensiero, una visione della settima arte che si impone con uno stile e contenuti propri.
"Bianca" non è nient'altro che un giallo alla Agata Christie e, per caratteristiche, il Nanni protagonista, così arroccato nella sua ossessiva ma meditante superiorità, può ricordare un Ercule Poirot più logorroico e meno pacato. Moretti ci propone la sua visione del cinema di genere, una propensione hitchcockiana (si vedano I richiami a "La finestra sul cortile") in cui non ostentare il delitto. Un film su un serial killer non deve finire in una colata splatter à la "Harry-Pioggia di sangue"; è la telecamera ad uccidere, facendo semplicemente scomparire le persone dal suo obiettivo. 
Ciò che appare evidente nell'opera di Moretti è una ricerca costante del nonsense e del surreale, anche qui, quasi a richiamare un altro sommo confronto con il primo caustico Woody Allen.
Il raffronto con l'autore statunitense non è casuale e limitato: c'è l'idea dell'autore/protagonista, una visione cinica (ma a piccoli tratti incantata) della società contemporanea; c'è il suo interagire con una moltitudine di personaggi, piazzati lì lungo il suo percorso egotico, con lo scopo di giungere, tramite un costante dialogo maieutico, ad una ragionata ed rinnovata consapevolezza di sé. 
E poi quella visione così conflittuale e psicoanalitica della relazione sentimentale: l'attitudine di Moretti ricorda facilmente l'Allen di un "Bananas" o di un "Io e Annie". Personaggi in costante lotta con le proprie fisime, arrapati ed impauriti, sempre messi di fronte all'Amore, desiderosi e disillusi nella sua ricerca, ma incapaci di accettarlo veramente quando si palesa.
Michele Apicella, come Moretti, è un raffinato osservatore della realtà circostante e delle dinamiche umane. Tramite i vari personaggi comprimari ci offre un prospetto dei rapporti umani nelle loro varie declinazioni ed elabora una riflessione, piuttosto esistenziale, del sentimento umano. Dal particolare al generale/universale, come da manuale.
Tra una scena memorabile e l'altra (il barattolo gigante di Nutella con cui lenire le nevrosi d'amore, il monologo sulla torta Sacher) si giunge al dipanamento dell'intreccio. 
Il film riesce a mantenere saldo il proprio filo conduttore, nonostante la miriade di riflessioni ed episodi slegati dell'intreccio principale e, tutto sommato, Moretti ci porta per mano al finale con la trillante curiosità di scoprire il nome dell'assassino. 
Questo significa essere autori: piegare il genere alla propria visione, sfruttarlo per raccontare e raccontarsi, ma rispettandone la struttura e la forza narrativa. 
Moretti uber alles!

Habemus Judicium:
Bob ft. Ismail



lunedì 14 maggio 2018

"IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI" (2015) DI SAMUEL BENCHETRIT

«Che cos'è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d'esecuzione» diceva qualcuno. E per quale ragione relegarlo nella mera traduzione dei titoli dei film stranieri quando ci si può sbizzarrire liberamente?
A volte va discretamente bene. Pensiamo a "The Texas Chainsaw Massacre" che da noi diventò "Non aprite quella porta". Altre volte è un mezzo disastro. Il caro Truffaut, che sicuramente fece qualcosa di molto brutto al titolista italiano, si vide trasformare il suo "Domicile Conjugal" in "Non Drammatizziamo...è solo questione di corna", manco fosse 'na commedia con Ubalde e Pippi Franchi.
E non è andata neanche bene a Benchetrit. Il suo "Asphalte" è stato distribuito come "Il condominio dei cuori infranti", con tanto di O stilizzata a forma di cuore sulle locandine. Un bluff ai danni dello spettatore, da un titolo così ci si può solo aspettare una commedia mielosa.
La realtà che si incontra sin dai primi minuti è ben altra. 
Una cifra stilistica austera, fatta di silenzi e lunghi piani sequenza che toccano note di surreale. Ed a fare da scenografia i palazzoni grigi ed amorfi delle banlieue, luoghi tenuti separati da quei centri immortalati nelle cartoline. Si entra in uno dei condomini. Pareti imbrattate, un ascensore che non ne vuole sapere di funzionare e dietro le porte un' umanità fatta di cadute e solitudini.
Benchetrit ci propone tre storie.
Quella di Stemkowitz, un uomo insignificante ed asociale che, dopo essersi rifiutato di pagare la sua quota per l'ascensore, si ritrova sulla sedia a rotelle per uno sforzo eccessivo su una cyclette. Inizia una vita notturna, lontano da occhi indiscreti pronti a giudicarlo, che lo porteranno a conoscere un'infermiera.
Poi c'è Hamida, dolce madre algerina con il figlio in carcere, che apre la sua porta di casa a John McKenzie, un astronauta americano uscito fuori dai radar della Nasa e sbarcato per errore sul terrazzo dell'edificio.
Infine Charly, un adolescente con una madre fantasma, che fa la conoscenza della nuova dirimpettaia, Jeanne, un'attrice famosa negli anni '80, oggi depressa e con il vizio del bere.
Tre storie quindi, che si muovono parallelamente e si incontrano solo idealmente in quel senso di sconfitta e rinascita.
Il Condominio colpisce nel suo minimalismo. Pochi dialoghi e qualche sguardo bastano per calarci nelle pieghe dell'animo dei protagonisti, un tratteggio libero dai facili sentimentalismi (sempre dietro l'angolo in script come questi) e carico di un'ironia che si burla delle paure dei nostri tempi e dei piccoli egoismi umani.
Non siamo dinnanzi a niente di così nuovo ed originale è vero; e questo difetto lo si avverte sopratutto nell'incontro tra l'adolescente e l'attrice matura, dove si segue un canovaccio che sa di già visto. Alcuni potranno tacciare Benchetrit di estremo buonismo nel lasciarsi alle spalle, e celare, i conflitti sociali francesi. Eppure non si può non apprezzare questo sgangherato "Condominio" che attraverso i suoi caduti, apre le porte ad una dolce umanità che resiste agli alveari abitativi, ci distoglie dai timori quotidiani e ci dona una incosciente e fiabesca serenità. E ritrovarsi così fa sempre bene all'animo.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 7 maggio 2018

A TUTTO CORTO #3: "KUNG FURY" (2015) DI DAVID SANDBERG

«Con gli anni '80 avete rotto il cazzo/che poi hanno rotto il cazzo già dagli anni '80» canta Giancane nella sua "Limone"; e noialtri, che quotidianamente tocca sorbirci un ritorno stucchevole del peggior plasticume di quegli anni, non possiamo che stare dalla sua parte. Un male che non conosce confini, parte dalla musica che scimmiotta Stadio ed affini, passa per mode inguardabili e giunge nel cinema, dove, anche il padre-padrone di Hollywood, Steven Spielberg, si spinge a donare mal di testa agli spettatori con condensati nostalgici pensati per tutti i fans/nerd del globo terracqueo (ogni riferimento a "Ready Player One"[LINK]è puramente casuale).
Poi però in mezzo ad un mare di narrazioni tossiche e melmose sbuca fuori un progetto curioso tutto votato a quegli anni, un piccolo riquadro di tempo della durata di 31 minuti, in cui si condensa un delirio puro, frivolo ed intelligente, che gode di un'estetica esagerata, della musica sinthwave e della voce di David Hasselhoff.
Tutto comincia nel lontano 2013, attraverso una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Kickstarter. Viene pubblicato un trailer e nel giro di neanche 24 ore si raggiunge l'obiettivo dei 200000 mila dollari. Passa un mese e si arriva a 630000 $, cifra di tutto rispetto per chi si vuole divertire in uno studiolo armato di green screen. Dietro a tutto ciò c'è una sola persona (più una manciata di attori), David Sandberg, che assume nello stesso tempo le vesti di scrittore, regista e, udite udite, protagonista. Due anni di duro lavoro, in cui far quadrare i conti e dar vita ad un prodotto di buona fattura.
La storia? Una sconclusionata magnificenza della quale meno si parla è meglio è; si rovinerebbero gli esilaranti spunti creativi disseminati in lungo e largo da Sandberg.
Miami, 1985. Un detective viene colpito da un fulmine e morso da un cobra, ha un trip da arti marziali e scopre di essere il prescelto; diviene l'abominevole uomo del kung fu, un concentrato di poteri sovrannaturali che userà per contrastare i criminali della città. Nel frattempo un malvagio baffuto del quale quasi più nessuno ricorda le gesta (Hitler), grazie ad un viaggio nel tempo, giunge nel presente e fa stragi di persone. Al prescelto non resta che viaggiare a sua volta nel tempo, andare nel passato e fermare il temibile Fuhrer.
Pochi dialoghi e tutti azzeccati, cadenzati da battute rapide e taglienti (pensiamo ai due nazisti tarantinati), e tanta, tantissima azione.
"Kung Fury" è una mezz'ora di pieno spasso in cui si frullano gli stereotipi dell'action movie e dello sci-fi anni '80 e primi '90; il protagonista è il perfetto cliché dell'eroe: una voce bassa alla Stallone, un taciturno dalla battuta pronta che si lancia in continue mosse marziali esaltate dagli effetti speciali; dominano le ambientazioni notturne e tenebrose pervasa da bande colorate e sui generis; la resa grafica da Vhs, quei maledetti nastri magnetici che si rovinavano inesorabilmente; ed ancora inserti simil-spot pubblicitario made in U.S.A. E' puro citazionismo maledettamente ironico, un'omaggio ad un periodo dominato da un'estetica inconsistente, un viaggio (equilibrato) nel nonsense e nel patinato con cui prendere in giro la riscoperta di quegli anni.
In breve tempo il mediometraggio è diventato virale, una vagonata di visualizzazioni guadagnate in uno schiocco di dita; tutte meritatissime, va detto. Ed al successo di pubblico si è aggiunta una prestigiosa proiezione al Festival di Cannes.
In queste settimane è in lavorazione una versione cinematografica, una grande produzione che godrà dei nome di Micheal Fassbender, Arnold Schwarzenegger (nei panni del Presidente degli Stati Uniti) e del solito Hasselhoff. E' difficile immaginare come potrà essere. La speranza è che si riuscirà nell'ardua impresa di mantenere lo spirito anarchico e fuori di testa incontrato qui.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 30 aprile 2018

"TONYA" (2017) DI CRAIG GILLESPIE

I biopic sono opinabili. I mockumentary sono molto opinabili. "Tonya" è un biopic/mockumentary ed è un film opinabile.
Partiamo dalla pre-supposta che la storia di una pattinatrice può essere declinata in varie direzioni e in mille sfumature. Però aggiungiamo che qui si sta parlando di una rocknrolla dei pattini, una personalità talmente marcata da impacchettare da sola un copione perfetto per il cinema.
La storia di uno sportivo di successo dà la succosa possibilità di farci capire la differenza tra noi comuni mortali e un...comune mortale, ma con qualcosa di sovrumano. Che sia il talento purissimo, l'ossessione per la vittoria o la maniacale ricerca della perfezione, siamo di fronte alla concretizzazione di un potenziale, in uno dei pochi casi in cui riesce ad essere incanalato nel modo giusto. 
Perché questa è la storia di Tonya: una redneck ai limiti dell'analfabetismo, sgraziata e selvaggia, ma irradiata da un talento cristallino e un machiavellico concetto di successo. Ma è anche la storia di un rapporto madre/figlia mai sbocciato o, viceversa, talmente intenso e simbiotico da porre il dubbio su quali elementi debba basarsi veramente l'amore di un genitore. 
Che piaccia o meno, il film ha il pregio di mettere a nudo la voracità di gloria che alberga nell'animo umano, perfettamente rappresentato dalle due protagoniste femminili. In tal senso risulta davvero meravigliosa la sequenza in cui la madre di Tonya, che sembra sottostimare continuamente il talento della figlia, ne è, invece, talmente convinta da spingere letteralmente la figlia a danzare sulla pista, di fronte all'insegnante che aveva rifiutato di prenderla sotto di sé.
Si diceva dello stile da falso documentario su cui è impostato il film, almeno per una sua metà, perché per l'altra si è optato per un tono da commedia piuttosto fastidioso. 
Non è chiaro se l'intento fosse quello di declinare al pop la storia di Tonya Harding; fatto è che la sensazione è che si cerchi di stemperare il dramma di un'esistenza ai margini e ai limiti ricorrendo a siparietti buffi e a un tono scanzonato. 
Il fulcro della seconda metà del film, ossia le circostanze che ruotano attorno all'aggressione a Nancy Kerrigan, pur ricostruite fedelmente, vengono messe in scena come una sorta di buffa spy story alla Lupo Alberto, alzando completamente le righe e abbassando contestualmente il pathos. Sicuramente emerge la volontà di raffigurare un ritratto di Tonya che si allontani dall'immagine infamata che l'ha accompagnata per anni, successivamente all'episodio controverso del 1994, e che la riabiliti sul lato umano; lo stesso mettere in discussione la sua colpevolezza, in modo sottile e ambiguo, ne è una prova. Ma il mezzo scelto non convince. 
Così come non convince la prova di Margot Robbie, troppo bella e troppo fortunata per recitare il ruolo di un freak. La questione si potrebbe liquidare parlando di una mancanza del classico phisique du role, ma, comparando, per esempio, la prova di Charlize Theron in "Monster" (seppur aiutata dal trucco) la risposta sembrerebbe essere che l'attrice australiana difetta di quel carisma e di quel fuoco oscuro che alberga in determinate personalità. 
Pur non essendo il film totalmente incentrato sulla pattinatrice americana, trattandosi di un biopic, toppare il casting della protagonista significa condannare il film stesso. Vedendo i filmati di repertorio della vera Tonya, ci si accorge di quanto il paragone faccia sparire Margot Robbie, e l'impressione è che proprio Tonya sarebbe stata perfetta per rappresentare se stessa. 
Siccome però dicevamo che il film vive della doppia anima femminile, al contrario Allison Janney, nei panni di Lavona Harding, è eccezionale, anzi, da brividi nel tratteggiare una personalità disturbata e parossistica. Ma questo (così come la buona prova del Winter Soldier Sebastian Sten, nel ruolo del marito di Tonya looser e mediocre) non bastano ad elevare il prodotto. 
"Tonya" non vuole eccedere nel dramma e vuole parlare il linguaggio più trendy, ma, così facendo, perde di vista l'obiettivo di sfruttare quel grande potenziale che una storia del genere è in grado di dare.
Pur potendo contare su elementi positivi che ne decretano la sufficienza, viene segregato all'anonimato da quelli negativi, e difficilmente questo film verrà ricordato.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 9 aprile 2018

"BALLATA DELL'ODIO E DELL'AMORE" (2010) DI ALEX DE LA IGLESIA

Una risata vi seppellirà, o almeno ci si prova.
Spagna, 1937. Fuori dal tendone gli echi delle bombe fanno tremare le gambe. Dentro due clown cercano di strappare un sorriso ai bambini presenti per fargli dimenticare, anche solo per un attimo, la guerra civile che sta logorando il paese.
In scena irrompe la realtà. Un graduato dell'esercito repubblicano coopta tutti coloro che hanno l'età per imbracciare un'arma. Cambio di sequenza e ci ritroviamo in mezzo ad una carica da selvaggio west, con un pagliaccio che si fa largo tra i fascisti di Franco a colpi di machete.
Granate che esplodono, pistolettate e schizzi di sangue a non finire; il tutto condito con una leggera spolverata di humour nero. Una manciata di minuti e ritroviamo tutti gli ingredienti del cinema di Iglesia, così esagerato, caciarone e grottesco, uno di quei registi che manda al diavolo le mezze misure...Prendere o lasciare, o lo si ama o lo si odia!
Salto temporale e ci ritroviamo nel 1973.
Javier, il figlio del clown col machete, decide di proseguire la tradizione di famiglia e trova un ingaggio come pagliaccio triste, unico ruolo possibile per chi non ha mai avuto un'infanzia. Qui incontra il suo alter-ego, Sergio (Antonio de la Torre), un violento ed alcolizzato pagliaccio scemo; e la compagna di quest'ultimo, Natalia (interpretata da Carolina Bang), una più che mai sensuale e masochista acrobata. Ed ecco a voi servito il più classico triangolo amoroso, che poi di consono in quello che si vedrà c'è ben poco. A fare da contorno al terzetto una colorata ondata di freaks.
Ciò che mette in scena Iglesia ricorda "Il Labirinto del fauno" [LINK] di Guillermo Del Toro; una favola nera, nerissima, un frullato di generi fatto calare all'interno di un contesto storico doloroso, che di tanto in tanto, si affaccia in scena con immagini di repertorio; e qui il franchismo appare sotto una duplice luce, quella della violenza fascista e quella trendy fatta di starlet, lustrini e tuffi al mare, perché si sa, in superficie deve apparire sempre tutto pacificato e normalizzato.
Ed il circo diviene così il palcoscenico della sopraffazione franchista, un germe incontrollato che si irradia tra la popolazione e che porterà ad una vera e propria trasfigurazione dei pagliacci.
Iglesia mette in scena un calderone in cui tutto è ammesso, un caleidoscopio orrorifico, grottesco e visionario, un fumettone pop in dar spazio anche ad un Franco vecchio ed imbolsito (trovata che ricorda l'Hitler tarantiniano nel cinemino francese) intento al tiro al piccione.
"Ballata dell'odio e dell'amore" è un film ipertrofico (si veda anche il finale), è vero, eppure è capace di travalicare il suo caos; è una bestia mutante, che ci porta verso un'essenza che difficilmente ci si può immaginare: una danza macabra e malinconica, la messa in scena di ferite ancora non del tutto rimarginate; non è un caso che sino agli anni 2000 la guerra civile ed il franchismo siano stati il tabù del cinema spagnolo...
La pellicola venne presentata nel 2010 al Festival di Venezia e, tra gli applausi generali, si portò a casa i premi per miglior regia e sceneggiatura. Poi la nostra poco attenta distribuzione, lo lasciò in naftalina per 2 anni e quando uscì non se lo filò nessuno (neanche mille euro di incassi).
Volete un consiglio? Accaparratevi il Dvd, difficilmente resterete indifferenti.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 19 marzo 2018

"ORECCHIE" (2016) DI ALESSANDRO ARONADIO

«Il fatto che trovassi il mondo stupido, non ti rendeva più intelligente, ma più infelice»

Un uomo sulla trentina, del quale non sapremo mai il nome, si sveglia con un fastidioso fischio nell'orecchio, uno di quei rumori che può farti impazzire. Entra in cucina e dinnanzi al frigorifero vede attaccato un post-it: «È morto il tuo amico Luigi, questo è l’indirizzo della chiesa dove in serata si svolgerà il suo funerale. Ps. Mi sono presa le chiavi della macchina». Luigi, Luigi...e chi è costui?
A complicare le cose una coppia di suore che portano nella casa il fardello del Verbo e l'anziana dirimpettaia da poco vedova.
Che volesse mettere in scena qualcosa di diverso, una commedia che esulasse dai modelli predominanti che importano la comicità televisiva, lo si vede sin dal confezionamento estetico. Alessandro Aronadio punta tutto sul B/N e su una inusuale formato video che parte dal rapporto 1:1, con cui mette discorsi e pensieri al centro dell'attenzione, e ci conduce, quasi inconsciamente, verso i più canonici 16:9.
Oltre l'impacchettamento, che vuol dire tutto e niente, è interessante anche lo spunto narrativo che sembra prendere a piene mani da "Il Fischio al Naso", prima opera del Tognazzi regista. 
Ma andiamo per gradi.
Il nostro senza nome, interpretato da un sorprendente Daniele Parisi, qui al suo esordio, è un supplente di filosofia; ha una compagna con la quale ancora non convive; quest'amico da ricordare; il maledetto fischio che non lo abbandona più; ed un certo egocentrismo, una solida visione del mondo che lo fa essere straniero/alieno in questa società folle e rapida.
E su questi elementi si apre un viaggio a piedi lungo le strade di Roma, liberata dei suoi topoi architettonici e che pochi riconosceranno; un girovagare che porterà il filosofo dinnanzi a paradossali incontri con medici, professori e presunte guide da rispettare/giudicare; un sottobosco dal quale far emergere anche un'astrusa scena rap italo-filippina che scambia il male di vivere, de "Lo Straniero" di Camus, in un colpo di sole.
Il tutto è costruito con un cast d'eccezione: Silvia D'amico, che molti ricorderanno per "Non essere cattivo" di Caligari, Piera degli Esposti, Pamela Villoresi, Milena Vukotic, Massimo Wertmuller, giusto per fare qualche nome; tra questi trova spazio anche un intellettuale, quell' Alberto Abbruzzese che aveva già saggiato il set con Nanni Moretti e che qui ritroviamo immerso in una seconda vita videoludica.
Aronadio ci propone una lunga sfilza di situazioni, espediente con cui dà un buon ritmo alla narrazione e strappa più di qualche risata. E intendiamoci il rischio di toppare, di partorire una commedia sfilacciata, un'accozzaglia di scenette appiccicate con lo sputo tra di loro è altissima.
Aronadio se la cava bene, crea una buona tensione di fondo, unisce gli elementi ed apre ad un percorso credibile. E qual è l'architrave su cui edifica il tutto?
E' quel sentirsi straniero (ah, Camus non era casuale allora), l'avere un pensiero forte eppure non possedere quelle categorie che permettono di convivere ed interpretare il mondo circostante; il nostro senza nome si ritrova così impantanato in un profondo senso di smarrimento e sfiducia, un dubitare continuo che pone in crisi le proprie certezze e fa respirare allo spettatore le atmosfere del cinema morettiano (ma vuoi vedere che pure la scelta di Abbruzzese rientri in un disegno più ampio?). E con divertimento si giunge al funerale di Luigi, dinnanzi al quale non resta che arrendersi definitivamente alla realtà.
"Orecchie" non è un capolavoro intendiamoci, non creerà alcuna rottura epistemologica nel cinema italiano, vive di esagerazioni ed astrusità, e non mancano passaggi poco incisivi che danno la sensazione di prolungarsi oltre il necessario. Nonostante ciò questa pellicola è un regalo gradito. Crea domande, incuriosisce, divide ed evita strade confortevoli e levigate.
Il tutto è tirato su con la modica somma di 150000 euro.
E questo al cinema italiano non può che far del bene.

Habemus Judicium:
Ismail

giovedì 8 marzo 2018

L'ANGOLO DEL CULT #9: "PAURA E DELIRIO A LAS VEGAS" (1998) DI TERRY GILLIAM

«Ordina delle scarpe da golf, o non usciremo vivi da questo posto!» 

Un film che non s'ha da fare!
La sceneggiatura vaga per 12 anni di scrivania in scrivania senza trovare un produttore cinematografico intenzionato a spenderci i soldi. E come dargli torto, un plot senza capo né coda ispirato al romanzo semi-autobiografico di un giornalista sportivo, tale Hunter Stockton Thompson, cadenzato dal suo rapporto/passione per le droghe.
Un tipetto tutto particolare questo Hunter, l'inventore del cosiddetto gonzo journalism, uno stile di scrittura che fuoriesce dall'oggettività e mescola impressioni personali, sensazioni ed artifici narrativi. L'espressione del nuovo giornalismo che aveva mandato a farsi fottere lo sguardo neutro. D'altronde «non si può essere oggettivi su Nixon»...
Insomma il flop è dietro l'angolo, così come il rischio che qualche associazione puritana decida di impugnare i forconi in difesa della moralità nel cinema americano. 
Poi però le cose iniziano a girare.
Arriva qualche spiccio, non molti per gli standard Hollywoodiani; basti pensare che alcune delle canzoni scelte per la colonna sonora non verranno inserite nel film per mancanza di fondi.
La regia viene affidata ad Alex Cox, o almeno in un primo momento è così. Il regista ha numerosi litigi con la produzione e manda tutto in vacca. Parte la ricerca di un sostituto ed ecco che la sceneggiatura fa la sua comparsa sulla scrivania dell'ex Monthy Python, Terry Gilliam. L'idea lo stuzzica parecchio, ci sta giusto da fare qualche modifica per fare di questo "Paura e Delirio a Las Vegas" un road movie che corre lungo le strade del Nevada.
Anche trovare il protagonista giusto non è opera semplice, un toto-nomi lunghissimo che parte da Nicholson, passa per  Malkovich e porta dritto a John Cusack. E' lui il protagonist... ehm no, manco pe' niente. In questa storia nulla è definitivo.
Sbuca fuori Johnny Depp, ancora libero dal flagello dell'eyeliner, che nel frattempo ha conosciuto Thompson, divenendone amico. Johnny fa saltare il banco, è lui l'attore perfetto!
Johnny fa le cose per bene, frequenta Thompson per quattro mesi, assimilando gestualità, movenze e modo di parlare. Nel frattempo, leggenda vuole, Bill Murray, che già aveva interpretato ad inizio carriera il giornalista nel film "Where the Buffalo Roam" (mai distribuito in Italia), chiama Depp e lo mette sul chi va là: occhio a seguire quel tipo, o ti ritroverai tra 20 anni ancora invischiato con questo progetto da concludere. Ma Johnny è un tipetto coraggioso, bada poco alla cosa e tira dritto. 
Nel frattempo Thompson, che gode di una bella piazza in testa, diviene barbiere d'eccezione e rasa quella di Johnny; fa di più, gli presta molti dei suoi vestiti dell'epoca per farglieli utilizzare nel film e rendere il tutto più credibile. Non pago prende lo Squalo Rosso, la sua Chevrolet Impala del '71, e la mette a disposizione della produzione.
Tutto è pronto e ciak, il film viene presentato al Festival di Cannes del 1998 suscitando curiosità ed interesse tra i critici europei. Allora ne è valsa la pena, devono aver pensato Thompson e soci...
La trama del film è presto detta. Stati Uniti, 1971. Il giornalista Raoul Duke (Johnny Depp), ed il suo avvocato samoano, il Dr. Gonzo (Benicio Del Toro), si dirigono a Las Vegas a bordo di una cabriolet rossa. Il motivo è una gara motociclistica off-road, sulla quale Duke deve scrivere un pezzo per una rivista sportiva. Un breve soggiorno da allietare con un po' di ricercatezze messe nel portabagagli. Pochi minuti ed il viaggio da lavorativo si trasforma in lisergico.
Quello di "Paura e delirio" è un plot esilissimo, una commedia surreale e grottesca innervata da una buona dose di black humor. Un film che è tutto e niente allo stesso tempo, un mondo visionario che si declina attraverso luci, corpi che si deformano ed allucinazioni.
Così come accade per Mr. Gonzo e Duke, si rimane affascinati da un caleidoscopio colorato, sempre accompagnati dalla saggia guida della voce narrante che ci propina i suoi monologhi.
Velocissime, si alternano sequenze memorabili ed in un batter d'occhio si realizza che questa creatura l'avrebbe potuta portare in scena solamente Gilliam, capace di rubare quel modo nuovo di scrivere di Thompson e declinarlo nel mondo cinematografico.
Così come ci si rende conto di quanto Depp, libero di esprimere a pieno le sue doti camaleontiche, ed un perennemente disorientato Benicio Del Toro, siano gli attori giusti al posto giusto.
Tutto è proiettato ad affascinare ed a far smarrire lo spettatore, un'alta forma di intrattenimento completamente schizzato con cui mostrare i sogni infranti di un'intera generazione. Perché sullo sfondo rimane il '68 con la sua voglia di chiedere l'impossibile. Un'onda che si infranse sul sogno americano. Sulla società dei rapidi consumi. Sul Vietnam. Su quel Nixon, che un Duke strafatto ed inebetito, vede bucare lo schermo e danzare nella stanza. Una stagione che lasciava dietro di sé una scia di droghe, contraddizioni e profughi della generazione dell'amore.
E cosa ne fu invece di "Paura e delirio"?
Un clamoroso flop al botteghino, incassi che coprirono solo la metà dei costi.
Il tempo però si sa, è galantuomo e restituisce sempre...

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 15 gennaio 2018

"LE STREGHE SON TORNATE" (2013) DI ALEX DE LA IGLESIA

«Dicono che Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza...ma chi diavolo credono di essere gli uomini?! Dio creò la "donna" a sua immagine e somiglianza»

Per alcuni è un film femminista.
Per altri invece profondamente antifemminista ed al limite della misoginia.
Nella realtà ci troviamo dinnanzi ad un'opera che si libera da ogni schema, muove da un inizio roboante e ci trascina verso lidi inaspettati.
Siamo nella centralissima Puerta del Sol a Madrid, come sempre affollata di turisti ed artisti di strada che cercano di accalappiare qualche spiccio. Tra questi c'è un Gesù Cristo, al secolo José, interamente dipinto di grigio, munito di corona di spine e croce gigante d'ordinanza; con lui un soldatino giocattolo, tale Antonio, pitturato di verde.
I due, accompagnati dal figlioletto di Cristo, entrano all'interno di un compro oro armati sino ai denti.
Il loro obiettivo? Dare una sterzata decisiva ad una vita insoddisfacente fatta di storie d'amore mal gestite e di poca pecunia.
Prendono il malloppo e, tra colpi di pistola, auto della polizia che volano nel traffico ed un sequestro di un taxi, corrono verso la libertà: il confine francese. Lungo la loro strada si imbattono però in un ameno paesino basco, il cui nome, Zugarramundi, è indissolubilmente legato con la stregoneria, i roghi e la Santissima Inquisizione. I loro piani verranno del tutto scombinati dall'irruzione energica di un gruppetto ben nutrito di donne, manifestazione fattuale della rigida dicotomia che intercorre tra i sessi.
Alex De La Iglesia gioca sulla crisi economica e sull'incomunicabilità tra uomo e donna, tirando su un bizzarro e caotico ibrido filmico. Muove da un action-movie dal ritmo frenetico, mescola ripetutamente le carte sul tavolo, ci dirige verso un horror (?) esoterico dalle scenette niente male e trova la giusta amalgama nel contagioso humor nero che pervade tutta la pellicola.
C'è poco da dire, guardando il film si percepisce il divertimento di Iglesia nel mettere in scena lo script e se ne rimane amabilmente contagiati.
"Le streghe son tornate" appare come un gran calderone in cui è ammesso tutto ciò che crea piacere all'occhio dello spettatore, dalle corse pazze, ai combattimenti, sino alla sessualità che trova il suo apice in quella meraviglia simil-fetish di Carolina Bang.
Un cazzeggio questa è l'impressione principale, un film che non ha la pretesa di prendersi troppo sul serio, ma che al contempo ci appare credibile dall'inizio sino alla fine.
Unico neo il finale, che se da un lato appare coerente con il clima smargiasso e caotico della pellicola, dall'altro tende ad annacquarsi in una durata (forse) esagerata.
In pillole...?! "Le streghe son tornate" è un divertissement talmente fresco, furbo, fracassone, grottesco e divertente che non si può non vedere.

Habemus Judicium:
Ismail

domenica 24 dicembre 2017

L'ANGOLO DEL CULT #5: "UNA POLTRONA PER DUE" (1983) DI JOHN LANDIS

«I negri sono gente molto musicale, vero?»
-Randolph Duke-

Cos'è il Natale?! Ma è "Una Poltrona per Due", che domande! 
Recitava un vecchio detto cinese: "tre sono le cose sicure nella vita: la morte, le tasse e Una Poltrona per Due alla Vigilia di Natale".
Oggi si festeggia il ventennio tondo di programmazione del film di John Landis sulla rete del biscione. È dall'ormai (sigh!) lontano 1997 che Italia 1 si è presa a cuore l'onore di trasmettere la memorabile commedia del regista americano, ormai entrata nell'immaginario comune e, come direbbe la Tyrrel Corporation, questo film è più Natale del Natale.
Ma perché persistere nel mandare in onda un film del genere, considerando che, sul tema natalizio, si sprecano gli esemplari?
Viene poi naturale chiedersi che senso abbia parlare di un film già così radicato e metabolizzato nell'immaginario collettivo. Cercheremo di dare una risposta che valga almeno un dollaro.
A livello sinestestico "Una Poltrona per Due" è l'infanzia, i fritti, lo spumante e gli alberi di Natale con i loro generosi doni, possibilmente voluminosi; è il candore della neve, il freddo pungente e il tepore del focolaio domestico.
Ma soprattutto è l'odore plasticoso dei VHS (UPPD,  in quel mare magnum di cassette, era infilato tra "Grosso Guaio a Chinatown" e "Robin Hood") che girano continuamente dentro il videoregistratore fino a consumarsi.
Eccolo lo sguardo di un bambino, seduto proprio davanti al televisore, rapito da quelle immagini colorate, sensuali e magnetiche, sfiorato da quel leggero turbamento preadolescenziale, di fronte ad una Jamie Lee Curtis luminosa e sbarazzina, che gioiosamente mostra i suoi seni generosi.
La potenza del cinema.
Partiamo dalla coppia perfetta: Dan Aykroyd ed  Eddy Murphy (quest'ultimo pescato dal cilindro della televisione, dopo la dipartita del compianto John Belushi) sono perfetti nell'incarnare quella contrapposizione psico/fisico/sociale sullo schermo. Due comici complementari: uno minimalista e sommesso, l'altro istrionico e perennemente sopra le righe.
Ma un evento (e un avvento) cinematografico del genere non sarebbe stato possibile senza un'alchimia perfetta di tutto il cast, con una Curtis, fino ad allora celebre come Scream Queen, che tra parrucche cotonate, lustrini e gomme americane d'ordinanza, da buona donna vissuta fattasi da sé, prende il suo Amleto senza troppi complimenti o ricorrere a patetiche pazzie.
Ma il merito del successo di "Una Poltrona per Due" sta nella scrittura, nella capacità di contemperare perfettamente tensioni solo in apparenza divergenti. Sta nel genio che costruisce un caleidoscopio colorato fatto di scambi e travestimenti; uno spirito libertario che trova un perfetto punto d'incontro tra la commedia votata al cazzeggio ed alla demenzialità alla "Animal House" e quella parruccona, populista e a lieto fine alla Frank Capra. Il risultato è una satira sociale a vetriolo, poderosa costante della filmografia Landisiana.
That's the New Hollywood, baby!
Perciò la pellicola è tutto un serpeggiare di falso buonismo, che si traduce in una derisione compiaciuta del perbenismo della upper class, della quale mostra tutto il suo cinismo brutale.
"Una poltrona per due" è un'adorabile, furba e spietata commedia quindi, ma è anche minuzia e attenzione al particolare, dalle scenografie ai costumi, fino ai bivi e conseguenti soluzioni narrative.
Per esempio, chi è riuscito a capire al primo colpo la strategia finanziaria architettata dal duo comico riguardante i contratti "futures"? É talmente complessa, per chi non mastica di finanza, che Oliver  Stone se la sogna ancora la notte, per non aver pensato di inserirla in "Wall Street".
Perciò anche quest'anno spacchettiamo questo condensato di risate e stile, che ingolosisce lo spettatore a rispolverarne la visione periodicamente e ricordiamoci, ogni tanto fa bene, che quel bambino è ancora dentro di noi, pronto a meravigliarsi ora come allora.

Habemus Judicium:
Bob Harris & Ismail

lunedì 16 ottobre 2017

"SIGNORE E SIGNORI" (1966) DI PIETRO GERMI

« E che resti tra noi! »

I protagonisti, un gruppo di uomini, sono riuniti attorno i tavoli di un bar che dà sulla piazza principale di una cittadina veneta. Bevono caffè, leggono il giornale, fumano, e si dilettano nell'attività che più li aggrada: osservare il teatro della vita, apostrofando qua e là chi passi di lì e colga un po' la loro attenzione...toh guarda un pò là, che "vita stretta e fianchi larghi"...
Sono i protagonisti di "Signore e signori", film diretto da Pietro Germi, una delle massime espressioni della commedia all'italiana. Palma d'oro al Festival di Cannes del 1966, nonostante abbia superato il mezzo secolo è una pellicola che mantiene inalterata la sua portata.
Al centro ci sono tre storie.
Quella del Don Giovanni Toni Gasparini (Alberto Lionello) che confessa all'amico e medico Castellan (Gigi Ballista) un problema imbarazzante: l'impotenza; pettegolezzi, risate e sguardi divertiti accompagneranno ogni suo movimento.
Poi c'è Osvaldo Bisigato (Gastone Moschin), impiegato di banca che si innamora di una bella e giovane cassiera, Milena (interpretata da Virna Lisi). Peccato però che il buon Osvaldo sia già sposato con un'altra donna; ed anche i suoi amici, il meglio della società cattolica e borghese, gli voltano le spalle. Osvaldo merita solo la riprovazione sociale. 
E poi troviamo il commerciante Lino Benedetti (Franco Fabrizi) che adocchia una bellissima ragazza  "bianca come el late e dura come el marmo"; assieme al branco, approfitterà della sua disponibilità. Peccato che la giovane sia una contadina ancora minorenne e per gli smargiassi del Veneto bene la strada sembri oramai segnata: lo scandalo, il processo e l'inevitabile carcere.
Pietro Germi, anche grazie ai consigli dello scrittore Ennio Flaiano, strutturò il film come un romanzo corale evitando così quella struttura ad episodi tanto in voga in quegli anni; una scelta vincente che dà al narrato un'omogeneità ed una forza altrimenti non raggiungibile. Ed alla fine di ogni percorso narrativo i protagonisti li troviamo sempre lì, a sorseggiare il caffè al tavolino del bar, tutti che conoscono i segreti degli altri, tutti pronti a trasformarsi in predatori che danno caccia alla donna che più le aggrada.
Germi ci mostra una società isterica, immorale e putrida, che si diletta nel giudicare il prossimo, un mondo che si finge viveur ed à la page, ma irrimediabilmente chiuso in provinciali dinamiche del branco.
L'unico scopo che sembra muovere le loro povere vite è l'accoppiamento; il sesso non ha mai a che fare con l'amore, non ha alcuna forza vitale, è ridotto ad un gioco con cui sfuggire da noia o dal senso di prevaricazione sociale. E nel gioco tutto è lecito.
Si può insidiare una donna di un amico. Si può indurre alla prostituzione, con qualche piccolo regalino, una minorenne. C'è solo un altissimo e borghese limite: non fare scandalo, non abbandonare mai e poi mai il tetto coniugale, non dare fiato ai pettegolezzi.
"Signore e signori" è un'opera di satira feroce che, nonostante i suoi 50 anni suonati, inquadra molti dei vizi dell'Italia di oggi. Lo fa con un'incisività che le nostre attuali commedie non possono neanche immaginare.

Habemus Judicium:

Ismail

lunedì 2 ottobre 2017

"SONG 'E NAPULE" (2013) DEI MANETTI BROS.

«Questa è la polizia di Stato! E cosa fa l’Assessore Puglisi? Mi manda un incapace! Un pianista! Che facciamo, la serenata ai delinquenti?»
-Questore Vitali-

E dire che in Italia il cinema di genere lo sapevamo fare.
FulciBavaArgento o Di Leo, giusto per fare qualche nome, ne sono la dimostrazione.
Poi il nulla, o quasi. Caligari, tra mille difficoltà, con "L'Odore della Notte" [LINK] nel '98 riuscì a portare un (grandissimo) noir a Venezia. Salvatores, che spazi e voglia di libertà l'ha manifestata negli anni, ci ha provato con i discreti "Nirvana" ed "Il ragazzo invisibile".
In mezzo ad un piattume quasi generale emergono anche due soggetti non meglio identificati: i Manetti Bros. Autori di pellicole indipendenti a basso budget, i due fratelli romani sono tra i pochi registi dello stivale che si divertono (anche con una certa capacità) a sperimentare nel cinema di genere. Ed a partire da quel Dracula che calavano a Roma, da clandestino qualsiasi, e lo trascinavano tra i centri sociali e la musica rap, di strada ne hanno fatta.
Sono passati per il thriller con "Piano 17", si sono lanciati nello splatter di "Paura 3D" ed approdati nella fantascienza con il riuscitissimo "L'arrivo di Wang". Non tutti lavori impeccabili per carità, ma sempre connotati da libertà e voglia di mettersi in gioco. Due tipetti per cui nutrire tutta la nostra stima e simpatia.
E con "Song' e Napule" arriva il momento del poliziesco.
Prima ancora che si aprano i titoli di testa si ride di gusto con un bizzarro colloquio di lavoro.
Da un lato della scrivania c'è Vitali (Carlo Buccirosso), Questore di Napoli prossimo ad una crisi di nervi. Dall'altro Paco (Alessandro Roja), talentuoso musicista diplomato al conservatorio, disoccupato e con in tasca la spintarella dell'Assessore Puglisi.
Sono cinque minuti eccezionali in cui Buccirosso si mostra per quel che è, uno dei migliori caratteristi italiani; peccato vederlo così spesso utilizzato male nella stantia commedia italiana. Titoli di testa e ci ritroviamo due anni dopo quell'incontro.
Paco non ha la minima capacità di fare il poliziotto di strada; i superiori lo sanno e lo sapeva anche il Questore Vitali. Non poteva che ritrovarsi posteggiato all'interno del deposito merci sequestrate. Qui viene scoperto dal Commissario dell'anticrimine Cammarota (Paolo Sassanelli), uomo d'azione particolarmente risoluto, mentre suona un pianoforte.
Senza che Paco possa dire la sua, si ritrova all'interno della squadra anticrimine. Il suo compito sarà quello di infiltrasi nella band di Lollo Love (Giampaolo Morelli) esponente, che più trash non si può, della musica neomelodica napoletana.
La ragione?
Lollo Love è stato chiamato per allietare gli invitati del matrimonio della figlia del camorrista Scornaienco (Franco Ricciardi); tra gli invitati ci sarà un Keyser Söze partenopeo: Ciro Serracane (interpretato da Peppe Servillo) detto O' Fantasma, uomo senza volto da sempre primo desiderio dell'anticrimine.
Una trama semplice ma condotta magistralmente.
I fratelli Manetti rigenerano il poliziesco italiano, lo caricano di ironia, ed, attraverso un montaggio frenetico e movimentate telecamere a mano, lo catapultano in una Napoli lontana dalle banali visioni da cartolina ed ancor di più dai luoghi comuni con cui la si attacca solitamente.
Lavorano su due registri.
Da un lato quello comico, una serie di situazioni legate alla convivenza tra Paco e Lollo Love. Si ride e di gusto. Dall'altro la suspense: cresce con il giusto climax, e, come i migliori thriller, lascia lo spettatore incollato allo schermo in attesa di vedere cosa succederà.
A fare da collante tra questi due poli contrapposti c'è quello schifo di musica neomelodica (ah, le canzoni sono scritte dallo stesso Peppe Servillo): crea una bislacca alchimia in grado di stemperare i toni più esasperati e donare omogeneità al tutto. Uno schifo di canzoni, va riconosciuto, però così appiccicose che, con un certo imbarazzo, ci si ritrova a canticchiare sotto la doccia.
"Song 'e Napule" fa bene al nostro cinema è un calderone di caratteri pregno di ironia ed intelligenza, un autentico film popolare che mira a strappare più biglietti possibili al botteghino.
Il 5 ottobre uscirà l'ultima fatica dei fratelli, un gangster movie/musicale, intitolato "Amore e malavita", che sembra aver incuriosito e divertito i più che hanno assistito alla proiezione al Festival di Venezia.
Per ammazzare l'attesa andate a fare un giro RaiPlay e gustatevi questa avventura napoletana con uno streaming gratuito ed in HD. Grazie Mamma Rai!

Habemus Judicium:

Ismail

lunedì 4 settembre 2017

"LOST IN TRANSLATION - L'AMORE TRADOTTO" (2003) DI SOFIA COPPOLA

Quello che andrò a recensire oggi è IL film.
Stilare classifiche ed ordini di preferenza, in generale quantificare il valore di un'opera artistica, credo sia sempre e comunque un'operazione riduttiva. Chi scrive di cinema a livello professionale è costretto a farlo per esigenze di audience. D'altronde viviamo in una società che dà un valore numerico ad ogni cosa, perciò è abbastanza naturale che il lettore medio si aspetti di avere un responso chiaro e un giudizio che salti immediatamente all'occhio. Ma ciò non toglie che qualsiasi opera andrebbe valutata tenendo presente una molteplicità di elementi ed aspetti che necessitano valutazioni ben più analitiche. 
Dopo questa palloso excursus sulla critica al consumo vi spiego perché "Lost In Translation" è, per me, IL film e perché si pone in cima ad una mia ipotetica lista di film preferiti: semplicemente rappresenta tutto ciò che desidero vedere in una pellicola. 
Cosa molto soggettiva. Così come è soggettiva la pelle d'oca che mi provoca la visione.
Mi rendo conto che, senza dubbio, la presente è un'esposizione molto intima. Ma, a ben vedere, l'unico elemento che potrebbe condizionare la mia valutazione, rispetto a quella di un qualsiasi altro spettatore, è la mia sconfinata passione per la terra del Sol Levante. Ma anche chi è indifferente al gusto orientale si troverebbe di fronte a una perla del cinema contemporaneo.  
A Tokyo si incontrano, per caso, due anime perse nel loro cammino personale di (non) vita. Charlotte e Bob vivono due esistenze all'apparenza invidiabili, realizzate nell'essere scandite dal raggiungimento di traguardi ambiti dalla società: lei giovane moglie al seguito del marito fotografo, lui attore consumato di fama mondiale, in città per girare lo spot di un noto whiskey giapponese. 
Quando vidi per la prima volta questo film non ero mai stato in Giappone, ma esso riuscì comunque a trasmettermi quel senso di spaesamento che solo chi ha potuto vivere un'esperienza da quelle parti può provare.
La sensazione quasi indescrivibile di essere in un luogo così familiare e allo stesso tempo distante da noi: l'esasperazione dell'occidentalità innestata su una cultura totalmente estranea alla nostra, criptica ed escludente. Si viene catturati della sua maestosità, pervasi dalla sua vitalità e affascinati dalle mille manifestazioni della sua tradizione, ma anche della sua modernità. Eppure si rimane sempre e comunque gaikokujin.
Queste sono le sensazioni che provano i due protagonisti, che sperimentano un doppio livello di solitudine: essere stranieri catapultati a Tokyo ed inchiodati a passare gran parte del tempo in un gigantesco hotel. 
"Lost In Translation" non è solo una favola sulla speranza di trovare qualcuno che comprenda appieno la nostra personalità, senza che essa necessiti di essere spiegata, tradotta; ma è soprattutto la sensazione immensamente dolce e terribilmente amara di essere al posto giusto nel momento giusto.
Già perché questo è un film fatto di momenti: momenti che si insinuano lentamente e, lentamente, si spingono verso l'ineluttabile svanire. Perché, anche se il momento è quello giusto, sono i tempi che non coincidono e non coincideranno mai; perché nella vita reale non c' è spazio per amori impossibili e non c'è possibilità di dare un colpo di spugna alle proprie scelte passate: i primi piani di Sofia Coppola sui visi dei due protagonisti (completamente assorbiti nei loro personaggi) esaltano questa consapevolezza, espressa nei loro sguardi complici e malinconici.
La poesia di questa immensa metafora della vita sta tutta in questo senso di incompiutezza e di sottile inquietudine che ci portiamo appresso anche e, soprattutto, nei momenti di passeggera felicità; "non voglio partire...", "E allora non partire, resta qui con me..." : questa, signori, è una delle più struggenti dichiarazioni d'amore della storia del cinema, riassunta in un breve scambio di battute.
Ma "Lost In Translation" è pur sempre una commedia e non mancano i momenti di geniale e raffinata ironia, personaggi e situazioni buffe, giocate sulle differenze e sulle bizzarrie culturali e che contornano una pellicola scandita sui ritmi della leggerezza, anche quando si tratta di fare sarcasmo sul (mai abbastanza) vessato trend hollywoodiano. 
Ma, visto che questa pellicola non si fa mancare nulla, la raffinatezza della colonna sonora innestata su immagini di una bellezza contemplativa tanto nella forma quanto nel suo oggetto, regalano una visione che appaga delicatamente i sensi. 
E poi c'è quella scena finale, un'accelerata improvvisa in un percorso emotivo costruito in modo lento e costante. Le parole sussurrate da Bob a Charlotte ci sono negate, come è giusto che sia. Ormai il rapporto che si è instaurato tra i due è così intimo da avere la necessità di estromettere, finalmente, anche lo spettatore. Il resto è "Just Like Honey" dei Jesus and Mary Chain. 
Bob e Charlotte, che lo vogliate o meno, siamo noi e, d'altronde, io sono sempre stato Bob Harris. 

Habemus Judicium:


Bob Harris