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sabato 16 aprile 2011

RICCO': LE STRAORDINARIE AVVENTURE DEL PICCOLO CHIMICO DI FORMIGINE

«Mi sento ancora un ciclista e voglio tornare a correre». Firmato Riccardo Riccò
Non sono dichiarazioni sconvolgenti, ovviamente a patto di isolarle dal contesto.
Brevemente: Riccò il 6 febbraio scorso era stato ricoverato in ospedale a causa di un blocco renale e poco ci mancava che stendesse le zampe. All'inizio non si riusciva a capire il perché del malore, salvo poi venire a sapere, tramite dichiarazione del medico che lo aveva soccorso, che il ciclista emiliano avrebbe confessato a questi di essersi fatto un'autoemotrasfusione. Il sangue in questione sarebbe risultato avariato, dal momento che era stato tenuto in frigorifero una ventina di giorni.  Mentre il malcapitato Riccò si trova in coma, si susseguono polemiche e accuse, che, nella sua sfortuna, ha avuto la fortuna di evitare in parte.
Ma vediamo brevemente di scoprire chi è Riccardo Riccò. 
Nasce a Formigine il primo settembre del 1983. Fin da giovanissimo si impone fra i dilettanti e, nel 2001, diventa campione italiano juniores di ciclocross. Arriva così la convocazione in nazionale per il mondiale imminente, salvo essere fermato per ematocrito alto. Nel 2004 è campione italiano in linea under 23 e l'anno successivo arrivano due vittorie di tappa e classifica generale alla Settimana Lombarda, oltre ad una tappa al Giro di Toscana. Viene nuovamente sospeso per 45 giorni per ematocrito alto. Passa ai pro con la Saunier-Duval Prodir ed ottiene dall' UCI il rilascio dell'attestato che dichiara la naturalità dei suoi valori di ematocrito pari al 51%
Siamo nel 2007 e Riccò diventa un volto noto. 
Al Giro d'Italia si impone nella tappa delle Tre Cime di Lavaredo e conclude la corsa al settimo posto generale (a 7 minuti da Danilo Di Luca, che vincerà quell'edizione). Ciò che più lo rende celebre, anzi celeberrimo, non sono solo i suoi risultati: Riccò è un personaggio mediatico, dà spettacolo in bici e davanti ai microfoni: innesca polemiche a catena con tutti i suoi avversari, ha sempre la battuta pronta e non manca di spavalderia. 
Colpisce anche lo stile del Cobra, soprannominato così perché prima di attaccare un avversario lo guarda dritto negli occhi per vedere se è in difficoltà.; Riccò attacca, scatta, e, come a Lavaredo, fugge, lontano ed imprendibile: roba da altri tempi si direbbe. Non gli mancano le ambizioni né il talento, a molti ricorda Marco Pantani, sia per l'abilità in salita, sia per il carattere da guascone. 
Nel 2008 arriva la consacrazione. Ed il tracollo.
Al Giro ottiene il secondo posto, dopo aver dominato le tappe montane e aver dato spettacolo. Spettacolo che, manco a dirlo, è proseguito davanti alle telecamere, grazie alle polemiche causate dalle sue accuse a Contador e Sella. Il Cobra decide di partecipare anche al Tour De France, dichiaratamente per vincere qualche tappa. 
Si impone a Aigurande Super-Besse ed a Toulouse Bagnères De Bigorre, rispettivamente sesta e nona. E già alcuni gridano al fenomeno e c'è chi è convinto che il Tour diverrà per lui non un piacevole passatempo, ma un obbiettivo realistico. Altri però gettano l'ombra del sospetto, non ci credono, non può andare così forte. Si deve dopare per forza. Ed hanno ragione. 
Il 17 luglio Riccò viene prelevato dalla sua roulotte e portato via dalla gendarmeria francese, poco prima dell'inizio della dodicesima tappa. Viene trovato positivo alla CERA, l'epo di terza generazione. Sono 2 anni di squalifica. Il mondo del ciclismo è scosso dal caso Riccò, o meglio, fa finta di esserlo. Già perché se Riccardo era soprannominato il Piccolo Chimico e il suo cognome veniva storpiato in Cariccò fra i dilettanti un motivo ci doveva pur essere. 
Inoltre la moglie di Riccò è tale Vania Rossi, ciclista coinvolta anch'essa nello scandalo doping per uso di CERA e il cui fratello, Enrico Rossi, è stato, in passato, arrestato per spaccio di sostanze dopanti: come dire, un'azienda a conduzione familiare. Così come non è proprio un caso che sia stato fermato ripetutamente per valori anomali nel sangue. 
La verità è che nell'ambiente del ciclismo tutti sanno, ripeto tutti. 
C'è molta ipocrisia, anche se non ci sembrano possibili due cose in particolare: 1) che certa gente abbia una faccia da schiaffi tale da non avere rimorso di coscienza, né vergogna nel mentire e favorire così un cancro dilagante e inarrestabile; 2) che gli atleti stessi e i loro familiari non si preoccupino delle conseguenze dannose che causa il doping al proprio fisico. 
La risposta, così come scrissi recentemente riguardo al doping nel calcio (Link a "Il calcio Marcio: Nel fango del dio pallone"), è sotto i nostri occhi, salvo non accettarla. Il mondo del ciclismo è un ambiente malato, fatto in gran parte di squadre e team manager spietati che, se pur molto spesso, non direttamente obbligano i ciclisti a usare sostanze dopanti, pretendono prestazioni elevate, in un ambiente in cui la maggior parte dei corridori si dopa. Risultato: gli onesti sopravvivono qualche anno fra i dilettanti, dopodiché sono costretti o ad andarsene o ad adeguarsi alla "cura". Per stare al passo dei dopati bisogna doparsi. Difficile che fra i grandi ci sia qualche pulito. 
E le famiglie degli atleti? Se sono tutte come quella di Riccò è facile dedurre che non si facciano tanti scrupoli, accecate dalla sete di gloria e successo che desiderano per i propri figli, parenti, fratelli, nipoti, ecc. Dal canto loro i ciclisti vivono la loro carriera in una terribile condizione psico-fisica, fino al momento del ritiro, dopodiché passano all'interno di studi televisivi a testimoniare oscene falsità. 
E' un mondo fatto di omertà il ciclismo, in cui chi parla è un infame, che viene isolato e minacciato dal gruppo dei colleghi. Riccò è solo figlio di questo tipo di mentalità. Forse ha ragione lui, meriterebbe di correre, lui è nella norma, un dopato fra i dopati, solo più arrogante e indiscreto. E probabilmente questo lo ha condannato. Troppo rumoroso.
«Non ricordo nulla del mio ricovero, ero più morto che vivo. Mi hanno solo detto che si trattava di un virus, il medico risponderà di quanto ha detto»; se l'articolo è stato sufficientemente chiaro ed esauriente, anche chi, fin'ora, non avesse conosciuto il personaggio, non si dovrebbe stupire di queste dichiarazioni. 
Non so se Riccò tornerà a correre, difficile che le grandi squadre rischino la propria immagine pubblica con elementi come lui. Spero per lui di no, per la sua incolumità e per quel briciolo di dignità che gli rimane, anche se ce la sta mettendo tutta per perderla completamente.
Ritirati Cobra, sparisci per sempre, lontano dagli occhi degli appassionati di ciclismo, quello vero. Non devi illudere chi è sempre e comunque pronto a perdonarti. Eri una grande promessa, hai avuto molte occasioni, le hai sprecate tutte. 
Dedicati alla tua famiglia, sii uomo.
A noi rimarrà l'amaro in bocca per aver visto spegnersi la stella di un ragazzo destinato a grandi cose.

Bob Harris

giovedì 7 aprile 2011

TRAGEDIA IN DIRETTA: LA MORTE DI VIC MORROW

Vic Morrow era un caratterista. Nacque nel '29 a New York. Mascellone e sorriso rassicurante, occhi blu glaciali alla Paul Newman. Era sposato e aveva due figlie, una delle quali, Jennifer Jason Leigh (nome d'arte di Jennifer Lee Morrow), molti anni più tardi si farà strada nel mondo del cinema, anche grazie alla sua bellezza, i cui tratti ricordano il padre in modo impressionante.
Il curriculum di Vic lo rendeva un attore navigato e ricercato, anche se quasi mai per ruoli di spicco o comunque da protagonista. "The Twilight Zone", da noi conosciuto come "Ai confini della realtà", poteva essere la sua grande occasione per conquistarsi un posto al sole ad Hollywood.
Il film, diretto da John Landis e prodotto da Steven Spielberg, che riprende l'omonima serie tv degli  anni '60, si divide in 4 episodi, di cui tre sono remake del serial e uno, il primo, inedito.
Morrow era il protagonista proprio dell'episodio inedito. Impersonava Bill Connor, un razzista che viene teletrasportato in diverse realtà parallele, dove viene perseguitato prima dai nazisti, poi dagli americani in Vientnam ed, infine, dal Ku Klux Klan.
Era il 23 luglio del 1982 e si girava la scena ambientata in un villaggio vietnamita. Qui Vic doveva portare in salvo due bambini durante l'attacco di un elicottero americano.
La scena prevedeva che Morrow guadasse un fiume con in braccio i due bimbi vietnamiti, mentre sullo sfondo delle esplosioni pirotecniche simulavano le bombe che cadevano sul villaggio. Ma qualcosa andò storto.
Landis, noto nell'ambiente cinematografico per essere un regista senza scrupoli, sprezzante e arrogante (ebbe a definire gli attori dogs), pretese ed ottenne che l'elicottero di scena volasse basso (7 metri d'altezza) per agevolare il tipo di ripresa che intendeva fare. Fatto sta che l'elicottero subì i colpi delle esplosioni e i piloti ne persero il controllo.
L'elicottero si rovesciò sul fiume proprio mentre Vic lo attraversava con in braccio i due bambini. Fu una tragedia: le pale tranciarono la testa di Morrow e di uno dei bambini, mentre l'altro morì per le gravi ferite riportate. 
Landis e l'assistente alla regia si precipitarono sulla scena e quest'ultimo si trovò a tu per tu con il torso di Morrow nel fiume. Uno shock incredibile. I piloti dell'elicottero fortunatamente uscirono sani e salvi dall'incidente. Dopo la tragedia iniziò il processo che coinvolse Landis (il quale passò tutto il tempo della sua durata con la testa china sul tavolo) per la dinamica dell'evento certamente, ma anche per il fatto che i due bambini,  attori non professionisti, stavano girando la scena alle due del mattino, cosa vietata per attori così giovani.
La morte di Morrow indusse una profonda riflessione nei vertici dell'industria cinematografica e, di fatto, portò a una rivoluzione nel campo della sicurezza sui set e diede l'input per lo sviluppo e l'utilizzazione della CGI (computer grafica).

Posto qui il video della tragedia. Non vedrete nulla di esplicito, ma dato che la sequenza riprende completamente e chiaramente la scena fino al momento esatto della tragedia, potrebbe urtare la sensibilità di molti. A volte la realtà supera la finzione.


Bob Harris

sabato 12 marzo 2011

DANNY POP: "127 ORE"

«Adesso ho tutto chiaro, sono io, l'ho scelto io, questa roccia è stata qui ad aspettarmi per tutta la vita, tutta la sua esistenza, fin da quando era solo un meteorite, un milione, un miliardo di anni fa, lassù nello spazio, ha aspettato di venire qui, proprio, proprio qui, per tutta la vita sono andato verso di lei, da quanto sono nato ogni mio respiro, ogni mia azione mi ha guidato fin dentro questa crepa sulla superficie della terra »
-Aron-


Pop. Una parola per descrivere un artista: Danny Boyle
Il regista di Manchester ha fatto fortuna grazie al suo stile sensibile alla cultura di massa, brillante e ipercinetico. La consacrazione è arrivata ufficialmente con "The Millionaire", fruttatogli 8 premi Oscar, ma di quelli che contano (tra cui miglior film e miglior regia).
Dopo aver sbancato il Kodak Theatre di Los Angeles, a 2 anni di distanza, Boyle decide di rilanciare con un progetto sulla carta assai bizzarro: la storia di Aron Ralston, ingegnere meccanico appassionato di trekking, che si ritrovò, durante l'escursione nel Blue John Canyon nello Utah, con un braccio bloccato da una roccia all'interno di una crepa del canyon e che, per salvarsi, dopo essere stato cinque giorni intrappolato, decide di tagliarselo.
Di per sé la vicenda, nonostante assuma dei risvolti gore nel suo sviluppo, non sembrerebbe offrire materiale sufficiente per potervi fare un film sopra. E comunque grande era il rischio di trascinare lo spettatore nella noia più totale, distogliendolo dall'immedesimarsi con il protagonista, cosa che avrebbe impedito di trasmettergli il grande messaggio di vita che sta alla base dell'opera. 
Per questo trasporre su schermo il libro di Aron Ralston "Between a Rock and a Hard Place" sembrava una vera e propria sfida. Sfida che alcuni registi avrebbero sicuramente accettato, ma credo pochi di quelli con una statuetta in tasca, specie se freschi di vittoria.
Boyle, si mette alla prova, dimostrandoci quanto sia eclettico nell'affrontare i temi più disparati, pur mantenendo il suo stile inconfondibile (roba da Polanski...).
Risultato? Ci riesce alla grande!
Come? innanzitutto imposta il film come una sfida di sopravvivenza e ciò è chiaro fin dal trailer. Una vicenda che presenta dei momenti tragici viene invece affrontata con la giusta vivacità e il personaggio di Aron è caratterizzato come un tipo cool, un outsider che preferisce la natura ai parties, cosa che lo rende ancora più figo. Non mancano momenti che suscitano emotività, soprattutto quando Aron si rende conto che la sua vita è appesa ad un filo e probabilmente non rivedrà più i suoi cari. 
Ma il tutto è alleggerito da momenti brillanti, anche nel dramma (il finto programma radiofonico inscenato da Aron, in cui ironizza sulla sua condizione e sulla sua imprudenza) e scene cult (Aron riguarda il video insieme a due escursioniste girato con la videocamera e prova a masturbarsi in quella situazione estrema, con ovvi scarsi risultati). 
Ma ciò che rende il film interessante sono le inquadrature di Boyle. Roba da videoclip. 
I primissimi piani su un grande James Franco, bravissimo a reggere la parte, giocata tutta sulla mimica facciale, il focalizzarsi sui dettagli, sugli oggetti che Aron ha a disposizione; tutto ciò permette allo spettatore di concentrarsi  sull'ambiente e sull'azione, resa anche più piacevole da alcuni virtuosismi (rallenty e  divisione di più scene nella stessa inquadratura). La sensazione è di stare lì con lui, intrappolati in quel canyon. E non si risparmia nemmeno di mostrarci le scene esplicite, difficili da digerire anche per i meno schizzinosi, ricordandoci che Boyle è stato regista anche di film horror ("28 Giorni Dopo").
La tensione va in crescendo e, nonostante il ritmo sia troppo spezzettato da flashback, allucinazioni e visioni passate e future (beh, comunque in qualche modo bisognava ovviare alla mono-ambientazione), si giunge al momento liberatorio (sia per Aron che per lo spettatore) che porta con se un messaggio forte e chiaro: "127 ore" è un inno alla vita e alla natura (e non è caso che ho deciso di vedere "Into The Wild (Link)" dopo aver visto questo film).   
Da vedere.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 7 marzo 2011

CHRIS MCCANDLESS: UNA VITA INTO THE WILD

«Lungo le due rive del fiume gelato si stendeva la cupa e tetra foresta di abeti, dai quali il vento aveva appena spazzato il manto di brina. Nella luce crepuscolare quegli alberi neri e sinistri sembravano inclinarsi l'uno verso l'altro. Un silenzio minaccioso incombeva sul paesaggio, privo di qualsiasi segno di vita o di movimento, e desolato e freddo al punto da non poter ispirare che un solo sentimento: quello della più triste malinconia. E nello stesso tempo pareva che da quel paesaggio trapelasse una specie di riso, un riso ben più spaventoso di qualsiasi malinconia o tristezza, un riso tragico, come quello di una sfinge, un riso agghiacciante più della brina e che rammentava l'incombere minaccioso dell'ineluttabile. Era la saggezza potente e impenetrabile dell'eternità che irrideva alla vita, alla sua futilità e agli sforzi degli uomini. Era il Wild, il selvaggio Wild delle spietatamente gelide terre del Nord»
-"Zanna Bianca", Jack London-

Pare che, da quando nelle sale di tutto il mondo è uscito il film "Into The Wild" di Sean Penn, vada ancora più di moda sognare avventure nella natura selvaggia. 
Viene da chiedersi se tale sentimento sia da attribuire al bel film dell'attore statunitense, inaspettato assente alla notte degli Oscar (non senza strascichi polemici). 
La mia risposta è assolutamente no. 
Per carità il film merita, il montaggio disordinato paga, rende la narrazione non lineare, conferendo ad ogni sequenza un valore poetico a sé stante, piccole parti che vanno a formare quel quadro d'autore che è "Into The Wild". Ed è questa la similitudine che meglio rispecchia la pellicola (e così che deve averla pensata Penn), visto il richiamo palese alla pittura nei pensieri Chris che prendono forma sullo schermo.
Lo spettatore rimane incantato, in totale immedesimazione con lo stupore del protagonista, dai paesaggi che la madre terra offre a coloro che, coraggiosamente, decidono di immergervisi. 
Non c'è che dire, il continente americano è stupendo, ma lo sapevamo già dai tempi di "Easy Rider" (almeno io...). A ciò aiutano le musiche di Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam e le melodie alla chitarra di Micheal Brook e Kaki King, che nel loro tranquillo andamento, ben esprimono la pace e la calma che luoghi del genere trasmettono. 
A ciò vanno aggiunte delle ottime prove d'attore, da parte dei protagonisti, Emile Hirsch su tutti (la sua trasformazione fisica è da vero camaleonte). 
Unica nota stonata la fastidiosissima e invasiva voce fuoricampo della sorella di Chris che funge da narratrice dei suoi pensieri. Vecchia lezione di cinema: si usano le parole laddove non si è in grado di mostrare le cose con le immagini. Niente di grave però.
Targa apposta dal padre di Chris al momento di visitare il Magic Bus

Detto di come il film sia un gran bel prodotto bisogna riflettere su una cosa: la storia di Chris McCandless basta da sola per trasmettere una forte emozione per ciò che egli ha vissuto ed a suscitare uno spirito di emulazione. Inoltre il triste epilogo, il modo in cui esso è avvenuto, contribuisce a creare curiosità morbosa e riempie la vicenda di un tragico fatalismo. In poche parole ti entra nella pelle.
Riporto qui brevemente la sua biografia: Chris McCandless nasce il 12 febbraio dell'anno 1968 nel Sud della California, da Walt McCandless, un dipendente della NASA, e Wilhelmina Johnson, un'impiegata. Dopo sei anni a El Segundo, la famiglia si sposta in Virginia. Nel 1990 si laurea con il massimo dei voti in Storia e Antropologia all'università Emory. Benestante di famiglia, decise di attraversare l'Ovest Americano da solo, dopo aver donato i suoi 24.000 dollari di risparmi alla Oxfam.
Intraprese inizialmente il suo viaggio con la sua vecchia auto, una Datsun B210 gialla del 1982, un acquisto dell'ultimo anno di liceo con cui Chris amava viaggiare durante le vacanze scolastiche. 
La Datsun fu in seguito ritrovata da un gruppo di ricercatori di fiori rari nel deserto del Mojave: all'interno Mccandless aveva abbandonato una chitarra Gianini, un pallone da football, un sacchetto di immondizia pieno di vecchi indumenti, una canna da pesca, 10 kg di riso, un rasoio elettrico nuovo, un'armonica a bocca, i cavi della batteria e le chiavi. 
Il ragazzo abbandonò il proprio mezzo a causa di un'ondata d'acqua (proveniente dal fiume accanto al quale si era accampato) che bagnando il motore aveva reso l'automobile inutilizzabile. Prima di lasciare la sua auto bruciò i propri risparmi e si liberò di ogni prova della sua identità, gettando via anche la targa dell'auto. Proseguì quindi a piedi facendo autostop, girovagando tra Stati Uniti occidentali e Messico settentrionale.
Replica del Magic Bus
Trascorse gli ultimi 112 giorni della sua vita nei boschi dell'Alaska, nel parco nazionale di Denali, avendo come unico rifugio un vecchio autobus abbandonato, da lui chiamato Magic Bus (attualmente meta di pellegrinaggio da parte di coloro che sono rimasti affascinati dalla sua storia). 
Per un certo periodo, Chris riuscì a sopravvivere con l'ausilio di pochi strumenti: un fucile calibro 22, una sacca di riso, un libro sulle piante commestibili del luogo, ed altri semplici oggetti da campo. 
Fu ritrovato morto dentro l'autobus nell'agosto del 1992 da due cacciatori, i quali scoprirono il corpo a due settimane dal decesso. Ufficialmente è morto di fame (al momento del ritrovamento il cadavere pesava circa 30 kg), ma altre possibili cause sono il freddo e l'aver accidentalmente ingerito alcune piante velenose. Nel vecchio autobus, accanto al cadavere, furono ritrovati numerosi appunti da lui scritti, una macchina fotografica con cui aveva effettuato degli autoscatti, una borraccia di plastica verde, alcune pastiglie per purificare l'acqua, un paio di pantaloni imbottiti, guantoni di lana, una bottiglia di repellente per insetti, un cilindro consumato di burrocacao, una scatola di fiammiferi, un paio di stivali in plastica marrone e alcuni libri di autori quali Tolstoj e London. 
A questo proposito ho letto il libro di Jon Krakauer dedicato allo sfortunato ragazzo: "Nelle Terre Estreme". 
Il percorso visione film/documentazione in rete/lettura libro è spesso seguito da chi, come me, desidera approfondire e capire a fondo la vicenda. Lo stesso film suggerisce un rimando di questo tipo quando, prima dei titoli di coda, ci mostra una foto del vero McCandless con una didascalia che ci informa dei fatti successivi. 
La personalità di Chris presenta molteplici sfumature e risulta essere davvero complessa. 
La prima cosa da dire è il rifiuto di ogni forma di autorità. Da ciò deriva la totale avversione per i genitori e il disprezzo per le istituzioni e le convenzioni. Non a torto Krakaeur nel suo libro arriva a dire che Chris non detestava i suoi genitori in quanto tali, ma detestava la figura stessa del genitore.
Deluso dal profondo materialismo dominante nel mondo, ma soprattutto in una società capitalistica come quella americana, dimostrava di rifuggire la civiltà persino nelle cose meno importanti (indossava le scarpe senza i calzini). La rabbia che Chris aveva nei confronti della società americana è la stessa che ha portato molti altri giovani americani come lui a compiere gesti estremi anche più del suo. 
Si potrebbe dire che era un disadattato, un asociale, ma si tralascerebbe il fatto che aveva molti amici ed era comunemente considerato simpatico. Inoltre aveva grande capacità di relazionarsi con gli altri e chiunque fu interrogato come testimone, per aver incontrato Chris, serba di lui un bel ricordo. Come ad esempio Mary la madre di Wayne Westerberg, agricoltore che prese McCandless a lavorare nella sua azienda.
Due giorni prima della sua partenza Mary invitò il ragazzo a casa sua per cena. «A mamma non piace granché la gente che lavora per me» racconta Westerberg «e non era molto entusiasta nemmeno di incontrare Alex [il nome fittizio di Chris, nds]. Solo che l'avevo tormentata che doveva vederlo, doveva conoscerlo, così alla fine l'ha invitato a casa. Nel giro di due secondi andavano già d'amore e d'accordo e non hanno chiuso bocca per cinque ore». 
«C'era qualcosa di affascinante in quel giovane» spiega la signora Westerberg, seduta al lucente tavolo in noce su cui quella sera aveva cenato McCandless. «Mi colpì perché sembrava molto più vecchio dei suoi venti-quattro anni. Qualsiasi cosa dicessi, voleva saperne di più [...]. A differenza di molti di noi, era quel genere di persona che si sforza di mettere in pratica quello in cui crede. Passammo quattro ore a parlare di libri, e non c'è tanta gente a Carthage a cui piaccia farlo. Parlò e riparlò di Mark Twain e, santo cielo, quanto era divertente come ospite. Ricordo di aver desiderato che quella serata non finisse mai e non vedevo l'ora di rivederlo quest'autunno. Non riesco a togliermelo dalla testa, continuo a rivedere la sua faccia». 
E non era totalmente alieno dall'universo femminile: sappiamo che al college tentò di portare in camera una sua compagna e, quando si trovava nell'accampamento di Oh My God Hot Springs ( si si, chiama così...), passò una settimana a stretto contatto con una ragazza che era accampata con la roulotte della sua famiglia, senza però mai consumare. E di questo siamo quasi certi: McCandless rimase puro fino alla morte, in un'austera verginità.

Emile Hirsch nei panni di McCandless
Non si sa se fosse impacciato o rigido asceta tendente alla castità eterna, di sicuro ( e secondo me a ragione) era nauseato dal modo ossessivo in cui l'argomento sesso viene affrontato nella nostra società. Si insomma va bene che siamo animali, però esistono altri piaceri e altre bellezze che vanno oltre il sesso (parafrasando una frase di Al Pacino ne "L'avvocato del diavolo": «il sesso è sopravvalutato, biochimicamente non è diverso da una grande scorpacciata di cioccolato»). 
E così deve averla pensata il giovane laureato, quando decise che avrebbe goduto di un altro piacere che la vita ci offre: vivere a contatto con la natura. 
Oltre ad essere profondamente anticonformista Chris aveva una naturale propensione ad isolarsi. Sembra una contraddizione, ma forse ha ragione Krakaeur quando dice che lui era un tipo che amava la compagnia, ma a piccole dosi, dopodiché sentiva la necessità di tornare sulla sua collinetta a riflettere in pace per i fatti suoi. 
Altra caratteristica assieme all'individualismo determinante ai fini della comprensione della sua vita, e ancora di più della sua morte, era la grande determinazione emersa fin da piccolo, come quando per poter mangiare delle caramelle, penetrò di notte nella casa del vicino, lontana sei isolati dalla sua, per rubargliele dal cassetto. 
Perciò ora è più facile capire perché un ventiduenne con grandi prospettive ed un'intelligenza acuta abbia deciso di mollare tutto (persino il suo nome: adottò il nome di Alexander Supertramp) e partire per il nord, fino ad arrivare in Alaska e al famoso Magic Bus. 
Difficile capire però perché vi rimase fino alla lenta morte. 
La risposta è semplice: incoscienza e sfortuna
Incoscienza perché si presentò in quell'ambiente con scarse provviste e ancora più scarsa attrezzatura; ma soprattutto non si curò di portare con sé né bussola né mappa topografica. Altrimenti nel periodo di stenti e fame, si sarebbe ben avveduto di accorrere ai rifugi sparsi intorno alla sua zona, in cui avrebbe trovato provviste. Oppure al momento di fare dietrofront avrebbe saputo che, per attraversare il fiume, a meno di un chilometro, si trovava una cesta metallica che lo avrebbe aiutato a farlo. 
Vi chiederete come abbia fatto all'andata: semplicemente era arrivato in primavera, quando i ghiacci sono ancora intatti, e decise di tornare in dietro verso l'estate, quando v'è il disgelo e il ruscello, che aveva guadato senza difficoltà mesi prima, si era trasformato in un torrente impetuoso
A questo punto interviene la sfortuna. A fine luglio, ormai a corto di cibo (nonostante riuscisse a cacciare molte prede, esse erano spesso di piccola taglia, perciò le calorie acquistate non compensavano quelle spese) inizia a nutrirsi di una patata selvatica, pianta nota come hedysarum alpinum
Nel suo manuale di botanica era riportata come pianta commestibile. In realtà solo successivamente si è scoperto che contiene una quantità di tossicità che ha come effetto di impedire l'accumulo di energia a livello di organismo. Perciò anche se avesse cacciato e mangiato, avrebbe assimilato poche calorie. 
Fu così che arrivò a quel 18 agosto del '92. Molti ritengono che la scelta di McCandless, il suo ideale di purezza fossero qualcosa per cui vada glorificato e innalzato ad eroe; si sottolinea una filosofia di vita che, paradossalmente lui stesso, alla fine probabilmente ripudiò
Ciò è testimoniato dal suo voler tornare indietro dopo 60 giorni in Alaska, dal messaggio di aiuto scritto il 12 Agosto: « S.O.S. Ho bisogno del vostro aiuto. Sono malato, prossimo alla morte, e troppo debole per andarmene a piedi. Sono solo, non è uno scherzo. In nome di Dio, vi prego, rimanete per salvarmi. Sono nei dintorni a raccogliere bacche e tornerò stasera. Grazie»; nonché dalla nota a margine che scrisse in uno dei suoi ultimi giorni di vita: «Felicità è vera solo se è condivisa». 
Alla fine Chris capì che il bello della vita è poter condividere le proprie emozioni con gli altri, soprattutto con le persone a noi care, che tanto detestava (anche se aveva uno splendido rapporto con la sorella), ma che forse, se fosse sopravvissuto alla sua maturazione, avrebbe imparato ad apprezzare. 
Ci lasciò con un messaggio semplice: «Ho avuto una vita felice e ringrazio il Signore. Addio e che Dio vi benedica». Chris McCandless ha incarnato un spirito di totale libertà. Che un Dio benedica te.

Chris con in mano il biglietto d'addio
Habemus Judicium:


Bob Harris

mercoledì 23 febbraio 2011

MA IL BIONDINO DEGLI 883...CHE FINE HA FATTO?

Pochi giorni fa si è concluso il Festival di Sanremo e fra gli ospiti di quest'anno c'era Max Pezzali. Dal momento che non riesco a concepire il pavese come cantautore, preferisco pensare ai tempi in cui cantava "Con un deca" ed esprimeva un tipo di musica che ebbe un forte impatto sui giovani. 
E' il 1993 e gli 883 sono al culmine del loro successo: è l'anno di "Nord Sud Ovest Est".
Le canzoni, molto orecchiabili, sono contraddistinte da testi a tematiche giovanili, che, pur nella loro semplicità, ben descrivono i sogni, le aspirazioni, i disagi e lo stile di vita di una generazione di ragazzi. Non tutti però ricorderanno che al fianco di Pezzali, ai primi tempi, si esibisce un ragazzo dalla folta chioma bionda e l'aria da bambolotto innamorato
Il suo nome è Mauro Repetto, ballerino di professione, anzi no.
Repetto è stato, insieme a Pezzali, il fondatore e la mente degli 883. I due, cresciuti compagni nei banchi di scuola, erano accomunati da una grande passione per la musica. Molti sono stati i pomeriggi passati fra il Bar Dante di Pavia e lo scantinato di casa Pezzali, in cui i due lavoravano sui testi delle canzoni che tanto successo porteranno negli anni successivi alla coppia.
Il loro debutto televisivo avviene con Jovanotti (la trasmissione era "1,2,3 Jovanotti", A.D. 1989), il successo lo raggiungono grazie al produttore Claudio Cecchetto, il Re Mida degli anni '80/'90 (tra i talenti scoperti ricordo Fiorello, Amadeus, Gerry Scotti e lo stesso Jovanotti). 
Pare che fu l'intraprendenza di Repetto a far sì che la musicassetta con alcuni brani del futuro gruppo arrivasse al produttore; il biondo genovese, infatti, rimase appostato fuori dagli studi di Radio Deejay fino all'uscita di Cecchetto e gli consegnò di persona il nastro, suggerendogli di ascoltarlo. Un gesto che il timido Pezzali non avrebbe potuto mai compiere e di cui ringrazierà a vita l'amico, poiché, da quel momento, due ragazzi come tanti se ne vedono nelle provincie del nord Italia, divengono uno dei gruppi più importanti della scena musicale italiana degli anni 90.
Dicevamo, è il 1993 e gli 883 sono al top, eppure c'è qualcosa che non va.
Max Pezzali ha un bel timbro vocale, che piace al pubblico. E' evidente che nei testi degli 883 grande peso ha l'esuberanza di Repetto, che funge da spinta propulsiva del gruppo. Ma, a parte scrivere, non sa fare nulla. Ciò non costituirebbe un problema, se non fosse che il biondino ha brama di successo e notorietà personale; vorrebbe che il pubblico identificasse gli 883 anche con lui, cosa difficile se sei un uomo nell'ombra e gli applausi sul palco li prende l'altro. Perciò si inventa musicista e ballerino sul palco.
Ma non sa suonare, perciò strimpella su una chitarra vera quanto può essere vera quella di Guitar Hero. E non sa nemmeno ballare, perciò saltella ridicolmente cercando di seguire il ritmo delle canzoni cantate da Pezzali. Va da sé che il pubblico comincia a chiedersi quale sia il suo ruolo e cosa faccia lì, sul palco, assieme al mitico Max. Lui però sembra non badare troppo alle facili ironie, come conferma la dichiarazione rilasciata durante la trasmissione di Red Ronnie "Roxy Bar" del 14 gennaio 1994, in cui afferma di voler continuare a intrattenere il pubblico. 
Ma quella è anche l'ultima volta che Mauro Repetto appare come membro degli 883.
Da allora sorge spontanea la domanda: ma che fine ha fatto il biondino degli 883?
Repetto, folgorato dalla bellezza di una modella nera di nome Brandy, forse stanco del suo ruolo negli 883, decide di andare negli USA per architettare un piano strampalato: dirigere un film con protagonista Brandy per poterla conoscere. 
Quando il primo pescecane si presenta a lui per appoggiarlo nel suo progetto, Repetto gli dà ventimila dollari senza esitare; servono per produrre il film. Vi lascio immaginare come è andata a finire. Deluso e squattrinato (oltre al raggiro Repetto finì quasi tutti i soldi sperperandoli in abiti costosi ed alberghi extra lusso) il nostro eroe torna in patria con le celeberrime pive nel sacco. 
Il figliol prodigo viene accolto nuovamente da Papà Cecchetto che, siamo nel 1995, tenta di rilanciarlo come solista; l'idea è quella di raccontare in musica la sua breve parentesi americana. Il risultato è "Zucchero Filato Nero" (secondo voi a cosa allude il titolo?), l'album più osceno mai concepito nella storia della musica. 
Ne consiglio un rapido ascolto: alle lacune vocali di Repetto, si aggiungono testi che sembrano partoriti da un vecchio allupato. Ovviamente il disco è un flop e Mauro scompare completamente dalle scene, per poi riapparire brevemente nel 1998 ad un concerto degli 883 a Milano come ospite (mostrandosi visibilmente ingrossato fisicamente e rasato in testa).
Di lui, in seguito, sappiamo che è emigrato in Francia e ha sposato una ragazza di colore di nome Josephine, da cui ha avuto due figli.
In Francia ha lavorato ad Eurodisney come Manager, dopo aver impersonato, come animatore, Pippo e l'orso Balù (finalmente il suo saltellare è stato valorizzato). Poi assieme alla moglie ha fondato una ditta di design.
Dice di vivere come una persona normale e di non avere nostalgia degli anni in cui era famoso. Non la pensa così chi lo vorrebbe di nuovo negli 883. Personalmente, credo che sia giusto così, quel giovane estroverso ed irrequieto ha trovato una sua dimensione. A noi rimane il ricordo di ciò che, con gli 883, ha rappresentato e delle emozioni che ci ha regalato.

Bob Harris

sabato 19 febbraio 2011

MANNAGGIA AL BASEBALL STYLE

Dead e Euronymous
Di storie strane nello showbiz se ne sentono. Una di queste proviene dalla Norvegia, più precisamente da Oslo. Yingve Ohlin, in arte Dead (nomen omen...), era un cantante di musica death e black metal, famoso per aver militato nel gruppo dei Mayhem. Come la maggior parte dei gruppi  di questo tipo, i Mayhem erano esponenti di un tipo di musica cattivaMorte, satanismo, oscurità, solitudine, disagio esistenziale, nichilismo, blasfemia sono alcuni dei motivi ricorrenti e più importanti del genere. 
Sicuramente l'ingresso nel gruppo del giovane Dead accentuò ed esasperò questo gusto. Lo screamer era talentuoso nel far risuonare versi gutturali intrisi di morte e disperazione
E come mai vi direte!? Chi lo conosce parla di lui come di un ragazzo solo, alienato dalla realtà terrena e di mente particolarmente instabile. Se poi ci aggiungiamo alcune stravaganze come la volontà di apparire un vero e proprio cadavere (si pittava il volto di bianco, rigirava gli occhi all'insù e spesso seppelliva i vestiti con cui sarebbe salito sul palco, riesumandoli poco prima di esibirsi) e l'uso di conservare animali morti per poter respirare odore di morte, si può avere un quadro completo del personaggio. 
Il 22enne svedese, faccia da bravo ragazzo, dava l'impressione di essere stanco di vivere, difficile però, per i più, ipotizzare ciò che avvenne l' 8 aprile del 1991, in un appartamento poco fuori Oslo; quando Euronymous, il chitarrista dei Mayhem nonché coinquilino di Dead, entrò in casa, trovò il corpo dell'amico riverso a terra con vene tagliate e cranio spappolato da un colpo di fucile. Accanto al corpo si trovava anche un biglietto su cui scritto: "EXCUSE ALL THE BLOOD".
Da qui in poi la storia assume una connotazione grottesca: Euronymous informò la polizia dell'accaduto, non prima però di essersi recato al primo negozio a comprare una macchina fotografica per immortalare l'evento (si vocifera inoltre che raccolse alcuni pezzi di cervello che in parte mangiò e in parte regalò agli amici più "degni"). Le foto si diffusero e finirono pure in rete, furono ritirate, ma una rimase in circolazione e divenne la cover del bootleg dei Mayhem "Dawn of the Black Hearts".
Lo stesso Euronymous fu vittima di un altro episodio efferato. Venne ucciso a coltellate da Varg Vikernes, membro anch'egli dei Mayhem; i due avevano divergenze politiche insanabili: lui era un comunista di stampo maoista, Vikernes era un razzista e nazista. Doveva finire così. 
Non che fosse uno stinco di santo, di cui dispiacersi particolarmente. Oltre al profondo senso di umanità di cui sopra, Euronymous era noto per essere implicato in omicidi, roghi di chiese ed altri atti vandalici-blasfemi. 
Ora, io in Norvegia ci sono stato e per carità, dopo un po' il clima e l'ambiente ti incupiscono, un lieve disagio comincia a sfiorarti l'animo e magari inizi pure a comprendere l'angoscia che pervade i quadri di Edvard Munch nella sua rappresentazione ossessiva di Oslo. Però dai è una città così bella e affascinante (me la sono fatta tutta in bici!) ed i norvegesi, a dispetto della loro compostezza tipica del carattere nordico, sono pure molto simpatici. O almeno quelli che ho conosciuto io (avessi incontrato Dead ed Euronymous magari oggi la penserei diversamente). 
Ma, probabilmente, le cause del malessere che portò Dead a tirare il calzino non erano dovute principalmente all'ambiente norvegese. Così come Luigi Tenco, che si dice che si suicidò perché a Sanremo nessuno riusciva a capire la sua musica, anche Yngve si sentiva un incompreso. Ed a spiegarcelo fu Euronymous, che in un'intervista, a proposito di Dead, disse: «voleva fare musica cattiva per gente cattiva, ma si sentiva circondato solo da persone che andavano in giro con tute, cappelli e scarpe da baseball. Li odiava tanto e non vedeva più una ragione per perdere tempo con loro».
Beh, quando si dice Fashion Victims...

Bob Harris