lunedì 27 agosto 2018

L'ANGOLO DEL CULT #12: "NIGHTMARE I-DAL PROFONDO DELLA NOTTE" (1984) DI WES CRAVEN

«È mezzanotte, e questa è Tele Krueger che vi dà la buonanotte...»
-Freddy Krueger-

Primo di una saga che darà alla luce 6 film di successo, “Nightmare on Elm Street” di Wes Craven segna l'inizio di qualcosa unico nel suo genere.
Il film è pioniere di un tema che verrà ripreso successivamente nel corso della storia del cinema e nelle forme più svariate: la geniale idea di porre il momento di maggior pericolo durante il sogno, la fase in cui si è maggiormente vulnerabili, inermi, abbandonati, e qui focalizzare temi horror e grotteschi
Una notte Nancy, si sveglia terrorizzata dopo un incubo: ha sognato che un mostro dalla mano artigliata tentava di ucciderla. Ma la cosa sconvolgente è che lo stesso è accaduto ai suoi amici. Ben presto sarà chiaro, per Nancy e gli altri, che dietro questa inquietante apparizione, si nasconde una terribile verità del passato con la quale dovranno fare i conti.
Wes Craven, da ottimo burattinaio sia nella stesura della sceneggiatura che nell'atto della regia, calcola ogni ciak creando fin da subito suspense e coinvolgimento, immergendoci in un'atmosfera in cui realtà e onirico vengono mescolati, in cui ognuno di noi può essere colpito.
Quale miglior luogo in cui attaccare se non quello dove ci si sente al sicuro e non si riesce a controllare la razionalità?
Sin dai titoli di testa lo spettatore viene catturato ed incuriosito da questo personaggio, di cui ancora non viene svelato il volto, ma che già in modo arguto, si caratterizza e si costruisce come un artista, che con calma forgia le sue armi e si prepara ritualmente a compiere la sua vendetta. Poche inquadrature e Craven costruisce una tensione perpetua, un contatto mediatico che ci cala rapidamente nell'atmosfera della narrazione.
Iniziamo subito a conoscere qualcosa di lui venendoci mostrate le sue armi; in che modo egli riesca a portare, con tanta sicurezza, a compimento i propri atti sarà svelato solo dopo.
Freddy Krueger, il killer, possiede una propria identità peculiare che lo contraddistingue da ogni altro collega del genere, nel vestire, nelle fattezze e nei tratti caratteriali: incalza con maestria e consapevolezza le sue vittime e le governa con dimestichezza e astuzia; contorce e riversa freudianamente l'inconscio.
Il film è un grande spettacolo dall'inizio alla fine. Grazie ai notevoli effetti speciali. Grazie a scene una più riuscita dell'altra; è un continuo susseguirsi di trabocchetti, inquadrature e momenti ricchi di pathos. Topica l'inquadratura in piano medio in cui dal muro sopra il letto artigli e silhouette del villain prendono forma nella camera della protagonista, la quale, ignara ma impaurita, ricorre alle preghiere abbracciando un crocifisso, oggetto feticcio di protezione iniqua.
Freddy Krueger è abile nel creare e far vacillare le convinzioni dei personaggi, minando la credenza stessa che egli possa dapprima essere placato e poi sconfitto, fino ad arrivare alla cruda verità che nulla, nel suo mondo, può distruggerlo. Poi emerge un ulteriore tema su cui ragionare: il linciaggio compiuto dai genitori che innesca la trama dell'intera saga e riconduce alle loro colpe che inesorabilmente ricadono sui figli. Chi combatte contro i mostri sta combattendo contro le proprie paure: o le si affrontano o si soccombe.
Questo, da qui in poi, sarà un leitmotiv costante della Metafora Krueger. E quando si guarda a lungo in un abisso, anche l'abisso ti guarda dentro: tra turbamenti adolescenziali e naufragi dell'inconscio,  “Nightmare-Dal profondo della notte” conquista il podio degli slasher movie.
L'uomo nero non è morto.
Welcome to Elm Street.

Habemus Judicium:
KiaEsse

lunedì 20 agosto 2018

L'IPERIONE IN ORIENTE #6: "VIAGGIO A TOKYO" (1953) DI YASUJIRO OZU

Ozu è stato una chicca. Poco esportabile per via del suo stile so nippo, la sua filmografia è stata falcidiata dagli eventi bellici della WWII, tant'è che più di una 20ina di suoi film sono andati persi. Entrambi questi fattori, uniti alla morte più o meno prematura nel 1963, hanno condizionato la distribuzione della sua arte, mai arrivata in Italia ed in generale uscita di rado fuori dal Giappone. 
Ma, piano piano, di cinefilo in cinefilo e di festival in festival, è avvenuta un'opera di rivalutazione, fino al culmine di un Wim Wenders che, da sempre estasiato dal regista giapponese, gli dedica un  documentario, "Tokyo Ga", e del riconoscimento dei registi di tutto il mondo che eleggono "Viaggio a Tokyo" miglior film di sempre. 
Ma "Viaggio a Tokyo" è il miglior film di sempre?
No. O meglio... 
Trama: Shūkichi e Tomi Hirayama, alla soglia dei settant'anni, decidono di andare a trovare i figli a Tokyo. Lasciano dunque la loro città, Onomichi, nei pressi di Hiroshima, e si apprestano ad affrontare un lungo viaggio in treno alla volta della capitale.
Arrivati a Tokyo, trovano ospitalità prima nella casa del figlio Kōichi, un pediatra, e poi in quella della figlia Shige, parrucchiera. Si rendono però conto che i figli, alle prese con il lavoro e la famiglia, non hanno tempo per loro. L'unica che ha davvero a cuore i due anziani coniugi, anche se non legata a loro da alcun legame di sangue, è Noriko, vedova del secondogenito Shōji, morto in guerra. 
Il motivo per cui molti registi vanno pazzi per l'opera di Ozu risiederebbe nel minimalismo espressivo del regista. Movimenti di macchina inesistenti, inquadrature fisse e messa in scena ricchissima: in una singola inquadratura succedono molte cose nei film di Ozu. Vari personaggi si alternano a riempire la scena di "Viaggio Tokyo", e nella loro semplice e rituale gestualità celano molteplici significati. È chiaro che il ritmo lento e rilassato dei genitori si contrappone alla nevrotica ed ipercinetica presenza scenica dei figli. 
La metafora è quella dei tempi che cambiano, della perdita di valori antichi e secolari, spazzati via dalle nuove generazioni borghesi e dalla modernità di una Tokyo alla deriva occidentale, identificata (in diversi cambi di scena) con delle ciminiere fumanti, simbolo di un progresso autodistruttivo.
Col senno di poi possiamo dire che quelle di Ozu non erano semplici paure verso un progresso inarrestabile. La società di massa che spazzerà via una tradizione millenaria è dietro l'angolo e il regista, da grande osservatore dei suoi tempi e della  società, lo capì subito. 
Potremmo dire che in "Viaggio a Tokyo" non succede nulla, ed è vero, ma proprio in questo sta la grandezza di questo autore: riuscire a rappresentare, semplicemente tramite fitti dialoghi ed espressioni corporali (da ciò l'importanza per il regista di avere attori feticcio come Chishū Ryū), le sfumature più impercettibili dell'essere umano, senza dover ricorrere a espedienti cinematografici o adrenalinici stile Hollywoodiano, o calcare la mano ricorrendo alla straziante (e spesso patetica) visione drammatica, tipica del cinema neorealista italiano
L'approccio di Ozu alla morte e alla disgregazione ha un gusto tipicamente orientale. Si assapora nell'arco di tutta la pellicola un senso di delicata nostalgia e un lento avviarsi verso l'ineluttabile fine di un'era. La morte viene affrontata come un qualcosa di naturale e rassegnato, non è mai enfatizzata. 
Nel mondo contemporaneo ci dice Ozu, non c'è spazio nemmeno per la pietà filiare, non ci si può girare un secondo a rimirare il passato e ciò che esso ci porta in dote. La parola d'ordine è tabula rasa: chi non si adatta o non è considerato, o è solo un peso, alla meglio un nostalgico. 
A cavallo tra la guerra ed il boom economico, Ozu consegna alla memoria futura un'opera che, intrisa di poetica malinconia, riflette sulle mutilazioni della modernità. "Viaggio a Tokyo" non è il miglior film di sempre, ma, forse, potrebbe esserlo.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 13 agosto 2018

"LA BAMBINA CHE AMAVA TROPPO I FIAMMIFERI" (1998) DI GAETAN SOUCY

«Essendo io il segretariano quel giorno, avevo il diritto d'indulgiare a uscire dal letto dei campi dopo una notte all'addiaccio e mi ero appena messo a tavola davanti all'incunabolo quand'ecco che fratellino scende da basso».
Segretariano, incunabolo, addiaccio. Seguiranno misteriosi Giusti Castighi, teche e donne da collocare tra le Puttane o le Sante Vergini.
Poche righe e ci ritroviamo in un mondo altro, cadenzato da una scrittura sopraffina che mescola un linguaggio arcaico a sconcezze, un neo-volgare che ci pone in un tempo indefinito che può essere oggi o l'alto medio evo.
Il luogo è anch'esso indefinito, una grande casa, circondata da campi con una pineta fitta che le si staglia dinnanzi e la isola da ogni forma di civiltà.
I protagonisti sono due, anzi tre.
Padre è un'entità evanescente. E' morto nella pagina bianca, prima ancora che l'inchiostro abbia iniziato a tracciare la storia, eppure impera moralmente e fisicamente. E' stato un uomo violento, un Dio folle e dispotico che ha generato due figli, gli ha imposto il proprio codice etico-religioso, li ha salvaguardati da ogni contatto con l'esterno rendendoli dei selvaggi.
Ciò che sanno i due fratelli della vita lo hanno appreso dalla bocca del padre o dai poemi cavallereschi presenti in libreria. La morte di Padre è quella del dio nietzschiano, il crollo dei valori e del senso delle cose che li costringerà a prendere in mano le redini della vita. E uno dei due fratelli, quello più portato alla parole, ci scriverà in prima persona la (sorprendente) storia.
"La bambina che amava troppo i fiammiferi" è un tumulto che scuote la coscienza del lettore, un thriller dalle tinte grottesche e macabre che non smette mai di stupire.
Secco quanto la "Trilogia della città di K." (LINK) della Kristoff (con il quale condivide la forza straniante e spersonalizzante della violenza), Gaetan Soucy centellina gli indizi con parsimonia ed edifica una nebulosa narrativa in cui ci si smarrisce. Sono i piccoli dettagli a fare la differenza, fatti accennati, lasciati e ripresi, che mettono alle corde il lettore portandolo a vivere la meraviglia del sublime all'interno di un orrido mistero che sembra non aver mai fine.
Un ultimo consiglio cari lettori. Come avrete notato, non ho messo (come mio solito) la copertina del libro. Il motivo è semplice, questa dice troppo. Fate una cosa, andate dal vostro libraio di fiducia (o mandate un ambasciatore al vostro posto) e fatevi mettere una fodera di carta come si faceva ai tempi della scuola. Sarà necessario per non rovinarvi questa festa della lettura.

Habemus Judicium:
Ismail

domenica 5 agosto 2018

"BIANCA" (1984) DI NANNI MORETTI

«A casa mia succedono cose strane. Le piante, io le annaffio ma loro muoiono lo stesso. La frutta marcisce. I muri, sembra che avanzino»
-Michele Apicella-

Con "Bianca" Nanni Moretti entra nell'olimpo del cinema italiano e si impone definitivamente quale autore con la A maiuscola. Lo fa portandosi dietro Michele Apicella (il cognome è quello della madre da nubile), l'alter ego che resisterà sino a "Palombella Rossa" (1989) e nel quale riversare dubbi, nevrosi ed amnesie.
In "Bianca", Michele è un giovane professore di matematica; da poco si è stabilito in una nuova casa a Roma e qui fa conoscenza con i suoi vicini: Massimiliano (interpretato da un giovanissimo Vincenzo Salemme) ed Aurora, una giovane coppia alle prese con i problemi di tutti i giorni, e Siro (l'immenso Remo Remotti), un anziano signore amante delle donne e della bella vita. Michele troverà l'amore nella professoressa di francese, Bianca (Laura Morante). Sullo sfondo una serie di delitti che sconvolge la quotidianità del suo palazzo.
In poco più di un'ora di film, Moretti riesce a condensare tutta la freschezza e la vitalità del suo pensiero, una visione della settima arte che si impone con uno stile e contenuti propri.
"Bianca" non è nient'altro che un giallo alla Agata Christie e, per caratteristiche, il Nanni protagonista, così arroccato nella sua ossessiva ma meditante superiorità, può ricordare un Ercule Poirot più logorroico e meno pacato. Moretti ci propone la sua visione del cinema di genere, una propensione hitchcockiana (si vedano I richiami a "La finestra sul cortile") in cui non ostentare il delitto. Un film su un serial killer non deve finire in una colata splatter à la "Harry-Pioggia di sangue"; è la telecamera ad uccidere, facendo semplicemente scomparire le persone dal suo obiettivo. 
Ciò che appare evidente nell'opera di Moretti è una ricerca costante del nonsense e del surreale, anche qui, quasi a richiamare un altro sommo confronto con il primo caustico Woody Allen.
Il raffronto con l'autore statunitense non è casuale e limitato: c'è l'idea dell'autore/protagonista, una visione cinica (ma a piccoli tratti incantata) della società contemporanea; c'è il suo interagire con una moltitudine di personaggi, piazzati lì lungo il suo percorso egotico, con lo scopo di giungere, tramite un costante dialogo maieutico, ad una ragionata ed rinnovata consapevolezza di sé. 
E poi quella visione così conflittuale e psicoanalitica della relazione sentimentale: l'attitudine di Moretti ricorda facilmente l'Allen di un "Bananas" o di un "Io e Annie". Personaggi in costante lotta con le proprie fisime, arrapati ed impauriti, sempre messi di fronte all'Amore, desiderosi e disillusi nella sua ricerca, ma incapaci di accettarlo veramente quando si palesa.
Michele Apicella, come Moretti, è un raffinato osservatore della realtà circostante e delle dinamiche umane. Tramite i vari personaggi comprimari ci offre un prospetto dei rapporti umani nelle loro varie declinazioni ed elabora una riflessione, piuttosto esistenziale, del sentimento umano. Dal particolare al generale/universale, come da manuale.
Tra una scena memorabile e l'altra (il barattolo gigante di Nutella con cui lenire le nevrosi d'amore, il monologo sulla torta Sacher) si giunge al dipanamento dell'intreccio. 
Il film riesce a mantenere saldo il proprio filo conduttore, nonostante la miriade di riflessioni ed episodi slegati dell'intreccio principale e, tutto sommato, Moretti ci porta per mano al finale con la trillante curiosità di scoprire il nome dell'assassino. 
Questo significa essere autori: piegare il genere alla propria visione, sfruttarlo per raccontare e raccontarsi, ma rispettandone la struttura e la forza narrativa. 
Moretti uber alles!

Habemus Judicium:
Bob ft. Ismail



lunedì 30 luglio 2018

DA "ROCKY II" (1979) A "BALBOA" (2006): ASCESA E DECLINO DEL PUGILE CHE CONQUISTO' MOSCA

Dopo quella prima indiscutibile perla che è "Rocky", del quale abbiamo abbondantemente parlato qui, il desiderio di sfruttare un character già leggendario porta la United Artist, 3 anni dopo (1979), a produrre un sequel scritto, interpretato ed addirittura girato da Sly. Con un budget risicato all'osso (7 milioni di dollari), il sequel incassa la bellezza di 200 milioni di dollari in tutto il mondo.
Non c'è che dire, la mossa è risultata tutt'altro che azzardata.
Spiace, magari, sul versante artistico dell'operazione; nonostante sia innegabile che "Rocky II" è un film ben costruito, non si può far a meno di sottolineare quanto sia un facsimile del primo. Ricalcandone pedissequamente la struttura narrativa, ci troviamo di fronte ad un semplice aggiornamento del match Rocky-Apollo.
Già dall'incipit si intravede la deriva ganza della serie, nella scena che vede i due pugili, costretti temporaneamente su una sedia a rotelle dopo il match, battibeccare e sfidarsi verbalmente.
Balboa si riprende, diventa un viso noto e si trova ad avere a che fare con una condizione a lui sconosciuta, quella della celebrità: gira spot pubblicitari e si trova nella piacevole, quanto inedita, situazione di poter gestire un bel gruzzolo di soldi. Ma Rocky è (ancora) un pugile dal cuore grande e dal cervello piccolo, non è portato per gestire e gestirsi.
Tra momenti drammatici (il coma di Adrianaaa) ed altri altamente retorici (su tutte la riproposizione dell'ascesa alla scalinata di Philadelphia, qui con i bambini che circondano e abbracciano Rocky, il tutto immortalato in un fermo immagine) si arriva all'agognato rematch: il verdetto è, finalmente, quello atteso da 3 anni.
Ma, allora, il sogno americano esiste!
Non solo avrai la tua opportunità, ma avrai anche la tua SECONDA opportunità di mostrare il tuo valore. "Rocky II" è un buon film da pasteggio che vive ancora di luce riflessa del capostipite; ma la riproduzione di uno spaccato di società e il tono malinconico del primo stanno lentamente lasciando il posto al vuoto più compiaciuto.
Altri 3 annetti e la voglia di big money si concretizza in "Rocky 3": forse che siamo di fronte ad una trilogia di cui questo terzo film ne è la chiusura ideale del cerchio? Ai posteri l'ardua sentenza; ma, essendo che i posteri siamo noi, sappiamo già che, in realtà, siamo già immersi nella marcia serializzazione.
Dunque, Rocky ha fatto il culo ad Apollo ma si è rammollito e passa più tempo a curare l'immagine e i rapporti con i media piuttosto che a sputare sangue sul ring. Fatto è che arriva il classico nero di quelli veramente incazzati; Clubber Lang è un mix tra Rocky e Apollo: proletario e rabbioso come il primo, spaccone come il secondo, ma molto più tamarro. Poi, siccome sono gli anni ottanta, non si poteva che farlo interpretare a quel fusto primordiale di Mr. T.
A distanza di decenni apprezziamo la memorabilità con occhio commosso.
Clubber fa il culo a un Rocky molle, questi subisce il contraccolpo e risveglia il proprio orgoglio. Mickey già era più di là che di qua nel secondo, perciò è ora di farlo schiattare.
E Apollo dove lo mettiamo? Ma all'angolo di Rocky, ovvio!
Perciò riscatto di Rocky che normalizza Mr T e grande amicizia virile da paccone sulla schiena con Apollo. Il tutto accompagnato da quel l'inno motivazionale, ormai leggendario, che è "Eye of the tiger" dei Survivor, richiesta espressamente da Sly come canzone di scorta, vista l'impossibilità di usare "Another one bites the dust" dei Queen. Direi che è andata bene così.
"Rocky 3" inizia ad aprire un grosso squarcio nel trash: un bel sentore lo abbiamo ad inizio film, quando Balboa viene fatto scontrare con nientepopodimeno che Hulk Hogan (memorabilia N.2). Commenti che aggiungano qualcosa ad una scena del genere ne abbiamo? No, impossibile.
Anche questo terzo capitolo diventa campione di incassi.
È un film, tutto sommato, ancora avvincente, che sa sparare discretamente bene quelle due o tre cartucce emotive.  In generale, però, è chiaro che è andata completamente in vacca l'idea iniziale di raccontare una fiaba urbana: lo stile è ormai in linea con l'America reaganiana dell'edonismo yuppie; Rocky non è più un looser nell'anima, è un ganzo da copertina sicuro di sé e insolitamente acuto. Il dramma ha definitivamente virato verso il (finto) biopic sportivo.
Impossibile concepire Rocky Balboa e Sylvester Stallone separati l'uno dall'altro, ma, con questo film, il personaggio allunga il passo e raggiunge l'ormai celebre attore, tornando a identificarsi e a coincidere con esso: un uomo ricco e assuefatto alla propria fama, privo di quella spinta iniziale che lo ha portato ad affermarsi.
Di 3 anni in 3 anni e si fa 4.
"Rocky 4" esce nelle sale in piena era Reagan e, sopratutto, nella fase di disgregazione dell'Unione sovietica, pochi anni prima del Tear down this wall.
Rocky non è più soltanto l'eroe proletario imborghesito, con questo film diventa un simbolo politico di riappacificazione. Data, però, la spiccata indole reazionaria del brand, più che altro si palesa qui per l'alfiere ideale di un America repubblicana costantemente impegnata a mostrare i bicipiti anche (e sopratutto) in territorio nemico. 
Il nuovo avversario di Balboa ha lo sguardo austero e glaciale di Dolph Lundgren; la minaccia alla fama del campione Italo-americano viene dalla Russia comunista e si chiama Ivan Drago.
La produzione decide di forzare la mano con un altro colpo di scena drammatico: per poter giustificare l'ennesima necessaria rivalsa di Rocky, si sceglie di immolare il personaggio di Apollo Creed.
In linea con il suo carattere arrogante, Creed decide di affrontare la new entry bolscevica, incurante della scarsa preparazione, dovuta all'inattività, e della ferocia distaccata del rivale. L'uscita di scena di Apollo avviene in una sequenza a dir poco grottesca e surreale, in cui si mischia il groove di James Brown e l'ostentazione dell'edonismo americano con il dramma della morte in diretta.
Scena epocale si, ma siamo proprio in alto mare rispetto al realismo degli inizi. 
Rocky è incazzato nero e decide di andare a stanare il nemico a casa sua: l'atteso match si svolgerà in Russia, in un clima di ostilità e antiamericanismo.
Il nostro eroe si rintana in una baita tra le steppe e si allena alla vecchia maniera: laddove Drago fa uso di mezzi ipertecnologici e finanche scorretti (qualche peretta di doping), Balboa trascina carretti, fa le trazioni sugli steccati e corre sulla neve (seminando persino le spie del rivale in macchina. Saranno spie del Kgb? Sarà una scena trash?). 
Si arriva al dunque. Rocky fa il culo a stelle e strisce a Drago (for sure) e si avventura in un discorso nella sua lingua madre, prontamente tradotto da un solerte presentatore in giacca e cravatta, che si articola in una lode stucchevole alla pace tra i popoli e al cambiamento di mentalità.
90 minuti di applausi e Rocky vola nello spazio. 
Questo film proprio non s'ha da digerire: tutti quei personaggi, che avevano decretato il successo dei predecessori, sono qui talmente esasperati nei loro tratti essenziali, da essere ridotti a macchiette (Paulie e Adrianaaaaa in primis). 
Usare poi, in modo reiterato, l'espediente della morte, mostra tutta la forzatura e la pretestuosità che si cela dietro un'operazione meramente commerciale e propagandistica.
"Rocky 4" è un film di cui gli americani dovrebbero e avrebbero dovuto vergognarsi.
In parte è così e in parte no, dato che la forbice tra critica e pubblico, già pian piano allargatasi nei precedenti film, qui raggiunge il suo massimo divario: al botteghino il film sbanca per l'ennesima volta, ma viene bombardato di premi ai Razzie Awards.
"Rocky 5" si fa attendere di più.
Solo nel 1990 la storia ricomincia esattamente dove era terminata: Rocky ha appena battuto Ivan Drago ma non ha tempo di godersi la vittoria. I medici lo avvertono che, a causa dei numerosi colpi incassati nella sua vita, rischia di morire, qualora proseguisse la sua carriera agonistica. Per di più viene frodato dal suo commercialista che lo lascia sul lastrico e lo riporta sulla strada, nella periferia di Philadelphia.
Un giovane di belle speranze, Tommy Gunn, attira l'attenzione di Rocky, che decide di crescere un futuro campione, per poter indirettamente continuare a vivere la passione per il ring. Ma Tommy si farà presto abbagliare dalle luci della ribalta. 
Curiosamente nel cast figura il figlio di Stallone, Sage, nella parte del figlio del protagonista, e Tommy Morrison (nei panni di Tommy), che di li a poco sarebbe diventato realmente campione del mondo dei pesi massimi. 
Finalmente si torna alle origini, al pugile looser e stoicamente votato al sacrificio. I toni sono di nuovo sommessi e malinconici: ai temi cari della serie, si aggiunge un sentimento di nostalgia del vecchio pugile costretto ad appendere i guanti al chiodo.
Balboa non è spaesato dal fatto di aver perso la sua fortuna e neanche, principalmente, dal fatto di non poter più mostrare gli occhi della tigre sul ring. Egli si trova sperso in un mondo che viaggia troppo velocemente per lui (suo figlio è ormai grande e vuole dedicarsi allo studio) ed infarcito di squali.
La famosa perdita dei valori e dell'antico codice d'onore sono rispecchiati nella figura parricida di Tommy Gunn. La scena della scazzottata finale in mondovisione è eccessiva (come da copione) ma, finalmente, torna a darci qualcosa di umano e tangibile.
Gli anni '90 sono iniziati, la bolla di sapone del decennio sfrenato è già scoppiata, c'è incertezza sul futuro. Rocky è la reazione più naturale di chi, per paura di guardare avanti, tenta di rifugiarsi nel proprio passato. 
Anche stavolta Balboa vince la sua effimera battaglia, ma dentro di sé sa di aver perso: non è più tempo per lui di illuminare il ring e il suo cuore grande e puro non è in grado di redimere coloro la cui anima ha un prezzo ben preciso. 
Viceversa rispetto a quanto accadde per "Rocky 4", il film sarà un flop ai botteghini e riceverà il plauso della critica (che lo considererà il migliore subito dopo il primo).
Passano ben 16 anni e Stallone rimette mano al suo personaggio.
La moda di ripescare i brand più iconici e spremerli ulteriormente porta a "Rocky Balboa". 
In un continuum con il predecessore, il film accentua ulteriormente il clima nostalgico e dimesso, riproponendo la figura del pugile decadente e fallito.
Adesso è finito per davvero, è vecchio, patetico (passa le giornate a stordire gli avventori del suo ristorante con aneddoti del passato), ha perso la compagna di una vita (ancora un utilizzo smodato e pretestuoso della tematica morte, qui, per la verità, dovuto al rifiuto di Talia Shire di partecipare al progetto) e si trova sempre più fuori luogo rispetto ad un presente ipercinetico.
Anche stavolta Rocky troverà il suo avversario, ma mai come in questo caso risulta anonimo e sottotono. Lo Stallone Italiano ha sempre combattuto prima di tutto con l'idea posta alla base dei suoi rivali, portatori di un messaggio ben più ampio e sempre fortemente caratterizzati.
In Rocky Balboa il nemico quasi non ha volto, è completamente depersonalizzato: non è Mason Dixon il suo vero avversario, ma la rassegnazione
Per la prima volta, dopo il primo film, esce sconfitto.
Anche qui perde ai punti, in un'ideale, e stavolta, definitiva chiusura del cerchio. Ancora una volta ha dimostrato prima a se stesso che agli altri e, ancora una volta, il sogno di un pugile di periferia prende forma sul ring. 
Con questo capitolo autoreferenziale ma discretamente riuscito suona ufficialmente l'ultimo gong della saga di Rocky, che prosegue per vie traverse con lo spin-off sul figlio di Creed. Ma dei tentativi di spremere dollari e (ri)lanciare un marchio ormai languido non è questa la sede adatta per parlare, ammesso che ce ne sia una. 
Chiudiamo con una frase che riassume magnificamente la figura di Rocky Balboa e la sua importanza:

«Be', ecco, a dire la verità, sai certe volte un po' di paura ce l'ho è vero; quando sono sul ring e le prendo, e le braccia mi fanno tanto male che non riesco più ad alzarle. Sì allora penso: "Dio quanto vorrei che mi beccasse sul mento così non sentirei più niente!" Però poi c'è un'altra parte di me che viene fuori e non ha tanta paura... c'è un'altra parte di me che non vuole mollare, che vuol fare un altro round. Perché fare un altro round quando pensi di non farcela, è una cosa che può cambiare tutta la tua vita. Capisci quello che voglio dire?»

Bob Harris