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lunedì 29 gennaio 2018

"ARRIVEDERCI AMORE, CIAO" (2002) DI MASSIMO CARLOTTO

«La solitudine di quella donna era agghiacciante, e la solitudine era l'unico lato dell'esistenza che mi faceva paura. Quando sei solo e privo di mezzi, diventi preda di qualcun altro. Come avevo fatto io con lei»

Non lo so se il romanzo sia frutto della sua sola immaginazione o che Massimo Carlotto abbia messo a frutto (come ci suggerisce la quarta pagina) le conoscenze fatte durante la militanza prima, la latitanza poi ed infine il carcere. L'unica cosa che ci è dato sapere è che con "Arrivederci amore ciao" fa centro.
Il protagonista, Giorgio Pellegrini, è un ex terrorista rosso. Latitante dapprima in Francia, si è poi riciclato come guerrigliero in una giungla del centro America. In realtà non è che abbia mai avuto chissà quali ideali e anche la sua ultima esperienza sta lì a dimostrarcelo. Mai sugli scudi, sempre in retroguardia nel tentativo di salvarvi la pelle.
Giorgio si rende conto di non poter continuare con questa vita. Deve lasciarsi definitivamente alle spalle l'esperienza politica che lo costringe a fuggire e nascondersi. Vuole tornare a casa. Ha un unico vero scopo: divenire un vincente, essere un uomo di successo.
E Come vi chiederete voi...la risposta è semplice, prevaricando il prossimo.
"Arrivederci amore ciao" è un opera che racchiude l'essenza del noir. Un romanzo che più nero non si può, plumbeo, privo di qualsiasi sentimentalismo e false speranze, un linguaggio secco e tagliente che sporca il lettore mettendolo nei panni di un pezzo di merda privo di qualsiasi morale.
C'è Pellegrini in primo piano e poi c'è il Veneto da bere sullo sfondo, una locomotiva economica, il frutto della sana della borghesia capitalista del nord-est. Quella che ci mostra Carlotto è una società isterica e corrotta che si crede à la page, ma che è saldamente ancorata in dinamiche provinciali da branco. Una provincia cattiva in cui tutto (o quasi) è ammesso, l'importante è non far scandalo e non dare adito a pettegolezzi. Giorgio Pellegrini ci sguazzerà alla grande in questa melma e continuerà a farlo in un secondo morboso ed asfissiante romanzo: "Alla fine di un giorno noioso" (2011).
Alla fine della lettura mi sento il lordume addosso, Carlotto mi ha reso complice del suo Pellegrini.
Questa è una pietra angolare del romanzo nero, c'è da spellarsi le mani.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 22 gennaio 2018

"LA SPOSA SIBERIANA. LE VENDICATRICI: KSENIA" (2013) DI MASSIMO CARLOTTO E MARCO VIDETTA

«Prendere le bestie coi lacci e accerchiare coi cani ampie radure per seguirne le tracce»
-Seneca"De Vita Beata"-

Sullo sfondo una Roma fatta di cravattari e piccoli commercianti con l'acqua alla gola, un regno corruttivo che trasuda criminalità e figure marginali.
Qui, in fuga da povertà e violenza, si ritrova una giovane ed ingenua siberiana, Ksenia. E' giunta per sposare un bel 40enne in carriera, un uomo dai tratti gentili che ha visto solamente in fotografia. Il suo tramite è Lello Pittalis, tipo distinto dai capelli lunghi e ben pettinati, che ha fatto le sue fortune con un'agenzia matrimoniale per cuori solitari. Ma ad attendere la ragazza ci sarà Antonio, goffo e viscido omuncolo di 60 anni che mantiene uno alto standard di vita in modo tutto suo.
Lontana da casa, in un paese che non conosce e senza più il passaporto, la siberiana si ritrova invischiata in un incubo: la tratta delle spose.
L'idea di un revenge tutto al femminile stuzzica sin dalla lettura della quarta pagina. Ed il progetto è di quelli avventurosi, quattro romanzi editi con Einaudi nel corso dello stesso anno, il 2013, con al centro la vita di quattro donne (Ksenia, Luz, Eva, Sara) che si svincolano da uomini che le vorrebbero trasformare in pedine nelle loro mani.
Dietro c'è una premiata ditta: Massimo Carlotto, il nome per eccellenza del noir italiano, autore di "Arrivederci amore, ciao" [LINK] pietra angolare della letteratura nera italiana; Marco Videtta, sceneggiatore recentemente assurto nel nutrito gruppo di avventurieri del romanzo di genere.
"La sposa siberiana" non potrà assurgere tra i capolavori del genere ma ha molte frecce al suo arco.
Vidotto/Carlotto fanno emergere quei piccoli mostri che scivolano nel silenzio della società che viviamo. E poi, questione tutt'altro che secondaria, questo primo capitolo si legge che una meraviglia. Merito dello stile, un linguaggio asciutto e tagliente, che cala abilmente il lettore nel narrato avvolgendolo in un clima sporco e plumbeo. Merito delle scelta narrativa che cede la scena alle donne liberando il genere dal maschio silenzioso, bello e maledetto. Merito della capacita di costruire e sfumare le zone d'ombra/luce.
Questo primo capitolo intriga/disgusta attraverso passaggi spietati e cinici, simboli di una certa letteratura italiana che sa muoversi nel genere senza incappare in autocompiacimenti, stereotipi e strizzate d'occhio al lettore; non è un caso che le poche sorprese positive portate del nostro cinema vedano il loro punto d'origine in questa letteratura.
Tocca avere coraggio, anche nelle piccole cose, e qui ce n'è.

Habemus Judicium:
Ismail