giovedì 30 novembre 2017

"MANEGGIARE CON CURA" DI JOE R. LANSDALE

Scena tratta da "La notte dei morti viventi" di Romero
«Passarono accanto alla folla sul lato della strada, una station wagon avana e un catorcio di Ford tirata su col cric. S'accorsero subito che c'era un negro in mezzo ad una folla e non stava certo predicando Gesù Cristo»
(da "La notte che si persero il film dell'orrore")

Joe R. Lansdale è uno dei più prolifici autori contemporanei; all'attivo ha un'infinità di racconti di cui si fa difficoltà a tenere il conto, una 40ina di romanzi, una manciata di strip/graphic novel, nonché qualche sceneggiatura cinematografica.
Lo scrittore texano incuriosisce e sfugge da ogni etichetta, è una vera e propria bestia della narrativa di genere che, con disarmante agevolezza ed una sapiente commistione tra classico e moderno, ha saputo passare dalla fantascienza al noir, dal giallo al pulp, dall'horror al western.
Il filo conduttore che unisce il tutto è il suo Texas, quell'America profonda intrisa di ideali conservatori, dove il forte sentimento religioso viene fatto convivere con razzismo, violenza e cinismo; e partendo dalla sua terra mette in scena una spietata satira sociale che si declina attraverso lo humor nero e l'accavallarsi di personaggi putridi, una lettura resa incessante da brutali ed irresistibili accelerazioni narrative.
Lansdale diverte, intriga e sopratutto disgusta.
Le sue sono opere non lasciano indifferente e danno vita ad un inconciliabile binomio attrazione/repulsione. Ed anche in "Maneggiare con cura", edito da Fanucci, le cose non cambiano, una raccolta magnifica ed allo stesso tempo non per per tutti.
Mi spiego brevemente.
Ogni persona ha una propria idea di limite, un confine etico/morale oltre il quale ogni strada è preclusa. Il buon Lansdale nello scrivere questo limite non ce l'ha, o per lo meno il confine di ciò che può o non può essere detto, pensato, immaginato è ben più ampio rispetto al comune sentire.
Qualche esempio? In rapida successione troviamo teste infilzate nei pali, cani che si sbranano, un'occhio a penzoloni che si tiene solo grazie ai tendini, un feto utilizzato come randello e dei simpatici necrofili. A questo va aggiunto un linguaggio basso e triviale, mai gratuito va detto, che può turbare il lettore più sensibile.
Lansdale non sarà per tutti i palati, ma il risultato che si raggiunge con "Maneggiare con cura" è eccellente, una raccolta che manda un brodo di giuggiole gli amanti del genere e che, in alcuni passaggi, spinge a gridare al capolavoro.
Lansdale, libero da ogni legaccio, si muove con grande libertà, mescola i generi e ci propina serial Killer, animali mutanti in futuri post-apocalittici, perfidi bifolchi, scontri razziali e drive-in che nascondono i segreti più inconfessabili.
Dei 15 racconti molti fanno gridare al capolavoro, quasi tutti costringono una lettura a ritmi forzati: non si vede l'ora di vedere come andrà a finire e una volta concluso un racconto, con rinnovate grandi aspettative, ci si lancia con divertimento e velocità nella storia successiva.
Abbiamo "L'arena" che apre la raccolta con i botti e ci porta tra terribili rednecks che catturano i forestieri e li allenano, massacrandoli di lavoro, per un sanguinolento sport a cui tengono tanto; "Piccole suture sulla schiena di un morto", ossia il diario redatto da uno dei responsabili della fine del mondo; ed ancora "Girovagando nell'estate del '68" sorprendente miscela tra il romanzo di formazione alla Twain e l'horror; c'è spazio per uno slasher ("Incidente su una strada di montagna") che ci fa correre a perdifiato all'interno di un bosco, sentire i rami che si spezzano sotto i piedi e vedere una luna splendente che illumina fronde e sentieri. Così come non mancano titoli scanzonati come "Godzilla in riabilitazione" o "La bambola gonfiabile:una favola" dove lo strumento sessuale in pvc ci regala prospettive inaspettate.
Potrei continuare a snocciolare titoli ed illustrare trame, ma questa sarebbe un'operazione tanto inutile quanto lesiva del piacere della scoperta. 
Un consiglio, spassionato: raccattatelo, maneggiatelo con cura e lanciatevi in questo esplosivo e pessimista pot pourri orrorifico.

Habemus Judicium:
Ismail

lunedì 27 novembre 2017

"NEL NOME DEL MALE" (2009) DI ALEX INFASCELLI

Tra le prime produzioni Sky italiane si annovera questa mini-serie in due parti dal titolo "Nel Nome del Male". Ora dovessimo giudicare un' opera dal titolo la dovremmo cassare totalmente e irrimediabilmente. E invece il film di Alex Infascelli va considerato il capostipite (insieme a "Quovadis, Baby?", "Boris" e "Romanzo Criminale") delle produzioni nostrane televisive di qualità che hanno aperto la strada ai vari "Gomorra" e "Suburra". 
Siamo nel 2009 e l'emittente di Rupert Murdoch sforna questa mini-serie ambientata nella provincia triestina delle sette sataniche, ponendosi incredibilmente tra i primi ad affrontare direttamente questo tema, oggetto di tanto folclore e mistificazione, ma anche di una cronaca nera che è dietro l'angolo del nostro recente passato, oltre che realtà italiana (e non) tanto presente quanto occultata. 
Baldassi è un imprenditore di calzature del nord Italia come tanti. 
Vive una vita scandita dal quotidiano rituale borghese della famiglia, del lavoro e della socialità forzata della realtà provinciale. Suo figlio Matteo è un ragazzo di 16 anni da far invidia a ogni famiglia: educato, composto e poco pretenzioso. 
Un giorno Matteo scompare all'improvviso. Baldassi deciderà allora di mettersi personalmente sulle tracce del figlio e, nel suo percorso di ricerca, verrà a conoscenza di un mondo perverso e spietato, di cui, insospettabilmente, faceva parte Matteo. 
A voler fare i guastafeste, potremmo stare ore su ore a parlare dei difetti che si palesano lungo tutto l'arco del film. Tra l'altro sarebbe un giochino molto spontaneo, a giudicare della popolarità e della fiducia di cui gode il cinema nostrano, che ha come conseguenza un' ipercriticità delle opinioni medie rispetto a qualsiasi prodotto made in italy. 
E invece diamo ad Infascelli ciò che è di Infascelli, cioè il merito della riuscita del prodotto. 
Perché, fondamentalmente, non si parla di un regista improvvisato, come spesso si vede nel panorama cinematografico italiano, bensì di un appassionato conoscitore della settima arte in primis e del mezzo in secundis. Che poi, dopo il pregevole "Almost Blue", abbia diretto quello schifo del "Siero della Vanità" e "H2Odio", questa è un'altra storia. 
Partendo addirittura ad analizzare i titoli di testa, un mix tra voce femminile gutturale che sembra improvvisare rime a caso, montata su immagini tra il caricaturale e l'intrigante, li si potrebbe considerare tranquillamente una pacchianata esagerata ed è vero, ma è quel pacchiano che ha un retrogusto gradevole. Per quanto si faccia riferimento, nei titoli di coda, alla realtà delle sette sataniche, l'opera cerca, con tutta se stessa, di inquadrarsi nel genere thriller a tinte horror e lo fa nel modo più manieristico possibile, cosa che dà gioco facile ad eventuali detrattori ma che, nei fatti, si rivela una carta vincente. 
Infascelli è abilissimo nell'immergere lo spettatore nell'atmosfera dal gusto macabro ed evocativo dell'occulto, nel contesto della provincia paranoica, con i suoi misteri, le sue facciate e le sue penombre; in un gioco continuo di luci soffuse, chiaroscuri e fumi delle ambientazioni notturne, contrapposte ai freddi e composti colori dei paesaggi friulani diurni. 
Funzionano anche le prove attoriali, in modo inaspettatamente piacevole, risultando calibrate e mai troppo caricate, stante il rischio altissimo di scadere nel ridicolo. Questo è un punto fondamentale in un film che gioca costantemente sulle sfumature dei personaggi, sulle loro ambiguità e sulle loro maschere; purtroppo però Fabrizio Bentivoglio, che qui è l'attore di cartello, non regala un'interpretazione degna di nota, apparendo svogliato e limitando il suo personaggio a una dimensione piuttosto banale e piatta. 
Ciò stride clamorosamente con alcuni personaggi tratteggiati invece in modo più accattivante: il risultato è che, spesso, i loro dialoghi, metaforici ed enigmatici, interagendo col protagonista, si infrangono contro la sua scontatezza e il suo mollume. 
Come detto la trama è tutt'altro che esente da difetti: presenta diversi passaggi a vuoto, riempitivi fine a se stessi, per dare più colore e stile; non mancano poi incongruenze e piccole contraddizioni qua e là nelle soluzioni narrative, ma tutta roba che si perdona ampiamente. 
In conclusione siamo di fronte a un'opera costruita in stile polanskiano, giocata sulle ambiguità dei personaggi e sulla sensazione di complottismo, del trust no one, che non si tira indietro nel mostrare il marcio sotto il tappeto di una certa società votata al culto estremo del perbenismo, capace di coprire ogni efferatezza e di esaltare la sottomissione al proprio carnefice.

Habemus Judicium:
Bob Harris

lunedì 20 novembre 2017

"SIGNORI BAMBINI" (1997) DI DANIEL PENNAC

Scena tratta da "Messieurs les enfants" di Pierre Boutron
« I bambini cominciano tutti con la metafisica, gli adolescenti continuano con la morale, e noi adulti finiamo con la logica e la contabilità »

Che Daniel Pennac sia un autore dalla grandissima creatività non è questa gran scoperta.
Il tratteggio comico e surreale attraverso cui costruisce le sue narrazioni sono un marchio di fabbrica che ha accompagnato tutta la sua produzione, un mondo immaginifico in cui tutto diviene possibile, ed ogni ruolo risulta essere scambiabile. Ed anche in questo caso il caro professore d'oltralpe non si smentisce.
Edito da Feltrinelli nel 1997, "Signori Bambini" è un piccolo romanzo di neanche 200 pagine pubblicato in contemporanea con "Messieurs les enfantes", film del regista e suo amico Pierre Boutron. All'origine di tutto ciò c'è una scommessa architettata dai due e della quale ci mette al corrente Pennac nella dedica iniziale del libro: partire da un soggetto comune e scrivere/girare la stessa storia senza leggere/visionare il lavoro dell'altro.
Ci troviamo così in una classe di II media ed il terribile Crastaing, un occhialuto professore che ha terrorizzato generazioni di mocciosetti, tiene la sua lezione di francese. Dall'altra parte della barricata sono assiepati gli alunni impauriti, tutti con la testa bassa incapaci di sostenere lo sguardo di quello che rappresenta il loro peggior incubo. Per Crastaing ogni giorno scorre alla stessa maniera, «una vita intera a passata a slittare su occhi che scivolano via».
La vita di tre di questi imberbi sta per essere sconvolta per sempre.
Nel bel mezzo della consegna dei compiti, Joseph Pritsky viene colto sul fatto. Dalle sue mani, il professore vede scivolare un foglio di carta dove compare una vignetta dal sapore «neo-post-sessantottino attardato» con su scritto «Crastaing farabutto, pagherai caro pagherai tutto»
Silenzio.
Joseph impaurito si trasforma nel peggiore delatore immaginabile, ammette che la vignetta non è opera sua e che glie l'ha passata il suo amico e compagno di banco Igor Laforgue. Da dietro un ragazzo di seconda generazione, Nourdine Kader, il quale teme di tenersi questa etichetta a vita e passarla per via ereditaria ai suoi posteri, per sentirsi un po' più integrato si lancia nel mucchio e si autoaccusa paventando una sua corresponsabilità nel fattaccio.
Il coraggio e la solidarietà porta sempre a delle conseguenze ed i tre, per punizione, si ritrovano sulle spalle un tedioso tema dalla curiosa traccia: una mattina ti svegli e ti accorgi che durante la notte sei stato trasformato in adulto ed i genitori in bambini.
Ed è così che in una manciata di pagine dallo scambio ipotetico si passa a quello reale; si apre un flusso narrativo fatto di (dis)avventure tinte di giallo, alle quali i tre giovinastri dovranno trovare una soluzione meno infantile possibile.
E' un romanzo dolce e favolistico che muove da un mondo dominato da stereotipi (il professore temuto e cattivo, il ragazzino straniero, la coppia di amici discoli) dai quali, almeno inizialmente, è lecito aspettarsi ben poco; ma Pennac non è un autore come gli altri, dà pieno sfogo alla sua creatività ed alla verve umoristica e, con improvvise virate, ci ribalta completamente la scena.
Per bocca di un narratore sui generis, un uomo in pigiama seduto su una tomba di Père-Lachaise, ci cala in una variopinta tribù di personaggi che, con lo scorrere delle pagine, acquistano una profondità inaspettata e portano nel romanzo temi seri ed amari; e Pennac, manco a dirlo, lo fa con una semplicità e capacità disarmante.
Lo stile è come sempre diretto ed immediato, un accavallarsi caotico di discorsi diretti, indiretti e soliloqui (messi rigorosamente tra parentesi), un ritmo trascinante che tiene incollati alle pagine.
"Signori bambini" è un piccolissimo e divertente romanzo di formazione consigliato ai giovani di tutte le età vogliosi di riscoprire che «immaginazione non significa menzogna».

Habemus Judicium:
Ismail

giovedì 16 novembre 2017

"MORITURIS" (2011): IL NON CINEMA DI RAFFAELE PICCHIO (PARTE II)

Papparappappapà! 
Si apre la seconda parte dello speciale sul cinema di Raffaele Picchio e abbiamo deciso di farlo con un bello squillo di trombe, proprio come si aprono i titoli di testa del suo lungometraggio di esordio: "Morituris". 
Davvero particolari come titoli di apertura, un misto tra musiche da sceneggiato peplum anni 70' della Rai e illustrazioni cruente di scenette con protagonisti i gladiatori; crea un effetto bizzarro, ma forse riuscito. Ma prima ancora dei titoli si assiste all'incipit in cui vediamo, tramite una ripresa in soggettiva con effetto sgranato da super 8 (perché poi? Non si tratta di un found footage), una famiglia che viene brutalmente sterminata da alcune presenze oscure. Il pallone, con il quale giocava il pargolo neo-trapassato, finisce davanti a un epigrafe, recante la scritta Hic Sunt Leones
E qui cominciamo già con le puttanate dal momento che, pare storicamente accertato, che tale espressione sia un falso storico attribuito alle cartografie romane e, tantomeno, venisse scolpita su pietra. Ma vabbe', una qualche licenza artistica la si deve riconoscere al cinema, specie quello di genere, che non ha, di norma, pretese di filologia storica. 
La trama del film vede tre ragazzi romani in macchina con due ragazze russe in viaggio verso un rave party, che si dovrebbe svolgere in una zona nei pressi di Roma. 
La prima, interminabile, fase del film si svolge dentro questa macchina. È un continuo profluvio di dialoghi plastificati e battute penose, recitate malamente dai tre allegri ragazzotti: c'è il coatto sottotono, poi c'è il logorroico brillante/pedante e un terzo qualsiasi. Poi ci sono le due ragazze russe, ovvero due ragazze italiane che recitano la parte di due russe trasgressive, o almeno così sembra. 
A un certo punto la trama viene incontro allo spettatore e lo solleva dalla straziante tortura: finalmente il gruppo arriva nella zona del rave. Un'altra secchiata di battute micidiali e, intanto, si è fatta notte. I tre italici, con una scusa, prendono i cellulari delle due ragazze russe. Poi il tipo anonimo si apparta con una delle due, mentre il coatto e il logorroico continuano a ridere e scherzare con l'altra. I due piccioncini appartati si abbracciano, frasi sussurrate e concupiscenti riempiono l'aria, sale la tensione sessuale, l'atmosfera si addensa di eros e...e...all'improvviso il maschio italico la chiama "puttana", la percuote e la costringe a un lavoretto di bocca. 
Cambio scena: il coatto e il brillante percepiscono il segnale e cominciano a picchiare e violentare l'altra povera sventurata. La scena di per sé è abbastanza esplicita (difatti sottoposta a pesante censura in alcune versioni del film) potrebbe essere disturbante, MA non lo è.
O meglio, non è così disturbante. 
Questo perché nel presentare allo spettatore i personaggi e portarli fino al momento X, Picchio non ha sparso alcun elemento che potesse accrescere un senso di inquietudine durante la visione, per poi esplodere nella violenza efferata: se non si costruisce un clima di sottile e impercettibile pericolo, il cambiamento folle e improvviso dei tre protagonisti maschi risulta, non solo privo di shock, ma anche abbastanza buffo. 
Vediamo tre ragazzotti, all'apparenza innocui e sfigatini, trasformarsi, in uno schiocco di dita, in spietati e risoluti sadici. Questa discrasia tra il prima e il dopo crea un contrasto totalmente innaturale. Poniamo che al posto dei tre ci fossero stati Topolino, Pippo e Paperino, cioè tre macchiette buffe e scanzonate. Il regista li riprende mentre danno vita alle loro classiche scenette comiche e, nel giro di un attimo, li vediamo esplodere nella violenza più cieca e brutale. 
Non sono credibili! 
Ma, se una regia attenta si fosse premurata di spargere, quà e là, piccoli indizi della loro follia, chessó un primo piano di Topolino con uno sguardo inquietante, allora quell'inconscio senso di disagio si sarebbe insinuato nello spettatore fino al climax esplosivo dell'aggressione.
Senza scomodare Hitchcock, un esempio calzante di abile costruzione della tensione, è il film "Invitation"[LINK]. Si prenda appunti.
Ma il film si chiama "Morituris" ed infatti, dopo tutta questa violenza appena descritta, arrivano i gladiatori. E questa si rivela essere un'idea interessante: tra i soliti mostri triti e ritriti, di cui abusa il genere horror (prassi sapientemente perculata in quella perla di "Quella Casa nel Bosco"), introdurre la violenza primordiale e senza volto di un manipolo di gladiatori morti è un esperimento apprezzabile.
Anche qui, però, siamo di fronte a un peccato che.
I gladiatori arrivano nel bel mezzo dell'esplosione di violenza di cui sopra; sono anche loro dei cattivoni che non provano pietà per nessuno dei protagonisti, tanto quanto i tre folli maschi italici. Perciò quale sarebbe di preciso la loro funzione? Aggiungere violenza alla violenza?
Lo spettatore in questo momento si sta, più o meno, identificando nelle due ragazze russe e perciò ha già identificato nei tre ragazzi la minaccia.
Che scossone emotivo provoca l'aggiungere un ulteriore minaccia? Nel raddoppiarla?
Nessuno, semplice!
Perciò c'è una svolta narrativa, ma la trama prosegue su una linea enfatica piatta e costante, nonostante l'introduzione dell'elemento paranormale.
Sarebbe stata cosa diversa se, ad esempio, uno degli stupratori fosse stato tratteggiato come personaggio complesso, umano, in cui lo spettatore si possa identificare e per il quale possa anche fare il tifo nel momento in cui si debba salvare la pellaccia dai gladiatori.
A fine film giunge una scena epocale: il brillantone sta scappando dai gladiatori, nel clima convulso successivo al loro ingresso, e legge l'epigrafe con la dicitura "Hic Sunt Leones". Questo particolare non è da poco, perché capisce che il gruppo di gladiatori assassini che lo insegue è in realtà... Un gruppo di gladiatori assassini (dell'antica Roma).
E questo lo capisce perché ha fatto il LICEO CLASSICO.
Ottima preparazione e 10 lode!
Purtroppo non potrà godere del meritato voto perché i gladiatore steccano tutti e li crocifiggono sulla statale. Arriva in soccorso degli stupratori Francesco Malcom e vede la scena.
Si Francesco Malcolm, il porno attore che qui ha la parte di un sadico erotomane che gioca a fare gerbilling con le donne solo per il gusto di.
Ovviamente recita da cani (nelle scene al telefono sta chiaramente leggendo il copione o almeno recita come se lo leggesse) roba che in confronto il suo monologo alla Lucarelli nel video "Blu Porno", dedicato a Forza Chiara da Perugia, merita un Oscar.
Picchio ci regala un omaggio al massacro del Circeo con un po' di fetish qua e là e riferimenti a pop a Britney Spears (sigh), che ha qualche potenzialità espressa ma molte ingenuità e voragini da prima opera.
Siamo sicuri che avrà modo di mostrare il suo talento con il prossimo film.
Ovviamente non è vero un cazzo, perché veniamo dal futuro e abbiamo già visto e recensito "Blind Kind" [LINK] (2016) eheheh.
Diciamo... Beh...Meglio "Morituris".

Habemus Judicium:
Bob Harris

martedì 14 novembre 2017

"AUGURI PER LA TUA MORTE-HAPPY DEATH DAY" (2017) DI CHRISTOPHER LANDON

«Enjoy today because ther's no tomorrow»

Lunga vita all'Horror, e che Iddio abbia cura dei b-movie!
Con entusiasmo mi reco al cinema per vedere "Auguri per la tua morte", giunto nelle nostre sale il 9 novembre. Girato da Christopher Landon, è l'ultima creatura a basso budget della Blumhouse Production, casa di produzione guidata da Jason Blum interamente votata ai film di genere.
Per Jason l'ultimo anno è stato un successo produttivo eccezionale: prima il godibile "Ouija-L'origine del male" prequel del tremebondo ed orripilante Ouija ebbasta, filmetto che, chissà per quale oscura ragione, di recente è stato spalmato in tutti i modi su un noto canale del digitale terrestre (che sia frutto di un programma voluto dal Ministero della Salute per risolvere la stipsi che attanaglia milioni di italiani?). E' giunto "Split" che ha segnato il felice ritorno di Shyamalan ed ha strappato tanti applausi. E poi il colpaccio. Jason prende il comico Jordan Peele, gli fa scrivere una sceneggiatura, gli dà la regia ed ecco "Scappa-Get Out" (2017), spietata satira alla Romero e tra le migliori produzioni di genere degli ultimi anni.
Il caro Jason ci ha snocciolato una lunga sequenza di filmetti, alcuni semplicemente carini, altri davvero validi, tutte basse produzioni pregne di idee e capaci di sbancare, a torto o a ragione, il botteghino. Le premesse per divertirsi ci son tutte.
Buio in sala, silenzio!
Siamo nel dorato mondo dei college americani, e Tree, una studentessa biondina interpretata da Jessica Rothe, si alza di colpo da un letto non suo. E' nella stanza di tale Carter (Israel Broussard), ragazzotto sfigatello con cui forse ha fatto sesso; può solo supporre la cosa, deve aver bevuto un po' troppo la sera prima .
Fugge bordo di scarpette rosse dal tacco vertiginoso, ancora truccata ed agghindata a festa e si mostra sin da subito per quel che è: una stronzetta che la dà a destra e a manca, amante della bella vita e gran beona.
Simpatica questa Tree...
La suddetta stronzetta è poi circondata dalle amiche della consorellanza, a quanto pare la più in di tutto il college, un bel coarcervo di carognette odiose.
Superando a piè pari alcune peripezie della giornata, si arriva a sera e troviamo la nostra ragazzotta da sola nei pressi di sotto passaggio, ed al centro di esso, un grazioso carillon che suona la celebre canzoncina dei tanti auguri (eh si, è il giorno del suo compleanno). Pensa ad uno scherzo. Poi però sbuca fuori una persona con il volto coperto da una maschera, un faccione paffutello di un bimbo con due guanciottone da pizzicare ed un con un bel dentino di cui andar orgogliosi.
Morale della favola, viene raggiunta e pugnalata a morte.
Cara Tree, «Today is the first day of the rest of your life».
Eccoci catapultati nel "Ricomincio da capo" in salsa slasher: ogni mattina si risveglia nel letto del ragazzotto ed ogni santa sera, qualsiasi cosa faccia, viene raggiunta dal killer ed uccisa.
Barricarsi in casa?
Non Serve a nulla, il persecutore, in uno slasher che si rispetti, riesce sempre ad entrare.
Fuggire?
E che ve lo dico a fare, ce lo ritroveremo sempre dietro le spalle.
Ci si ritrova a guardare un ensamble cinematografico che mescola i topoi anni '90 del cinema collegiale americano, un persecutore alla "Scream" per nulla infallibile e la giornata della marmotta che ricalca paro paro.
Signore e signori siamo dinnanzi ad una gran puttanata ammettiamolo, ma godibilissima.
"Auguri per la tua morte" è un film di rapido consumo, divertente e con la giusta tensione; merito dei ritmi serrati e dalle apprezzabili scelte di montaggio; della trama paraculetta; dell'azzeccata coppia di attori: Israel si lascia alle spalle la problematica adolescenza di "Bring Ring" e si dimostra un ometto speciale e tenero; la Roth saluta i pedanti balletti di "La La Land", calandosi nel ruolo di birbona dal viso angelico, buca lo schermo e riempie la scena. Oramai è amore.
A ciò si aggiunge il twistone finale che rivaluta tutte le menate che si incontrano nell'ora e mezza di visione, compreso, sintomo di un mio rincoglionimento precoce, uno strisciante buonismo made in U.S.A. con tanto di prevedibili risvolti sentimentali. 
Signore e signori, "Auguri per la tua morte" è una riconciliante scorpacciata di pop corn!

Habemus Judicium:
Ismail