venerdì 9 giugno 2017

L'EPOPEA DELLO STADIO DELLA ROMA (PARTE II): LA DELIBERA DEI 5S

Il progetto originale con i grattacieli firmati da Libeskind (FIG. 1)
++In fondo  breve aggiornamento relativo all'ok definitivo al progetto da parte della CDS (dicembre 2017)++

Torniamo a parlare del progetto di Tor di Valle, un piccolo aggiornamento che si aggiunge ad un nostro lungo e documentato post di 2 mesi fa [LINK] e reso necessario dalla nuova delibera di pubblico interesse approvata della Giunta capitolina.
***
11 mesi, da tanto governano i 5 stelle a Roma, 11 mesi il tempo che è stato necessario per modificare la delibera Marino e dare un nuovo impulso all'iter del progetto di Tor di Valle, il primo vero si della Giunta  ad una grande opera.
Si legge nella nota del Comune diramata dopo l'approvazione della Giunta della delibera: si è attuata l' «eliminazione delle tre torri, la realizzazione di edifici a basso impatto ambientale realizzati con alti standard energetici, il superamento del rischio idrogeologico ma anche il significativo miglioramento della mobilità e del traffico viabilistico in entrata e uscita dal centro-città».
Si conclude poi con il richiamo ad una clausola (analoga a quella che inserì la precedente amministrazione) in base alla quale «il mancato rispetto anche di una sola delle condizioni necessarie comporterà la decadenza del confermato pubblico interesse». Ossia se la Roma e Parnasi (il costruttore) non dovessero eseguire alcune delle opere pubbliche richieste, lo Stadio non si potrà mai aprire.
Finalmente il progetto si dirige verso la fine anche se a dire il vero gli ostacoli non mancano.
Alcuni consiglieri grillini sono ancora contrari all'opera e si dicono pronti a presentare un esposto alla Corte dei Conti fondato sulla debolezza finanziaria delle società di Parnasi, una tecnica già intrapresa in passato da Virginia Raggi quando, ancora Consigliere di opposizione, sostenne l'impossibilità di costruire lo stadio nella zona di Tor di Valle indicando, come unica soluzione possibile, la ristrutturazione del Flaminio.
La strada tracciata dalla nuova delibera è in buona parte quella immaginata nel precedente post, ossia che all'abbassamento del 50% circa delle cubature (da distinguere dal consumo del suolo che rimane quasi inalterato) segue un netto taglio delle opere pubbliche, all'incirca il 70% del valore in meno rispetto a ciò che era stato stabilito dalla precedente amministrazione.
Si tagliano i soldi previsti per il prolungamento metro B/interventi della Roma-Lido (alternativi l'uno all'altro) e si passerà dall'acquisto di 15 nuovi treni a soli 2 (o alla ristrutturazione di 4 treni vecchi già in uso). Vallo a spiegare a tutti quei pendolari che ogni mattina sono costretti a prendere la Roma-Lido che negli ultimi due anni ha vinto il Premio Caronte (il premio assegnato alla peggiore tratta pendolare d'Italia).
La stazione di Tor di Valle rimarrà così come è, ci possiamo scordare quella nuova prevista dal Professor Caudo. Visto che le immagini possono valere più delle parole, ve ne posto due, la prima che mostra come è e sarà la stazione (ci sarà certamente un'azione di ripulitura), la seconda come sarebbe dovuta essere a seguito dei lavori a carico dei privati :

Come è oggi la Stazione di Tor di Valle (FIG.4)

Il progetto cassato dai 5S della nuova Stazione di TDV (FIG.5)
Tra le tante opere cassate c'è l'ormai celebre Ponte di Traiano.
Partiamo anche qui da due immagini che possono aiutare a capire la direzione presa dall'amministrazione romana:
Il ponte di Traiano nella delibera Marino (FIG. 2)

Distanza tra Tor di Valle ed il Ponte dei Congressi (FIG. 3)
Con l'eliminazione del Ponte di Traiano (con i 2 km di complanari annessi), ed il venir meno di un collegamento veloce con l'autostrada Roma-Fiumicino, l'unico sfogo possibile (a meno che lo Stato non decida di mettere i soldi per costruirlo) per i mezzi privati rimane la Via del Mare, una strada provinciale che, stando alla nuova delibera subirà importanti lavori di adeguamento per renderla più sicura ed efficiente; in realtà interventi di questo tipo erano già previsti dalla delibera Marino.
Peggiora la mobilità privata e tornano in auge numerosi problemi su cui si era già discusso nella fase embrionale del progetto. In particolare dalle analisi del flussi automobilistici era emersa la necessità, sia per ragioni di traffico che di sicurezza (quest'ultime espresse anche dalla Prefettura), di avere due sbocchi per i mezzi privati, derivandone così la richiesta (di Marino e Caudo) della progettazione e costruzione del Ponte di Traiano .
I 5 Stelle, negli ultimi mesi hanno poi più volte parlato di una soluzione alternativa, il Ponte dei Congressi, questo pagato dal pubblico attraverso fondi europei, di cui è prevista la costruzione nel prossimo futuro. In realtà il Ponte dei Congressi non è una soluzione per la mobilità attorno lo stadio. Questo ponte, come potete vedere dalle immagini, si presenta fuori asse rispetto all'area di Tor di Valle essendo distante ben 2 km. 
Ed ancora, per il Ponte dei Congressi manca ancora un bando con il quale avviare il lungo iter che porterà all'aggiudicazione dell'opera ed all'inizio di un cantiere particolarmente complesso ed articolato. In questa fase si può immaginare che per una conclusione dei lavori si dovrà attendere circa 8/10 anni per il tutto, un periodo ben più lungo rispetto a quella ipotizzata per lo Stadio.
Nonostante ciò il Ponte di Traiano non è del tutto scomparso: la giunta l'ha inserito lo stesso nella delibera senza renderlo una condizione necessaria per il pubblico interesse..
I soldi in realtà non ci sono.
Il comune giustamente non li mette, le casse sono notoriamente vuote.
Il problema è che l'investimento, a causa del taglio delle 3 torri di Libeskind, non lo possono sostenere neanche i proponenti. Il ponte sta su carta e probabilmente lì rimarrà visto che il testo prevede solamente un vago accenno ad una sua costruzione futura.
L'unico ostacolo può essere rappresentato dalla Regione e dagli altri Enti presenti nella prossima Conferenza dei Servizi (qui si discuterà di questa delibera), che, ad esempio, per ragioni di sicurezza, potranno imporsi e richiedere la sua costruzione del Ponte di Traiano prima dell'apertura dello Stadio (in realtà non credo che la Regione si metterà di traverso, il bacino di voti legato al progetto credo abbia un peso maggiore rispetto alle questione di natura urbanistica).
La Raggi, dopo l'ok della Giunta alla delibera, sul suo profilo Facebook ha parlato con toni entusiastici della portata rivoluzionaria del nuovo progetto. Su questo non le se può dare torto.
Il progetto da buono è divenuto mediocre ed il taglio del circa 70% delle opere pubbliche va incontro ai costruttori e non alla cittadinanza.
E pensare che sino a poco tempo fa i 5 Stelle, in merito al vecchio progetto, parlavano di delirio trasportistico. Oggi quel delirio non esisterebbe più, nonostante il taglio di un ponte fondamentale, delle complanari che avrebbero portato ad un'autostrada e soprattutto del prolungamento metro B/investimenti sulla Roma-Lido.
Il rischio che si staglia dinnanzi ai romani è quello di avere un stadio moderno e funzionale non servito adeguatamente da trasporto su ferro e povero di infrastrutture viabilistiche.
E pensare che tutto questo caos è stato fatto per impedire 3 torri disegnate da Libeskind, uno degli architetti più importanti al mondo, inserite in una delle zone più degradate della capitale. Poi non lamentiamoci che da Roma fuggono le aziende e non si attraggono più capitali di investimento.
Oltre alle posizioni tecniche un' ulteriore riprensione va mossa anche nei confronti del modus operandi che è stato seguito dal Governo cittadino. Se la trasparenza, il fare del Campidoglio una casa di vetro, è stato uno dei cavalli di battaglia durante tutta la campagna elettorale dei 5 stelle romani, ciò non può dirsi essersi presentato in questa faccenda (1).
Così a seguito della delibera i vertici politici dell' Urbe si sono limitati a rendere pubblica una semplice nota (riportata ad inizio del post) senza consegnare il testo della stessa alla stampa ed andando così contro una prassi ben consolidata. Medesima scelta il Comune la seguì anche il 30 marzo quando si approvò un'altra delibera con cui si delineavano le linee guida da seguire per il progetto dello Stadio di Tor di Valle.
Lo stesso Iter non ha brillato per trasparenza, sviluppandosi in buona parte fuori dalla Conferenza dei Servizi attraverso numerose riunioni a porte chiuse tra Comune e proponenti.
Nel contempo l'opposizione, in particolar modo il PD, ha deciso di sollevare gli scudi contro la nuova delibera, sostenendo però argomentazioni in gran parte prive di fondamento e sino a poco fa utilizzate dai grillini (tra queste il fantomatico rischio idrogeologico di cui spesso si è parlato senza prendere in considerazione i numerosi studi dell'area fatti negli ultimi anni da tecnici).
Inizia probabilmente una nuova battaglia, un muro contro muro, in cui l'interesse verso la città continuerà a contare ben poco.


++Aggiornamento (dicembre 2017)++
Seppur questo spazio della blogosfera non si dedichi più a questioni politiche e di attualità, mi sembra doveroso scrivere in calce una piccola postilla relativa alla conclusione della Conferenza dei Servizi ed al'ok definitivo sul progetto.
Durante il lungo dibattito che si è instaurato a partire dalla delibera della giunta pentastellata, si è sottolineata sempre di più la necessità del Ponte di Traiano, una discussione di buon senso tesa a garantire una migliore mobilità privata nonché condizioni più sicure per gli automobilisti.
A risolvere l'impasse, visto l'assenza di soldi nelle casse comunali e l'insostenibilità della spesa per i proponenti dopo il taglio di cubature, ci ha pensato il Governo, decidendo di mettere circa 100 milioni di euro sul piatto pur di non perdere un investimento così importante per la città. Il ministro Delrio ci ha messo una pezza salvaguardando un investimento importante per la città di Roma; o forse sembra aver messo una pezza, al momento c'è solo una promessa e nessun atto scritto.
Abbiamo perso le tre torri solo per questioni ideologiche prive di fondamento, sobbarcandoci un dibattito estenuante fondato sul nulla che ha rischiato di far perdere un investimento straniero, di qualità, nel nostro paese. La giunta a 5 stelle si è fregiata del merito di aver fatto un progetto più green, ma come già espresso in precedenza, la certificazione Leed era già prevista con il piano di Marino, ed in secondo luogo, al posto delle torri sono state sostituite da edifici a corpo basso; in breve l'impronta del costruito sarà simile alla versione Marino-Caudo. Un giorno ci spiegheranno cosa intendano per più verde e meno cemento.
Il ponte carrabile sarà pagato dalla cittadinanza (sempre se Delrio passerà dalle parole ai fatti) e non più dal privato come nel progetto Marino (checché ne dica l'attuale amministrazione comunale).
Si è persa la possibilità di avere un collegamento metropolitano (lo sfioccamento della Metro B) con cui collegare direttamente periferie e centro della città con lo stadio; rimangono investimenti sulla Roma-Lido (in parte pubblici), poco funzionale, come ho ribadito sino allo sfinimento, al trasporto dei tifosi vista la rottura di carico a Piramide (scambio MB/R-L). Su questo punto rimane rimane un neo enorme: la mancata discussione relativa all'unione del treno per Ostia con la MB.
La stazione di Tor di Valle, come ipotizzato in questo post, sarà solamente ripulita, venendo meno la ristrutturazione ipotizzata all'inizio. Rimane la FL1 così com'è (4 treni all'ora per direzione nei feriali, 2 nei festivi) così com'è, importante collegamento, ma che da solo, senza migliorie, ben poco potrà garantire.
Quello che ne è uscito fuori è un progetto quasi discreto (?), che sicuramente migliorerà alcuni problemi atavici della zona (il recupero in uno spazio in stato di abbandono ed il necessario Ponte di Traiano e messa in sicurezza del fosso di Vallerano), perdendo, dall'altro lato, buona parte della sua portata innovativa.
Cui prodest?
Ismail

Note:

(1) Ancor più grave ciò che è accaduto con i casi di Marra e Muraro.
Per quanto concerne il secondo, vale la pena ricordare che il sindaco Raggi inizialmente non proferì parola sull'indagine riguardante l'allora Assessore Muraro per reati ambientali, per poi dichiarare ai giornalisti pressanti di non saper nulla a riguardo, sino alla confessione finale in Commissione Ecomafie.

mercoledì 7 giugno 2017

"GODSEND-IL MALE E' RINATO" (2004) DI NICK HAMM

"Godsend", film horror (?) del 2004 del regista nord-irlandese Nick Hamm, in questi giorni tornato in programmazione su uno dei canali minori del digitale terrestre di una nota azienda televisiva.
Tutto inizia con l'immagine del sogno medio borghese made in U.S.A.: la classica famiglia da pubblicità, serena e dai visi pallidi. Tre sono i suoi componenti, Paul (interpretato da Greg Kinnear), insegnante di scienze al liceo, la moglie Jessie (Rebecca Alie Romijn) che fa la fotografa, ed infine il figlio, l'affettuoso e brillante Adam (Cameron Bright) che da poco ha compiuto 8 anni.
L'idillio iniziale cade in frantumi, il piccolo rimane vittima di un tragico incidente stradale e muore.
Poche ore dopo, al funerale del piccolo, fa la sua comparsa tale Richard Wells (Robert De Niro), medico genetista. Si avvicina ai genitori e propone loro un'idea che può farli uscire dal dramma in cui sono caduti. Il dottore spiega di aver perfezionato il sistema che permette la clonazione umana e di poter donare a Jessie e Paul una insperata seconda possibilità.
Questo è l'antefatto da cui muove la trama del film, un soggetto su carta in grado di garantire interessanti spunti sia per la tematiche etiche che per l' intrattenimento in sé.
Le buone premesse ben presto vanno a farsi benedire.
Il film prosegue lentissimo (intendiamoci la lentezza non è sempre negativa, basta andare a guardare molte pellicole di genere girate in oriente negli anni 2000, un esempio è il raffinato ed elegante horror coreano "Two Sisters"), mancano le emozioni, i sobbalzi, il pathos e "Godsend" si trasforma nel banalotto filmetto incentrato sullo spiritello malvagio.
Il piattume viene cadenzato da una serie continua di cliché tipici dei peggiori film di genere. Abbiamo i tanto carini disegnini rivelatori, resistenti agli incendi che distruggono edifici in mattoni ed in grado di rimanere inalterati al trascorrere dei decenni; persone che bussano all'improvviso ai finestrini delle automobili; altre ancora che al primo passante di turno decidono di vuotare il sacco e raccontare tutti quei segreti oscuri che per una vita sono stati custoditi gelosamente.
Il film cincischia, sale un incredibile senso di insofferenza crescente; a suggellare il tutto c'è il finale, privo di sorprese.
"Godsen" è una toppa clamorosa, secondo indizio dopo "The Hole" (2003) della poca stoffa di Hamm nel trattare il cinema di genere.
Scrittura pessima quindi, ma anche il cast ha il fiato corto.
Bob De Niro, non tiene a galla la pellicola; appare svogliato e perennemente svogliato.
Tempo perso.

Habemus Judicium:

Ismail

mercoledì 24 maggio 2017

"LA NOTTE DELLE MATITE SPEZZATE": IL DRAMMA DEI DESAPARECIDOS (PARTE II)


⟸Parte 1                         Parte 3⇒
«Si informa la popolazione che da oggi, 24 marzo 1976, il Paese è sotto il controllo operativo della Giunta di Comandanti Generali delle Forze Armate». 
-1° comunicato della Giunta Militare- 


Parliamo tanto di cinema e fra le varie recensioni che pubblichiamo sul blog, capita di scriverne alcune con lo scopo di andare oltre la mera valutazione artistica dell'opera e scavare più a fondo nel suo significato storico-politico.
Qualche tempo fa facemmo questa operazione prendendo spunto da "La morte e la fanciulla" [Link], film del 1994 di Roman Polanski, per aprire uno spazio tematico dedicato ai desaparecidos ed agli avvenimenti politici che sconvolsero il l'America Latina fra gli anni '70 e '80. Oggi riprendiamo quel percorso, partendo come allora da un film: "La notte delle matite spezzate" (1986) di Héctor Olivera.
***
La Plata, Argentina, 1975.
Un gruppo di studenti delle scuole superiori dà vita a proteste e manifestazioni per ottenere il Boleto Estudiantil, un tesserino studentesco che garantisce riduzioni per l'acquisto di libri didattici e biglietti dell'autobus.
Le rimostranze sembrano aver buon fine: il Boleto viene concesso; nel frattempo dai telegiornali iniziano ad emergere notizie sconcertanti relative a misteriose scomparse di attivisti politici [1].
Passa poco meno di un anno, è il 24 marzo del 1976 ed arriva il golpe: Isabelita Peron, Presidente della Repubblica argentina, viene deposta dall'esercito ed il governo democraticamente eletto è sostituito da una giunta militare con a capo il generale Rafael Videla; e con essa arrivano le prime prime intimidazioni: sospensione di professori, arresti arbitrari e la scomparsa di 3 studenti.
Si giunge così al 16 settembre 1976, la data che segna il punto di non ritorno. Nel cuore della notte uomini incappucciati appartenenti alle forze militari irrompono nelle case di alcuni studenti che parteciparono alle manifestazioni per il boleto. Li sequestrano e di loro si perdono le tracce. Sparisce ogni forma di legalità; i familiari si mettono alla ricerca dei loro cari scontrandosi contro un muro di gomma ed omertà innalzato dalle autorità pubbliche.
Il film di Olivera è questo, il racconto (crudo) della desaparición di molti giovani, rei di attività atee ed antipatriottiche, una cronaca che proietta lo spettatore negli orrori del regime di Videla.
Da un punto di vista artistico il film è tutto tranne che perfetto, non gode della migliore recitazione e la stessa scrittura ha degli elementi che cadono nel retorico e nel grottesco (un esempio lampante sono i carcerieri estremamente stereotipati).
Ma allora perché abbiamo deciso di citare prima e di trattare poi questo film?
Per capire il valore dell'opera bisogna valutare il contesto storico-politico in cui operò Olivera. Le riprese vennero fatte nel corso del 1986, in un clima tutto tranne che pacificato. La giunta militare era stata deposta da meno di 3 anni ed il nuovo governo, per paura di nuovi colpi di coda, aveva emanato due leggi ( la cd. legge del punto finale e la legge dell'obbedienza dovuta [2]) con lo scopo di sollevare dalle responsabilità penali molti di quei militari e poliziotti che perpetuarono torture, detenzioni illegali e desaparición.
Il merito de "La notte delle matite spezzate" è da rintracciare prettamente sul piano civile, essendo tra le prime opere sul tema, nonché importante input di riflessione.


Frammenti di Storia: le matite nel contesto storico-politico argentino
« Prima elimineremo i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, successivamente quelli che resteranno indifferenti e infine gli indecisi. » 
-Generale Saint-Jean, governatore de facto della provincia di Buenos Aires-

La storia delle matite spezzate rientrava in un contesto che coinvolse buona parte dell'america Latina.
Molti furono i paesi funestati da regimi militari (Uruguay, Cile, Brasile, Paraguay, Etc.) che imposero una durissima repressione fatta di arresti arbitrari, omicidi e torture [3].
In Argentina le forze militari e di polizia, tra il 1976 ed il 1983, sequestrarono, interrogarono e torturarono decine di migliaia di persone. Di questi circa 30000 non se ne seppe più nulla. Si era inaugurata la cd. Guerra Sporca un'operazione volta a minare le fondamenta di tutte quelle organizzazioni politiche, sindacali, religiose e studentesche che potessero interferire in qualsiasi modo con la nuova linea politica.
L'azione, dapprima diretta verso guerriglieri peronisti e comunisti, si allargò a macchia d'olio. Essere bollati come terrorista, marxista ed antipatriota divenne piuttosto semplice. Nelle liste degli scomparsi finivano anche i semplici simpatizzanti di movimenti di opposizione ed argentini che non erano mai stati coinvolti in attività contro il regime.
L'attività governativa di repressione, forte dell'esperienza cilena di Pinochet, si svolse in totale segretezza; coloro che venivano sequestrati da forze militari e paramilitari, non venivano registrati in alcun registro di polizia risultando così semplicemente come scomparsi.
Le ragioni di questa condotta erano molteplici: salvaguardare l'immagine del paese che di li a poco avrebbe anche ospitato i mondiali di calcio (1978), rendere insostenibile l'ondata di terrore percepita dai dissidenti rimasti in libertà e garantirsi un'ampia libertà d'azione nel trattamento dei prigionieri [4].
Per molti dei detenuti, il governo militare optò per voli della morte, una pratica disumana scandita sempre dallo stesso iter; si radunavano i desaparecidos presenti nel centro detentivo; veniva comunicato a loro il trasferimento in un carcere dell'Argentina del sud per il quale si necessitava una vaccinazione; si iniettava ai reclusi il tiopental sodico, un medicinale con cui addormentali. Questi, vivi ma non coscienti, venivano caricati su un camion, portati al più avvicino aeroporto, imbarcate su un aereo per poi essere gettati in mare trovando così la morte.
Verso la fine del 1983 il governo militare, dopo la sconfitta nella guerra delle Falkland e su pressioni sempre più forti della popolazione, fu costretto ad indire delle elezioni. La Conadep (Comisión Nacional sobre la Desaparición de Persona) creata dal presidente argentino Raul Alfonsin, con i suoi rapporti sui desaparecidos, permise l'apertura di processi a capo di circa 2000 appartenenti all'esercito e polizia per la commissione di sequestri, torture ed omicidi.
Come già detto in precedenza però, il governo, per paura di un nuovo golpe, garantì una sostanziale impunità ai criminali, per mezzo di due leggi prima e di un indulto poi. Questa situazione mutò solamente nel 2005, quando la Corte Suprema argentina dichiarò l'illegittimità della legge del punto finale e quella dell'obbedienza dovuta, permettendo la riapertura dei processi.

Habemus Judicium:

Ismail





Note:
(1) Già prima del golpe militare, sotto la presidenza di Isabelita Peron, ci furono numerose scomparse di numerosi attivisti politici (se ne contano circa 500)
(2) Le due leggi fermarono molti dei processi che già si erano avviati. 
La Legge del punto finale prevedeva l'estinzione delle azioni penali rivolte a quelle persone che avessero commesso delitti legati all'azione politica sino al 10 dicembre del 1983. Si escludeva dall'applicazione della legge al sequestro dei figli neonati delle prigioniere dati in adozione alle coppie di militari.
La Legge dell'obbedienza dovuta sollevava la responsabilità dei militari, senza la possibilità di prova contraria A questi due interventi normativi si aggiunse, nel 1989, un indulto che abbreviò le pene comminate da quei processi che non furono bloccati dalle due leggi.
(3) Cfr. Operazione Condor.
(4) La mancanza di notizie spinse le madri degli scomparsi, consapevoli della responsabilità della Giunta, a dar vita ad una protesta silenziosa consistente in una marcia. La più importante si svolgeva ogni giovedì a Buenos Aires a Plaza de Mayo dove le donne portavano con se l'immagine ed il nome del caro scomparso su un cartello od un fazzoletto bianco. 
Anche questa forma di protesta venne repressa dalla giunta; si stima che le donne di Plaza de Mayo sequestrate ed uccise furono 720.


lunedì 22 maggio 2017

"EDGE OF TOMORROW-SENZA DOMANI" (2014) DI DOUG LIMAN

«Anzi, se è per questo mi hanno ucciso da un pezzo a quest'ora»
-Maggiore William Cage-

"Edge of Tomorrow" è il classico giocattolone della super produzione a stelle e strisce.
Un budget monstre di 178 milioni di dollari per un film d'azione tronfio di virilità ed eroismo.
Si superano i titoli d'apertura e ci ritroviamo catapultati in un futuro prossimo in cui la terra diviene l'obiettivo di un gruppo di alieni tentacolari che occupano prima l'Europa e poi si espandono in Asia. 
Siamo alla vigilia dello sbarco in Normandia 2.0, la grande battaglia che fungerà da crocevia per le sorti dell'umana gente, l'ultimo tentativo possibile per fermare l'avanzata aliena.
Qui troviamo il maggiore Cage (interpretato da Tom Cruise), un funzionario militare, uno di quelli che non ha mai calcato i campi di battaglia e l'unica cosa che sa fare è apporre timbri su pratiche.
Per qualche oscuro motivo, che mai ci verrà spiegato nel corso del film, è stato buttato in prima linea; qui riceve un addestramento di un solo giorno e viene armato di un bizzarro esoscheletro, creato per sconfiggere i temibili polpi dell'iperspazio, che non sa minimamente far funzionare.
Cage, durante la battaglia si ritrova a tu per tu con uno dei nemici; non gli resta che l'ultimo gesto estremo, far esplodere una carica esplosiva che uccide lui e l'alieno.
Fortuna vuole che il sangue del mostro tentacolare che lo cosparge gli dia un particolare potere, ritrovarsi, ogni volta che muore, nuovamente vivo al giorno precedente rispetto la battaglia.
Niente di nuovo ad Hollywood che ripropone un Giorno della Marmotta muscoloso, fantascientifico e dai costi esorbitanti. Seguendo la pellicola le sensazioni sono però positive.
Abbiamo per protagonista un inetto completamente inadatto al ruolo; questo rimane intricato in un vorticoso circolo temporale che si conclude sempre e comunque in un game over da videogioco. Un'idea non nuova ma rigenerata a dovere, un loop temporale costruito in modo veloce ed avvincente. Il tutto accompagnato da una gustosa ironia che esula dagli stereotipi hollywoodiano.
Cruise non è il solo a dover reggere il film ed ad un certo punto, durante una delle sequenze temporali, incrocia una nerboruta, immutabile e fascinosa eroina, tale Rita Vrataski (Emily Blunt), considerata dai più come unica speranza per le vicende belliche; si incontrano, ecco gli opposti che sotto sotto qualcosa in comune alla fine ce l'hanno...
Daje che ce se sta a divertì, Doug vedi de non fa cazzate!
E invece le fa, il film cambia di passo ed l'originalità lascia spazio ai soliti schemi.
I tempi si dilatano e Cruise diventa uno ubermensh, capace, nel marasma generale, di strizzare l'occhio allo spettatore con il risvoltino sentimentale.
E' andata così, anche questa volta.
Quando uscì al cinema, alcuni temerari si sperticarono in lodi incomprensibili e parlarono di capolavoro. In realtà questo "Edge of Tomorrow" è il più classico dei blockbuster, forse un'anticchia più credibile di molti suoi parenti e che non ti fa pentire di aver speso qualche spiccio per l'affitto del dvd. Nulla di più.
Che poi che con 178 milioni di $ si possa girare tanta altra roba è un altro discorso...ma ehi baby, questo è il mercato...

Habemus Judicium:

Ismail

mercoledì 17 maggio 2017

ALFONSIN(A) STRADA: IL CICLISMO AL FEMMINILE


E' il 13 maggio del 1909, sono le ore 2:53 del mattino ed a Piazzale Loreto a Milano si apre la storia del Giro d'Italia. La prima tappa di sempre, un percorso di 397 km fatto di strade polverose, più di 14 ore in sella ed una media oraria di 28 km/h.
Insomma se l'aggettivo eroico è così usato in riferimento al ciclismo di quell'epoca ci sarà pure un perché no?
A tagliare per primo il traguardo posto a Bologna è un romano, Dario Beni, membro della mitica Bianchi. Il primo a vedere inciso il proprio nome sull'albo d'oro del giro è invece il lombardo Ganna.
Passano gli anni, 15 per l'esattezza, e si giunge al Giro del 1924: 12 tappe e 3613km da percorrere.
Ci sono tanti problemi per gli organizzatori di quel Giro. Le squadre più blasonate richiedono premi in denaro per partecipare alla corsa rosa, ma il direttore de "La Gazzetta dello Sport", Emilio Colombo, e l'amministratore Armando Cougnet si rifiutano e salta l' accordo.
Un caos, grandi campioni come Bottecchia e Girardengo non partecipano, altri corridori sono costretti ad iscriversi individualmente. Si rischia un flop clamoroso.
Poi l'illuminazione. Ci sta un ciclista che potrebbe far sorgere una grande attenzione sulla corsa, un corridore che aveva iniziato a pedalare a 10 anni con un mezzo rottame regalatogli dal padre e che da allora non si era più fermato. Una passione grande al punto che già prima di compiere i 14 anni, all'oscuro dei genitori che lo credono a messa, inizia a partecipare alle prime gare. C'è di più, il ciclista misterioso si sposa e si fa donare dal coniuge una bici tutta nuova, non c'è regalo più bello.
Negli anni di cose importanti poi ne aveva fatte poi: due partecipazioni al Giro di Lombardia, una gara in Russia dove aveva ricevuto una medaglia al valore dallo Zar Nicola II e sopratutto aveva siglato il nuovo record dell'ora (37,192 km/h), battendo quello precedente che resisteva da ben 9 anni.
Viene inserito dalla direzione tra i partenti ma il suo nome, sino a pochi giorni dal via, non compare in nessuna lista ufficiale. Il nome misterioso, 3 giorni prima della partenza, appare sui giornali: un certo Alfonsin Strada scrive "La Gazzetta", "Il Resto del Carlino" aggiunge una vocale e lo chiama Alfonsino.
Dei refusi forse, molto più probabilmente una remora di giornalisti e direttori, sta di fatto che il ciclista misterioso ingaggiato da Colombo è una lei, Alfonsina Morini coniugata Strada, la prima donna a buttarsi all'interno del virile e muscoloso mondo delle corse ciclistiche, l'unica ad aver disputato la corsa a tappe più dura e bella al mondo.
Fa scandalo, alcuni vedono la sua presenza come una pagliacciata. Altri invece manifestano approvazione e rispetto per il grande coraggio mostrato dalla giovane donna. Possiamo immaginare le difficoltà affrontate da Alfonsina, siamo nel 1924, in alcune parti d'Italia per una donna andare anche con una bici da passeggio crea disapprovazione, in più il fascismo bussa prepotentemente alle porte dell' Italia.
Fatto sta che la Nostra sta lì nel gruppo, lotta e riesce ad essere anche competitiva.
Il ciclismo è uno sport pieno di insidie, lo si sa. Lo è oggi, figuriamoci in quegli anni. Si correva su strade non asfaltate, su mezzi meccanici che oggi possiamo definire preistorici, non esisteva il cambio (per cambiare il rapporto i ciclisti dovevano cambiare la ruota), giravano con i tubolari al collo e ci sono immagini di repertorio in cui si vedono i corridori gonfiare a bocca i pneumatici. 
La Nostra stringe i denti e ce la fa, sta in mezzo al gruppo e combatte, arriva sempre entro il tempo massimo e solo 2 volte è l'ultima a arrivare (nonostante che, di tanto in tanto, si prenda delle soste per firmare autografi ai tanti spettatori assiepati lungo la strada).
E' il 24 maggio, siamo all' 8° tappa di quel giro, un percorso insidioso di 296 km che da L'Aquila giunge sino a Perugia. Alfonsina cade e si rompe il manubrio della bici.
Tutto sembra irrimediabilmente finito. Il sogno di terminare il Giro d'Italia può sfumare per sempre.
Leggenda vuole che lì dove la Strada è caduta ci sia una contadina. Questa le dà un manico di scopa di legno e voilà, viene montato sul telaio divenendo il nuovo manubrio con cui portare a termine la tappa. La Nostra arriva a Perugia ma nonostante la tenacia giunge con un ritardo clamoroso e supera il tempo massimo consentito dalla direzione della corsa.
Quella non fu una giornata fortunata per Alfonsina che oltre la caduta dovette affrontare numerose forature. La direzione della corsa (tra i quali anche lo stesso Colombo che la volle) sembra capire la situazione ed in un primo momento decide di tenerla in gara, poi però il clima dell'epoca probabilmente ha la meglio e si opta per un compromesso: Alfonsina può proseguire la corsa ma senza essere conteggiata nella classifica.
Dei novanta partiti, al traguardo finale di Milano, giunsero solo una trentina di corridori, tra cui Alfonsina Strada accolta dagli applausi del pubblico.
Con quel giro guadagnò circa 50000 lire che girò al manicomio dove era ricoverato il marito, colui che le regalò una bicicletta tutta nuova e le diede quel cognome, Strada, che tanto si addiceva alla passione ciclistica della donna. 
Alfonsina dopo quell'esperienza non riuscì più a partecipare al Giro, il maschilismo fascista le precluse ogni porta e si poté limitare a seguirlo ufficiosamente prima in bici e poi con una Moto Guzzi rossa comprata con i ricavi della vendita di alcuni dei trofei vinti. Nella sua carriera era comunque riuscita a togliersi tante soddisfazione, la vittoria in 36 corse contro i colleghi uomini e sopratutto la stima e l'amicizia di campioni come Girardengo, Magni e Bartali.

Ismail