mercoledì 2 novembre 2011

"INSIDIOUS": UN AZZARDO TERRIFICANTE

Sotto Halloween qual'è la cosa più divertente da fare? Alcuni di voi diranno mascherarsi e andare alle feste, altri suonare alle porte della gente ripetendo "dolcetto o scherzetto" (occhio a chi suonate...). Un classico di Halloween però rimane il filmozzo horror con abbondanza di pop corn al seguito. Optando per quest'ultima soluzione mi accingo ad andare al cinema a vedere "Insidious", horror di James Wan, il regista del primo Saw, incentrato sui soliti fenomeni paranormali e possessioni demoniache. 
Ok iniziamo. Dopo i primi venti minuti fotocopia di "Paranormal Activity", mi rendo conto che il film prende una deriva tutta sua: diventa uno strano incrocio tra "Amityville" e "Drag me to hell". Dunque, una coppia mono-espressiva  e altamente borghese, rimane offesa dal fatto che uno dei tre stupidissimi e scassaballe figlioletti (gli altri due un neonato e uno anonimo, che si segnala solo per la mancanza di un dente) è posseduto da un'entità strana. 
Tale entità assomiglia molto a Darth Maul di Star Wars Episodio I se, invece di essere interpretato da Ray Park, fosse stato interpretato da Nicolas Cage. Sto demone poi ha l'abitudine di limarsi continuamente gli artigli e di grattarli in giro: insomma una sorta di Freddy Kreuger. 
Esso in pratica viene da una dimensione parallela chiamata L'altrove, in cui vivono mischiati demoni e spettri. Il bello è che questi passano il tempo a ripetere continuamente gesti di quando erano vivi; a parte il nostro demone che possiede un mega appartamento con tanto di Hall e camera da letto imperiale, in cui, come detto, passa il tempo a limarsi gli artigli, limitandosi a qualche sortita nel mondo reale, ma giusto per narcisismo ed eccentricità (o forse spacconeria). 
Insomma queste presenze stanno al buio in attesa che un umano, capace di vagare in quel mondo astrale con l'immaginazione, si rechi da loro. Appena ciò avviene fiutano l'intruso, gli fanno bei sorrisoni da dementi e cercano di impossessarsi del suo corpo, per poter raggiungere la realtà terrena. Aggiungo che sono tutti cattivi e pazzi. Ora, che cosa se ne facciano di giungere sulla terra attraverso il corpo posseduto non si sa, cioè, nel senso, loro aspirano a fare marachelle in giro, in poche parole, compiere omicidi, stupri e altri reati, ciò che non si capisce è perché mai dovrebbero puntare a ciò. 
Si d'accordo sono violenti e malvagi, ma dopo un po' non so quanto convenga loro questa vita. Ad un certo punto per non essere sorpresi e smascherati dovranno condurre una vita umana, no? E' a quel punto che senso avrebbe la loro essenza terrificante? Vedresti un demone in fila alla posta o partecipare ad una riunione di condominio. Due palle, meglio che se ne stiano lì nell' Altrove, almeno stanno in mezzo a gente interessante e non convenzionale come loro. 
Ma, niente, non ascoltano. Perciò per tutto il film vedremo apparire questi spettri che, devo ammettere, sono inquietanti e ben realizzati; a ciò si aggiunge la bravura del regista che dosa le loro apparizioni magistralmente creando, anche grazie all'ottima colonna sonora ad archi, terrore e pathos fra il pubblico.
Un film che abbina idee geniali come queste ed altre (la presenza della vecchia nella foto è agghiacciante), a scelte di sceneggiatura senza senso o comunque ridicole: su tutte la presenza della vecchia medium autoritaria e onnisciente, i due acchiappafantasmi decerebrati e la maschera a gas.
Menate e lampi di genio si sfidano sul ring e sembrano equivalersi, sino al finale, spiazzante e spaventoso, che rialza definitivamente il giudizio complessivo sul film.
"Insidious" è un azzardo gradito, terrificante e con la giusta tensione, una visione consigliata a patto di chiudere gli occhi di fronte a certe trovate.

Habemus Judicium:


Bob Harris



sabato 29 ottobre 2011

"MELANCHOLIA": IL PESSIMISMO COSMICO SECONDO VON TRIER


Lars Von Trier è un fottuto genio: prende il tema fantascientifico per eccellenza, la fine del mondo, e la carica di una lentezza e noia esistenziale.
"Melancholia" è una lenta danza di morte che piano piano ci conduce verso l'inevitabile destino di un'umanità cattiva ed abbandonata a sé stessa, imbrigliata nelle consuetudini sociali, nella più sfrenata mentalità capitalista e negli ideali di vita borghese. Non stupisca perciò che il teatro dell'opera del regista danese sia la magione di una ricca famiglia, quella di Claire, sorella della sposa e protagonista del film (interpretata da Kirsten Dunst). In essa avvengono gli avvenimenti narrati, divisi opportunamente in due capitoli: il primo dedicato a Justine, la sposa, il secondo a Claire. Ad una prima parte che ci mostra il banchetto di nozze, segue una seconda in cui domina l'angoscia e l'attesa per l'avvicinamento del pianeta Melancholia. 
Il personaggio di Justine ha fruttato a Kirsten Dunst il premio come miglior attrice al Festival di Cannes, direi ampiamente meritato alla luce della intensa ed assente interpretazione regalataci dall'attrice statunitense, bella come il sole e dal fascino magnetico; ed in generale "Melancholia" gode di un cast pazzesco, a partire da John Hurt e contando su attori del calibro di Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, Stellan Skarsgard.
Justine rappresenta la reazione nichilista e anticonformista ai valori sociali attuali. Manifesta minuto dopo minuto il disagio e la sua insofferenza per un'esistenza chiusa in schemi rigidi ed altamente convenzionali, e lo fa dall'interno, essendo un perfetto ingranaggio di quel meccanismo (nel film si scopre che è una brillante pubblicitaria in procinto di sposarsi con un perfetto bravo ragazzo, il tutto celebrato in un clima di matrimonio da favola). Emblematico che il suo turbamento si manifesti gradualmente proprio nell'occasione del ricevimento nuziale, rompendo il falso momento idilliaco e dando vita a un malessere che sfocerà in una depressione profonda. 
Ed ancora più emblematico il fatto che la seconda parte del film, che narra dell'avvicinamento di "Melancholia" restituisca forza e vigore a Justine, che sembra essere attratta e ipnotizzata dal pianeta (cosa resa evidente da una scena solenne che non vi anticiperò), accogliendo con entusiasmo la sua venuta che cancellerà la Terra, purificandola dal male che vi alberga.
Ad una Justine assente, scostante e apatica, si contrappone la sorella Claire, portatrice di valori tradizionali e antagonisti, in cui crede fermamente e nei quali si rifugerà fino alla fine. 
Le differenze fra le due sorelle, anche fisiche, stanno dunque a significare una diversa concezione dell'esistenza, e, senza dubbio, si può affermare che Von Trier sia più vicino alla visione di Justine che a quella di Claire, per quanto quest'ultimo personaggio abbia una sua dignità e un suo valore nella narrazione.
Lars Von Trier ha sempre cercato di dare ai suoi film una forma pomposa e teatrale, che stupisse lo spettatore, cosa ben evidente anche in questo film dal prologo apocalittico e visionario, in cui domina il Tristano di Wagner, ed in cui le immagini rallentate, come quadri impressi nei fotogrammi, preannunciano una fine imminente ed esprimono tutta l'angoscia della protagonista.
Altra caratteristica del regista è l'uso insistito primi, primissimi piani con movimenti di macchina grezzi e traballanti, in cui dominano colori saturi, cosa che farà storcere il naso a non pochi.
Non posso affermare che il film sia oggettivamente un capolavoro, ma, riprendendo l'espressione che ho usato all'inizio del post, posso senz'altro definire Von Trier un genio, che, come tutti i geni, divide e suscita scalpore ed è un maestro nel  farlo.
"Melancholia" non fa eccezione: o si ama o si odia, niente vie di mezzo.

Habemus Judicium:


Bob Harris

giovedì 27 ottobre 2011

"THE BLACK DAHLIA": L'OSSESSIONE DI JAMES ELLROY

  « Madre: ventinove anni dopo, queste pagine d'addio in lettere di sangue»

Il noir Hard-boiled contemporaneo ha solo un nome: James Ellroy. 
Fra i tanti motivi spicca sicuramente uno in particolare, il fatto cioè, che la vita di Ellroy sia stata un romanzo noir. Cresciuto orfano di padre, in giovane età si vede portare via la madre, brutalmente assassinata da uno dei suoi tanti, troppo, corteggiatori. In tale contesto di sofferenza e abbandono è facile per un bambino prendere cattive strade. Il ghetto di Los Angeles fa il resto. 
Fra diserzioni, atti vandalici, rapine, carcere, alcool e droga, Ellroy, tempra la sua personalità dura e sregolata, nutrita da una perenne insofferenza di fondo. 
C'è però un particolare insolito per un ragazzo di strada, che, col senno di poi, salverà James risultando determinante nella sua formazione da scrittore: fin da piccolo amava leggere libri gialli polizieschi. «Sono molto bravo a trasformare la merda in oro» . Questa dichiarazione di Ellroy stesso è perfetta per sintetizzare la nascita di un grande romanziere noir. 
E "La Dalia Nera" rappresenta senz'altro il punto più alto raggiunto da Ellroy nella sua letteratura. In esso ritroviamo molti particolari della sua vita, a partire dalla forma dei dialoghi, degni del miglior turpiloquio da strada. 
Nel romanzo le vicende di cronaca nera americana, il caso irrisolto dell'assassinio di Elizabeth Short, trovata orrendamente sfigurata, si sovrappongono a quelle personali dello scrittore (l'omicidio della madre/Dalia); si fondono e dando vita ad una storia torbida ed appassionante. 
Sullo sfondo l'America del dopoguerra, del progresso, del sogno americano, davanti l'intrecciarsi delle vite di tre personaggi: due ex pugili ora poliziotti nella squadra Omicidi, Bleichert e Blanchard, e la donna di questi, Kay. Spetterà a loro dare un volto all'assassino della Dalia Nera, che  per il suo omicidio è sembrato ispirarsi a "L’uomo che ride" di Hugo.
Un assassinio efferato che sconvolgerà la vita dei due amici, ossessionandoli e tirando fuori da essi il loro lato più oscuro. E col caso Short verrà a galla lo sporco sotto il tappeto che si insinua nei salotti più potenti e altolocati, coinvolgendo i pezzi grossi dello spettacolo, dell’industria cinematografica e dell’imprenditoria cittadina. 
Aldilà della sapiente costruzione narrativa degli eventi che risulta avvincente ed ossessiva, è notevole anche la caratterizzazione dei personaggi, complessi, mai banali o stereotipati. Alla fine risulta davvero difficile eleggere un personaggio buono, puro e disincarnato dalla realtà che lo circonda. 
Tutti hanno qualcosa da nascondere, tutti mentono e accettano di sporcarsi il volto di fango e sangue. Il ritratto più emblematico di questa condizione d'animo è senz'altro quello di Betty Short, modellato più sulla figura della madre di Ellroy che sul suo corrispondente reale. Motivo per cui risulta essere il carattere più notevole e riuscito, attorno a cui, di conseguenza, gravitano gli altri personaggi, attratti dalla forza dell'ossessione e del mistero legati ad esso. 
La cornice risulta altrettanto riuscita, Ellroy ci porta in una realtà di cui sentiamo la puzza ed il marciume, ben lontana dalle immagini patinate a cui siamo abituati. 
Dal libro è stato trotto un film, diretto da Brian De Palma, con Josh Hartnett nella parte di Bucky, Aaron Heckhart in quella di Blanchard, Scarlett Johansonn in quella di Kay Lake e, sopratutto, Mia Kirshner in quella di Betty Short. 
Dal punto di vista registico il film è tanta roba, ma d'altronde, con De Palma non si scherza. 
Riesce nell'impresa di rappresentare nelle due ore scarse di pellicola, quasi tutti i collegamenti presenti nel libro, anche se risulterà difficile per lo spettatore coglierli alla prima confusa visione del film. 
Da un punto di vista tecnico si segnala per un piano sequenza che segue le due vicende principali del film dall'alto e per la scena da calma prima della tempesta già vista ne "Gli Intoccabili". 
Il cast ha il cosiddetto phisique du role per interpretare i personaggi del libro e le parti sembrano fatte su misura per loro (non a caso Ellroy ha avvallato in pieno la loro scelta). 
Spiccano i due protagonisti, non sfigura neanche la Johansonn. 
Nota a parte per Mia Kirshner: in stato di grazia, regala una interpretazione intensa e credibile di una Betty Short agghiacciante, una fragile e indifesa creatura, gettata in pasto agli squali della Los Angeles dei magnati, a causa della sua insofferenza e ambizione smodata. 
Una Dalia dall'animo oscuro e puro allo stesso tempo. 
Degnissima trasposizione.

Habemus Judicium:

Bob Harris

domenica 23 ottobre 2011

ADDIO MARCO

Ieri notte ho fatto le ore piccole. Era sabato sera, ci sta.
Stamattina tardi mi sveglio:"Che bello! Non ho più mal di gola!".
La giornata non poteva cominciare meglio.
Mi alzo e, come al solito, accendo il pc e mi collego su facebook.
Leggo un link strano: Addio Sic. In che senso addio Simoncelli? La perplessità lascia rapidamente posto all'orrore. Il link si ripete, in molti lo pubblicano. Via a cercare notizie. Il motore di ricerca mi suggerisce una parola tragica di fianco al nome Marco Simoncelli: morto.
Wikipedia mi dice: nato a Cattolica il 20 gennaio 1987, morto a Sepang il 23 ottobre 2011
Il vuoto. Una fitta allo stomaco. L'incredulità e la destabilizzazione. Piano piano realizzo. 
Mi scorrono in mente le immagini del pilota Sic. Non mi ci vuole molto sforzo. Seguivo le corse in moto, seguivo soprattutto lui. Non solo per il suo essere istrione e stravagante personaggio televisivo. Marco era un pilota, anzi, il pilota italiano. Il futuro. Valentino Rossi d'altronde, per via dell'età e delle scelte professionali, sembra avviato ad un pensionamento non troppo lontano, Dovizioso è un pilota medio. E' nel pensare alle sue prospettive di pilota in procinto di diventare un fenomeno, le sue ambizioni, i suoi sogni che avviene la fase peggiore del lutto: subentra la consapevolezza che non lo vedrai mai più.
Ogni numero, ogni dato, ogni immagine televisiva, ogni dichiarazione sarà per sempre di repertorio. Qualcosa che avevi già visto e che rivedrai di nuovo, con amarezza e trasporto. Beffa del destino vuole che sia morto nelle circostanze di un suo ennesimo errore. 
Non starò qui a parlare della dinamica dell'incidente. Ogni persona provvista di internet e/o tv avrà visto le immagini della tragedia, irrispettosamente mandate in onda fino alla nausea. Evidentemente, la sua morte non era abbastanza straziante. Era necessario prolungare il dolore, mostrando continuamente la scena del suo corpo esanime riverso senza casco sull'asfalto.
Cadeva tanto Sic, perché era un generoso. Non si risparmiava mai. Lo faceva per sé stesso, per il suo talento. Non accettava il compromesso di chi sa che deve mangiare tanta polvere, rendere meno di quello che sa di poter fare. Era veloce, spesso il più veloce. Ma non conta solo essere veloci, conta essere sempre veloci e, soprattutto equilibrati. I grandi dello sport ce lo insegnano: vince chi sa gestire i momenti di difficoltà, a esaltarci nei successi siamo bravi tutti.
Gli stessi che ora incensano la sua figura, fino a ieri erano pronti ad accusarlo di essere un pilota scorretto, pericoloso e arrogante.  
In realtà Marco era un personaggio che, nella sua spavalderia e schiettezza, era simpatico e gioioso. Il suo atteggiamento era quello proprio del bravo ragazzo goliardico e genuino. Doti non sempre apprezzate dalle macchine da risultati, dai marchi umani. Sarà spontaneo ricordare i suoi battibecchi con Hector Barbera. O le sue pubblicità simpatiche, le sue dichiarazioni divertenti e mai banali. Non sapremo mai se sarebbe diventato un campione, il nuovo Rossi. 
Di sicuro rappresenterà per sempre il talento allo stato puro, senza compromessi né calcoli. In un motociclismo sempre più schiavo dell'elettronica, Simoncelli era il simbolo di una figura ormai estinta: il pilota supereroe, SuperSic, che con il suo coraggio e la sua forza, riusciva a vincere su tutto e tutti. I supereroi non possono morire. Svegliatemi da questo incubo.

Bob Harris

lunedì 17 ottobre 2011

"COWBOY & ALIENS"? MA PER FAVORE...


L'idea che Cowboy e alieni (non originale comunque, essendo ispirata ad un fumetto) si scontrino in un film appare alquanto bizzarra fin dal titolo. Però col beneficio del dubbio e tanta curiosità ci si accinge ad andare al cinema con tutte le buone intenzioni e rassicurati da un cast che conta gente del calibro di Daniel Craig, Harrison Ford, Sam Rockwell e Olivia Wilde (recentemente vista in "Tron Legacy"). Per di più a produrre il tutto il guru del cinema blockbuster e grande regista, Steven Spielberg.
Ma allora qual'è la risposta alla domanda: è o no una colossale bufala unire in un film cowboy e alieni? La risposta è si, una gran bufala. 
Vi dico subito che, per me, di questo film non si salva quasi nulla, eccetto la componente visiva-d'intrattenimento. Intorno distesi orizzonti di frontiera americana e non parlo di scenografie. 
Ma partiamo con la trama, così potrete capire la ricchezza della sceneggiatura.
Un bandito, Daniel Craig, si sveglia con un bracciale alieno al polso e non ricorda nulla. Finisce in una città governata da un potente proprietario di bestiame, Harrison Ford, che ha un figlio bamboccione. 
Arrivano gli alieni e rapiscono il bamboccione e altra gente, così Graig e Ford si alleano per salvare i rapiti. Ah, dimenticavo, gli alieni sono sulla terra per l'oro. Cosa serva loro non lo sapremo mai. Aggiungo che l'essenza del film è nella contrapposizione fra i due duri, in un gioco continuo di musi duri e sguardi cazzuti. Un vero duro parla poco e spara tanto. Perciò va da sé che, essendo già la trama da terzo mondo, i dialoghi non brillino per particolare originalità o profondità.
Altra questione: può un cowboy in sella ad una cavallo ed armato di pistola affrontare un alieno ipertecnologico che dispone di navicelle e mega-ultra cannoni laser?
La risposta è: non può. 
Allora come fanno ad affrontarli?
Semplice, il bracciale del bandito Craig è un mega cannone anch'esso, perciò per tre quarti del film si difendono con quello. 
Nello scontro finale, gli alieni, che assomigliano a delle cavallette giganti, ma hanno gli artigli e movimenti di una tigre, inspiegabilmente si buttano nel corpo a corpo, lasciando a casa i mega cannoni; il tutto giustificato col fatto che sottovalutano gli esseri umani.
Inoltre un paio di essi schiattano addirittura accoltellati, perché, incredibilmente, sono stati concepiti in modo da avere uno stomaco che si apre, facendo fuoriuscire delle braccine gracili e tenere con cui dovrebbero finire la vittima, ma che di fatto le danno il tempo di reagire e attaccare proprio in quel punto, guarda caso, debole.
Ultima nota di merito la presenza degli indiani: come potevano essere rappresentati secondo voi? Ingenui, fattoni misticheggianti e selvaggi of course. C'è persino una battuta di Harrsion Ford che dice testualmente: "Non è lanciando frecce e urlando selvaggiamente che sconfiggeremo gli alieni!". Ovviamente li troviamo comprensivi con gli uomini bianchi e pronti a seppellire l'ascia di guerra, riunendosi attorno ad un fuoco con loro, in una memorabile scena da tarallucci e vino.
Ma magari si fossero alleati con gli altri capitalisti del film, gli alieni, avremmo visto un branco di puritani repubblicani sterminati, ridotti in schiavitù e magari rinchiusi in riserve.
In questo vuoto generale si salverebbe la presenza assai gradevole di Olivia Wilde, se non fosse che il suo personaggio è ridicolo persino più degli altri, essendole stato riservato un espediente narrativo senza senso, che non vi svelerò per non rovinarvi la sorpresa (si fa per dire).
Così Spielberg, che vede alieni dappertutto, specie ultimamente, dopo aver rovinato "Indiana Jones", ci contamina pure il selvaggio West.
Bella menata.

Habemus Judicium:
Bob Harris