«Lungo le due rive del fiume gelato si stendeva la cupa e tetra foresta di abeti, dai quali il vento aveva appena spazzato il manto di brina. Nella luce crepuscolare quegli alberi neri e sinistri sembravano inclinarsi l'uno verso l'altro. Un silenzio minaccioso incombeva sul paesaggio, privo di qualsiasi segno di vita o di movimento, e desolato e freddo al punto da non poter ispirare che un solo sentimento: quello della più triste malinconia. E nello stesso tempo pareva che da quel paesaggio trapelasse una specie di riso, un riso ben più spaventoso di qualsiasi malinconia o tristezza, un riso tragico, come quello di una sfinge, un riso agghiacciante più della brina e che rammentava l'incombere minaccioso dell'ineluttabile. Era la saggezza potente e impenetrabile dell'eternità che irrideva alla vita, alla sua futilità e agli sforzi degli uomini. Era il Wild, il selvaggio Wild delle spietatamente gelide terre del Nord»
-"Zanna Bianca", Jack London-
Pare che, da quando nelle sale di tutto il mondo è uscito il film "Into The Wild" di Sean Penn, vada ancora più di moda sognare avventure nella natura selvaggia.
Viene da chiedersi se tale sentimento sia da attribuire al bel film dell'attore statunitense, inaspettato assente alla notte degli Oscar (non senza strascichi polemici).
La mia risposta è assolutamente no.
Per carità il film merita, il montaggio disordinato paga, rende la narrazione non lineare, conferendo ad ogni sequenza un valore poetico a sé stante, piccole parti che vanno a formare quel quadro d'autore che è "Into The Wild". Ed è questa la similitudine che meglio rispecchia la pellicola (e così che deve averla pensata Penn), visto il richiamo palese alla pittura nei pensieri Chris che prendono forma sullo schermo.
Lo spettatore rimane incantato, in totale immedesimazione con lo stupore del protagonista, dai paesaggi che la madre terra offre a coloro che, coraggiosamente, decidono di immergervisi.
Non c'è che dire, il continente americano è stupendo, ma lo sapevamo già dai tempi di "Easy Rider" (almeno io...). A ciò aiutano le musiche di Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam e le melodie alla chitarra di Micheal Brook e Kaki King, che nel loro tranquillo andamento, ben esprimono la pace e la calma che luoghi del genere trasmettono.
A ciò vanno aggiunte delle ottime prove d'attore, da parte dei protagonisti, Emile Hirsch su tutti (la sua trasformazione fisica è da vero camaleonte).
Unica nota stonata la fastidiosissima e invasiva voce fuoricampo della sorella di Chris che funge da narratrice dei suoi pensieri. Vecchia lezione di cinema: si usano le parole laddove non si è in grado di mostrare le cose con le immagini. Niente di grave però.
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Targa apposta dal padre di Chris al momento di visitare il Magic Bus |
Detto di come il film sia un gran bel prodotto bisogna riflettere su una cosa: la storia di Chris McCandless basta da sola per trasmettere una forte emozione per ciò che egli ha vissuto ed a suscitare uno spirito di emulazione. Inoltre il triste epilogo, il modo in cui esso è avvenuto, contribuisce a creare curiosità morbosa e riempie la vicenda di un tragico fatalismo. In poche parole ti entra nella pelle.
Riporto qui brevemente la sua biografia: Chris McCandless nasce il 12 febbraio dell'anno 1968 nel Sud della California, da Walt McCandless, un dipendente della NASA, e Wilhelmina Johnson, un'impiegata. Dopo sei anni a El Segundo, la famiglia si sposta in Virginia. Nel 1990 si laurea con il massimo dei voti in Storia e Antropologia all'università Emory. Benestante di famiglia, decise di attraversare l'Ovest Americano da solo, dopo aver donato i suoi 24.000 dollari di risparmi alla Oxfam.
Intraprese inizialmente il suo viaggio con la sua vecchia auto, una Datsun B210 gialla del 1982, un acquisto dell'ultimo anno di liceo con cui Chris amava viaggiare durante le vacanze scolastiche.
La Datsun fu in seguito ritrovata da un gruppo di ricercatori di fiori rari nel deserto del Mojave: all'interno Mccandless aveva abbandonato una chitarra Gianini, un pallone da football, un sacchetto di immondizia pieno di vecchi indumenti, una canna da pesca, 10 kg di riso, un rasoio elettrico nuovo, un'armonica a bocca, i cavi della batteria e le chiavi.
Il ragazzo abbandonò il proprio mezzo a causa di un'ondata d'acqua (proveniente dal fiume accanto al quale si era accampato) che bagnando il motore aveva reso l'automobile inutilizzabile. Prima di lasciare la sua auto bruciò i propri risparmi e si liberò di ogni prova della sua identità, gettando via anche la targa dell'auto. Proseguì quindi a piedi facendo autostop, girovagando tra Stati Uniti occidentali e Messico settentrionale.
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Replica del Magic Bus |
Trascorse gli ultimi 112 giorni della sua vita nei boschi dell'Alaska, nel parco nazionale di Denali, avendo come unico rifugio un vecchio autobus abbandonato, da lui chiamato Magic Bus (attualmente meta di pellegrinaggio da parte di coloro che sono rimasti affascinati dalla sua storia).
Per un certo periodo, Chris riuscì a sopravvivere con l'ausilio di pochi strumenti: un fucile calibro 22, una sacca di riso, un libro sulle piante commestibili del luogo, ed altri semplici oggetti da campo.
Fu ritrovato morto dentro l'autobus nell'agosto del 1992 da due cacciatori, i quali scoprirono il corpo a due settimane dal decesso. Ufficialmente è morto di fame (al momento del ritrovamento il cadavere pesava circa 30 kg), ma altre possibili cause sono il freddo e l'aver accidentalmente ingerito alcune piante velenose. Nel vecchio autobus, accanto al cadavere, furono ritrovati numerosi appunti da lui scritti, una macchina fotografica con cui aveva effettuato degli autoscatti, una borraccia di plastica verde, alcune pastiglie per purificare l'acqua, un paio di pantaloni imbottiti, guantoni di lana, una bottiglia di repellente per insetti, un cilindro consumato di burrocacao, una scatola di fiammiferi, un paio di stivali in plastica marrone e alcuni libri di autori quali Tolstoj e London.
A questo proposito ho letto il libro di Jon Krakauer dedicato allo sfortunato ragazzo: "Nelle Terre Estreme".
Il percorso visione film/documentazione in rete/lettura libro è spesso seguito da chi, come me, desidera approfondire e capire a fondo la vicenda. Lo stesso film suggerisce un rimando di questo tipo quando, prima dei titoli di coda, ci mostra una foto del vero McCandless con una didascalia che ci informa dei fatti successivi.
La personalità di Chris presenta molteplici sfumature e risulta essere davvero complessa.
La prima cosa da dire è il rifiuto di ogni forma di autorità. Da ciò deriva la totale avversione per i genitori e il disprezzo per le istituzioni e le convenzioni. Non a torto Krakaeur nel suo libro arriva a dire che Chris non detestava i suoi genitori in quanto tali, ma detestava la figura stessa del genitore.
Deluso dal profondo materialismo dominante nel mondo, ma soprattutto in una società capitalistica come quella americana, dimostrava di rifuggire la civiltà persino nelle cose meno importanti (indossava le scarpe senza i calzini). La rabbia che Chris aveva nei confronti della società americana è la stessa che ha portato molti altri giovani americani come lui a compiere gesti estremi anche più del suo.
Si potrebbe dire che era un disadattato, un asociale, ma si tralascerebbe il fatto che aveva molti amici ed era comunemente considerato simpatico. Inoltre aveva grande capacità di relazionarsi con gli altri e chiunque fu interrogato come testimone, per aver incontrato Chris, serba di lui un bel ricordo. Come ad esempio Mary la madre di Wayne Westerberg, agricoltore che prese McCandless a lavorare nella sua azienda.
Due giorni prima della sua partenza Mary invitò il ragazzo a casa sua per cena. «A mamma non piace granché la gente che lavora per me» racconta Westerberg «e non era molto entusiasta nemmeno di incontrare Alex [il nome fittizio di Chris, nds]. Solo che l'avevo tormentata che doveva vederlo, doveva conoscerlo, così alla fine l'ha invitato a casa. Nel giro di due secondi andavano già d'amore e d'accordo e non hanno chiuso bocca per cinque ore».
«C'era qualcosa di affascinante in quel giovane» spiega la signora Westerberg, seduta al lucente tavolo in noce su cui quella sera aveva cenato McCandless. «Mi colpì perché sembrava molto più vecchio dei suoi venti-quattro anni. Qualsiasi cosa dicessi, voleva saperne di più [...]. A differenza di molti di noi, era quel genere di persona che si sforza di mettere in pratica quello in cui crede. Passammo quattro ore a parlare di libri, e non c'è tanta gente a Carthage a cui piaccia farlo. Parlò e riparlò di Mark Twain e, santo cielo, quanto era divertente come ospite. Ricordo di aver desiderato che quella serata non finisse mai e non vedevo l'ora di rivederlo quest'autunno. Non riesco a togliermelo dalla testa, continuo a rivedere la sua faccia».
E non era totalmente alieno dall'universo femminile: sappiamo che al college tentò di portare in camera una sua compagna e, quando si trovava nell'accampamento di Oh My God Hot Springs ( si si, chiama così...), passò una settimana a stretto contatto con una ragazza che era accampata con la roulotte della sua famiglia, senza però mai consumare. E di questo siamo quasi certi: McCandless rimase puro fino alla morte, in un'austera verginità.
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Emile Hirsch nei panni di McCandless |
Non si sa se fosse impacciato o rigido asceta tendente alla castità eterna, di sicuro ( e secondo me a ragione) era nauseato dal modo ossessivo in cui l'argomento sesso viene affrontato nella nostra società. Si insomma va bene che siamo animali, però esistono altri piaceri e altre bellezze che vanno oltre il sesso (parafrasando una frase di Al Pacino ne "L'avvocato del diavolo": «il sesso è sopravvalutato, biochimicamente non è diverso da una grande scorpacciata di cioccolato»).
E così deve averla pensata il giovane laureato, quando decise che avrebbe goduto di un altro piacere che la vita ci offre: vivere a contatto con la natura.
Oltre ad essere profondamente anticonformista Chris aveva una naturale propensione ad isolarsi. Sembra una contraddizione, ma forse ha ragione Krakaeur quando dice che lui era un tipo che amava la compagnia, ma a piccole dosi, dopodiché sentiva la necessità di tornare sulla sua collinetta a riflettere in pace per i fatti suoi.
Altra caratteristica assieme all'individualismo determinante ai fini della comprensione della sua vita, e ancora di più della sua morte, era la grande determinazione emersa fin da piccolo, come quando per poter mangiare delle caramelle, penetrò di notte nella casa del vicino, lontana sei isolati dalla sua, per rubargliele dal cassetto.
Perciò ora è più facile capire perché un ventiduenne con grandi prospettive ed un'intelligenza acuta abbia deciso di mollare tutto (persino il suo nome: adottò il nome di Alexander Supertramp) e partire per il nord, fino ad arrivare in Alaska e al famoso Magic Bus.
Difficile capire però perché vi rimase fino alla lenta morte.
La risposta è semplice: incoscienza e sfortuna.
Incoscienza perché si presentò in quell'ambiente con scarse provviste e ancora più scarsa attrezzatura; ma soprattutto non si curò di portare con sé né bussola né mappa topografica. Altrimenti nel periodo di stenti e fame, si sarebbe ben avveduto di accorrere ai rifugi sparsi intorno alla sua zona, in cui avrebbe trovato provviste. Oppure al momento di fare dietrofront avrebbe saputo che, per attraversare il fiume, a meno di un chilometro, si trovava una cesta metallica che lo avrebbe aiutato a farlo.
Vi chiederete come abbia fatto all'andata: semplicemente era arrivato in primavera, quando i ghiacci sono ancora intatti, e decise di tornare in dietro verso l'estate, quando v'è il disgelo e il ruscello, che aveva guadato senza difficoltà mesi prima, si era trasformato in un torrente impetuoso.
A questo punto interviene la sfortuna. A fine luglio, ormai a corto di cibo (nonostante riuscisse a cacciare molte prede, esse erano spesso di piccola taglia, perciò le calorie acquistate non compensavano quelle spese) inizia a nutrirsi di una patata selvatica, pianta nota come hedysarum alpinum.
Nel suo manuale di botanica era riportata come pianta commestibile. In realtà solo successivamente si è scoperto che contiene una quantità di tossicità che ha come effetto di impedire l'accumulo di energia a livello di organismo. Perciò anche se avesse cacciato e mangiato, avrebbe assimilato poche calorie.
Fu così che arrivò a quel 18 agosto del '92. Molti ritengono che la scelta di McCandless, il suo ideale di purezza fossero qualcosa per cui vada glorificato e innalzato ad eroe; si sottolinea una filosofia di vita che, paradossalmente lui stesso, alla fine probabilmente ripudiò.
Ciò è testimoniato dal suo voler tornare indietro dopo 60 giorni in Alaska, dal messaggio di aiuto scritto il 12 Agosto: « S.O.S. Ho bisogno del vostro aiuto. Sono malato, prossimo alla morte, e troppo debole per andarmene a piedi. Sono solo, non è uno scherzo. In nome di Dio, vi prego, rimanete per salvarmi. Sono nei dintorni a raccogliere bacche e tornerò stasera. Grazie»; nonché dalla nota a margine che scrisse in uno dei suoi ultimi giorni di vita: «Felicità è vera solo se è condivisa».
Alla fine Chris capì che il bello della vita è poter condividere le proprie emozioni con gli altri, soprattutto con le persone a noi care, che tanto detestava (anche se aveva uno splendido rapporto con la sorella), ma che forse, se fosse sopravvissuto alla sua maturazione, avrebbe imparato ad apprezzare.
Ci lasciò con un messaggio semplice: «Ho avuto una vita felice e ringrazio il Signore. Addio e che Dio vi benedica». Chris McCandless ha incarnato un spirito di totale libertà. Che un Dio benedica te.
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Chris con in mano il biglietto d'addio |
Habemus Judicium: